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Ricordo dello scultore Giglio Petriacci

 

Il 26 novembre scorso lo scultore Giglio Petriacci, il maestro, l’amico, ci ha lasciati. Un uomo semplice, schietto, allergico verso ogni retorica, verso ogni sentimentalismo. Era così in ogni aspetto della sua vita. Così con gli amici, così in famiglia, così nella sua vita di artista schivo, riservato, ed era così nel suo impegno professionale, nel suo lavoro di Preside e di educatore di tante generazioni di giovani indirizzati verso le materie artistiche. Ricordiamo la sobrietà, il rigore e direi l’austera dolcezza con cui guardava la vita, unita a quella sottile e sorridente ironia che era sempre stampata sul suo volto. Nessuna sbavatura, nessun fronzolo, un senso della realtà ruvido ed essenziale, che non gli impediva di essere fresco e vivace, gioioso. Un uomo di grandi sentimenti, ma sempre dominati, contenuti. Un uomo fierissimo, anche, ma mai superbo o arrogante. Voleva bene a tutti e sapeva farsi benvolere.

Concepiva l’esistenza come un dare, come un servizio. Per se stesso non cercava gratificazioni. Era un uomo rigido, incapace di cedere ai compromessi, nonostante la sua professione di Preside di Istituti d’Arte (ne ha girati tanti in tutta la penisola) lo ponesse nell’occhio del ciclone. Si è dedicato con grande passione all’educazione artistica, vuoi a livello nazionale, vuoi nei Castelli Romani, dove era nato il 9 giugno del ’36. Marino e Velletri lo hanno visto animatore strenuo di questa promozione, tesa a plasmare eccellenti operatori artistici che hanno saputo imporre la propria professionalità in ambito nazionale ed oltre. Tutto ciò nel dopoguerra, nel clima fecondo della ricostruzione civile. E’ stato anche un ottimo artista. Ha lavorato tantissimo, ma rifiutava i palcoscenici, i riflettori. Rifiutava di apparire, non amava che si parlasse di lui. Gli sembrava che le ribalte togliessero all’arte quel silenzio, quell’interiorità e quella sacralità che le sono peculiari.

Intendiamoci: di mostre ne ha fatte, Giglio, ma non moltissime, anche se quelle che ha fatto hanno lasciato un segno e sono state molto significative (come quella del ’95, allestita nelle sale di Palazzo Colonna a Marino, sotto la regia dell’Architetto Pietro Di Bernardino). Tuttavia, lo ripetiamo, a Giglio non piacevano i riflettori. Gli piaceva lavorare, questo si. Ed ora che non c’è più, continueremo ad immaginarlo chiuso nel suo studio, nel bel mezzo di quel bombardamento di colpi che risuonavano nell’aria con accanimento epico, dando vita a suoni sferraglianti, ad arditi e guerreschi motivi orchestrali. Un’operazione temeraria, ogni volta, che lo impegnava in un furioso corpo a corpo con la materia trattata. Una battaglia all’ultimo sangue, potremmo dire. Era un guerriero, Giglio, eppure era un uomo di pace. Un faber di meraviglie civilissime, un costruttore di opere inneggianti alla coralità, alla solidarietà tra gli umani.

Vari cicli è dato riscontrare nella sua produzione scultorea. C’è un primo periodo, che potremmo definire plastico, evocativo, dove già s’annuncia il leitmotiv della sua ricerca artistica: una monumentalità antiretorica e priva di intenti eccentrici, spettacolari, ma ricca di straordinaria forza umana. Sono gruppi di figure volteggianti che si sprigionano da un nucleo centrale, da una forza cui restano tuttavia collegate. Un intreccio di spinte centrifughe e centripete, un rimando circolare che sta a significare la ricerca di valori essenziali, permanenti, strettamente legati alla mobilità e alla mutevolezza delle cose. Unità e molteplicità, identità e diversità fuse in un solo respiro. Il mistero dell’essere immerso nel divenire tumultuoso.

