{"id":4376,"date":"2015-06-29T00:13:24","date_gmt":"2015-06-28T23:13:24","guid":{"rendered":"http:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/?p=4376"},"modified":"2015-06-29T11:27:10","modified_gmt":"2015-06-29T10:27:10","slug":"4376","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/?p=4376","title":{"rendered":""},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2015\/06\/Leopardi2.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-medium wp-image-4377\" src=\"http:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2015\/06\/Leopardi2-225x300.jpg\" alt=\"Leopardi2\" width=\"225\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2015\/06\/Leopardi2-225x300.jpg 225w, https:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2015\/06\/Leopardi2-768x1024.jpg 768w, https:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2015\/06\/Leopardi2.jpg 1536w\" sizes=\"auto, (max-width: 225px) 100vw, 225px\" \/><\/a><\/p>\n<p><em>In occasione del genetliaco di Giacomo Leopardi oggi, 29 giugno 2015, il presente blog si onora maggiormente di offrire in lettura una lunga e densissima INTERVISTA SU LEOPARDI rilasciata dal prof. Lucio Felici a Roberto Lauro (si rammenta quella concessa alla rivista ORIZZONTI CULTURALI ITALO ROMENI e qui leggibile il 12 maggio scorso). Lucio Felici ha presieduto dal 2007 al 2014 il COMITATO SCIENTIFICO del CENTRO NAZIONALE DI STUDI LEOPARDIANI di Recanati, ed \u00e8 attualmente membro di un comitato scientifico del CNSL per cos\u00ec dire \u201callargato\u201d; formato cio\u00e8 da consiglieri veterani e distinto da quello esecutivo<\/em>:<\/p>\n<p><strong>Per gentile concessione di Lucio Felici, si ripropone un\u2019intervista da lui rilasciata nel 2012 a Roberto Lauro, direttore della redazione di \u201cAppunti leopardiani\u201d, rivista elettronica (www.appuntileopardiani.cce.ufsc.br) delle Universit\u00e0 di Santa Catarina (Brasile) e di Basilea, che la pubblic\u00f2 nel numero (4) 2, 2012, pp. 94-112. Qui il testo riappare con alcune modifiche e integrazioni inedite apportate dall\u2019intervistato<\/strong>.<br \/>\n<\/em><br \/>\n<strong>INTERVISTA SU LEOPARDI <\/strong><br \/>\n                                              <strong>a cura di Roberto Lauro<\/strong><\/p>\n<p>   <em>Come e quando inizia il suo rapporto con Leopardi? \u00c8 stato il suo primo autore<\/em>? <\/p>\n<p>   Pu\u00f2 sembrare inverosimile, anzi una sciocca vanteria: il mio primo impatto \u2013 e fu un duro impatto! \u2013 risale alla prima media, quando avevo soltanto dieci anni, avendo saltato, con un esame, la quinta elementare, non perch\u00e9 fossi particolarmente bravo, ma perch\u00e9 la mia scuola elementare era stata occupata da famiglie di sfollati che avevano perso la casa sotto i bombardamenti. Era il 1945, ultimo anno di guerra: abitavo a Testaccio, popolare rione di Roma, e la scuola media, situata nell\u2019antico ghetto teatro di recenti tragedie, la raggiungevo a piedi o in camionetta, non essendoci i tram. I miei compagni erano tutti molto pi\u00f9 grandi di me, ragazzi che avevano interrotto gli studi a causa della guerra, in gran parte ebrei scampati alle persecuzioni. Ebbene, mi capit\u00f2 una giovane e bella professoressa siciliana fan di Leopardi, che ci fece imparare a memoria <em>All\u2019Italia<\/em>, <em>A Silvia<\/em>, <em>Il passero solitario<\/em>, <em>Il sabato del villaggio<\/em>. <\/p>\n<p>   <em>Consuetudine ormai dismessa nella scuola, quella di fare imparare a memoria i versi<\/em>.<\/p>\n<p>   S\u00ec, ma per fortuna neppure si sopprimono pi\u00f9 nelle antologie scolastiche le parti cosiddette \u201cgnomiche\u201d, come allora si usava. Quanto capivamo di quelle poesie in prima media? Poco o nulla. Per\u00f2 il suono di certi versi, la suggestione di certe immagini mi restarono dentro. Di <em>All\u2019Italia<\/em> mi si impressero versi eroici e guerreschi come \u00abL\u2019armi qua l\u2019armi: io solo\/ combatter\u00f2, procomber\u00f2 sol io.\/ Dammi, o ciel, che sia foco\/ agl\u2019italici petti il sangue mio \u2026 Odo suon d\u2019armi\/ e di carri e di voci e di timballi\u00bb. Erano immagini che associavo confusamente a quelle cruente che avevo visto dalle finestre di casa negli scontri tra partigiani e truppe naziste e fasciste (Testaccio era un rione di violente passioni politiche). Ma mi erano cari, e li ricantavo tra me e me, anche i versi luminosi di quelli che oggi si chiamano \u201ccanti pisano-recanatesi\u201d e allora si chiamavano \u201cgrandi idilli\u201d: \u00abQuando belt\u00e0 splendea\/ negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi\u00bb, \u00abPrimavera dintorno\/ brilla nell\u2019aria, e per li campi esulta\u00bb. Non che ne capissi molto il senso, sebbene la professoressa \u2013 di cognome si chiamava Stella, come l\u2019editore milanese amico del poeta \u2013 cercasse caparbiamente di spiegarcelo. Oggi ricordo quell\u2019antico cimento con piacere e nostalgia, ma allora mi procur\u00f2 non pochi tormenti. A dieci-undici anni non era facile imparare a memoria le poesie di Leopardi.    <\/p>\n<p>   <em>Soprattutto le Canzoni<\/em>\u2026<\/p>\n<p>   \u2026certamente. In Leopardi non c\u2019\u00e8 la cadenza ritmica, cantabile dei versi di Manzoni\u2026<\/p>\n<p>   <em>Un\u2019antipatia per Manzoni<\/em>?<\/p>\n<p>   Tutt\u2019altro. Per lui presi una cotta in quinta ginnasiale. Di ciascun capitolo dei <em>Promessi sposi<\/em>, un\u2019altra giovane professoressa ci faceva scrivere riassunto e commento, e mi ci appassionai; a memoria l\u2019 \u201cAddio monti sorgenti\u201d, \u201cla notte dell\u2019Innominato\u201d, \u201cla madre di Cecilia\u201d, i cori delle tragedie, le <em>Odi<\/em> e gli <em>Inni sacri <\/em>pi\u00f9 noti, ovviamente <em>Marzo 1821<\/em>, <em>Il Cinque Maggio<\/em>, <em>La Pentecoste<\/em>. Al liceo (il glorioso Liceo Virgilio di via Giulia) ebbi un bravo professore molto cattolico e manzoniano, tiepido e diffidente verso Leopardi. In conclusione furono anni di una grande scorpacciata manzoniana, che mi torn\u00f2 utile quando, nel \u201965, collaborai alla cura di <em>Tutte le opere<\/em> di Manzoni per l\u2019Avanzini e Torraca, l\u2019antenata della Newton Compton. Fu il mio esordio di editore-curatore di classici.