Intorno a L’ULTIMA ESTATE – Moro, uomo solo di Sabino Caronia, Schena Editore, 1996

 

 

Ho avuto di recente l’occasione di leggere questo romanzo di Sabino Caronia del quale l’autore mi aveva a suo tempo parlato. Quel 16 marzo 1978 in cui Aldo Moro venne rapito a Roma in via Fani e la sua scorta annientata, io festeggiavo con il cuore pesante il mio ventitreesimo compleanno nel quartiere romano di Monteverde dove abitavo, a non più di quattrocento metri dal covo-tipografia delle Brigate Rosse in via Pio Foà 31 tardivamente individuato. Ebbene, trascorsi quarantuno anni da allora, ecco che il 16 marzo scorso ho dovuto prendere atto con amarezza della voce fioca del circo mediatico in merito a una tragedia così grande, ripensando all’enfasi commemorativa del 2018 a cifra tonda, è il caso di dire. Venendo al libro di Caronia, osserverò innanzitutto che il narratore cita in maniera significativa Leonardo Sciascia in conclusione del secondo capitolo, a proposito del pirandelliano distacco di Moro dalla forma a fronte del suo tragico ingresso nella vita quel 16 marzo 1978; da personaggio a uomo solo, per divenire in ultimo creatura auspicante luce oltre l’esperienza terrena. Ricordando i soggiorni dell’uomo politico a Terracina fino all’ultima estate del 1977 e le parole della moglie Eleonora alla Commissione Parlamentare d’Inchiesta, Caronia riesce a ricostruirne il carattere con penetrante efficacia: “Era certo apprensivo ma non pauroso. Era un antieroe ma non era pavido…e, nonostante il suo sguardo asiatico che sembrava conoscere l’altro lato delle cose, nonostante la sua immensa sapienza e il suo ambito misterioso, aveva un peso umano, una condizione terrestre che lo manteneva imbrigliato ai minuscoli problemi della vita quotidiana”. Già: quello “sguardo asiatico” che ancora ci scruta dalla “prigione del popolo” in quanto, come ebbe a dichiarare Sciascia nell’agosto del 1978 “L’Italia è un Paese senza verità. Bisogna rifondare la verità se si vuole rifondare lo Stato. Se non riusciamo ad arrivare alla verità sul caso Moro, siamo davvero perduti”. Dovrei dire cosa ho provato nel giugno 2017 dinanzi alla tomba dello statista nel cimitero di Torrita Tiberina, per lui l’altro locus amoenus tra Roma e la Sabina oltre a Terracina…ma torniamo al romanzo di Caronia, per sottolinearne adesso una qualità precipua. Tale qualità è essenzialmente quella di una prosa di classico equilibrio capace di non scivolare nell’imbuto cronachistico della terribile primavera italiana del 1978 (senza mancare come abbiamo visto di farci percepire più di qualcosa della personalità di Moro); giacché, non secondaria, un’altra storia si dischiude ai nostri occhi di pagina in pagina. La storia interiore di chi narra, segnata da una malattia dell’anima che ben riconosciamo come legame di sangue con la Letteratura: “Da tempo allora mi trovavo in piena crisi di misantropia. Da più di un anno avevo deciso di abbandonare il mondo e le sue pompe per rinchiudermi in quell’adattissimo Limbo che era stato sempre per me il Fondo Falqui della Biblioteca Nazionale Centrale. Lì attraverso le dediche dei libri, le sottolineature, le annotazioni, i ritagli di giornale accuratamente raccolti e ordinati, ero messo in contatto con le esangui ombre che popolavano quell’Ade e che recavano a me, ombra, messaggi trasmessi attraverso quegli acquitrini del tempo che gli scomparsi possono di rado guadare”. La bellezza del romanzo di Caronia è pertanto quella di rievocare la tragedia di Moro attraverso gli occhi di chi fugge per indole dal mondo; occhi però lucidi di fuggitivo focalizzati a tratti su quelli asiatici del prigioniero a un passo dalla fine. C’è uno stilema ben evidente nella prosa di Sabino Caronia: rivedo, iterato lungo tutto il corso dell’ULTIMA ESTATE, a determinare, in chiave musicale, il timbro del romanzo nei termini di una pungente nonché avvolgente malinconia che tutto intride nel raccontarci Moro e quindi noi stessi, già storicamente figli di Piazza Fontana. Mi piace concludere il presente scritto attraverso queste parole di Dino Buzzati tratte da IN QUEL PRECISO MOMENTO (che forse si attagliano alla condizione di Moro prossimo a morire nel silenzio di Dio, così come viene raccontato nel romanzo di Sabino Caronia): “CHE COSA SEI, CREATURA…Laggiù all’orizzonte sulle acque amare, deserte, naviga certe sere Dio con una sua barchetta, invisibile passerà accanto a te che nuoti disperato (può darsi benissimo) e ti toccherà con la sua mano”.

 

 

Andrea Mariotti

 

 

2 Responses to “”

  1. monica martinelli ha detto:

    Grazie Andrea per questa nota di lettura di un libro sicuramente da leggere su un fatto di cronaca che ha fortemente condizionato la storia non solo politica dell’Italia, ed è un punto di vista sicuramente originale e poetico quello scaturito dalla raffinata penna di Sabino Caronia che con lucidità e amarezza descrive appunto la solitudine di un uomo oltre che quella di uno statista.

  2. andreamariotti ha detto:

    Da tempo Sabino Caronia mi parlava di questo suo romanzo, e devo dire che in effetti il suo è un punto di vista sorprendente (come ho scritto, quello di un “fuggitivo” focalizzato sul “prigioniero”), tale dall’infondere nel lettore un senso di rassegnata e malinconica cognizione delle cose. Un caro saluto

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