{"id":6490,"date":"2017-05-04T00:09:46","date_gmt":"2017-05-03T23:09:46","guid":{"rendered":"http:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/?p=6490"},"modified":"2017-05-04T00:10:55","modified_gmt":"2017-05-03T23:10:55","slug":"6490","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/?p=6490","title":{"rendered":""},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/?attachment_id=6471\" rel=\"attachment wp-att-6471\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-full wp-image-6471\" src=\"http:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2017\/05\/untitled.png\" alt=\"\" width=\"143\" height=\"186\" \/><\/a><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em><strong>PATATE E FIELE<\/strong><\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>La Caporetto nefasta e idealista<\/em><\/p>\n<p><em>del Sottotenente Carlo Emilio Gadda&#8230;<\/em><\/p>\n<p><em>\u00a0<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Le melanconiche e tragiche gesta della disfatta di Caporetto sono fin troppo note, e quegli antichi dispacci e quelle atroci cronache di guerra \u2013 che oggi hanno cento anni \u2013 cercano semmai un&#8217;eco ben diversa e pi\u00f9 nobile (a suo modo anche pi\u00f9 misteriosa e sorprendente), proprio dalle vicissitudini creative della poesia e dagli incunaboli del romanzo, che non dalle pedisseque relazioni, o dai verbali impettiti e avulsi delle maiuscole, anche inette, omertose Istituzioni politiche e militari&#8230;<\/p>\n<p>All&#8217;alba del 24 ottobre 1917, il Generale in capo Luigi Cadorna, nella sede del Comando Supremo di Udine, venne informato del <strong>pesante bombardamento sulla linea Plezzo-Tolmino<\/strong>&#8230; Fedele alle sue convinzioni, il generale la ritenne una simulazione per distogliere l&#8217;attenzione dal fronte carsico&#8230; \u00a0\u00a0 Contemporaneamente, sul <strong>monte Krasij<\/strong> a nord di Caporetto, si trovava la terza linea difensiva formata da alcuni battaglioni alpini, tra cui quello comandato dal Sottotenente <strong>Carlo Emilio Gadda, gi\u00e0 dal 1915 fervido volontario interventista<\/strong>. Lui e i suoi uomini furono svegliati alle due del mattino dai bombardamenti massicci che proseguirono fino all&#8217;alba. Non subendo per\u00f2 alcun attacco e non ricevendo alcun ordine, rimasero nelle loro posizioni, isolati e completamente avvolti nella nebbia.<\/p>\n<p>Verso le 12 videro alcuni soldati italiani inseguiti da quelli austro-germanici e, alle 15, udirono le esplosioni dei ponti sull&#8217;Isonzo. Capirono quindi di essere bloccati ed attesero con rassegnazione l&#8217;attacco nemico.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Vari anni dopo, nel &#8217;32, il grande poeta dialettale milanese Delio Tessa evocher\u00e0 quell&#8217;atmosfera nefasta nel suo aspro, denso poemetto &#8220;L&#8217;\u00e8 el d\u00ec di Mort, alegher&#8221; (&#8220;\u00c8 il giorno dei Morti, allegri!&#8221;): in cui si parte dal parallelo della celebrazione laica e un po&#8217; edonistica della ricorrenza dei Morti (con le &#8220;scampagnate&#8221; al cimitero e i dolcetti), con la disfatta di Caporetto del &#8217;17, durante la Grande Guerra \u2013 e l&#8217;emblema della Morte come inevitabile sconfitta sull&#8217;esistenza \u2013 per arrivare alla consapevolezza della caducit\u00e0 e della sostanziale insipienza della vita&#8230;<\/p>\n<p>Un &#8220;Peso&#8221; ineludibile e certo invincibile, che gi\u00e0 l&#8217;Ungaretti de <em>L&#8217;Allegria <\/em>aveva risolto con la <em>pietas <\/em>e la laica fede in una poesia non pi\u00f9 aulica \u2013 per fortuna \u2013 ma <em>creaturale<\/em>:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Quel contadino<\/p>\n<p>si affida alla medaglia<\/p>\n<p>di Sant&#8217;Antonio<\/p>\n<p>e va leggero<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ma ben sola e ben nuda<\/p>\n<p>senza miraggio<\/p>\n<p>porto la mia