Ho finito di leggere quest’oggi il nuovo romanzo di Anna Maria Vanalesti “I giorni inutili” (Bertoni Editore 2025), la cui ultima presentazione è avvenuta domenica scorsa 8 febbraio a Roma presso Il Villaggio Cultura Pentatonic a cura di Anna Maria Curci. Dirò subito che molto ho apprezzato il libro per la qualità della scrittura, di classico nitore nonché ricca di ritmo, guizzante specialmente all’inizio, così da tener desta l’attenzione del lettore; posto quest’ultimo nella condizione di assaporare a pieno titolo il piacere del testo. La Curci ha puntualmente riflettuto, presentando il volume, sul messaggio di fondo di esso, e cioè sui “giorni inutili…i giorni del dolore, dello strappo dai nostri cari e dalle nostre cose care; i giorni dell’ozio forzato, in cui non possiamo e non vogliamo far nulla per gli altri e per noi stessi, i giorni in cui il tempo trascorre di vuoto in vuoto”, qui citando un passaggio per appunto significativo del romanzo riportato in ultima di copertina. Ora, a lettura ultimata, a parte i fitti accadimenti narrati che si protraggono fino alla metà del libro e oltre, vorrei qui indicare quello che, a parer mio, è il vero colpo di scena del romanzo, capace di sorprendere non poco chi legge: l’evidente e repentina “mutatio animi” della protagonista, la contessa Rosalba Van Luiz, raffinata gallerista d’arte all’inizio coinvolta per pagine e pagine in intricate vicende a lieto fine; sino a un suo non felice presentimento in conclusione dell’anno 2019, ossia alla vigilia della pandemia da coronavirus. Ebbene la “mutatio animi” è un tòpos in letteratura, e un nome insigne fra tutti cui qui ricondurla e che mi viene subito in mente è quello di Petrarca, ripensando ai “Rerum vulgarium fragmenta”. Resta il fatto che a questo punto l’autrice- tornando al suo libro-, abbandona quasi del tutto la finzione romanzesca, immedesimandosi a fondo con Rosalba e registrando minuziosamente l’urto con la realtà; una realta dura, tremenda, con la quale tutti abbiamo fatto i conti, e che ricordiamo tutt’altro che volentieri a distanza ormai di sei anni. Parliamo ovviamente della pandemia, dell’impatto che ha avuto con le nostre vite. La cupezza crescente di Rosalba, tale da sfociare in una paralizzante depressione, più che raccontata, viene infatti “guardata” dalla narratrice, a volo d’uccello, secondo i dettami della cosiddetta “arte di scorcio” (rammentando al riguardo mirabili pagine di Gianni Celati circa l’epilogo della stendhaliana “Chartreuse”). In termini di tecnica narrativa, insomma, la riflessione dell’autrice, con una certa audacia, fa prevalere il processo di produzione sul prodotto finito, distaccata qual è ormai dai suoi personaggi, Rosalba in primis. Eppure, per sapienza istintiva e aliena da qualsivoglia programma, tale inquietante e riflessivo “notturno” -di una vicenda all’inizio drammatica sì, ma in effetti più solare e dinamica-, risulta e integrato nel romanzo, quasi sfuggito di mano all’autrice e dunque a beneficio del lettore, spiazzato da questo autentico colpo di scena del macrotesto.
Andrea Mariotti
Andrea come sempre sei andato in profondità cogliendo le vere linee del romanzo e le sue ragioni.Mi colpisce in particolare il tuo sguardo alla conclusione e alla mutatio animi della protagonista come colpo di scena.Grazie!
Grazie a te cara Annamaria, per questo tuo romanzo limpidissimo e profondo. Un affettuoso saluto