Sui poeti che incontro (2013)

La pagina di quest’anno verrà inaugurata dalla mia recensione alla silloge poetica di Franco Campegiani pubblicata lo scorso anno. Franco Campegiani, poeta, filosofo e critico d’arte, mio ottimo amico e prezioso collaboratore del presente blog, non ha davvero bisogno di ulteriori presentazioni:

La silloge poetica Ver sacrum di Franco Campegiani (Edizioni TRACCE, Pescara, 2012; con prefazione di Ninnj Di Stefano Busà e riflessioni di Aldo Onorati), non fa che confermare perentoriamente la tempra morale dell’autore, innanzitutto come uomo. Vedremo più tardi, verso la conclusione del presente scritto, in che senso vada inteso tale enunciato a prima vista scontato, retorico. E’ ben nota, intanto, agli estimatori di Campegiani, una notevole poesia dal titolo Il male d’oggi, inclusa nella silloge in oggetto. La poesia è stata peraltro presentata nel mio blog (all’indirizzo andreamariotti.it, agosto 2011) in considerazione della sua vibrante eticità; prendendo letteralmente di petto, detta lirica, la comunità sfibrata, lacerata degli umani “senza più coscienza delle tenebre”, in “case nere lungo i viali asfaltati/ senza più finestre”. Ciò che qualifica il discorso poetico di Franco Campegiani, qui, risulta il conseguente richiamo al “padre contadino” sul filo di una memoria civile, non gelosamente ripiegata su se stessa alla ricerca impossibile del tempo perduto. A riscontro, la chiusa de Il male d’oggi: “Quanti gridi di dolore nelle notti/ esplodevano all’alba in battiti d’ali.”; il lettore potrà osservare in questo caso la mancanza del punto esclamativo finale, in favore di una chiusa secca a fronte di una questione aperta, vale a dire la nostra solitudine d’oggi che richiama alla mente il celeberrimo dipinto di Munch, L’Urlo. Solitudine, la nostra, che non può essere facilmente esorcizzata dal canto -sia pure di denuncia- del poeta (il quale sa troppo bene di non poter rivestire i panni del mitico Anfione all’atto di compiere il miracolo delle pietre che, al suono della sua lira, si fanno architettura, fino alla costruzione delle mura tebane). La poesia della quale ci siamo finora occupati è preceduta, nella raccolta di Campegiani, da una lirica a me particolarmente cara: Nel segreto degli abissi; giacché, in essa, ho percepito al primo impatto il caloroso abbraccio riservato a ogni lettore da parte di questo nostro poeta; sul filo di un non facile ottimismo che anzi severamente richiama, in chiusa, al principio della responsabilità personale. Ma la poesia merita a mio avviso una sia pur rapida analisi metrico- stilistica: “Risorgeremo dalla bufera cosmica”…”nel furore di rugiadose aurore”; ebbene, fermiamoci un attimo su quest’ultimo verso, per apprezzare in esso una rima modernamente intra-verso (“furore-aurore”) che è anche una potente allitterazione, all’interno della quale si intromette la parola “rugiadose”, assonanzata sia con “furore” sia con “aurore”. Ecco come lo stile si fa bellezza, agli occhi del lettore, per così dire in progress: nel contesto, tramite una contrazione, sul piano espressivo, della nostra non facile e cosmica rinascita. La poesia in questione, effettivamente, se da una parte risulta un pregevole esempio di versificazione fluida e generosa frequentissima in Campegiani, è nel contempo un gioiello di stile asciutto e serrato, com’è possibile percepire nella sequenza di tre settenari consecutivi verso la fine del testo: “e i mari imputridiscono/ e si snervano i cieli/ ai lampi nucleari”; impossibile non cogliere, qui, la tensione cosmica tra Caos e Ordine che si condensa stilisticamente nel saettante incalzare di versi brevi come sospesi fra terra e cielo. Diverse sono le poesie incluse in Ver sacrum che meriterebbero uno specifico apprezzamento, oltre a quelle finora evidenziate; ma, a pensarci bene, mi preme qui parlare di una lirica della raccolta a parer mio particolarmente toccante, soprattutto per la “tonalità minore” – volendoci esprimere in termini musicali- scelta in questo caso da un poeta, Campegiani, incline per istinto a un più squillante e potente “do maggiore”: Amarti è perderti, il titolo della poesia cui sto accennando. Ora, all’altezza della prima strofe di essa, sembrerebbe inverarsi una volta di più l’intonazione calorosa, sanguigna del nostro poeta; ma ecco subito dopo: “Legarsi e sciogliersi/ questo è il gioco dell’amore. / Amarti è perderti,/ è scoprirti tua, non mia”…”E resto qui, chiuso nel giro/ delle mie ossa..”. Ascoltatore appassionato della musica di Mozart, confesserò che non ho potuto non ripensare, colpito dai versi appena citati, all’andante in do minore della Sinfonia Concertante K 364 per violino viola e orchestra del genio di Salisburgo; andante inaspettato e cupo che trafigge il cuore, dopo il primo movimento di scintillante pienezza. E comunque, risulterà difficile non avvertire, nei suddetti versi di Franco Campegiani, un tono più sommesso e forse più intimamente poetico in merito alla declinazione di quei contrari la cui teoria costituisce il vero e proprio perno del suo pensiero filosofico. “Pulvis et umbra sumus”, ci ricorda Orazio (Odi, IV, 7,16); e, dunque, impotenti siamo “di fronte all’amore/ che trascende i confini”, per citare ancora i versi di Franco Campegiani. Davvero una poesia come questa va letta nel silenzio, per poter distinguere l’effrazione, in un poeta che a torto pretenderemmo di aver criticamente inquadrato una volta per tutte. Volendo a questo punto fare un bilancio critico della silloge Ver sacrum, non posso che trovarmi d’accordo con quanto scrive in prefazione del libro Ninnj Di Stefano Busà, circa la “tensione etica” alla base della poesia di Campegiani; una poesia, aggiungerei, di grande forza comunicativa, mai criptica, vibrante d’umano calore e semanticamente robusta: in virtù, evidentemente, dell’incessante capacità di riflessione del suo autore, poeta e filosofo ad un tempo. E veniamo adesso a quanto avevamo lasciato in sospeso, all’inizio di questo scritto, a proposito della tempra morale dell’uomo -Franco Campegiani- prima ancora che del poeta; e lo faremo servendoci di un illuminante pensiero di Blaise Pascal: “Quando s’incontra lo stile naturale, si resta stupiti e rapiti, perché dove ci si aspettava di vedere un autore si trova un uomo” (Pascal, Pensées, sez.I, n.29 dell’edizione Brunschvigg). Con questo stupendo enunciato del grande pensatore francese prendiamo congedo dalla poesia di Franco Campegiani, ribadendo una volta di più, da parte nostra, le ragioni di un sodalizio umano e artistico che ravvisa nella vita il modello ispirativo dell’arte, senza dogmi estetici di sorta.