<br \/>\n   A proposito del mio professore di liceo (Carlo Filosa, autore di un\u2019ancora utile storia della letteratura esopica in Italia) devo per\u00f2 aggiungere che fu proprio lui, involontariamente, ad accendere la mia passione per Leopardi. Quando si present\u00f2 al concorso di libera docenza, gli capit\u00f2 in sorte, suo malgrado, di dover preparare in ventiquattro ore una lezione sulla non amata canzone <em>Alla Primavera<\/em>, e io \u2013 suo unico allievo, nel 1952, iscritto a Lettere \u2013 passai con lui un\u2019intera giornata alla Biblioteca Alessandrina per tirar gi\u00f9 libri e riviste e prendere appunti. La docenza il professore l\u2019ottenne, ma continu\u00f2 a ritenere <em>Alla Primavera <\/em>una brutta poesia, arida e indigesta; mentre io ne rimasi affascinato, e ci sarei tornato su pi\u00f9 volte, tanto da farne il centro focale del mio <em>Olimpo abbandonato<\/em>.<\/p>\n<p>   <em>All\u2019epoca, nella scuola e per la maggior parte della critica, Leopardi era soltanto il poeta degli \u201c<\/em><em>idilli<\/em>\u201d.<\/p>\n<p>   Fatte poche isolate eccezioni, era cos\u00ec, soprattutto nella scuola. La critica dominante era crociana e gli antagonisti, quelli che tentavano strade diverse, dovevano inevitabilmente fare i conti con essa: una situazione che oggi va storicizzata, non demonizzata. Comunque, per me il tuffo, la profonda immersione in Leopardi avvenne all\u2019Universit\u00e0. Negli anni accademici 1952-53 e 1953-54, seguii contemporaneamente, all\u2019Universit\u00e0 di Roma, i corsi leopardiani di Natalino Sapegno e Giuseppe Ungaretti. Sapegno, un cattedratico solenne, teneva lezioni pacate, piuttosto monotone e soporifere, e spiegava Leopardi da post-crociano che aveva attraversato Gramsci e ed era tornato a De Sanctis. Del suo corso ho conservato le dispense fittamente postillate: pagine limpide e precise, che tanti anni dopo ho ripreso in mano per scrivere l\u2019introduzione a un volume della Fondazione Sapegno (NATALINO SAPEGNO, <em>Leopardi<\/em>. <em>Lezioni e saggi<\/em>, a cura di Giulia Radin, Torino, Aragno,2006) Seguendo un metodo ordinatamente storicistico, quelle dispense partivano dalla produzione erudita dell\u2019infanzia \u2013 con interpretazione sociologica dell\u2019ambiente recanatese \u2013 per poi passare alle varie fasi della poesia e del pensiero, con una cauta apertura \u2013 una novit\u00e0 per quei tempi \u2013 all\u2019 \u201cultimo Leopardi\u201d, perch\u00e9 Sapegno aveva accolto, con la moderazione e la circospezione che gli erano proprie, la proposta dirompente della <em>Nuova poetica leopardiana <\/em>di Walter Binni uscita nel \u201947, contemporaneamente al<em> Leopardi progressivo <\/em>di Cesare Luporini, altro saggio canonico della cosiddetta \u201csvolta\u201d nell\u2019interpretazione complessiva di Leopardi.<br \/>\n   Quelle di Ungaretti erano lezioni pirotecniche. Di solito arrivava in aula in ritardo, trafelato, con i ciuffi dei capelli bianchi ritti sulla testa, seguito dall\u2019usciere carico di libri che il poeta-professore gli faceva portare e non apriva mai. Scriveva due o tre versi dell\u2019<em>Infinito<\/em> sulla lavagna e ci si soffermava per altrettante lezioni, divagando tra Baudelaire, Mallarm\u00e9, Verlaine e Rimbaud, raccontandoci delle sue esperienze parigine, dei corsi di filosofia di Bergson che aveva seguito alla Sorbona, degli incontri con Picasso e Apollinaire. Spesso queste lezioni continuavano, per gli allievi pi\u00f9 fedeli, me compreso, sulla vecchia \u201ccircolare rossa\u201d, il tram che lo portava dal piazzale di San Lorenzo, prossimo alla Citt\u00e0 Universitaria, a viale Aventino, vicino alla sua abitazione e non lontano dalla mia (in questo popolarissimo tram scomparso da tanti anni Pasolini ambient\u00f2 una delle \u201cscene romane\u201d di <em>Al\u00ec dagli occhi azzurri<\/em>): tramvieri e passeggeri \u2013 erano altri tempi! \u2013 non mostravano alcuna sorpresa perch\u00e9 avevano imparato a conoscerlo. Agli esami, per\u00f2, Ungaretti era severo e tendeva trappole. Quando toccarono al mio corso, chiedeva a bruciapelo: \u00abmi parli dell\u2019eleganza in Leopardi\u00bb, senz\u2019altra spiegazione. Si possono immaginare le risposte e le bocciature\u2026 A me and\u00f2 bene perch\u00e9, non essendo chiamato nel primo giorno dell\u2019appello, ebbi il tempo di cercare la voce <em>eleganza <\/em>nell\u2019indice dello <em>Zibaldone <\/em>a cura di Francesco Flora e di studiarmi le pagine in cui Leopardi espone la sua teoria di una scrittura elegante, con sprezzature, arcaismi o, viceversa, neologismi o forme colloquiali all\u2019interno di una prosa modernamente classica. Il \u201ctutto Leopardi\u201d di Flora mi era stato regalato a Natale da mia madre, e divenne la mia Bibbia letteraria.<\/p>\n<p>   <em>Beh, i regali di edizioni leopardiane nelle famiglie dei futuri critici non sono rari. Anche Gianfranco Contini racconta, nell\u2019incipit di Radiografia di Leopardi, di aver ricevuto in regalo dai genitori, quando era \u00abliceista\u00bb, l\u2019edizione Moroncini dei Canti, in due tomi.<\/em><\/p>\n<p>   Lasciamo da parte paragoni imbarazzanti col grande Contini. L\u2019edizione Moroncini, quando frequentavo l\u2019Universit\u00e0, era una rarit\u00e0 d\u2019antiquariato. Per gli esami con Sapegno e Ungaretti, oltre al Flora, mi furono preziosi i commenti dei <em>Canti<\/em> che avevo nella biblioteca di famiglia, tra i quali mi port\u00f2 fortuna quello di Bacchelli, da poco uscito nella scolastica della Garzanti. Carlo Muscetta, esaminatore insieme a Sapegno, mi chiese su quali commenti avevo studiato e io, appunto, gli citai Bacchelli: se ne compiacque, ne discutemmo un po\u2019 e fui premiato con la lode.<\/p>\n<p>  <em> Parlando di Bacchelli, ha menzionato la Garzanti. Si pu\u00f2 dire che Lei abbia conosciuto, proprio grazie alla sua attivit\u00e0 editoriale presso la Garzanti, ma poi anche alla Giunti, la maggior parte degli scrittori e intellettuali del Novecento. Ricorda di questa lunga esperienza un autore che ha mostrato un interesse particolare, una predilezione speciale per Leopardi, al di l\u00e0 di ci\u00f2 che poi ha effettivamente scritto e pubblicato<\/em>?<\/p>\n<p>   Alla Garzanti ho lavorato per 28 anni, dal \u201964 al \u201992, con vari ruoli: prima stando a Roma come consulente-collaboratore, poi entrando nelle redazioni e assumendone infine la direzione col conseguente trasferimento a Milano. A decidere del mio destino di \u201ceditoriale\u201d fu l\u2019incontro con Binni, che m\u2019invit\u00f2 ad assisterlo nella preparazione del suo <em>Settecento<\/em> destinato alla <em>Storia della letteratura italiana <\/em>della Garzanti, il cosiddetto \u201cCecchi\/Sapegno\u201d, e la frequentazione di Binni, che dur\u00f2 a lungo e divenne amicizia (un\u2019amicizia tra discepolo e maestro), non poteva non essere una nuova, diversa immersione in Leopardi.