Pubblicata nel dicembre del 2023 e presentata il 22 marzo scorso presso l’Associazione Culturale PENTATONIC diretta da Anna Maria Curci, la silloge “Ombre di carta” (proprietà letteraria dell’autrice) rappresenta l’esordio poetico di Valeria Girardi; silloge dalla quale ho estrapolato la poesia di cui più avanti dirò, avendo essa suscitato il mio convinto apprezzamento. Non senza aver prima sottolineato, però, il lucido coraggio con il quale la Girardi si offre come autrice al lettore; ben consapevole, come lei stessa puntualizza, della natura “acerba e spontanea” della raccolta che include, in ordine cronologico, testi scritti nello spazio di quindici anni e cioè a partire dall’adolescenza della poetessa, nata nel 1991 e oggi giornalista pubblicista, traduttrice e insegnante d’inglese. Il lucido coraggio di cui ho appena parlato, e ribadito dall’autrice con fermezza nella succitata presentazione presso il PENTATONIC, si riferisce a un vero e proprio viaggio nella depressione, di cui “Ombre di carta” costituisce il diario di bordo con “funzione terapeutica”, rivolgendosi “a tutti coloro che non hanno paura di guardarsi dentro”. Ebbene qui ho avvertito la tempra schietta di Valeria Girardi, con la sua fede nella parola; al posto, per capirci bene, di una sterile e salottiera captatio benevolentiae della quale autori più giovani di lei oggi fanno sfoggio con fin troppa scaltrita esperienza. Certo, lungo il corso della silloge in oggetto si coglie il senso scoperto e tuttavia accettato di un “work in progress”, con un crescente allontanamento dall’ingenuo autobiografismo delle prime composizioni; a mezzo, per esempio, di numerosi infiniti sostantivati nel segno, quindi, di una rafforzata consapevolezza artistica. Ma è tempo di riflettere, da parte mia, sulla poesia di “Ombre di carta” da me scelta e intitolata “Canto di Lutto, ode al Tempo” (seconda parte della silloge), fatta di sette quartine rimate. In esse, la poetessa racconta del suo camminare con “Lutto”, stringendosi al suo braccio e raccontandogli il suo passato; e ottenendo in cambio, dalla scura e inquietante figura, il seguente monito espresso “con voce di ghiaccio”:
Questa è la vita, potente e straziante
ti prende e ti accoglie, una frigida amante
ti sputa e ti strozza e ti strappa alla doglia
quando necessita o quando ne ha voglia.
E se a te non sta bene c’è poco da fare,
presentati a Notte e fatti abbracciare
con essa, in un bacio, suggelli il passato
rinchiuso nel sonno, lo lasci ibernato…
(terza e quarta strofe)
nelle quartine successive, “Lutto” svanirà, non più interpellato dall’autrice, capace di tradire i propri “passi pesanti” affidandosi infatti a “Tempo”, gran medico dolce con il quale fonde la propria voce: “Lasciamo le scale, chiudiamo la porta”. La qualità delle quartine da me sopra riportate mi sembra evidente, fino all’acme rappresentato da un polisindeto come “ti sputa e ti strozza e ti strappa alla doglia” baciato dalla Musa; in quanto mirabile per ritmo e significato intriso d’umano spessore di chi, con tutte le sue forze, intende sottrarsi alle sabbie mobili del male trovando al contempo una forma artistica con cui illimpidire la propria esperienza di vita, nel segno della poesia autentica. Ragion per cui il mio invito a Valeria Girardi ad abbandonarsi con ispirazione sempre più consapevole alle figure retoriche e sintattiche che fanno la poesia, è caloroso e convinto, avendo colto nei versi di “Ombre di carta” le potenzialità di uno scriptor rerum degno di questo nome.
Andrea Mariotti