Il momento successivo è costituito da una stilizzazione composta di strutture elementari, immagini primordiali ed arcaizzanti, protostoriche, a volte vagamente antropomorfe, altre geometrizzanti ed archetipe. Forme elicoidali, cilindriche, sferiche, con effetti architettonici intriganti ed un brulichio vertiginoso di microcosmi interni. Le strutture esterne, di contenimento, sono maestose e nitide, ispirate all’Ordine, mentre all’interno prende corpo un groviglio magmatico di vitalità vorticosa. Una città immersa nella natura, dove scultura e architettura sono sapientemente intrecciate tra di loro. Una città archetipa, sorta dalle viscere della terra ed altamente tecnologizzata, ma lontana dai paradisi artificiali in cui oggi viviamo.

Una città neolitica e avveniristica nello stesso tempo, legata a visioni atemporali e mitiche, ma guizzanti e metamorfiche, in divenire. Sono forme archetipe che alludono ad una primigenia ed immutabile armonia del mondo. Opere per lo più cilindriche, con varianti spiraliformi, elicoidali, circolari, dove le forme flessuose vengono forzate da un moto vorticoso interno, che tuttavia non riesce ad annientare la sensazione rassicurante di un disegno armonico, provvidenziale. Molti conoscono il grande obelisco sito nel giardino dello studio del Maestro a Marino: una struttura cilindrica, alta otto metri, realizzata con materiali tecnologici; un’evocazione dell’Uno, dell’Unisono, della Cooperazione.

Un terzo momento ha inizio più o meno sul finire degli anni Ottanta e coincide con un ritorno alla figurazione. Non più, tuttavia, nella forma plastica iniziale, ma in forme massicce e corpulente, appesantite dall’influsso di una sempre più deludente cronaca giornaliera. Questa terza maniera, che potremmo definire esistenziale, sorge indubbiamente dal confronto di quell’umano, che l’artista sente vivo dentro di sé, con il disumano che sempre più dilaga a livello collettivo. Sono scoppi di amarezza e di sdegno che sfiorano i toni della denuncia civile, ed è una nota insolita per artisti fondamentalmente legati agli archetipi, come lui. Le forme tuttavia sono ancora cilindriche, a testimoniare l’indistruttibilità del nucleo e dei valori fondamentali, anche se si chiudono a tronco e dal tronco schizzano teste urlanti, angosciate, disperate. Molto spesso il tronco allude al corpo femminile, altre volte alla coppia umana e altre ancora al gruppo familiare.

E veniamo all’ultimo ciclo, anche se dobbiamo avvertire che questa suddivisione in cicli è necessariamente schematica, in quanto tutte le pulsioni sono compresenti e si intrecciano nei vari momenti di questa ricca e complessa personalità artistica. Il nuovo ciclo è perlopiù caratterizzato da lamine in ferro sbalzato, come quella recentemente donata dal Maestro alla Città di Marino, di ascendenze materico-informali. Superfici screpolate e straziate, bucherellate, che registrano il farsi e disfarsi delle cose, il loro struggersi e logorarsi, il tutto ottenuto con un bombardamento di martellate che piegano la lamina alle esigenze dell’estro creativo. Un’epopea della distruzione e del caos che deve far luce sul valore del dramma esistenziale proprio dello scultore, la cui poetica è ossimorica, problematica, con un bifrontismo oltremodo interessante e innovativo.

C’è il rovescio della medaglia in ogni situazione, per cui la guerra non può che condurre ad innamorarsi della pace. Ed infatti la lamina in ferro sbalzato, intitolata Deflagrazione, venne donata dall’artista alla Città di Marino, il 2 febbraio 2013, a ricordo degli orrori della guerra, per scongiurarla in nome della pace. Sta qui, in questo magma incandescente di Ordine e Caos, di Storia e di Arché, in questo incrocio di spinte contrastanti, la poetica di Giglio Petriacci, dominata dal mistero dell’armonia dei contrari. Non a caso egli ha avuto due Maestri insuperabili nella poesia dell’equilibrio: lo scultore Lorenzo Guerrini al Liceo artistico, proveniente dall’esperienza minimalista (anzi, antesignano della stessa); e Pericle Fazzini all’Accademia di Belle Arti, proveniente dall’espressionismo plastico. Due Maestri dell’arte contemporanea antitetici tra di loro, ma entrambi affascinati dal tema dell’equilibrio.