anima<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>(Mariano il 29 giugno 1916)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Vicenda tra le pi\u00f9 enigmatiche e anche significative di quei durissimi anni di guerra, e forse di tutta l&#8217;ancor giovane storia dell&#8217;Italia Unita (che aveva da poco superato il suo primo mezzo secolo, organizzando nel 1911, a Roma, nell&#8217;incanto di Valle Giulia, una pomposa Esposizione Artistica Universale \u2013 fra il Liberty e il <em>d\u00e9co<\/em> \u2013 nonch\u00e9 assalendo e conquistando baldanzosamente la Libia, il posto al sole, lo scatolone di sabbia, nella perfetta, magnanima retorica ufficiale \u2013 pascoliana, ahilui \u2013 de &#8220;La grande proletaria si \u00e8 mossa&#8221;&#8230;), la ritirata tragica di Caporetto sino al riposizionamento \u2013 questo s\u00ec, eroico \u2013 sulla nuova, quasi sacra linea del Piave, d\u00e8tta ad alcuni scrittori italiani fieri della loro divisa pagine non facilmente dimenticabili, e l&#8217;occasione di una profonda analisi insieme pubblica e privata.<\/p>\n<p>Penso a certi libri giovanili di Mario Puccini, dello stesso Malaparte, e soprattutto al <em>Giornale di guerra e di prigionia <\/em>di Carlo Emilio Gadda, ivi compreso quel &#8220;Diario di Caporetto&#8221; (Garzanti, Gli Elefanti, Milano, 2002) che ci racconta le meditazioni tristissime del Ten. &#8220;Gaddus&#8221; \u2013 cos\u00ec amava firmarsi \u2013\u00a0 reboante e pignolo come sempre, anzi come non mai, spaventato dalla Storia e refrattario quant&#8217;altri mai alla penosa e susseguente prigionia, in mano agli austriaci, tronf\u00ee e quasi sempre impietosi, vendicativi&#8230;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Caporetto<\/em> <em>\u2013 &#8220;Note sulla ritirata di un fante della III Armata&#8221;<\/em> (Editrice Goriziana, 1987: ristampa a cura di Francesco De Nicola della prima edizione, uscita a Firenze, da Bemporad, nel 1918, di &#8220;Dal Carso al Piave&#8221;), \u00e8 un libro fervido ed umile di <strong>Mario Puccini<\/strong>, in chiara, gloriosa e limpida area &#8220;vociana&#8221;, cio\u00e8 a dire fiore e frutto di una poetica dolce, immediata, candidamente <em>populista <\/em>(un po&#8217; alla Jahier e alla Slataper)&#8230; Non dimentichiamo anche che Giuseppe Ungaretti, soldato semplice e <em>uomo di pena<\/em>, proprio in quegli stessi anni, ed in trincea sul Carso (<em>Il porto sepolto <\/em>usc\u00ec nel 1916), stava cambiando le sorti, i modi e gli esiti della grande e schietta nuova poesia italiana: &#8220;Di che reggimento siete \/ fratelli?&#8221;&#8230;<\/p>\n<p>Leggiamone solo un brano, della prosa fervida e dolente di Puccini; memorabile come un breve racconto tolstojano, l&#8217;agonia del povero soldato meridionale, orgoglioso e patriota <em>usque ad mortem<\/em>:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&#8220;&#8230; Uno dei feriti, che abbiamo raccolto al bivio di Gonar, \u00e8 moribondo.<\/p>\n<p>La colonna si arresta, tutti si scoprono. Questa morte, a mezzo la ritirata, e mentre si ignora la sorte di quelli che difendono il grosso dell&#8217;Armata, \u00e8 quanto mai tragica.<\/p>\n<p>Non s&#8217;ode un colpo di cannone. Sul cielo, ormai quasi terso, non un rombo d&#8217;aeroplano, che dica: siete guardati e protetti, avanti, con ordine e con fede.<\/p>\n<p>Il soldato che muore, ha la barba incolta, i baffi spioventi. Non ha numero sul berretto, le sue scarpe sono senza stringhe, la giacca \u00e8 scucita.<\/p>\n<p>\u00c8 un meridionale.<\/p>\n<p>Poco prima di morire (un cappellano gli umetta le labbra col cognac e gli suggerisce le ultime preghiere) egli apre le labbra e mormora:<\/p>\n<p>&#8216;Non seppellitemi qui. Non mi lasciate agli austriaci!&#8217;.