<br \/>\n   Certo, alla Garzanti, in quegli anni, conobbi non pochi scrittori, poeti e critici, tra cui, Volponi, Luzi, Fortini, Bertolucci, Caproni, Giudici, Raboni, Cerami, Baldacci, Pampaloni, Magris, Dante Isella. Ma in casa editrice si parlava poco di Leopardi, anche se nei \u201cGrandi Libri\u201d avevamo un\u2019eccellente edizione dei <em>Canti<\/em> curata da un poeta e critico raffinato come Fernando Bandini. Nella Milano di allora non si respirava aria leopardiana, si parlava molto di una \u201clinea lombarda\u201d, nella poesia e nella tradizione culturale, i cui referenti erano Parini e i riformatori del \u00abCaff\u00e8\u00bb, Manzoni, Porta, la Scapigliatura e, al culmine, Gadda, gloria di Livio Garzanti che, ricorrendo a blandizie e ricatti psicologici, aveva costretto l\u2019autore riluttante a licenziare l\u2019incompiuto <em>Pasticciaccio<\/em> e a darlo alle stampe nel 1957: un successo di critica clamoroso, un \u201ccaso letterario\u201d, che non si sarebbe pi\u00f9 ripetuto nella narrativa garzantiana. Si sa che Gadda era un adoratore di Manzoni, mentre Leopardi gli era poco congeniale: ammirava la \u00abnitidezza lunare\u00bb dei suoi notturni \u2013 che non era una gran scoperta \u2013, giudicando superficiale e inconcludente il suo pensiero. In breve, a Milano e nell\u2019ambiente editoriale in cui lavoravo, Leopardi restava in ombra. A lui non si addicono connotazioni di geografia letteraria, perch\u00e9 il suo spazio \u00e8 l\u2019infinito: Recanati c\u2019\u00e8 ma come luogo di una storia solitaria e sofferta dell\u2019anima; e gli va stretto l\u2019illuminismo progressista, fondamentalmente ottimistico, dei riformatori lombardi, al pari del liberalismo moderato dei fiorentini del Vieusseux.<br \/>\n   Tra i colleghi e amici della Garzanti ho avuto Tiziano Rossi e il compianto Giovanni Raboni, due dei pi\u00f9 noti esponenti di quella famiglia di \u201cpoeti lombardi\u201d, tanto diversi tra loro ma accomunati da una certa vocazione antilirica, colloquiale e minimalista. Raboni apprezzava di Leopardi pi\u00f9 la prosa che la poesia; la sua compagna Patrizia Valduga, poetessa geniale col gusto della provocazione, ha ostentato pi\u00f9 volte il suo disprezzo per il Leopardi dei <em>Canti<\/em>: in una sua poesia ha scritto \u00abtutti gli adolescenti segaioli,\/ con l\u2019acne che gli d\u00e0 la depressione,\/ adorano Leopardi, lune e duoli\u00bb. Per lei Monti \u00e8 infinitamente pi\u00f9 grande di Leopardi.<br \/>\n   Di solito, poeti e scrittori hanno il coraggio o la temerariet\u00e0 di esternare le proprie legittime idiosincrasie, magari in termini pi\u00f9 moderati di quelli della Valduga. Meno perdonabili sono quegli studiosi che, per dovere d\u2019ufficio, si occupano di autori a loro quantomeno indifferenti. Un filologo d\u2019alta scuola, frequentatore della Garzanti, una volta mi confess\u00f2 che gli suonava goffo e ridicolo l\u2019attacco dell\u2019<em>Infinito<\/em>: \u00abCome si fa a chiamare <em>caro<\/em> un <em>ermo colle<\/em>?\u00bb. Questo stimato filologo si \u00e8 applicato anche a Leopardi, ma, a leggerlo bene, ci si accorge che Leopardi non \u00e8 nelle sue corde. Qualcosa di simile accade in musica: ci sono solisti e direttori d\u2019orchestra che eseguono con tecnica impeccabile Mozart e Beethoven, senza trasmetterci alcuna emozione, senza restituirci nulla di quei giganti. La filologia d\u00e0 buoni frutti quando si brucia nella comprensione totale del mondo dell\u2019autore, nell\u2019immedesimazione simpatetica con esso.<br \/>\n   In conclusione, di Leopardi parlavo soltanto con Fortini o con Luzi, le rare volte che venivano in casa editrice. Poi c\u2019\u00e8 stata la grande avventura dell\u2019edizione critica dello <em>Zibaldone<\/em> a cura di Giuseppe Pacella, nella quale ho avuto il sostegno di nuovi amici che non erano milanesi e non vivevano a Milano.<\/p>\n<p>  <em> Lei mi fornisce quasi l\u2019assist per passare alla successiva domanda. Quale ruolo crede che abbia giocato lo <\/em>Zibaldone <em>nell\u2019evoluzione della critica su <\/em><em>Leopardi<\/em>?<\/p>\n<p>   Lo <em>Zibaldone<\/em> ha aperto nuove strade all\u2019indagine della critica e della filologia. C\u2019\u00e8 stato un primo uso dello <em>Zibaldone <\/em>del tutto servile, ausiliare, una miniera inesauribile per annotare i <em>Canti<\/em> e le <em>Operette morali<\/em>\u2026 <\/p>\n<p>   \u2026<em>semplicemente un ipotesto<\/em>. <\/p>\n<p> Gi\u00e0, mentre oggi lo si considera giustamente come opera in s\u00e9, anomala, sfuggente a qualsiasi definizione o classificazione, ma che ha una sua autonomia. Anzi si parla addirittura di un \u201cipertesto\u201d, di un\u2019opera che contiene altre opere o tracciati di opere che tra loro si annodano: allo <em>Zibaldone come ipertesto <\/em>\u00e8 stato dedicato il recente convegno dell\u2019Universit\u00e0 di Barcellona cui ha partecipato anche lei (il riferimento \u00e8 al Convegno internazionale <em>lo Zibaldone di Leopardi come ipertesto<\/em>, svoltosi all&#8217;Universit\u00e0 di Barcellona dal 26 al 27 ottobre 2012, a cura di Maria de las Nieves Muniz Muniz, che ne ha curato anche gli Atti; Firenze, Olschki,2013). Non va dimenticato per\u00f2 che sono stati gli scrittori, forse prima ancora dei critici, a vedere nello <em>Zibaldone<\/em> un modello per la prosa moderna. Si pensi agli scrittori della \u00abRonda\u00bb: lei sa che il <em>Testamento letterario di Giacomo Leopardi<\/em> \u00e8 un\u2019antologia dello Zibaldone uscita nel 1921 a cura di Vincenzo Cardarelli, con un saggio introduttivo firmato \u00abLa Ronda\u00bb ma dello stesso Cardarelli, che metteva a fuoco in particolare la teoria dell\u2019\u00abeleganza\u00bb funzionale a una prosa ad un tempo classica e moderna, quella che praticavano i rondisti, i prosatori d\u2019arte di quel tempo. Era tuttavia  un\u2019interpretazione parziale, interessata, perch\u00e9 privilegiava lo stile a discapito dei contenuti, del pensiero. <\/p>\n<p>    <em>Cosa non leopardiana, verrebbe da dire<\/em>.<\/p>\n<p>   Ma \u00e8 anche vero che i rondisti non erano tutti uguali: le etichette di scuole e correnti sono sempre approssimative e spesso ingannevoli. Ciascuno di loro ha avuto una sua storia personale: il manzoniano e leopardiano Riccardo Bacchelli \u00e8 distante dal surrealismo barocco di Bruno Barilli (musicista e musicologo oltre che scrittore) e l\u2019uno e l\u2019altro non sono assimilabili a Emilio Cecchi o ad Antonio Baldini, pi\u00f9 fedeli all\u2019elzeviro, al \u201ccapitolo\u201d elegante venato di un\u2019ironia pungente nel primo, paciosa nel secondo. Voglio per\u00f2 ricordare un\u2019altra importante antologia dello <em>Zibaldone<\/em>, uscita nel 1941, parecchi anni dopo quella di Cardarelli, col titolo <em>Societ\u00e0, lingua e letteratura d\u2019Italia<\/em>. A curarla e introdurla fu Vitaliano Brancati che, a differenza di Cardarelli, metteva l\u2019accento sulle pagine in cui Leopardi conduce un\u2019acuta e impietosa analisi della societ\u00e0 italiana, pagine non meno importanti di quelle letterarie e linguistiche. <\/p>\n<p>   <em>Una piccola deviazione. Crede che se non avessimo conosciuto lo <\/em>Zibaldone <em>si sarebbe faticato a qualificare Leopardi come filosofo<\/em>?