{"id":5632,"date":"2016-07-17T19:03:31","date_gmt":"2016-07-17T18:03:31","guid":{"rendered":"http:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/?p=5632"},"modified":"2016-07-17T19:10:50","modified_gmt":"2016-07-17T18:10:50","slug":"5632","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/?p=5632","title":{"rendered":""},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/?attachment_id=5633\" rel=\"attachment wp-att-5633\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-medium wp-image-5633\" src=\"http:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2016\/07\/images-300x134.jpg\" alt=\"images\" width=\"300\" height=\"134\" srcset=\"http:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2016\/07\/images-300x134.jpg 300w, http:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2016\/07\/images.jpg 336w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Con grandissimo piacere propongo (vedi\u00a0notizia del 19\/6\/2016 nel presente blog)\u00a0il seguente\u00a0scritto di Novella Bellucci, letto dalla docente e studiosa in occasione delle CELEBRAZIONI LEOPARDIANE del 29 giugno scorso<\/em>:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>\u00abDare pregio alla vita\u00bb: l\u2019orizzonte etico di Giacomo Leopardi<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Per me la letteratura, la letteratura che per me conta, la letteratura cui con il passare dei miei anni ho riconosciuto un valore sempre pi\u00f9 essenziale e necessario, \u00e8 collegata al senso che, con una semplificazione dei cui rischi sono consapevole, definisco etico. Mi rendo conto che il termine etico\/(morale) \u00e8 di per s\u00e9 portatore di molte ambiguit\u00e0 e si presta a generalizzazioni se non a banalizzazioni (a partire dal significato stesso: cosa si intende per morale? Il concetto che si collega al termine si considera assoluto o relativo? A quest\u2019ultima questione rispondo con parole leopardiane che affermano la non esistenza di \u201cuna morale, eterna, assoluta\u201d; <em>Zib<\/em>. <em>2264<\/em>). Tale rischio (di banalizzazione) \u00e8 ancora pi\u00f9 forte se applicato all\u2019opera letteraria, in quanto potrebbe far presupporre un approccio di tipo contenutistico che \u00e8 lontanissimo dalle mie intenzioni.<\/p>\n<p>Come guida per un percorso che io per prima avverto come periglioso, ho scelto Simone Weil; \u00e8 su alcune sue riflessioni, relative al tema in questione (<em>Morale e letteratura<\/em>, 1944) che appogger\u00f2 la mia argomentazione. Per ora, mi limito \u00a0dichiarare un collegamento tra morale e valore\/responsabilit\u00e0. E cerco conferma nell\u2019autore che \u00e8 al centro della mia analisi, Giacomo Leopardi:<\/p>\n<p>..<em>lodo ed esalto quelle opinioni, bench\u00e9 false, che generano atti e pensieri nobili, forti, magnanimi, virtuosi, ed utili al ben comune o privato; quelle immaginazioni belle e felici, ancorch\u00e9 vane, che danno pregio alla vita; le illusioni dell\u2019animo<\/em>\u2026(la citazione \u00e8 dall\u2019operetta <em>Dialogo di Timandro e di Eleandro<\/em>).<\/p>\n<p><strong>Dare pregio alla vita<\/strong>: questa potrebbe essere, nella mia prospettiva, una definizione della letteratura declinata entro un orizzonte etico. Dare pregio alla vita portandone in luce, da strati profondi e sovente sommersi, significati non sempre chiari; e conferendo loro valore, svelandone sensi e contraddizioni (le opinioni potrebbero anche essere false, ammette Eleandro, le immaginazioni vane). E non c\u2019\u00e8 bisogno di sottolineare che \u201cdare pregio\u201d non vuol dire evidenziare gli elementi positivi, ma piuttosto contribuire a potenziare la vita e, attraverso la parola poetica, illuminare alcuni nuclei essenziali delle dinamiche individuali e collettive e dare loro senso.<\/p>\n<p>Se al conoscere, come comprensione dell\u2019uomo e del mondo si attribuisce una dimensione etica in quanto ogni avvicinamento a una verit\u00e0, pure parziale, \u00e8 intrinseco a tale dimensione (ancora una volta mi appoggio alle parole leopardiane: \u201cle verit\u00e0 hanno due facce, diverse o contrarie anzi infinite\u201d; <em>Zib<\/em>. 2527-<em>8<\/em>) tutta la grande letteratura ha a che fare, indipendentemente dalle intenzioni dell\u2019autore, con l\u2019ambito morale, in quanto partecipa della conoscenza e dell\u2019interpretazione del mondo.<\/p>\n<p>E\u2019 vero tuttavia che alcuni autori esprimono esplicitamente la loro appartenenza a una scrittura letteraria impegnata moralmente nel momento in cui ad essa attribuiscono, talora pagandone prezzi alti di frustrazione e di vero e proprio dolore, un valore testimoniale.