\u00a0 &#8230;&#8221;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ben altra forza polemica e provocazione avr\u00e0, nel 1919, <em>La rivolta dei santi maledetti<\/em>, primo libro del giovin &#8220;pratese&#8221; Kart Erich Suckert, classe 1898, che solo dal &#8217;25 inizier\u00e0 a farsi chiamare <strong>Curzio Malaparte<\/strong>, e che affida a questo <em>pamphlet<\/em> una virulenza epocale di rara, allarmante bellezza&#8230; Certo, come scriver\u00e0 nel &#8217;55 in <em>Due anni di battibecco<\/em>, che tutte o quasi&#8230;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&#8220;&#8230; le vicende della vita italiana negli ultimi quarant&#8217;anni nascono dalla dolorosa esperienza di quella guerra: e soprattutto dalla scoperta che v&#8217;erano e vi sono, due Italie. L&#8217;Italia dei codini, dei bigotti, degli sbirri, dei ladri, degli Alti Comandi (e per Alti Comandi non intendo solo quelli militari), di tutti coloro che disprezzano il popolo italiano, lo sfruttano, l&#8217;opprimono, l&#8217;umiliano, l&#8217;ingannano, lo tradiscono, quella ignobile Italia che la mia generazione, e tutte le generazioni del Carso e del Piave, hanno rifiutato e rifiutano. E l&#8217;Italia della fanteria, l&#8217;Italia della povera gente, l&#8217;Italia generosa, leale, onesta, coraggiosa, nemica d&#8217;ogni prepotenza, d&#8217;ogni sopruso, d&#8217;ogni privilegio, nella quale abbiamo creduto e crediamo. &#8220;&#8230;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>E qui, dobbiamo dirlo, il cambio di prospettiva \u00e8 abbastanza netto: e non c&#8217;\u00e8 spazio per accondiscendenze creaturali o cerimonie consolatorie, o peggio melanconici, effusi riti encomiastici \u2013 in uno scrittore che fin da giovane inseguiva lo <em>scandalo<\/em>, l&#8217;effettismo straripante e la controretorica sommuovente come aggressiva, impulsiva dichiarazione di poetica e unica unit\u00e0 di misura, pi\u00f9 esplosiva degli <em>shrapnels<\/em> degli austriaci&#8230;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&#8220;&#8230; La retorica celebrazione della ritirata di Caporetto come &#8216;fenomeno schiettamente sociale&#8217; e clamorosamente eversivo,&#8221; \u2013 annota Gianni Grana nella sua agile monografia su <em>Malaparte<\/em> \u2013 &#8220;non viene solo a proporre uno stravagante capovolgimento dei giudizi correnti su uno dei drammi pi\u00f9 oscuri della nostra guerra, ma tenta anche una apertura di orizzonti, una comprensione meno superficiale della storia civile del nostro Paese, delle virt\u00f9 e dei vizi storici del nostro popolo. Colpisce, fino a un certo punto, nel Suckert la prospettiva &#8216;democratica&#8217; e lo schema classista, si direbbe gramsciano, applicato allo sfortunato episodio militare. (&#8230;)<\/p>\n<p>Caporetto \u00e8 la rivolta di questo proletariato in guerra, dopo le delusioni per le carenze degli ordinamenti e le colpe dei capi, il disgusto di una nazione &#8216;matrigna&#8217; che &#8216;continua a vivere la sua grassa vita&#8217; lontana dalle trincee e perci\u00f2 ancorata sempre alla &#8216;vecchia concezione della <em>bella morte<\/em> e dell&#8217;<em>atto eroico<\/em>&#8216;&#8230; Caporetto \u00e8 l&#8217;espressione di questo abisso morale, scavato poco a poco dal disinganno e dal malcontento, dalla stanchezza e dall&#8217;insofferenza, da una &#8216;profonda indignazione sociale&#8217;, tra il popolo sacrificato e la nazione declamante al riparo delle &#8216;comodissime citt\u00e0 dell&#8217;interno&#8217;; \u00e8 il frutto di una insorta coscienza e mentalit\u00e0 &#8216;antiborghese e antiretorica&#8217;.&#8221;&#8230;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>*******<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ma il fulcro pi\u00f9 ghiotto e certo anche pi\u00f9 intenso (misterico?) della nostra analisi, oggi torna su quel <em>Diario <\/em>gaddiano, alla ricerca forse di un unico destino, insieme creativo e caratteriale&#8230; Non era ancora uno scrittore di ruolo, <strong>Carlo Emilio Gadda<\/strong> (Milano, 1893 \u2013 Roma, 1973) \u2013 grandissimo come presto diventer\u00e0 \u2013 e neanche si poteva ancora fregiare del titolo e della laurea d&#8217;Ingegnere&#8230; (cosa che accadde precisamente nel 1920).