E’ piaciuto oggi ad Apollo che questa Giornata Mondiale della Poesia coincidesse con la Lectura Dantis del canto XXXI dell’INFERNO presso Villa Altieri a Roma; a cura, nell’occasione, del prof. Massimiliano Corrado (Università Federico II di Napoli). La fama speciale di questo canto dantesco è cosa nota, in quanto in esso la potenza immaginativa del Sommo Poeta avvince da sempre il lettore; trattandosi infatti del canto degli “orribili giganti”, l’ultimo dei quali, Anteo, poserà con una certa delicatezza Virgilio e il pellegrino Dante sul “fondo che divora/ Lucifero con Giuda” (142-3); con riferimento al nono e più terribile cerchio infernale, quello dell’odio che anima i traditori, non a caso confitti nel ghiaccio di Cocito. Ebbene, la forza scultorea della fantasia dantesca tocca nel canto in questione forse il suo apice nei celebri versi finali, riferiti appunto al servizievole gigante: “Qual pare a riguardar la Carisenda/ sotto ‘l chinato, quando un nuvol vada/ sovr’essa sì, ched ella incontro penda:/ tal parve Anteo a me che stava a bada/di vederlo chinare, e fu tal ora/ ch’i avrei voluto ir per altra strada” (136-41). Così che la bolognese torre Garisenda- alla quale Dante aveva dedicato un sonetto giovanile-, grazie al suo illusionistico giocar con le nuvole, più che mai si fa per ogni lettore, nel compararla ad Anteo, indimenticabile “poesia della realtà”, per dirla con Gianfranco Contini. Ringrazio peraltro il professor Corrado per la sottolineatura di un illuminante nesso intertestuale nella Lectura odierna, e cioè quello esistente fra il verso 33 del canto in oggetto (“dall’umbilico in giuso tutti quanti”) e il verso 33 del celebre canto X della stessa cantica (“dalla cintola in sù tutto ‘l vedrai”): per dire insomma che i giganti colpevoli di inguaribile superbia, sono veduti dal pellegrino Dante nella stessa posa dell’altrettanto superbo sia pur “magnanimo” Farinata degli Uberti. Ben sapendo la severa condanna dl Dante di tale peccato, ecco provata una volta di più la sua sovrumana regia a reiterare figurativamente nel poema ciò che più gli preme dal punto di vista etico, costruendo davanti ai nostri occhi un mirabile e rigoroso poliedro. Dopo aver altresì ricordato la presenza in sala dell’illustre dantista Enrico Malato, preciso che la mia foto, relativa a una miniatura emiliana del Trecento custodita dalla Biblioteca Angelica, è stata tratta del secondo volume della DIVINA COMMEDIA dei Fratelli Fabbri Editori.
Andrea Mariotti