<\/p>\n<p>Leopardi \u00e8 uno di costoro. E tra i pi\u00f9 grandi. Della sua eccezionalit\u00e0 in tale dimensione fa fede l\u2019affermazione di Yves Bonnefoy: \u201cl\u2019insegnamento e l\u2019esempio di Leopardi \u2026 conferisce ai suoi scritti un valore pedagogico e parenetico non presente in altri poeti\u201d<\/p>\n<p>Ed \u00e8 per questo che per molti dei suoi studiosi (o anche lettori) pu\u00f2 diventare un compagno inseparabile di vita, un collettore di pensiero, di comportamento, di relazioni umane. A Leopardi va riconosciuta una dimensione particolare che lo rende singolarmente esemplare. Non solo egli ha scritto opere grandi e dunque portatrici intrinsecamente di valore: egli ha riflettuto in prima persona sulle potenzialit\u00e0 etiche della poesia (sul suo giovare alla vita: essa \u201caggiunge un filo alla tela brevissima della nostra vita. Essa ci accresce la vitalit\u00e0\u201d; <em>Zib<\/em>. <em>4450<\/em>); ha negato esplicitamente, pur in forma paradossale, riconoscimento a una letteratura priva di tensione etica, civile, umana, una letteratura decorativa e occasionale; ha impegnato la sua intera esistenza nel pensiero e nella scrittura poetica offrendo una testimonianza del valore (e della necessit\u00e0) della poesia, pur riconoscendone la precariet\u00e0, come per ogni manifestazione umana. Chi \u201c<em>\u00e0 fait m\u00e9nage<\/em>\u201d con Leopardi (rubo la citazione &#8211; che ho impressa da quando la lessi per la prima volta- da una lettera inviata a Giacomo da Giampietro Vieusseux) ha sperimentato quel senso del sacro che Moravia riconosceva al poeta nell\u2019estremo saluto a Pasolini: \u201cIl poeta dovrebbe essere sacro\u201d.<\/p>\n<p>Nel pensare al tema che sto svolgendo in queste pagine, e ritornando sull\u2019esemplarit\u00e0 sottolineata da Bonnefoy, mi \u00e8 tornata alla mente la figura del capro espiatorio che, ispirandomi al suggerimento di Ren\u00e9 Girard, ho utilizzato una ventina d\u2019anni fa nell\u2019introdurre il mio lavoro su <em>Leopardi e i contemporanei<\/em>: oggi potrei declinare tale figura insistendo per un verso sull\u2019elemento vittimario che la biografia del nostro poeta sembra esaltare, per l\u2019altro riconoscendo a tale elemento l\u2019enorme carica di valore simbolico \u00a0giunta fino a noi attraverso la traduzione di quella esperienza biografica cos\u00ec radicale (di per\u00a0 se stessa portatrice di messaggio morale) in scrittura alta, in qualche modo emblematica dell\u2019atto stesso della poesia, della sua forza, della sua energia, delle sue infinite potenzialit\u00e0 inesorabilmente connesse alla sua fragilit\u00e0.<\/p>\n<p>Da principio faccio tappa, per questo mio percorso, che, sia chiaro, non presume n\u00e9 esaustivit\u00e0 n\u00e9 organicit\u00e0, sul tema che potrebbe avere come titolazione:<\/p>\n<ol>\n<li>I libri poetici<\/li>\n<\/ol>\n<p>Leggo ancora dal <em>\u00a0Timandro ed Eleandro<\/em>:<\/p>\n<p><em>Se alcun libro morale potesse giovare<\/em>, dice E. a T., <em>io penso che gioverebbero massimamente i poetici; dico poetici, prendendo questo vocabolo largamente; cio\u00e8 i libri destinati a muovere la immaginazione; e intendo non meno di prose che di versi<\/em>.<\/p>\n<p>Sono le parole, assai note per chi frequenta Leopardi, con cui Eleandro risponde alla affermazione del suo interlocutore, Timandro, il quale \u00e8 convinto che i libri giovino alla \u201cspecie umana\u201d e specialmente i libri appartenenti al genere morale. Eleandro con gentile ironia sposta l\u2019individuazione del giovamento dai libri dichiaratamente morali ai libri che nascono senza alcuna esplicita finalit\u00e0 etica, i libri di grande poesia. E prosegue:<\/p>\n<p><em>Ora io fo poco stima di quella poesia che letta e meditata, non lascia al lettore nell\u2019animo un tal sentimento nobile, che per mezz\u2019ora, gli permetta di ammettere un pensier vile, e di fare un\u2019azione indegna<\/em>.<\/p>\n<p>Non sar\u00e0 da trascurare il fatto che Giacomo volle che il <em>Dialogo di Timandro e di Eleandro<\/em> fosse posto come testo finale del primo libro delle <em>Operette<\/em> a mo\u2019 di postfazione (carteggio con Stella). Dunque, ad esso attribu\u00ec la funzione di consuntivo esemplare della sua opera filosofica e poetica insieme; di testimonianza d\u2019autore. In questo brano (dove tra l\u2019altro, viene espresso il definitivo oltrepassamento della secolare separatezza fra poesia e prosa: poetica \u00e8 ogni scrittura che muove l\u2019immaginazione) egli afferma che i grandi libri poetici giovano alla specie umana perch\u00e9 incoraggiano al bene. Un criterio originale di giudizio estetico per la poesia viene qui indicato (quanto distante dalle declinazioni romantiche italiane, a partire dal trittico manzoniano: vero, utile, interessante) nel lascito della poesia, nella sua potenzialit\u00e0 generativa: non \u00e8 poesia degna di questo nome se non quella che lascia un sentimento nobile, capace di rimanere attivo per almeno mezz\u2019ora. L\u2019indicazione della durata (pur nell\u2019evidente declinazione ironica) non \u00e8 affatto superflua: tanto pi\u00f9 \u00e8 convincente la definizione del libro morale\/libro poetico quanto meno \u00e8 assolutizzante. Il rifiuto degli universali, il relativismo \u00a0che Giacomo ormai sa essere la dimensione del vivere, pensare, operare nel mondo impedisce che la nobilt\u00e0 possa avere stanza definitiva nell\u2019animo di chi \u00e8 stato toccato dalla grande poesia: la dimensione temporale (pi\u00f9 che modesta) rimanda a una complessiva visione del mondo dove non sono estinte la magnanimit\u00e0 e la virt\u00f9 e la nobilt\u00e0, ma per cos\u00ec dire tali qualit\u00e0 morali vivono in un mondo ritagliato, attraversato dalla precariet\u00e0 (quello delle creature d\u2019altra specie, \u00a0quello degli uomini dabbene).<\/p>\n<p>Quel magnanimo alla cui ridefinizione Leopardi ha lavorato per tutto il tempo della sua vita di scrittore (a partire dalla prima giovinezza: si pensi al ritratto di Frontone, tracciato nel 1816 che offre molti elementi dell\u2019ideale etico destinato a permanere e raffinarsi) \u00e8 un ultrafilosofo che conosce per prova la dimensione precaria, caduca, di tutto ci\u00f2 che \u00e8 vivente. Anche della poesia alta.