<\/p>\n<p>Figlio, lo sappiamo, di un piccolo industriale della seta assai dissestato, e di una insegnante di Belle Lettere, come si diceva allora, si iscrisse al Politecnico, ma presto poi, nel &#8217;15, part\u00ec <em>volontario<\/em> per il fronte; dove peraltro conobbe due figure abbastanza rilevanti del nostro primo mezzo secolo: Bonaventura Tecchi, viterbese ma romano d&#8217;adozione, romanziere e germanista, ed Ugo Betti, maceratese, futuro giudice e presto anche grande drammaturgo, con cui condivise i mesi tristi, freddi e laceri della prigionia&#8230;<\/p>\n<p>Beh, non stupisce che la prima vera prova letteraria di Gadda sarebbe poi in effetti stata, nel &#8217;27, una sorta di dissertazione filosofico-letteraria, l&#8217;<em>Apologia manzoniana <\/em>(Solaria&#8221;, II, 1: erano gli anni in cui realmente &#8220;Il Gran Lombardo&#8221; esercitava e lavorava come Ingegnere, in giro per mezzo mondo, Argentina compresa)&#8230; L&#8217;<em>incipit <\/em>infatti del &#8220;Giornale di Campagna&#8221;, datato Edolo di Valle Camonica, 24 agosto 1915, \u00e8 gi\u00e0 sinuosa prova o prosa manzoniana, dove anche la Natura sembra avere un suo preciso ruolo o sfondo etico&#8230;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&#8221; Le note che prendo a redigere sono stese addirittura in buona copia, come vien viene, con quei mezzi lessigrafici e grammaticali e stilistici che mi avanzeranno dopo la sveglia antelucana, le istruzioni, le marce, i pasti copiosi, il vino e il caff\u00e8. Scrivo sul tavolino incomodo della mia stanza, all&#8217;albergo Derna, verso le una e mezza pomeridiana. Le imposte chiuse e i vetri aperti mi lasciano entrare l&#8217;aria fresca e quasi fredda della montagna, i rumori dei trasporti e le voci della gente: mi impediscono la veduta di un muro, che si trova a due o tre metri in faccia e in cui non figurano che finestre chiuse, e delle rocce del Baitone. \u2013 &#8221;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Oh, <em>l&#8217;aria fresca e quasi fredda della montagna<\/em>, registrata ed evocata in quei giorni, con empito pressoch\u00e9 turistico, dal bell&#8217;albergo azzimato di ufficialetto borghese (che infatti vi risiedeva comodamente), doveva nel giro di un paio d&#8217;anni \u2013 A.D. 1917 \u2013 tramutarsi nella terribile cronaca di quell&#8217;Ottobre nefasto, in cui il nome appunto di Caporetto giunger\u00e0 a dilaniare ogni ottimismo guerresco, patriottico, e conclamare semmai il senso della <em>disfatta<\/em> pi\u00f9 <em>totale<\/em>, e della <em>ritirata<\/em> vorremmo dire <em>cosmica<\/em>, assoluta: CAPORETTO.<\/p>\n<p>Ecco gli appunti straziati di quell&#8217;ennesima battaglia dell&#8217;Isonzo (la dodicesima), e questa volta in un ottuso, inebetito equilibrio tra volizione retorica e realt\u00e0 cupa, sorte rapace e ineludibile&#8230;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&#8221; Cap. 27. Mandai Sassella a prendere il 2\u00b0 sacco a pelo, che m&#8217;aveva portato gi\u00f9 la sera con la corv\u00e9e del rancio e che aveva lasciato in caverna di Cola. \u2013 Poco dopo egli torn\u00f2 con un altro, recandomi l&#8217;ordine di ritirarmi dalla posizione, il pi\u00f9 presto possibile. \u2013 Quest&#8217;ordine mi fulmin\u00f2, mi stord\u00ec: ricordo che la mia mente fu come percossa da un&#8217;idea come una scena e riempita da un lampo: &#8216;Lasciare il Monte Nero!&#8217;; questa mitica rupe, costata tanto, e presso lei il Wrata, il Vrsic; lasciare, ritirarsi; dopo due anni di sangue.