<\/p>\n<p>   Schopenhauer e Nietzsche scrissero di Leopardi filosofo conoscendo, come tutti, soltanto i <em>Canti<\/em> e i<em> CXI Pensieri <\/em>(nel caso di Nietzsche anche le <em>Operette morali<\/em>): una prova, fra le tante, che la filosofia di Leopardi sta anche nella sua poesia. Per\u00f2 dalla scoperta e dallo studio dello <em>Zibaldone<\/em> il pensiero leopardiano \u00e8 emerso in tutta la sua complessit\u00e0 e originalit\u00e0.  <\/p>\n<p>   <em>Se \u00e8 vero che Leopardi veniva considerato filosofo gi\u00e0 nell\u2019Ottocento, senza che si conoscesse lo<\/em> Zibaldone, <em>\u00e8 altrettanto vero che il termine \u201cfilosofo\u201d era usato con una certa larghezza; ricordo, per esempio, che anche Parini era ritenuto tale. Questo per dire che lo<\/em> Zibaldone <em>ha giocato un ruolo fondamentale nell\u2019inquadramento di Leopardi come filosofo moderno<\/em>.  <\/p>\n<p>   Nella seconda met\u00e0 del Settecento e anche nell\u2019Ottocento il termine <em>filosofo <\/em>era inteso, prevalentemente, secondo l\u2019accezione dei<em> philosophes <\/em>dell\u2019<em>Encyclop\u00e9die<\/em>, nella vulgata sinonimo di \u201cintellettuale\u201d, cos\u00ec come <em>letterato<\/em> era traduzione di <em>savant<\/em>: i numerosi \u201cGiornali dei letterati\u201d sette-ottocenteschi, nati per imitazione del parigino <em>Journal des savants<\/em>, trattavano di varie materie, principalmente scientifiche. Lei citava il caso di Parini: infatti ancora nel 1870 Isidoro Del Lungo tenne un discorso al Liceo Dante di Firenze su <em>Parini nella storia del pensiero italiano<\/em>.<br \/>\n   Ma Leopardi \u00e8 un caso a s\u00e9, perch\u00e9 molto presto, gi\u00e0 da Pietro Giordani, gli fu riconosciuta una forma di speculazione per cos\u00ec dire \u201corganizzata\u201d e bene individuabile. Leopardi parla di un suo \u00absistema\u00bb, che \u00e8 un sistema <em>sui generis<\/em>, lontano dalle sistemazioni filosofiche per rami e categorie, come in Aristotele o \u2013 per fare qualche esempio banale \u2013 in Kant e negli idealisti tedeschi. \u00c8 un pensiero, il suo, in perenne movimento, che va in tutte le direzioni \u2013 etica, estetica, sociologia, antropologia, filologia, linguistica ecc. \u2013 e tutte le riannoda per sentieri labirintici culminanti nell\u2019identit\u00e0 di <em>parola<\/em> e <em>pensiero<\/em>, <em>poesia<\/em> e <em>pensiero<\/em>. Ed \u00e8 fondamentalmente un pensiero ontologico, che interroga l\u2019<em>essere <\/em>passando per le sofferte esperienze dell\u2019<em>esistente<\/em>, il quale \u00e8 privato di certezze e perci\u00f2 pone incessanti domande che non hanno risposte, \u00e8 in balia di un <em>nulla<\/em> che per\u00f2 \u00e8 un <em>solido nulla<\/em>, un vuoto che, per paradosso, ha la schiacciante pesantezza di una materia indistinta e arcana: \u00abOmbra reale e salda \/ ti parve il nulla, e il mondo\/ inabitata piaggia\u2026\u00bb. \u00c8 superfluo sottolineare che questo sistema-antisistema, enigmatico e interrogativo, \u00e8 di una sorprendente modernit\u00e0: infatti se ne sono occupati, da differenti punti di vista, filosofi come Cesare Luporini, Alberto Caracciolo, Emanuele Severino, Massimo Cacciari, Sergio Givone, Salvatore Natoli. Ma questo interesse, spiccatamente filosofico, non deve mettere in secondo piano l\u2019unit\u00e0 di pensiero e poesia: quello di Leopardi \u00e8 un \u201cpensiero poetante\u201d, titolo heideggeriano di un libro famoso di Antonio Prete.     <\/p>\n<p>   <em>Restiamo sullo <\/em>Zibaldone,<em> passando per\u00f2 dalla filosofia alla filologia e alle vicende editoriali dell\u2019opera. Potrebbe ricordarci come \u00e8 nato e come si \u00e8 evoluto il progetto di pubblicare lo<\/em> Zibaldone <em>di Pacella presso Garzanti<\/em>?<\/p>\n<p>   Le peripezie dell\u2019edizione Pacella le ho raccontate diffusamente in uno scritto pubblicato in un volume che raccoglieva le testimonianze della figlia Daniela e di amici dello studioso scomparso nel 1995, e poi l\u2019ho ripreso nel mio volume <em>La luna nel cortile<\/em>. Quelle peripezie nacquero da una perversa congiunzione di insipienze editoriali e pregiudizi accademici. Pacella aveva lavorato per trent\u2019anni al suo titanico progetto, prima sugli autografi della Nazionale di Napoli, poi nelle biblioteche recanatesi del Centro Nazionale di Studi Leopardiani e di Casa Leopardi, dove esplor\u00f2 minuziosamente le fonti, i libri di cui il poeta si era servito. A spronarlo era stato Sebastiano Timpanaro, che con lui aveva curato gli <em>Scritti filologici<\/em> pubblicati nel 1969 da Le Monnier; ma per certi ambienti universitari, soprattutto settentrionali, rimaneva un irregolare senza cattedra da guardare con diffidenza (anche Timpanaro, accademico dei Lincei, era senza cattedra, per sue ragioni personali di nevrosi). Nel corso degli anni egli aveva generosamente dispensato correzioni al testo di Flora: se ne avvalse, per esempio, l\u2019edizione dello <em>Zibaldone<\/em> a cura di Walter Binni ed Enrico Ghidetti (1969); e Antonio Prete, licenziando nel 1980 <em>Il pensiero poetante<\/em>, ringraziava Pacella per aver riscontrato tutte le citazioni dello <em>Zibaldone<\/em> e annunciava l\u2019uscita imminente della sua monumentale edizione critica presso Adelphi. Senonch\u00e9 il contratto con Luciano Fo\u00e0, fondatore e direttore dell\u2019Adelphi, fu sciolto, perch\u00e9 lo <em>specimen<\/em> che Pacella gli aveva mandato venne giudicato negativamente da chi esercitava una forte influenza sull\u2019editoria milanese e aveva un\u2019idea della filologia lontana da quella di Timpanaro e Pacella: coltivava la filologia della \u201cilleggibilit\u00e0\u201d\u2026<\/p>\n<p>   \u2026<em>per l\u2019accumulo di segni diacritici<\/em>\u2026<\/p>\n<p>   \u2026per il feticismo delle minuzie, degli apparati irti di simboli e sigle, che alzano una barriera tra il testo e il lettore, anche il lettore pi\u00f9 esperto. Poi Pacella ebbe altri rifiuti, dalla Mondadori e dalla Sansoni. Alla Garzanti approd\u00f2 col patrocinio di Timpanaro \u2013 nostro consulente e collaboratore per la filologia classica \u2013 e con la mediazione della scrittrice Gina Lagorio, moglie dell\u2019editore, che per Timpanaro