<\/p>\n<p>Il neologismo leopardiano (ultrafilosofia \u00e8 <em>hapax<\/em> nella lingua italiana) che si fa carico del concetto dell\u2019 oltrepassamento, dell\u2019andare oltre, del vedere al di l\u00e0 del limite, del superare lo spazio e il tempo per gettare in mare la bottiglia con la lettera per chi vivr\u00e0 un secolo (o secoli) pi\u00f9 tardi, nasce per dare forma a una idea di \u201crigenerazione\u201d (di rinnovamento\/rinascita del genere umano) legata alla possibilit\u00e0 di nuovi percorsi, possibili soltanto dopo l\u2019avvenuta conoscenza dell\u2019 \u201dintiero e intimo delle cose\u201d. L\u2019ultrafilosofo \u00e8 invenzione precoce ( <em>Zib.115<\/em>; 7 giugno 1820), poi non ripresa a livello lessicale ma certo non mai abbandonata a livello concettuale.<\/p>\n<p>Riprendo la lettura del brano prima citato; Eleandro continua, sull\u2019onda della leggerezza apparente, a determinare il tempo dell\u2019effetto della poesia:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Ma se il lettore manca di fede al suo principale amico un\u2019ora dopo la lettura, io non disprezzo perci\u00f2 quella tal poesia: perch\u00e9 altrimenti mi converrebbe disprezzar le pi\u00f9 belle, pi\u00f9 calde e pi\u00f9 nobili poesie del mondo<\/em>\u2026<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Un effetto che non pu\u00f2 allargarsi neanche a un\u2019ora, dunque. Il brano prosegue, con una ulteriore riduzione, interessante e tutto sommato non inaspettata (il ventiquattro \u00e8 anno intriso delle impressioni derivate dal soggiorno romano):<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Ed escludo poi da questo discorso i lettori che vivono in citt\u00e0 grandi: i quali in caso ancora che leggano attentamente, non possono essere giovati anche per mezz\u2019ora, n\u00e9 molto dilettati n\u00e9 mossi da alcuna sorta di poesia<\/em>.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La precisazione si riallaccia alle tante riflessioni sulle caratteristiche delle citt\u00e0 grandi, e dei loro abitanti, esempi paradigmatici degli effetti prodotti dalla modernit\u00e0: dispersione, indifferenza, esaltazione dell\u2019effimero; dunque, impossibilit\u00e0 di giovarsi degli effetti dell\u2019immaginativa, e pertanto della poesia, anzi di alcuna sorta di poesia; qui si denuncia irreversibilmente l\u2019incompatibilit\u00e0 del sistema di vita moderno, di cui la citt\u00e0 (grande) si fa emblema, con la poesia: con la sua fruizione oltre che con la creazione. La grande citt\u00e0 provoca un effetto di sordit\u00e0 incurabile che toglie ogni efficacia generativa alla poesia e ne rappresenta l\u2019inarrestabile -e tragico- declino nel mondo dei moderni ( \u201cla poesia non \u00e8 fatta per questo secolo, \u00e8 vero piuttosto in quanto agli autori che ai lettori\u201d; <em>Zib<\/em>.<em>4479<\/em>).<\/p>\n<p>E torniamo allora sul tema della potenzialit\u00e0 generativa della poesia. Generativa di vitalit\u00e0, ma anche di verit\u00e0. La poesia rivela, scopre (o scuopre) e lo scoprire ha un valore etico in quanto \u00e8 collegato alla conoscenza, alla verit\u00e0 (di fatto ogni interrogazione di natura etica rimanda infine a una urgenza di verit\u00e0, anche per chi, come Leopardi rifiuta l\u2019assolutezza della verit\u00e0). C\u2019\u00e8 un passo nella<em> Comparazione delle sentenze di Bruto minore e di Teofrasto vicini a morte<\/em> che mette sullo stesso piano l\u2019effetto della calamit\u00e0, dunque del male che colpisce le creature, e il furore dei poeti lirici; la calamit\u00e0 alcune volte (anche qui viene bandita l\u2019assolutizzazione) possiede una forza di rivelazione che precede di gran lunga la ragione: fa scoprire un altrove, un altrove psichico, fino a quel punto incognito; porta in una terra ignota, probabilmente disabitata (\u2026), che corrisponde a una esperienza di oltrepassamento radicale, a una mutazione di stato e di prospettiva. Tale scoperta ha effetti tanto destabilizzanti da richiedere poi tempi assai lunghi per una operazione di razionalizzazione, o normalizzazione, che dir si voglia:<\/p>\n<p><em>la calamit\u00e0, la quale alcune volte ha forza di rivelare all\u2019animo nostro quasi un\u2019altra terra, e persuadere vivamente di cose tali che bisogna poi lungo tempo a fare che la ragione le trovi da se medesima, e le insegni all\u2019universale degli uomini, o anche de\u2019 filosofi solamente. E in questa parte l\u2019effetto della calamit\u00e0 si rassomiglia al furore de\u2019 poeti lirici che d\u2019un\u2019occhiata (perocch\u00e9 si vengono a trovare quasi in grandissima altezza) scuoprono tanto paese quanto non ne sanno scoprire i filosofi nel tratto di molti secoli<\/em>\u2026<\/p>\n<p><em>\u00a0<\/em><\/p>\n<p>Tale ultima affermazione si ritrover\u00e0 un anno e mezzo pi\u00f9 tardi, nell\u2019agosto del \u201923 (<em>Zib<\/em>.