<\/p>\n<p>Attraversai un momento di stupore demenziale, di accoramento che m&#8217;annient\u00f2. Ma Sassella incalzava: &#8216; Signor tenente bisogna far presto, ha detto il tenente Cola di far presto&#8217;, e incit\u00f2 poi per conto suo gli altri soldati. Mi riscossi: credo non esser stato dissimile dai cadaveri che la notte sola copriva. Diedi l&#8217;ordine a Remondino, il vecchio alpino piemontese (cl. 90 o 91) che rimase pure percosso, addolorato &#8216;Ma qui c&#8217;\u00e8 qualche tradimento&#8217; esclam\u00f2, &#8216;ma non \u00e8 possibile&#8217;. Poi andai nell&#8217;altra caverna e pur l\u00e0 diedi l&#8217;ordine. \u2013 &#8220;&#8230;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Uno scrittore \u00e8 tale, o presto lo diventa, per la scelta ardua e nobile delle immagini, delle &#8220;sequenze&#8221; fermate e raccontate (quasi girate, come provvido, lievitante materiale cinematografico)&#8230;Gadda ci dona a questo punto una pagina \u2013 al di l\u00e0 dell&#8217;inettitudine in uniforme dell&#8217;Esercito \u2013 una vera, prosaica\u00a0 innologia sui poveri <em>muli<\/em>, cos\u00ec cari agli alpini, e utili, anzi indispensabili, che sembra presa da una divagazione, umbratile e pastosa, del romanziere che sar\u00e0:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&#8220;&#8230; La colonna dei muli, preziosi e insostituibili strumenti nella nostra guerra da montagna, quasi cari compagni di pericoli e disagi per l&#8217;artigl. da montagna e le compagnie mitragliatrici alpine, fu un nuovo doloroso colpo per me. Pensavo che nella notte fossero in gran parte salvi, invece no: valutando a pi\u00f9 di cinque km.la strada fittamente occupata dalla loro colonna, e m. 2,5 il posto d&#8217;ogni quadrupede, calcolai che duemila animali e pi\u00f9 fossero gli abbandonati: la nera fila spiccava lungo il parapetto della strada. Ricorder\u00f2 sempre anche questo particolare che si aggiunse al mio dolore.<\/p>\n<p>E avanti, avanti, gi\u00e0 stanchi, sperando ancora, ma fra la crescente preoccupazione. Cos\u00ec venimmo nei prati che, a destra del detto torrente, dove esso sbocca stanno tra l&#8217;Isonzo e le colline antistanti al Krasji. \u2013 Qui soldati a frotte, che andavano e venivano: chi si dirigeva a Ternova, chi ne tornava o pareva tornarne. Muli liberi e accompagnati che girovagavano; qualche fucile, delle selle. \u2013 (La ricerca affannosa e la realt\u00e0 senza scampo).&#8221;&#8230;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ma non finisce qui. Torniamo sul senso insieme fatale e terribile della Natura (essendo lui anche un filosofo, vorremmo aggiungere, chiosare: <em>Natura naturans<\/em> e <em>naturata<\/em>)&#8230; Con quell&#8217;Isonzo mugghiante e adirato come una divinit\u00e0 omerica (il fiume Xanto, che poteva assumere forma umana, e preg\u00f2 Achille di non gettar pi\u00f9 cadaveri nelle sue acque!), anzi addirittura ancestrale&#8230;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&#8220;&#8230; Cos\u00ec mi apparve la 2\u00aa volta il bellissimo ponte che, ammirando, valicai pochi giorni prima con un soddisfacimento estetico e sentimentale intensissimo. L&#8217;Isonzo mugghiava sotto, nel letto profondo. \u2013 Poco avanti v&#8217;erano sparse sulla strada delle cassette di ufficiali, dei viveri, delle botti, preda ormai dei tedeschi. \u2013 Al bivio, dove un ramo va a Caporetto, un altro prosegue a sinistra, costeggiando il fiume, ci fermammo un momento. Un soldato nostro ubriaco spillava vino da una botte aperta e il cui contenuto era in parte uscito ad arrossare il polverone della strada. Soldati nostri si chiamavano al festino; non ostante gli urli e le minacce delle sentinelle tedesche; dei tedeschi era ormai tutta quella roba. Perci\u00f2 pregai Sassella di riempirmi di vino la borraccia e ne bevvi avidamente alcuni sorsi. &#8220;&#8230;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Annotazione che sarebbe fredda e in qualche modo burocratica se poi non liberasse aneddoti estrosi, bislacchi o perfino famelici&#8230; Ad esempio, raccontando lo scenario sconvolto di Caporetto paese, quello sulle due prostitute da campo (<em>cocottes<\/em> \u2013 le chiama Gaddus, con squisitezza insieme gozzaniana e &#8220;crepuscolare&#8221; <em>in