aveva una stima e un\u2019ammirazione sconfinate. Io presi in mano il progetto nel 1988, avendo la responsabilit\u00e0 dei \u201cLibri della Spiga\u201d, la collana di classici cui era destinato, ma in quel tempo Pacella era latitante, tardava a consegnare, un po\u2019 per le delusioni subite, molto di pi\u00f9 per la dolorosa perdita della giovane figlia Maria Grazia. Andai a fargli visita nella sua casa pisana e, con l\u2019aiuto dell\u2019altra figlia, Daniela, anche lei filologa classica, rimisi in moto la macchina ed elaborammo insieme un piano di lavorazione che doveva tradursi, come si \u00e8 tradotto, in due volumi di testo e uno di apparato critico, note e commenti, indici. Ma il percorso fu assai travagliato per circostanze interne ed esterne alla casa editrice. A causa di dissesti finanziari, le redazioni si erano impoverite e non avevo pi\u00f9 un redattore all\u2019altezza del compito; soltanto nel febbraio del \u201991 riuscii a far assumere una redattrice esperta, Giulia Farina, con la quale si stabil\u00ec un circolo virtuoso, sostanziato anche di amicizia tra me, lei e i Pacella padre e figlia. Ma si lavorava tra disinteresse, diffidenze e ostilit\u00e0, anche per l\u2019arrivo nella Garzanti di un dirigente che, quando era stato in un\u2019altra casa editrice, aveva posto la condizione a Pacella di amputare drasticamente apparato e note, cio\u00e8 il frutto delle fatiche di trent\u2019anni: cosa che aveva fatto infuriare Pacella.  <\/p>\n<p>   <em>Il che la dice lunga sulla sensibilit\u00e0 filologica di alcuni operatori culturali<\/em>.<\/p>\n<p>   Certi dirigenti editoriali, per nascondere la propria mancanza di autonomia, motivano con giudizi avventati i rifiuti che sono stati decretati dai responsabili amministrativi, per calcolo di mercato.<br \/>\n   A turbare ulteriormente il clima sopraggiunse la polemica con Emilio Peruzzi, amplificata dalla stampa. Tra l\u2019 \u201989 e il \u201990 Peruzzi aveva pubblicato con la Normale di Pisa i primi tre volumi dell\u2019edizione fotografica dello <em>Zibaldone<\/em> (che si sarebbe conclusa nel \u201994 col decimo volume), dissentendo, nella sua introduzione e in articoli che l\u2019avevano preceduta, dai metodi di Timpanaro e Pacella \u2013 anche lui era per la filologia delle minuzie \u2013 e sostenendo che il famoso \u00abscartafaccio\u00bb era in massima parte una \u201cbella copia\u201d in nitida scrittura e che, perci\u00f2, la riproduzione fotografica sostituiva l\u2019edizione critica, la rendeva inutile.<br \/>\n   Nonostante tante avversit\u00e0, andammo avanti febbrilmente, con l\u2019incoraggiamento che mi veniva da autorevoli leopardisti estimatori e amici di Pacella, che sarebbero divenuti anche miei carissimi amici: Luigi Blasucci, Antonio Prete e, soprattutto, Sebastiano Timpanaro che mi faceva lunghe telefonate e mi ammoniva affettuosamente che, se non avessi portato a termine l\u2019edizione, avrei chiuso la mia carriera con una sconfitta vergognosa. Fu una sfida contro il tempo e il perfezionismo di Pacella: bisognava chiudere presto perch\u00e9 sapevo con certezza che presto i \u201cLibri della Spiga\u201d sarebbero stati soppressi. Alzai dunque uno sbarramento, impegnandomi per la presentazione dell\u2019opera all\u2019VIII Convegno internazionale di studi leopardiani, su <em>Lingua e stile di Giacomo Leopardi<\/em>, che si sarebbe svolto a Recanati dal 30 settembre al 5 ottobre 1991. Non fu facile accedervi perch\u00e9 il convegno si sarebbe aperto con una relazione di Giovanni Nencioni proprio sull\u2019edizione Peruzzi; ma il presidente del Centro Studi Franco Foschi \u2013 anche per l\u2019amicizia e la stima che lo legavano a Gina Lagorio \u2013 trov\u00f2 una soluzione, inserendo all\u2019ultimo momento, nel programma, un incontro sull\u2019edizione Pacella da tenersi in coda ai lavori. I presentatori, insieme al curatore, furono Luigi Blasucci, Mario Marti e Antonio Prete; di Timpanaro \u2013 che notoriamente non parlava in pubblico \u2013 fu letta una testimonianza in cui raccontava l\u2019inizio della sua collaborazione con Pacella e argomentava con lucidit\u00e0 ed equilibrio il valore della sua impresa filologica. Poi, per Pacella, segu\u00ec un periodo di gratificanti riconoscimenti: recensioni, presentazioni in diverse citt\u00e0 italiane, inviti a tenere lezioni sul \u201csuo <em>Zibaldone<\/em>\u201d a studenti universitari e delle scuole superiori.<br \/>\n   L\u2019edizione Pacella \u00e8 stata il fatto pi\u00f9 importante della mia vita editoriale, quello che mi ha segnato di pi\u00f9, lasciandomi un\u2019eredit\u00e0 di interessi, di entusiasmi, di amicizie che sono anche all\u2019origine del mio attuale impegno nel Centro Studi di Recanati.              <\/p>\n<p>   <em>Se parliamo di Pacella non possiamo non parlare di Peruzzi. Sul piano strettamente filologico come ha vissuto, da studioso, la querelle Pacella-Peruzzi? In tutto e per tutto ha sposato, e sposa, la posizione filologica di Pacella o su alcune questioni era con Peruzzi<\/em>?<\/p>\n<p>   Peruzzi l\u2019ho conosciuto e frequentato pi\u00f9 tardi, quando nel 2007 si costitu\u00ec il Comitato scientifico del Centro Studi di Recanati, di cui fu membro autorevole. Era uno studioso \u2013 scomparso anche lui, nel 2009 \u2013 di eccezionale cultura, conversatore amabile e arguto: con lui strinsi un\u2019amicizia tardiva ma schietta, non offuscata dalla polemica con Pacella. Rest\u00f2 sempre fermo sulle sue posizioni, sull\u2019idea dello <em>Zibaldone<\/em> come \u201cbella copia\u201d, che io continuo a non condividere. Si pu\u00f2 immaginare che Leopardi abbia ricopiato alcune pagine quando, tra il 1826 e il 1828, progettava di ricavarne un <em>Dizionario filosofico e filol<\/em>ogico per l\u2019editore Stella. Ma a me sembra che la tesi della \u201cbella copia\u201d quasi integrale non regga: nella sua breve esistenza, afflitta da angustie e malanni, \u00e8 pensabile che Leopardi abbia trovato il tempo e l\u2019agio di ricopiare le centinaia e centinaia di pagine dei suoi appunti e pensieri? Perch\u00e9 non restano tracce di minute? Come spiegare i lapsus e le citazioni esplicitamente a memoria?  Dal canto mio resto fedele alla definizione che dello <em>Zibaldone<\/em> dette Contini: \u00abun diario meramente interno e mentale, redatto in una prosa spontanea e non costruita, provvisoria nel senso che frequentemente accumula i sinonimi [\u2026] e segna con \u2018ec.\u2019 sincopi facilmente integrabili dalla memoria\u00bb. Una scrittura, come dice Leopardi stesso, \u00aba penna corrente\u00bb.