<em>3269-70<\/em>) in un pensiero molto noto che rappresenta per cos\u00ec dire una sorta di processo di democratizzazione: non sono solo i poeti nel pieno del furore lirico ma anche i filosofi nella sublimit\u00e0 della speculazione e anche gli uomini comuni, i non letterati a patto che abbiano attraversato una esperienza radicale, una passione grande o anche che siano sotto l\u2019effetto del vino. In questa pagina giustamente tanto citata, Giacomo scandisce le tappe degli effetti della conoscenza, della scoperta delle verit\u00e0 generali \u201ce perci\u00f2 veramente grandi ed importanti\u201d che invano molti filosofi insieme \u201ccercherebbero di scoprire, o d\u2019intendere o di spiegare\u201d senza l\u2019effetto di quel furore di ispirazione. Sottolineo: la poesia nel furore della ispirazione rivela i rapporti e le verit\u00e0 generali: \u00e8 questa sua propriet\u00e0 che oltrepassa la conoscenza razionale, a produrre tensione verso la magnanimit\u00e0 (ma il lettore dello <em>Zibaldone<\/em> sa bene che questo tipo di riflessione compariva gi\u00e0 in pensieri di anni precedenti; cfr. quello del 7 settembre 1821; <em>1650<\/em>, sulla identificazione della facolt\u00e0 del vero poeta con la facolt\u00e0 e la vena delle similitudini e cio\u00e8 della scoperta delle \u201cvivissime somiglianze fra le cose\u201d \u201cFacolt\u00e0 del grande poeta, scoprire i rapporti tra le cose anche i menomi e pi\u00f9 lontani, anche delle cose che appaiono le meno analoghe\u201d).<\/p>\n<p>Ispirazione, immaginazione, scoperta, verit\u00e0: alla poesia si collega indissolubilmente la scoperta e la conoscenza; la poesia assume su di s\u00e9 responsabilit\u00e0 di tenore conoscitivo ed esistenziale (Brioschi).<\/p>\n<p>La vicinanza fra l\u2019altra terra rivelata dalla calamit\u00e0 e il paese scoperto dal furore poetico pongono sullo stesso piano i grandi temi della espressione poetica e della condizione umana.<\/p>\n<p>[non a caso, nel settore <em>Filosofia speculativa<\/em> della<em> Crestomazia della prosa<\/em> Leopardi inserir\u00e0 un brano dalle <em>Notti romane<\/em> di Verri, intitolandolo \u201cInclinazione dell\u2019uomo al discoprire, al trovar nuove cognizioni\u201d\u2026..]<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<ol>\n<li>Il filosofo pratico<\/li>\n<\/ol>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>E veniamo ora, ma per un breve affaccio data l\u2019ampiezza dell\u2019argomento, al Leopardi pi\u00f9 dichiaratamente \u201cmorale\u201d, al Leopardi filosofo pratico. Simone Weil scriveva nelle brevi pagine del saggio che ho citato (<em>Morale e letteratura<\/em>) che raramente gli scrittori sono mossi da una \u201cvocazione filosofica\u201d[\u2026] Per Leopardi (ormai \u00e8 acquisizione definitiva) non \u00e8 cos\u00ec. In lui dalla prima giovinezza agisce la vocazione filosofica che assume le pi\u00f9 diverse forme letterarie. E che, se pure si misura con un orizzonte metafisico (quello delle <em>Operette,<\/em> per stessa dichiarazione d\u2019autore), trova la propria dimensione nell\u2019ambito della filosofia morale (o pratica, per l\u2019appunto; e qui si potrebbe analizzare il pensiero -in <em>Zib<\/em>.<em>2492<\/em>&#8211; sulla differenza fra morale pratica e morale teorica). Ci\u00f2 che rende straordinario il filosofare di Leopardi \u00e8 il suo inscindibile svolgersi entro le forme letterarie, il suo prendere corpo attraverso le parole della poesia (versificata o no). Il linguaggio filosofico \u00e8 tutt\u2019uno con il linguaggio poetico, il pensiero poetico si nutre del pensiero filosofico. Tale inscindibilit\u00e0 \u00e8 frutto di un percorso complesso e non lineare che ha come punto di partenza il rinnegamento della filosofia (rinnegamento teorico, s\u2019intende, perch\u00e9 il pensiero che rinnega opera di fatto su basi filosofiche; ne \u00e8 limpido esempio il<em> Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica<\/em>) e come tappe intermedie suoi progressivi riconoscimenti, per giungere, alla fine, a considerare quale attivit\u00e0 umana superiore la speculazione filosofica al sommo delle sue possibilit\u00e0.<\/p>\n<p>I contributi critici degli ultimi decenni, alcuni dei quali gi\u00e0 divenuti classici, hanno offerto percorsi interpretativi e approfondimenti filologici sulle opere leopardiane dichiaratamente collegate al pensiero filosofico nella declinazione di filosofia morale (penso ai fondamentali contributi sullo <em>Zibaldone<\/em>, sull\u2019importanza dell\u2019incontro precoce con Frontone, sui <em>Volgarizzamenti<\/em> di Epitteto, di Isocrate; penso alla valorizzazione critica del libro leopardiano di massime, il libro che raccoglie il succo della filosofia pratica, i Centundici <em>Pensieri<\/em>, unicum nel suo genere nella nostra letteratura, ecc..) E non \u00e8 dunque su tale aspetto, pure centrale, che ho deciso qui di soffermarmi. [Se avessi dato un altro taglio al mio discorso avrei svolto un paragrafo titolato: Mappa dei personaggi leopardiani ispirati all\u2019ideale etico]. N\u00e9 potr\u00f2 analizzare le riflessioni leopardiane, perlopi\u00f9 zibaldoniche, sulla morale (sul rapporto filosofia\/politica\/morale, per esempio).<\/p>\n<p>Propongo invece la lettura di un testo breve, incompiuto, del 1822, notissimo a chi studia Leopardi e meno a chi ne \u00e8 fedele lettore. Di questo testo \u00e8 evidente l\u2019intonazione morale (perfino lo spoglio lessicale sottolinea al suo interno una particolare densit\u00e0 delle occorrenze del lemma \u201cmorale\u201d). Esso appartiene a quel gruppo di scritti non compiuti noti sotto la titolazione complessiva di <em>Prosette satiriche<\/em>; mi riferisco alla <em>La novella di Senofonte e Machiavello.