fieri<\/em>)&#8230;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&#8220;&#8230; All&#8217;entrata del paese, e anche nelle case, muli morti e cadaveri (uno d&#8217;un ufficiale in una casa) asfissiati gli uni e gli altri: qualcuno in atto di estrarre la maschera. Nei prati pozze di granate (ricordo una da 305), ma in complesso non come a Magnaboschi, e tanto meno sul Faiti. Gli \u00e8 che quelle granate arrivarono addosso a gente non avvezza (chauffeurs, borghesi, comandi) e cariche di gas asfissianti, producendo pi\u00f9 panico che danno. Due cocottes piene di sifilide e di sguaiato servilismo pregarono De Candido di raccomandarle a ufficiali tedeschi. Cola e lui chiesero quale fosse la loro sorte e si fermarono a chiacchierare: io impaziente feci loro premura e proseguimmo. Ricordo le sfacciate parole della pi\u00f9 piccola delle due svergognate: &#8216;Per noi italiani o tedeschi fanno lo stesso!&#8217;, dette con allegria. &#8220;&#8230;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>*******<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>La prigionia acerrima del Sottotenente Carlo Emilio Gadda trascorre cos\u00ec, insieme eroica e maldestra, appassionata e futile, <em>dramatica<\/em> e ridicola, da perfetto <em>alter ego<\/em> di Se Stesso, cio\u00e8 a dire: umbratile, trasparente protagonista della propria stessa, incipiente romanzer\u00eca&#8230; La Caporetto, immaginiamola visionariamente cos\u00ec, di un Don Gonzalo Pirobutirro d&#8217;Eltino (parliamo del futuro, ma gi\u00e0 immanente protagonista, hidalgo-ingegnere, de <em>La cognizione del dolore<\/em>)&#8230;<\/p>\n<p>La fameFAME, le &#8220;cartoline da casa&#8221; (meglio ancora i pacchi e pacchetti, che arrivavano, grazie alla Croce Rossa, mesi dopo), i suoi continui elenchi, elenchetti, addirittura gli schizzi, i disegni, gli appunti visivi ed esistenziali da pantagruelico ma anche disperato (affamato) Ufficiale di cucina, che chiama e segna &#8220;la forza&#8221; \u2013 fa continuamente l&#8217;appello, ideale o nominale, anche fra le povere, disastrate camerate (ci si passi la rima baciata) di un campaccio di prigionia:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&#8220;&#8230; Rastatt; Friedrichsfeste; 16 gennaio 1918. ore 11. \u2013 Sono dunque ufficiale di cucina. Lavoro enorme; sonno insufficiente (da mezzanotte alle cinque oggi) ma la fame \u00e8 saziata. A ogni distribuzione di sbobba \u00e8 una battaglia che bisogna impegnare coi rappresentanti delle varie camerate. \u2013 Disturbi intestinali, provocati dal freddo, dalla mancanza di calze, dall&#8217;aver sempre le scarpe rotte e i piedi bagnati. &#8220;&#8230;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Patate e fiele<\/em>, ecco la formula infausta, l&#8217;imprecazione, la deriva e la maledizione quotidiana (cos\u00ec come <em>sbobba<\/em> \u00e8 forse la parola pi\u00f9 frequente e pi\u00f9 usata, biascicata, di tutto questo diario \u2013 anche pi\u00f9 della categoria luttuosa, e vorremmo dire biblica, della condanna al <em>Dolore<\/em>)&#8230;<\/p>\n<p>Insomma una Caporetto \u2013 quella del Sottotenente Carlo Emilio Gadda \u2013 nefasta e idealista, lancinantemente epocale e tragicomica, un po&#8217; nevrastenica e controretorica&#8230;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&#8221; Rastatt, 24 febbraio 1918. \u2013<\/p>\n<p>Nessuna lettera, nessun pacco in questi giorni. Giorni di tetraggine e talora di disperazione. La fame \u00e8 sempre saziata, ma a qual prezzo! A prezzo di noie continue, di lavoro, di rabbia: tra un dolore e l&#8217;altro. Si pu\u00f2 dire che mangio patate e fiele. Mi sento orribilmente solo nella orribile folla dei compagni: non compagni, ma quasi nemici. E la visione della miseria futura mi spaventa. \u2013 Anche fisicamente non sto molto bene: un po&#8217; di debolezza cardiaca, provocata dalla vita continuamente umida, tra il vapore e il caldo delle marmitte. \u2013 &#8221;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il grande scrittore <em>in nuce<\/em>, ripetiamo, qui annida e si prepara nelle annotazioni e negli aneddoti pi\u00f9 eclatanti, <em>espressionisti<\/em>, madornali, chicche e guizzi alla Rabelais&#8230; Che in qualche modo profetizzano, in poche righe, interi squarci di futuri racconti, di romanzi insieme deliziosi e orrifici, ineludibili e allo stesso modo improbabili&#8230;<\/p>\n<p>Quello sul Natale di Roma, a pochi mesi da Caporetto, nel Celle-Lager, Offiziergefangenenlager di Hannover, ci sembra gi\u00e0 pagina degna insieme del futuro autore sia del <em>Pasticciaccio <\/em>che de <em>La Cognizione del Dolore <\/em>(certo il suo vertice assoluto: perfetta \u2013 e non finita \u2013 elaborazione, <em>pulsione<\/em> romanzesca dopo la morte della Madre, figura per lui doppiamente essenziale).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&#8220;&#8230; Celle-Lager, 22 aprile 1918. \u2013<\/p>\n<p>Ieri Natale di Roma, ricordato con una adunanza tra i prigionieri romani e laziali del Blocco A nel pomeriggio; discorso (criticato da Tecchi) e bicchierata. Io non ero presente, perch\u00e9 non romano, ma vi partecipai col cuore, mandando il saluto del figlio senza scarpe alla Madre lontana ed augusta ed eterna. \u2013 La sera, anche al nostro blocco, un commosso discorso del capitano Casella. \u2013 Poi suono di inni patriottici, fra gli ufficiali plaudenti all&#8217;impiedi, a capo scoperto. Si grid\u00f2 &#8216;viva l&#8217;Italia&#8217; e io gridai commosso. \u2013 Poi piccolo trattenimento musicale, con qualche macchietta si distingue come discreto macchiettista il tenente Lorigiola. &#8220;&#8230;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Ma in tutto questo diario di guerra e poi di prigionia, la Madre era in fondo l&#8217;Italia, e <em>Italia<\/em> la sorella (Clara), <em>Italia<\/em> anche il fratello Enrico \u2013 l&#8217;aviatore, morto da <em>eroe<\/em>, e immensamente rimpianto: in un&#8217;Italia oltretutto che gli eroi li dimentica, li sommerge, mentre poi orribilmente osa salvare i beceri, gli inetti, i paria, i furbi d&#8217;ogni Caporetto \u2013 ma attenzione: <em>non<\/em> quelli clamorosamente ribelli, i disertori, i &#8220;santi maledetti&#8221; che furono fucilati e <em>decimati<\/em> a iosa&#8230;<\/p>\n<p>Altro buco nero che l&#8217;Italia fece, fa sempre presto a rimuovere&#8230; cos\u00ec come le colpe degli Infelici Tanti, e forse anche i meriti dei Felici Pochi (che poi erano e furono \u2013 in realt\u00e0 \u2013 infelicissimi allo stesso modo)&#8230;In un film da fare, tra tanti anche girati, gigioneggiati nella falsariga d&#8217;una fatale, infausta commedia (<em>La Grande Guerra <\/em>di Monicelli) o restituiti all&#8217;historico dramma (<em>Uomini contro <\/em>di Francesco Rosi, da <em>Un anno sul&#8217;altipiano <\/em>di Emilio Lussu)&#8230; E dove ci sarebbe stato posto anche per la <em>macchietta<\/em>, il macchiettismo italico, la scherzosa amaritudine (questa s\u00ec, gaddiana <em>ante litteram) <\/em>del Tenente Lorigiola&#8230; E in verit\u00e0 tutta la pantomima patriottarda del festeggiamento del &#8220;Natale di Roma&#8221; del 1918 (41 anni prima di <em>Un maledetto imbroglio<\/em>, tra humour e tragedia, che Germi trasse da <em>Quer pasticciaccio brutto de via Merulana<\/em>)&#8230;<\/p>\n<p>Una scenetta pi\u00f9 carducciana, diciamolo, che dannunziana (l&#8217;<em>Imaginifico<\/em>, nonch\u00e9 oramai <em>Orbo Veggente<\/em> \u2013 dopo il noto incidente aviatorio che gli cost\u00f2 un occhio, e nei mesi di dura, accecata convalescenza, gl&#8217;ispir\u00f2 la splendida prosa lirica e i cartigli del <em>Notturno <\/em>\u2013 dal 1 novembre 1917 al 12 maggio 1918 pronunci\u00f2 una serie di discorsi poi raccolti sotto il titolo <em>La Riscossa<\/em>)&#8230;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&#8220;&#8230; E davvero adesso gl&#8217;imboscati fanno da eroi