Tutti credo conoscano i grandi monoliti in pietra albana che Guerrini venne a scolpire direttamente nelle cave di Marino negli anni Cinquanta (e fu per questo che nell’Ottanta gli venne conferita la cittadinanza onoraria). Sono delle forme primordiali, dei blocchi statici che sembrano sul punto di squilibrarsi e sconnettersi, ma che invece restano perfettamente stabili. Al contrario, in Fazzini (chi non conosce la Resurrezione della Sala Nervi in Vaticano?) assistiamo ad un moto vorticoso e plastico di figure che sembrano volare sfidando la forza di gravità, alla quale restano comunque ancorate. In entrambi i casi assistiamo ad una sfida dell’equilibrio, ad un turbamento dell’armonia, che tuttavia rimane integra e non viene intaccata. Ebbene, Giglio eredita dai suoi Maestri questa visione del mondo. O meglio, si riconosce in essa, la fa sua. Una poetica dell’equilibrio giocata sulle opposte tensioni del moto e della stasi.

 

Franco Campegiani

 

P.S. la foto dell’artista che precede il suddetto scritto mi è stata  donata assieme ad altre dall’architetto Simone Petriacci, figlio del grande scultore. Di ciò lo ringrazio unitamente a Franco Campegiani, avendo da parte mia più volte condiviso negli anni passati con il Maestro scomparso il piacere conviviale (A.M.)

 

 

 

 

 

5 commenti su “

  1. Simone Petriacci

    Un sentito ringraziamento a Voi che, onorando il ricordo di papà, continuate a farlo rivivere consentendo anche a chi non lo ha conosciuto di comprendere il suo pensiero artistico. Simone

  2. andreamariotti Autore articolo

    Benvenuto a questo blog, caro Simone! mi permetto di darti del tu non conoscendoti ancora di persona… a te grato per la bellissima fotografia di tuo padre che mi hai spedito e che ho potuto pubblicare nella pagina a premessa dell’esaustivo scritto di Franco Campegiani (in memoria di un artista ben vivo per tutti noi grazie alla sua opera e di cui sarà difficile dimenticare il sorriso). Andrea

  3. Sandro Angelucci

    Un grazie sentitissimo a Franco Campegiani per questa sua testimonianza non solo d’amicizia ma artistica, non solo dal punto di vista umano (fraterno, meglio sarebbe dire) ma anche di addetto ai lavori, del critico che conosceva perfettamente il percorso di Giglio Petriacci nella sua evoluzione.
    Giglio mi è stato presentato da Franco diversi anni fa e, da allora, come è successo anche con altri carissimi amici, più volte ci siamo frequentati (indimenticabili i lunghi convivi del primo di maggio, ad esempio).
    E’ così che lo voglio ricordare: un uomo schivo ma autentico, un artista nel vero senso della parola. Riconoscente a Franco per avermi dato l’opportunità e la fortuna di conoscerlo, lo saluto: Arrivederci caro Giglio!

  4. maria rizzi

    “Concepiva l’esistenza come un dare, come un servizio”: credo che in quest’espressione di Franco Campegiani, magnifico, autentico amico di Giglio Petriacci, si riassuma il senso dell’Arte e della vita, di questo Scultore, che io ho avuto la fortuna di incontrare in più occasioni, ma non la capacità di valutarne le Opere, in quanto profana in materia. Mi addolora non poter dare un contributo di spessore. A livello umano posso dire che Lo ricordo come una Persona schiva, priva di orpelli, autentica… Forse proprio in virtù di tale carattere teso al dono. Ringrazio l’amico Franco per il tributo caldo, appassionato, professionale e ringrazio il caro Andrea Mariotti, verso il quale mi sento in colpa, perché vorrei essere più presente sul suo prestigioso blog,

  5. andreamariotti Autore articolo

    Ringrazio per quanto mi compete la cara Maria Rizzi per la sua sentita e calorosa testimonianza in memoria del grande artista scomparso, rassicurandola altresì in spirito d’amicizia circa qualsiasi sua sensazione di disagio (che proprio non ha ragion d’essere!)

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