<\/em><\/p>\n<p>La novella richiama a un tema centrale nell\u2019ambito del nostro discorso (ma centrale in ogni caso nell\u2019operare leopardiano): l\u2019interesse dell\u2019autore (precoce e duraturo) per la scrittura comica nelle sue diverse declinazioni e la funzione attiva che ad essa deve riconoscersi nell\u2019ambito politico, civile, sociale. Non cito il lungo, importante e molto noto, pensiero sulle armi del ridicolo (<em>Zib<\/em>.<em>1393<\/em>) A scuotere la sua \u201cpovera patria e secolo\u201d lo scrittore pensa, nel 1821, di poter utilizzare tutti i registri letterari possibili, le armi dell\u2019affetto, le armi della ragione, le armi del ridicolo\u201d.<\/p>\n<p>E\u2019 l\u2019epoca leopardiana della grande progettazione (a dire il vero epoca di lunga durata): gli scaffali del suo vivacissimo laboratorio si riempiono di disegni e di abbozzi d\u2019opere volte a rigenerare moralmente e culturalmente l\u2019Italia, la sua lingua e la sua letteratura. Il fascino della selva di titoli che rimandano a fogli immaginari, disordinati, non finiti, buttati dentro quegli scaffali (con il proposito o almeno la speranza di riprenderli in mano e dare loro forma e vita) \u00e8 oggi per noi straordinario e ci riporta all\u2019immensa vitalit\u00e0 del genio che li ha prodotti e alla sua fiducia nella scrittura letteraria (fiducia sempre pericolante ma mai venuta meno), nonch\u00e9 alla modernit\u00e0 del suo spregiudicato sperimentalismo (e tra quei disegni, fino all\u2019ultimo, sono ripetuti i titoli con soggetto morale: <em>Morale in versi o poema didascalico sulla morale<\/em>; <em>Galateo morale<\/em>;<em> Orazioni morali: cio\u00e8 prediche e panegirici <u>senza scrittura e<\/u> <u>senza teologia<\/u><\/em> [\u2026]. ecc.). Nello scaffale dei progetti comici, colmo di materiale bellico (non cruento), di armi fatte di parole, troviamo dunque una manciata di fogli titolati approssimativamente<em> Prosette satiriche<\/em>. La lettura di tali <em>prosette<\/em> evidenzia la funzione etica, militante, attribuita da Giacomo alla scrittura comica, qui considerata nella declinazione satirica. Tutti i lettori di Leopardi sanno quanta parte dell\u2019opera del nostro autore appartenga al comico (dalla scritture dell\u2019infanzia alla epoca finale, dalla poesiola contro la minestra ai<em> Paralipomeni<\/em> o ai <em>Nuovi credenti<\/em>) e quanto la sperimentazione sul comico sia legata a una dimensione morale declinata secondo criteri spregiudicati, sovversivi, da Malpensante.<\/p>\n<p>La <em>Novella di Senofonte e Machiavello<\/em> \u00e8 un testo esemplare in questo senso. Esso, basato su una sfida pedagogica, pu\u00f2 considerarsi appartenere a quel genere dei trattati politici cinquecenteschi impostati su criteri educativi, gli <em>Specula principis<\/em> (criteri assenti nel <em>Principe<\/em> machiavelliano). Machiavelli e Senofonte concorrono per la funzione di istitutore del figlio di Proserpina e Plutone, destinato a diventare principe. Nel secondo abbozzo del \u201922, Leopardi d\u00e0 forma, tramite il discorso di Machiavelli, a uno dei suoi pezzi dissacranti che consiste nell\u2019abiura della virt\u00f9: \u201cper vivere e non essere la vittima di tutti\u201d, \u2026 bisogna \u201cassolutissimamente\u201d imparare ad esser \u201cbirbo\u201d; dato che \u201cil fine dei libri \u00e8 ammaestrare a vivere\u201d, bisogna dire \u201cnudamente quelle cose che son vere\u201d.<\/p>\n<p>Tutto il discorso di M. \u00e8 basato sul contrasto vero\/falso, laddove il vero sta dalla parte dello smascheramento degli ammaestramenti ipocriti, volti a insegnare virt\u00f9 di fatto inesistenti e di conseguenza dannose per la formazione del giovane. Dunque, tramite la tonalit\u00e0 paradossale della <em>Novella<\/em> (sulla stessa linea del rovesciamento del galantuomo in Virtuoso penitente del <em>Dialogo Galantuomo e Mondo<\/em>) si giunge a rovesciare il valore della virt\u00f9 (gi\u00e0 bestemmiata nel <em>Bruto minore<\/em>) e a considerare Machiavelli uno scrittore veramente morale in quanto dissacratore dell\u2019impostazione pedagogica fondata sui principi falsamente morali, in poche parole moralistici. Ma \u00e8 il finale dell\u2019abbozzo che assume, nella mia ottica, un significato fortemente emblematico: vi si assiste infatti a un ulteriore rinnegamento, in sostanza il rinnegamento del rinnegamento, pronunciato da Machiavello \u2013immaginiamo- a voce bassa, senza enfasi, quasi in tono di confessione rivolta in primo luogo a se stesso:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>non ostante il mio rinnegamento degli antichi principii umani e virtuosi, fui costretto di conservare perpetuamente una non so se affezione o inclinazione e simpatia interna verso loro<\/em>\u2026<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La successione dei sostantivi, culminanti con il significativo attributo, riporta alla condizione psichica originaria di Machiavello che non pu\u00f2 rinunziare alla sua magnanimit\u00e0: \u201csimpatia interna\u201d (laddove simpatia andr\u00e0 inteso nel suo senso etimologico, magari arricchito dalle riflessioni settecentesche che spostano il sentimento in ambito propriamente etico; ch\u00e9, se se\u00a0ne avesse il tempo, un paragrafo di questo mio discorso dovrebbe titolarsi \u201cLeopardi e l\u2019etica del sentimento\u201d a partire dal sentimento della compassione e dai sentimenti che connotano l\u2019uomo magnanimo e forte).