<br \/>\n   Pu\u00f2 sorprendere che tante pagine abbiano una compiuta perfezione di stile, ma non dobbiamo misurare sul nostro metro la scrittura di un genio. Al pi\u00f9, si ammetter\u00e0 con Blasucci che un \u201cpezzo\u201d famoso come quello del \u201cgiardino della <em>souffrance<\/em>\u201d (4175-4177) \u2013 e altri ce ne sono \u2013 non \u00e8 \u00aba penna corrente\u00bb nel senso di \u201cscritto di getto\u201d a mo\u2019 di appunto o di abbozzo, perch\u00e9 \u00abletterariamente rifinito e atteggiato\u00bb, il che non autorizza a parlare di \u201cbella copia\u201d.     <\/p>\n<p>   <em>Bene, conclusa questa lunga parentesi editoriale e filologica, passiamo ora alla critica, soffermandoci sul Leopardi di Giulio Bollati. Quando si parla di Bollati si parla naturalmente della <\/em>Crestomazia <em>della prosa. Quale contributo crede che la sua Introduzione alla<\/em> Crestomazia <em>abbia apportato all\u2019interpretazione di Leopardi? E quali punti di quel saggio crede che siano superati o non siano pi\u00f9 sostenibili<\/em>?<\/p>\n<p>    Senza dubbio \u00e8 benemerito il lavoro che Bollati ha condotto sulla <em>Crestomazia<\/em> della prosa, ricercandone le fonti e illustrando l\u2019uso particolare che Leopardi ne ha fatto. Altrettanto pregevole \u00e8 il suo saggio introduttivo, che offre una ricostruzione originale della personalit\u00e0 del poeta, inquadrandola nella societ\u00e0 e nella cultura del suo tempo. Non mi persuade per\u00f2 la sua insistenza sulla \u201caristocraticit\u00e0\u201d del pensiero leopardiano. Affezionato alla figura, da lui disegnata, del filosofo e letterato gentiluomo \u201calla Filippo Ottonieri\u201d, Bollati ha rinchiuso Leopardi in una posizione troppo aristocratica, che cancella la simpatia e l\u2019ammirazione che Leopardi sempre mostr\u00f2 verso le classi emarginate, le quali, con il loro lavoro, provvedono al sostentamento della nobilt\u00e0 parassitaria e della borghesia intellettuale.<br \/>\n   In un pensiero dello <em>Zibaldone<\/em> (131) parlando della vita inattiva e corrotta dei giovani dei ceti medi o alti, egli postilla: \u00abBisogna escludere dai sopraddetti, i negozianti gli agricoltori, gli artigiani, e in breve gli operai, perch\u00e9 in fatti la strage del mal costume non si manifesta altro che nelle classi disoccupate\u00bb. L\u2019attenzione affettuosa verso costoro si riverbera nelle figure dell\u2019artigiano, dello zappatore, del legnaiolo della <em>Quiete dopo la tempesta <\/em>e del <em>Sabato del villaggio<\/em>, persino nella donzelletta che in mano, con femminile grazia e vanit\u00e0, reca il \u00abmazzolin di rose e di viole\u00bb, mentre sulle spalle porta il pesante \u00abfascio dell\u2019erba\u00bb che ha mietuto nei campi: figure della vita attiva e incorrotta, evocate anche nella celebre lettera sulla visita alla tomba del Tasso, scritta da Roma, al fratello Carlo, il 20 febbraio 1823. Dunque, secondo me, Bollati d\u00e0 un\u2019interpretazione parziale, \u201cnobilesca\u201d, che ha il vizio opposto a quello delle forzature in chiave socialista-marxista.  <\/p>\n<p>   <em>Mettiamola cos\u00ec: Leopardi, come tutti i grandi, si presta a tutto. Tutti se ne possono \u201cappropriare\u201d. \u00c8 un rischio cui si espone il genio. Passiamo a un altro argomento: Leopardi e il mondo dell\u2019informatica. Sul web circolano liberamente e senza alcun controllo testi leopardiani, e pi\u00f9 in generale di tutta la letteratura italiana e straniera. Le chiedo: quali sfide questo nuovo scenario lancia alla filologia? Non si rischia con la libera circolazione dei testi e delle edizioni (anche ottocentesche \u2013 fuori diritti \u2013 o prive di attendibilit\u00e0 scientifica) di vedere vanificato, o quanto meno ridimensionato il lavoro dei filologi, dei critici e pi\u00f9 in generale degli addetti ai lavori<\/em>?<\/p>\n<p>   Il pericolo c\u2019\u00e8, ed \u00e8 facile constatarlo. Non possiamo pi\u00f9 fare a meno dell\u2019informatica e della \u201crete\u201d, ma bisogna ricorrervi con un discernimento tanto pi\u00f9 attento e scrupoloso quanto pi\u00f9 quei mezzi sono di facile e comodo accesso. Nel 1998 curai, con lo Studio Lexis di Pasquale Stoppelli, un cd-rom con tutte le opere di Leopardi nelle migliori edizioni fino allora pubblicate e con varie modalit\u00e0 d\u2019interrogazione. Dopo quella data sono per\u00f2 uscite altre edizioni critiche, per esempio le traduzioni dei poeti greci e latini e i volgarizzamenti in prosa, le une e gli altri a cura di Franco D\u2019Intino. Lo studioso serio non pu\u00f2 ignorarle e non deve citare quelle opere da edizioni superate.<br \/>\n   Il mio cd non \u00e8 in rete, ormai lo si trova solo in antiquariato, ma in rete ci sono tante edizioni di Leopardi e di altri autori, alcune buone, affidabilissime, altre no. Il sito \u201cBiblioteca Italiana\u201d della Sapienza mette a disposizione pi\u00f9 di 1600 testi di classici italiani, dal Medioevo al Novecento, consultabili e scaricabili, fondati sulle pi\u00f9 autorevoli edizioni di riferimento: dello <em>Zibaldone<\/em> c\u2019\u00e8 il testo Pacella, delle altre opere di Leopardi i testi del cd Lexis.   <\/p>\n<p>   <em>Sicuramente \u201cBiblioteca Italiana\u201d \u00e8 una risorsa preziosa per studiosi e studenti di letteratura italiana. Tuttavia la maggior parte degli utenti del web, seguendo i risultati del motore di ricerca Google, \u00e8 spinta a consultare siti con edizioni non aggiornate. La sensazione \u00e8 che nel leggere i testi questi utenti tornino indietro di cento anni, azzerando, per lo <\/em>Zibaldone, <em>i progressi fatti dalla filologia nel Novecento. Viene da pensare, inoltre, che fino a quando c\u2019era l\u2019esclusiva delle case editrici nella diffusione culturale il pubblico era guidato e in certo qual modo anche \u201ctutelato\u201d nella fruizione dei testi. Il mondo dell\u2019editoria era \u201cgovernato\u201d \u2013 non sempre, ma neanche cos\u00ec raramente \u2013 da persone qualificate sotto il profilo scientifico. Era difficile perci\u00f2 che un lettore medio potesse avere tra le mani un\u2019edizione ottocentesca fuori commercio o non affidabile sul piano testuale. Ora invece \u00e8 come se si corresse il rischio di una scissione, tra un pubblico non colto che usa il web per consultare e citare testi in edizioni \u201clibere\u201d, come quelle ottocentesche, e che non si pone come un tempo il problema di acquistare edizioni cartacee, scientificamente affidabili, o di consultarle in biblioteca; e un pubblico colto che si avvale, o almeno cos\u00ec dovrebbe essere, di edizioni accreditate, siano esse cartacee o informatiche<\/em>.   <\/p>\n<p>   Non parlerei di una scissione cos\u00ec netta, perch\u00e9 anche alcuni \u201caddetti ai lavori\u201d cadono nella tentazione di copiare e incollare da siti <em>on line <\/em>senza fare le dovute verifiche. <\/p>\n<p>   <em>Mi viene da dire una cosa, che molti, forse, non hanno il coraggio di dire. Capita, neanche cos\u00ec raramente, che uno studioso, e mi riferisco soprattutto alle nuove generazioni di studiosi, nel riportare un passo dello <\/em>Zibaldone <em>in un proprio lavoro, prenda il passo in questione, per comodit\u00e0, dal web (dall\u2019edizione Carducci nella maggioranza dei casi) e dichiari in nota di aver usato un\u2019edizione critica recente, senza controllare su quella edizione il brano citato<\/em>. <\/p>\n<p>   Queste malefatte, ripeto, nascono dalla mancanza di rigore professionale, e capitano anche indipendentemente dall\u2019informatica, dall\u2019uso del computer. Nel 1998 usc\u00ec un \u201cOscar Mondadori\u201d che ci faceva leggere i <em>Canti<\/em>, quelli di cui non restano gli autografi, secondo l\u2019edizione Starita non corretta: per esempio, nella <em>Ginestra<\/em> \u00abmadre \u00e8 di parto, ed in voler matrigna\u00bb, invece di \u00abmadre \u00e8 di parto e di voler matrigna\u00bb. Cosa era successo? Il curatore dichiarava di aver seguito il testo critico di Peruzzi, ma, per quei canti, aveva mandato in stampa le prime edizioni, ignorando le successive modifiche e correzioni che, ovviamente, l\u2019apparato di Peruzzi riporta. \u00c8 un momento di grande rischio: d\u2019altra parte ci troviamo nel mezzo di una rivoluzione probabilmente pi\u00f9 sconvolgente dell\u2019invenzione della stampa. Quando fu inventata la stampa, le persone colte disdegnavano le edizioni a stampa e continuavano a comperare e a usare i codici, le copie manoscritte, perch\u00e9 la stampa inizialmente era un disastro, piena di errori.<br \/>\n   La situazione, oggi, \u00e8 pi\u00f9 grave perch\u00e9 edizioni corrotte o sbadate hanno, con il web, una diffusione e fruibilit\u00e0 senza precedenti. Ci sar\u00e0 molto lavoro per i filologi, che si dovranno convertire, perch\u00e9 dovranno penetrare nella mutevolezza, nella labilit\u00e0 della rete. \u00c8 chiaro che il filologo delle carte e degli scartafacci di continiana memoria rischia di diventare anacronistico. <\/p>\n<p>   <em>Si pu\u00f2 dire che stia nascendo una nuova filologia, che potremmo definire \u201cfilologia elettronica\u201d, o meglio ancora \u201cfilologia dei testi elettronici<\/em>\u201d.  <\/p>\n<p>   Non so immaginarla, perch\u00e9 come fare filologia su testi per loro natura erratici? Mentre correggo un punto sbagliato, il sito in questione pu\u00f2 cambiarmelo, da un momento all\u2019altro: le \u201cvarianti\u201d nel web sono, per cos\u00ec dire, istituzionali, non sono pi\u00f9 le \u201cvarianti\u201d della filologia che conosciamo.  <\/p>\n<p>   <em>Volevo chiederLe, inoltre, un parere sulla scelta da parte di un gruppo di utenti di Wikisource di caricare integralmente l\u2019edizione Carducci dello <\/em>Zibaldone, <em>gi\u00e0 reperibile peraltro su altri siti, ma in formati diversi (pdf ecc.), da cui non \u00e8 possibile estrapolare passi. Mi sembra per\u00f2 che le sue precedenti considerazioni soddisfino in parte questa domanda\u2026<br \/>\nSi tratta sicuramente di un\u2019impresa apprezzabile, che suscita per\u00f2 una serie di domande. Ci\u00f2 significa che la maggior parte degli utenti del web \u2013 mi riferisco principalmente a un pubblico di non specialisti, ma non solo \u2013 usa e user\u00e0 quella edizione, per ragioni di praticit\u00e0. C\u2019\u00e8 di pi\u00f9. L\u2019anomalia, almeno per chi abbia una formazione filologica tradizionale, \u00e8 che un testo, come nel caso dell\u2019edizione Carducci, venga immesso<\/em> on line <em>e reso fruibile al pubblico ancor prima che siano completate le verifiche di conformit\u00e0 con l\u2019edizione cartacea di riferimento. Tale controllo avviene infatti in movimento, in diacronia. Ci sono al momento pagine perfettamente aderenti all\u2019edizione cartacea e pagine che presentano difformit\u00e0, ancora da correggere. Non so sinceramente fino a che punto questo metodo, oltre a non avere rigore scientifico, sia un servizio al lettore. Le conseguenze possono essere di varia natura. Pu\u00f2 capitare che un utente citi nel frattempo da quella edizione trascinandosi dietro le temporanee incongruenze testuali. Pu\u00f2 accadere anche che un revisore, filologicamente non rigoroso, cali sul testo di Carducci (arbitrario per molti versi) le sue norme grafiche, convertendo, ad esempio, accenti acuti in gravi, o viceversa: viene cos\u00ec a prefigurarsi una possibile contaminazione e stratificazione di interventi. C\u2019\u00e8 tutta una serie di rischi che non sono considerati come si dovrebbe<\/em>\u2026<\/p>\n<p>   Il caso che mi cita conferma quanto le dicevo. Lo <em>Zibaldone<\/em>, pi\u00f9 esattamente i <em>Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura <\/em>curati da una commissione presieduta da Carducci, pubblicati da Le Monnier, in 7 volumi, tra il 1898 e il 1900, restano un documento storico di grande importanza. \u00c8 lodevole l\u2019averli messi in rete, perch\u00e9 pochi di noi li posseggono e il consultarli pu\u00f2 tornare utile anche ai filologi, prescindendo dal disinvolto e censurabile uso di cui abbiamo parlato. Lei mi dice che ha riscontrato errori vari rispetto all\u2019originale, precisandomi che quegli errori sono per loro natura provvisori, che potrebbe non trovarli pi\u00f9 (e magari trovarne degli altri) in una successiva consultazione del medesimo sito. Dunque, come regolarsi? Allo stato attuale il computer non mi soddisfa, devo stare sull\u2019avviso e, se ne ho necessit\u00e0 \u201cfilologica\u201d, devo andare a fare i miei riscontri in biblioteca, alla vecchia maniera.   <\/p>\n<p>   <em>Sulla questione, dunque, non \u00e8 il caso d\u2019insistere, sicch\u00e9 salto a un\u2019altra domanda, di tutt\u2019altro genere. Lei \u00e8 anche uno studioso di Giuseppe Gioachino Belli. Come ha vissuto e fatto convivere dentro di Lei questi due autori, apparentemente cos\u00ec lontani<\/em>? <\/p>\n<p>   Malissimo.<\/p>\n<p>   <em>Come malissimo? C\u2019\u00e8 qualcosa che li lega reciprocamente ai suoi interessi<\/em>?