reduci, e gli eroi sono morti: e io sono cos\u00ec atrocemente solo, perch\u00e9 il mio fratello pi\u00f9 forte e bravo ed intelligente di me, il solo che poteva assistermi un po&#8217; nella vita, non \u00e8 pi\u00f9 con me. \u2013<\/p>\n<p>Noter\u00f2 dunque qualche cosa alla meglio, raggruppando per argomenti e preponendo volta per volta la data del giorno in cui scriver\u00f2. Molte cose non potr\u00f2 esprimere con l&#8217;intensit\u00e0 che vorrei, perch\u00e9 il dolore prostra, vuota, abbrutisce, distrugge, come dell&#8217;acido solforico versato sull&#8217;anima. Non resta pi\u00f9 niente, se non la faccia della morte, che vorrei prossima e liberatrice. &#8221; \u2013 Milano, 20-3-1919<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Il gaddiano <em>Giornale di guerra e di prigionia <\/em>termina cos\u00ec \u2013 con una pace pi\u00f9 dura e umiliante e abbrutente, a tratti, della Guerra; e una Caporetto che imperscrutabilmente <em>continua<\/em>, anche dopo che la retorica della Vittoria non ripar\u00f2 n\u00e9 i danni n\u00e9 la ferite, cicatrizzate a suon di versi da ogni <em>uomo di pena<\/em>, dai fratelli di ogni reggimento a baluardo o in fuga, sulla sacra, insanguinata linea del Piave e nei moti o nelle extrasistoli, aritm\u00ece del Cuore, per tutti &#8220;i fiumi&#8221;, secchi o fluenti, metaforici o avverati in cui sempre \u2013 come fece Giuseppe Ungaretti \u2013 noi possiamo e dobbiamo farci <em>un&#8217;urna d&#8217;acqua<\/em>, per riposarvi <em>come una reliquia<\/em>&#8230;<\/p>\n<p>Eccola, questa bara ancora troppo ufficiale, povera o scura, moganata elegante o grezza, intagliata di noce, equivocata ma ardimentosa di Caporetto (che fu insieme, per l&#8217;Italia tutta, ardimento e fuga, eroismo e diserzione, martirio e decimazioni in fretta, penose e obbrobriose, giusto dietro le linee&#8230;).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Di che reggimento siete<\/p>\n<p>fratelli?<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Parola tremante<\/p>\n<p>nella notte<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Foglia appena nata<\/p>\n<p><em>\u00a0<\/em><\/p>\n<p>Un infausto sepolcro di retorica sostituito e giubilato, redento, sasso dopo sasso, in fango di trincea, dal cristallo di luce della nuda poesia. Pietra e immenso cippo e totem o mammozzo autobiografico, macigno antropomorfico, condanna e mito di Sisifo, che solo parole d&#8217;anima possono scolpire, autoritrarre in rito di perdizione, e insieme drammatica, esemplare agnizione sensibile dentro e oltre <em>la realt\u00e0 senza scampo<\/em>:<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Come questa pietra<\/p>\n<p>del S. Michele<\/p>\n<p>cos\u00ec fredda<\/p>\n<p>cos\u00ec dura<\/p>\n<p>cos\u00ec prosciugata<\/p>\n<p>cos\u00ec refrattaria<\/p>\n<p>&#8230;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Plinio Perilli<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&nbsp; PATATE E FIELE &nbsp; La Caporetto nefasta e idealista del Sottotenente Carlo Emilio Gadda&#8230; \u00a0 &nbsp; &nbsp; &nbsp; Le melanconiche e tragiche gesta della disfatta di Caporetto sono fin &#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[1],"tags":[],"class_list":["post-6490","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-senza-categoria"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/6490","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=6490"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/6490\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":6495,"href":"https:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/6490\/revisions\/6495"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=6490"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=6490"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.andreamariotti.it\/wordpress\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=6490"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}