<\/p>\n<p>Machiavelli rappresenta la contraddizione che non risparmia neanche l\u2019idea di morale: la societ\u00e0, o Mondo, impone, per chi voglia sopravvivervi, il rinnegamento dei sentimenti virtuosi i quali, non corrispondendo pi\u00f9 alla realt\u00e0 ed essendosi ridotti soltanto a parole, si sono metamorfizzati in simulacri immorali [ e a proposito di questo grande tema leopardiano -della separazione delle parole dalle cose- una riflessione di Simone Weil: \u201cParole come virt\u00f9, nobilt\u00e0, onore, onest\u00e0, generosit\u00e0 sono diventate quasi impossibili da pronunciare, oppure hanno assunto un senso spurio; il linguaggio non fornisce pi\u00f9 alcuna risposta per lodare legittimamente il carattere di un uomo\u2026\u201d]. Eppure continuano a esercitare un richiamo che riporta a un\u2019idea di morale, si potrebbe dire originaria.<\/p>\n<p>In sostanza, l\u2019enorme questione della letteratura\/filosofia morale non \u00e8 mai scompagnata da una forte complessit\u00e0 e dall\u2019individuazione di tanti elementi contraddittori.<\/p>\n<p>Concludo questa seconda tappa, con il richiamo a un suo personaggio d\u2019invenzione, appartenente al mondo animale e dotato dei sentimenti degli umani: il topo Leccafondi. Nel presentarlo, Leopardi lo qualifica con simpatica ironia \u201cfilosofo morale e filotopo\u201d: Leccafondi \u00e8 impastato delle caratteristiche dei contemporanei del poeta, liberali, benpensanti, fiduciosi in una teleologia positiva, filantropi: ma \u00a0laddove la morale si sposa con la filantropia pu\u00f2 assumere la specie del facile moralismo, categoria avversata dal nostro Malpensante.<\/p>\n<p>La morale autentica abita i luoghi aspri della Verit\u00e0 che sono i luoghi discoperti dalla grande poesia e dal filosofico rinnegamento dei falsi miti.<\/p>\n<p>Rimanendo nell\u2019ambito della sperimentazione comica, l\u2019opera che certamente rivela il culmine dell\u2019intreccio dichiarato poesia\/morale \u00e8 il libro \u201cdi sogni poetici, d\u2019invenzioni e capricci malinconici\u201d: le<em> Operette morali<\/em> che raccolgono in una unit\u00e0 indiscutibile, e frammentata come l\u2019esperienza della vita, i risultati di un pensiero formatosi a contatto dei tanti libri antichi e moderni e di una concezione della scrittura letteraria altissima e innovativa. Del fare letterario di questo autore, segnato da uno sperimentalismo anche parossistico, spregiudicato, queste <em>operette<\/em> sono forse la punta pi\u00f9 avanzata. Mi soffermo sulla <em>operetta<\/em> numero dodici, nella disposizione dell\u2019edizione definitiva, il celebre <em>Dialogo della Natura e di un Islandese<\/em>. L\u2019<em>operetta<\/em> provoca una sorta di esplosione all\u2019interno del libro che si manifesta nel mutamento di registro, di fonti, di tipologie, di personaggi, di temi. Ma non \u00e8 questo che qui interessa. Piuttosto interessa che il dialogo in questione mette in scena, per la prima volta e in forma altamente poetica, un\u2019idea basilare del sistema di pensiero leopardiano, legata a un elemento centrale del rapporto etica\/letteratura sia nella direzione della responsabilit\u00e0 che del valore. Si tratta della esplicitazione -e rappresentazione- del Male coessenziale alla vita degli esseri, il Male nell\u2019ordine, il male ordinario <em>(Zib.4511<\/em>). La forza dirompente che si irradia da questa <em>operetta<\/em> sta certo nel disvelamento della essenza (dunque della verit\u00e0) del sistema che governa la vita ma \u00e8 strettamente connessa alla alta qualit\u00e0 letteraria, a quello stile che solo pu\u00f2 garantire l\u2019appartenenza di una opera alla sfera della poesia: \u201ce il bello stile \u00e8 una filosofia, e profondissima e sottilissima\u201d (<em>Zib<\/em>. 2728).<\/p>\n<p>A questo punto credo sia venuto il momento di prendere in mano il testo di Simone Weil, intitolato <em>Lettera sulle responsabilit\u00e0 della letteratura<\/em>. Leggo:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Gli scrittori non devono essere professori di morale, ma devono esprimere la condizione umana. Niente \u00e8 cos\u00ec essenziale per la vita umana, per ogni uomo e in ogni istante, come il bene e il male. Quando la letteratura diventa per partito preso indifferente all\u2019opposizione del bene e del male, tradisce la sua funzione e non pu\u00f2 aspirare all\u2019eccellenza<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Mi trovo d\u2019accordo con questa affermazione. Non la presento qui come affermazione assoluta. Non intendo difenderla come risposta univoca al quesito che fa da tema a questo mio discorso, ma solo come la mia risposta. Aggiungendovi peraltro una postilla fondamentale, che del resto non \u00e8 estranea al discorso della Weil: l\u2019eccellenza della letteratura \u00e8 imprescindibile dalla qualit\u00e0 letteraria o poetica che dir si voglia: sono le parole che fanno la poesia.<\/p>\n<p>Leopardi non \u00e8 scrittore indifferente all\u2019opposizione del bene e del male; anzi, egli indaga incessantemente con il linguaggio della sua altissima poesia le due categorie e mette al centro della sua indefessa attivit\u00e0 di scrittore la condizione umana. Credo che sia semplicemente per questo che la sua poesia non cessa di fare presa sulla nostra vita e sono convinta che chi ha il difficile compito di trasmettere il valore della grande letteratura non debba mai cessare di testimoniare questa convinzione: la poesia d\u00e0 pregio alla vita perch\u00e9 la tocca, la dice, ne svela l\u2019essenza che non muta anche con il mutare delle epoche, dei costumi, delle culture: il bene e il male, per l\u2019appunto.