<\/p>\n<p>   Malissimo perch\u00e9 convivono in conflitto. Sono due mondi, Leopardi e Belli, tra loro distanti e incomunicanti, sicch\u00e9, per passare dall\u2019uno all\u2019altro, s\u2019impone un\u2019inversione di rotta mentale e psicologica. Coincidenze biografiche e culturali sono ravvisabili: entrambi sudditi dello Stato pontificio, hanno avuto a che fare con preti, teologia e catechismo; avevano in comune anche alcune conoscenze o amicizie: l\u2019abate Francesco Cancellieri, Francesco Cassi, Pietro Giordani, Giuseppe Melchiorri (cugino di Leopardi) e Giulio Perticari; la donna amata dal poeta romano fu la marchesina Vincenza Roberti, nipote di quella marchesa Volumnia cui Giacomo dodicenne indirizz\u00f2 la burlesca \u201cletterina della Befana\u201d. Come Leopardi, Belli nutr\u00ec la sua cultura, oltre che con la Bibbia, con gli illuministi, soprattutto con la lettura di Rousseau e Voltaire (scarsa, invece, era la sua conoscenza dei classici antichi, specialmente dei greci); con i romantici, in letteratura e in musica, and\u00f2 pi\u00f9 avanti di Leopardi per motivi anagrafici (mor\u00ec nel 1863, ventisei anni dopo il Recanatese). Belli aveva letto i <em>Canti<\/em> nell\u2019edizione Piatti del 1831, e li aveva schedati nel suo <em>Zibaldone<\/em>, non paragonabile a quello leopardiano neppure alla lontana, perch\u00e9 \u00e8 uno dei tanti \u201cmagazzini\u201d in uso allora e prima di allora, una congerie di riassunti e schedature di libri e articoli, dove di rado compaiono giudizi; Leopardi non seppe nulla dei suoi clandestini sonetti romaneschi, anche se con ogni probabilit\u00e0 lo conobbe di persona nel secondo soggiorno romano, tra il 1831 e il 1832.<br \/>\n   Gli accostamenti si fermano qui. La loro creativit\u00e0 segue due strade opposte. Quella di Leopardi \u00e8 costantemente ascensionale, parte dall\u2019esperienza del \u201csensibile\u201d, degli accadimenti interiori ed esteriori, per scalare le vette di un pensiero vertiginoso, che interroga l\u2019<em>altrove<\/em> \u2013 la luna, il firmamento, la Natura, il Fato \u2013 sul senso dell\u2019essere e dell\u2019esistere; e il poeta reinventa una lingua, come ho detto, insieme classica e moderna, che resta sempre casta, purissima, anche nei moti di ribellione e nella satira. Belli trova la sua verit\u00e0 di poeta, abbandonando una lingua che definisce \u00abfradicia per sette secoli di vita\u00bb e scegliendo un dialetto infimo, quello della plebe (non popolo) di Roma. La sua \u00e8 una strada tutta in discesa, \u00e8 un inabissarsi nell\u2019inferno di una subumanit\u00e0 tragica e buffona, nutrita di superstizione, pronta a usare il coltello senza rinunciare alla corona del rosario, avida di cibo, di vino e di sesso. Hanno entrambi una visione negativa della vita e del creato, ma \u00abil brutto\/ poter che, ascoso, a comun danno impera\u00bb di Leopardi, metafisica proiezione del Male che governa l\u2019universo, non \u00e8 paragonabile al Cristo di Belli che, sulla croce, ha sparso per i potenti e prepotenti il sangue, per i derelitti il siero (cos\u00ec nel sonetto <em>Li du\u2019 ggener\u2019umani<\/em>). Qui c\u2019\u00e8 la bestemmia che solo un cattolico in crisi poteva inventare, negando addirittura la grazia salvifica della Redenzione per gli \u201cumili\u201d: gli umili belliani non innocenti, non manzoniani. Quella bestemmia il poeta la fa pronunciare dal plebeo ignorante, nel quale si \u00e8 trasferito e mascherato: un\u2019operazione mimetica ambigua, estranea a Leopardi.<br \/>\nDunque non so dirle perch\u00e9 mi sono interessato quasi contemporaneamente a Leopardi e a Belli, ma assai di pi\u00f9 al primo. Sono i due pi\u00f9 grandi poeti italiani dell\u2019Ottocento: due geni che forse, in quanto opposti, possono illuminarsi a vicenda.<br \/>\n   Ma Belli non diverr\u00e0 mai universale come Leopardi, non tanto per l\u2019ostacolo del dialetto quanto per una minore ampiezza e profondit\u00e0 di pensiero e di cultura, ancor pi\u00f9 perch\u00e9 la sua personalit\u00e0 \u00e8 scissa tra pubblico conformismo e clandestina rivolta dissacratoria. Nella sua produzione in lingua, destinata alle recite accademiche e quantitativamente superiore a quella dialettale, non c\u2019\u00e8 nulla che faccia presagire il genio dei <em>Sonetti<\/em> romaneschi: la si studia perch\u00e9 ci sono i <em>Sonetti<\/em>, i quali, nella loro debordanza numerica (2279),  restano un\u2019opera non sistemata, non rifinita e licenziata dall\u2019autore, sicch\u00e9, accanto a capolavori assoluti, presentano non poche cadute nell\u2019occasionale e convenzionale, nella ripetitivit\u00e0 meccanica di temi e stilemi. \u00c8 un automatismo, dell\u2019irrompente vena comica e della straordinaria maestria linguistica e metrica, che Belli stesso confess\u00f2 in una lettera all\u2019amica attrice Amalia Bettini: \u00abConosco il tasto dell\u2019ilarit\u00e0. Tocco quello, ed esso fa l\u2019uficio suo. Io rimango intanto freddo e malinconico\u00bb.    <\/p>\n<p>    <em>L\u2019ultima domanda. Secondo lei, Leopardi ci lascia un messaggio ultimo<\/em>? <\/p>\n<p>   Mah. Tutti i grandi poeti ci lasciano un messaggio ultimo, che quindi ultimo non \u00e8\u2026 \u00c8 una battuta\u2026 per\u00f2 non credo nel \u201cmessaggio ultimo\u201d. Pi\u00f9 esattamente, penso che ad attribuire messaggi ai poeti siano i posteri, piegandoli alle loro diverse e opposte ideologie, che   mutano o si ripropongono da una generazione all\u2019altra.<br \/>\n   Leopardi, come \u00e8 noto, si propose di scrivere una \u00abLettera a un giovane del 20\u00b0 secolo\u00bb (l\u2019appunto \u00e8 nei \u201cDisegni letterari\u201d e nello <em>Zibaldone<\/em>), ma ci rinunci\u00f2 perch\u00e9 quello che aveva da dire ai futuri giovani (e non giovani) era gi\u00e0 in tutta la sua opera\u2026 e poi, secondo me, con l\u2019umorismo scettico delle <em>Operette morali<\/em>, lasci\u00f2 che i posteri la scrivessero loro quella lettera, prevedendo che avrebbero combinato, scombinato e ricombinato a loro piacimento i suoi pensieri, come in un <em>puzzle<\/em>. <\/p>\n<p>(2012)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In occasione del genetliaco di Giacomo Leopardi oggi, 29 giugno 2015, il presente blog si onora maggiormente di offrire in lettura una lunga e densissima INTERVISTA SU LEOPARDI rilasciata dal &#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[1],"tags":[],"class_list":["post-4376","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-senza-categoria"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/4376","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=4376"}],"version-history":[{"count":23,"href":"https:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/4376\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":4400,"href":"https:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/4376\/revisions\/4400"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=4376"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=4376"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=4376"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}