<\/p>\n<p>\u201c<em>In che peccai bambina<\/em>?\u201d La domanda che Saffo rivolge al mondo si fissa nella mente del lettore, producendo risonanze destinate a oltrepassare il tempo modesto assegnato dal poeta all\u2019effetto nobilitante della lettura dei libri poetici. Potr\u00e0 essere utile per penetrare al meglio il senso e il valore della canzone, studiarne le fasi di composizione, interrogare l\u2019autografo che presenta una quantit\u00e0 foltissima di varianti, di elementi correttori: le parole citate compaiono nella prima versione (autografo napoletano) in questa forma: \u201c<em>Qual ne la prima et\u00e0<\/em> (<em>mentre di colpa nudi viviam<\/em>), <em>si che inesperto e scemo di giovanezza il mio viver corress<\/em>e)\u201d.<\/p>\n<p>Il percorso per giungere all\u2019essenziale \u201c<em>In che peccai bambina<\/em>\u201d \u00e8 sicuramente pieno di interesse, non fosse altro che per mostrare Il metodo leopardiano di lavoro e dunque la strada compiuta per giungere all\u2019ultimo risultato.<\/p>\n<p>A patto che non si sovrapponga l\u2019analisi di quel fondamentale lavoro preparatorio al risultato finale che solo veicola senso e valore: l\u2019interrogazione semplice, spontanea di Saffo che raccoglie quella di tutte le creature di fronte al male, al dolore immeritato.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<ol>\n<li>Il poeta testimone<\/li>\n<\/ol>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Nella sua interrogazione sulle questioni legate al bene e al male, Leopardi cerca la verit\u00e0. Egli sa che la verit\u00e0 ontologica \u00e8 fuori della portata umana; ma non la verit\u00e0 che svela la condizione dei viventi: i perch\u00e9 sono destinati a rimanere senza risposta, in uno scenario privo di ogni risorsa divina o provvidenziale, nudo, ischeletrito; ma non il come: la vita di ogni creatura e dello stesso universo \u00e8 precaria, segnata dal dolore e dalla corruzione, condannata alla fralezza. Domina su tutto la certezza della fine, della morte. L\u2019ultima stagione della scrittura leopardiana si confronta di continuo con la Morte che diventa addirittura figura di una grande lirica.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Troppo sono maturo alla morte [\u2026] Se ottengo la morte morr\u00f2 cos\u00ec tranquillo e cos\u00ec contento, come se mai null\u2019altro avessi sperato o desiderato al mondo [\u2026] Se mi fosse proposta da un lato la fortuna e la fama di Cesare o di Alessandro netta da ogni macchia, dall\u2019altra di morir oggi, e che dovessi scegliere, io direi, morir oggi, e non vorrei tempo a risolvermi<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Di nuovo convoco Simone Weil, a commento delle intensissime parole di Tristano, riguardo alle quali ogni interprete non pu\u00f2 non provare difficolt\u00e0 nell\u2019aggiungere parole proprie:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Amare la verit\u00e0 significa sopportare il vuoto e quindi accettare la morte. La verit\u00e0 \u00e8 dalla parte della morte [\u2026] La verit\u00e0 \u00e8 legata alla coscienza della propria insuperabile miseria<\/em> (<em>La pesanteur et la grace<\/em>)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La verit\u00e0 \u00e8 dalla parte della morte.<\/p>\n<p>Sarebbero trascorsi circa cinque anni tra la scrittura del Tristano e il momento della morte del poeta che di quel suo <em>alter ego<\/em> aveva fatto una figura immortale. Cinque anni densi di opera letteraria e di grande poesia (tra cui le due altissime <em>Sepolcrali<\/em>). E, alla fine, il capolavoro, <em>La ginestra<\/em> (non scompagnabile dalla lirica sorella, <em>Il tramonto della luna<\/em>). I versi potenti della <em>Ginestra<\/em> parlano senza alcun bisogno di essere contestualizzati. Eppure, non credo siano pochi i lettori che vanno incontro alla sacralit\u00e0 di questo testo senza evocare l\u2019immagine del suo autore che offre l\u2019ultimo immenso tributo di poesia avendo a fianco la Morte. Nessuno pu\u00f2 leggere la <em>Ginestra<\/em> senza dare alle parole il valore di un testamento, scritto, anche grazie alla mano dell\u2019amico Ranieri (e non \u00e8 un dettaglio di poco conto), in punto di morte. Un lascito che raccoglie, sotto l\u2019ala della verit\u00e0, la summa del pensiero del suo autore e assume la responsabilit\u00e0 di affidare al mondo la fiducia nella poesia, nel suo valore capace di sfidare la fine e la morte.<\/p>\n<p>L\u2019appello alla verit\u00e0 \u00e8 esplicito fin dalla celebre epigrafe giovannea \u201c<em>E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce<\/em>\u201d, la luce della verit\u00e0, appunto, destinata a soccombere, ma capace comunque di resistere attraverso segni e simboli portatori di valore. Lo scenario vesuviano sconvolgente, entro il quale si consuma la tragedia di una distruzione senza scopo, la cui eco accompagna l\u2019intera trama argomentativa del canto, \u00e8 emblema potente della \u201c<em>inimica<\/em>\u201d natura, ancora una volta convocata a rappresentare il male nell\u2019ordine. La rappresentazione della catastrofe viene interrotta (e rallegrata) dalla comparsa del fiore umile e gentile (<em>il fiore del deserto<\/em>): esso resiste alla sciagura che contrasta il male, che consola, facendosi compagno delle afflitte fortune dei viventi. La complessa, straordinaria architettura della lirica, cui la tessitura poetica conferisce una potenza inaudita, del tutto originale, tocca i temi centrali della riflessione leopardiana, del suo sistema morale: l\u2019invettiva contro il \u201c<em>secol superbo e sciocco<\/em>\u201d e le sue ideologie, il secolo cieco, incapace di vedere la vera condizione della \u201c<em>mortal prole infelice<\/em>\u201d, potenziale vittima di sommovimenti e sconvolgimenti che distruggono vite (innocenti), luoghi, storia; la polemica antiantropocentrica orchestrata sullo sfondo cosmico di altissima suggestione poetica che rimanda alla infinitesima dimensione di quel \u201c<em>granel di sabbia<\/em>,\/ <em>il qual di terra ha nome<\/em>\u201d in contatto tragico con lo scenario terrestre rappresentato con una potenza sconvolgente nel momento dell\u2019eruzione vulcanica (vv.212-222); l\u2019attenzione rivolta ai pi\u00f9 deboli, i pi\u00f9 colpiti dalla violenza cieca del male (gli indimenticabili versi che creano la figura del villanello il quale raccoglie tutte le creature umili cui questo poeta ha dato voce e forma altissima: l\u2019artigiano, il carrettiere, la tessitrice, la donzelletta, la vecchierella, l\u2019agricoltore). Al centro, la figura del magnanimo, dell\u2019uomo veramente virtuoso. Si staglia con le insegne della nobilt\u00e0 radicata sulla consapevolezza che si traduce in forza d\u2019animo di fronte al dolore del vivere, che rifugge ogni occasione di male per i propri simili, che fonda la propria etica sulla convinzione della possibilit\u00e0 di una solidariet\u00e0 totale delle creature (\u201c<em>umana compagnia<\/em>,\/ <em>tutti fra se confederati estima<\/em>\/ <em>gli uomini, e tutti abbraccia<\/em>\/ <em>con vero amor<\/em>\u201d).<\/p>\n<p>La potenza utopica di questa creazione leopardiana trova riscontro nel simbolo del fiore gentile che resiste al male, consapevole tuttavia che ci sar\u00e0 un tempo in cui esso stesso verr\u00e0 sommerso dalla \u201c<em>crudel possanza\u2026del<\/em> <em>sotterraneo foco<\/em>\u201d. Sarebbe opportuno concludere con una torsione di prospettiva, e interrogare ora i lettori di Leopardi, i critici (anche per rendere omaggio al mio indimenticato Maestro) e riflettere sul perch\u00e9 siano gli anni che succedono immediatamente alla tragedia della seconda guerra mondiale, del totalitarismo, dell\u2019olocausto -gli anni in cui il male ha soggiogato la storia irridendo con lucida gratuita crudelt\u00e0 l\u2019innocenza- che favoriscono interpretazioni leopardiane sorrette da una forte tensione etica.<\/p>\n<p>Sarebbe un ulteriore paragrafo, che potrei intitolare: \u201cL\u2019orizzonte etico della critica leopardiana\u201d. Ma \u00e8 invece tempo di chiudere e lo faccio convocando ancora alcune parole di Simone Weil che si attagliano bene al nostro poeta:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Ma le opere autenticamente geniali dei secoli passati restano (diremmo nonostante le colate laviche). Sono alla nostra portata. La loro contemplazione \u00e8 fonte inesauribile di un\u2019ispirazione che pu\u00f2 legittimamente orientarci<\/em>.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ecco, la poesia leopardiana, con il suo dare pregio alla vita, la orienta. E di questa bussola preziosa non finiamo di essere grati al nostro grandissimo, caro, poeta.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Novella Bellucci<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>P.S. ringrazio sentitamente Novella Bellucci per aver potuto offrire in lettura ai visitatori del blog il suo rigoroso e bellissimo scritto sul grande Recanatese (a.m<\/em>.)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&nbsp; Con grandissimo piacere propongo (vedi\u00a0notizia del 19\/6\/2016 nel presente blog)\u00a0il seguente\u00a0scritto di Novella Bellucci, letto dalla docente e studiosa in occasione delle CELEBRAZIONI LEOPARDIANE del 29 giugno scorso: &nbsp; &#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[1],"tags":[],"class_list":["post-5632","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-senza-categoria"],"_links":{"self":[{"href":"http:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/5632","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"http:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"http:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"http:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=5632"}],"version-history":[{"count":6,"href":"http:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/5632\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":5639,"href":"http:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/5632\/revisions\/5639"}],"wp:attachment":[{"href":"http:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=5632"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"http:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=5632"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"http:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=5632"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}