Andrea Mariotti (febbraio 2013)

Franco Campegiani, Ver sacrum, Edizioni TRACCE, Pescara,
2012.

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La pagina di quest’anno prosegue con la recensione della seconda silloge pubblicata da una poetessa di sicuro talento e ispirazione, Antonella Rizzo. Il testo che segue è stato da me letto ieri 5 ottobre 2013 presso la sala della Associazione Culturale PR.I.S.M.A in Aprilia, dove appunto è stato presentato il libro della Rizzo:

INTORNO ALLE CONFESSIONI DI UNA GIOVANE ERETICA DI ANTONELLA RIZZO

Nel leggere le poesie incluse nella nuova raccolta di Antonella Rizzo, Confessioni di una giovane eretica, Roma, Lepisma Edizioni, 2013; con prefazione di Rocco Paternostro, la prima impressione è quella di trovarsi di fronte ad un lavoro poetico denso e stilisticamente interessante. Accantonando gli indugi, converrà focalizzare subito la nostra attenzione sulla quarta lirica del libro, L’ultimo senso, una piccola gemma da intendere, a parer mio, quale vero e proprio vestibolo della poetica della Rizzo:

“Scrivo col sonno le confessioni
non parlo d’albe serene
d’amore cortese.
Ho timore di quei sensi
che sanno prima di vedere
labbra nauseate dal sentore
ad un passo dall’assaporare.”

la “giovane eretica”, dunque, scrivendo “col sonno”, non intende parlare “d’albe serene/ d’amore cortese” (e si noti qui, intanto, la quasi-rima, cioè la calcolata assonanza “serene-cortese”); non intende parlare di ciò, la voce poetica che si esprime responsabilmente in prima persona in quanto, con folgorante cambio di ritmo, aggiunge: “Ho timore di quei sensi…”. Una volta di più, sarà l’analisi metrico-stilistica a permetterci di cogliere tutta la forza di tale cambio di ritmo da parte della Rizzo, nella poesia in oggetto. Leggendo infatti con attenzione i quattro versi dei quali il primo è quello appena citato, noi ascoltiamo, in profondità, gli accordi di una “musica senza canto” (volendo rammentare con precisione un enunciato felice e suggestivo di Walter Binni, l’insigne critico perugino di cui ricorre quest’anno il centenario della nascita e opportunamente chiamato in causa da Rocco Paternostro nella prefazione alla silloge della nostra poetessa). Ebbene, Antonella Rizzo non avrebbe potuto attivare meglio la carica potente dei suddetti versi se non forgiandoli, dal punto di vista metrico-stilistico, del tutto privi di sinalefe. Leggiamoli con rinnovata attenzione, tali versi, per renderci conto della frequenza degli oggetti all’interno di essi, grazie all’urto delle parole non legate da un fenomeno metrico qual è per l’appunto la sinalefe, strumento per eccellenza del canto, in poesia. A riscontro ulteriore della spoglia robustezza di significato dei suindicati versi, ecco gli ultimi tre formare davanti ai nostri occhi un vero e proprio trittico di consonanze in chiusa (”vedere”, “sentore”, “assaporare”; non più, pertanto, una o più facili assonanze); per tacere poi dei due infiniti sostantivati (terz’ultimo e ultimo verso; e ancora in chiusa, in entrambi i casi): infiniti che ci dànno conto di un sofferto viaggio interiore della poetessa suggellato da una dolente agnizione dei sensi: “sanno prima di vedere…/ad un passo dall’assaporare”). Una piccola gemma -ripeto- risulta quindi la lirica sulla quale abbiamo finora riflettuto; in quanto davvero essa fa partire alla grande queste poetiche confessioni: sorrette da una voce, quella di Antonella Rizzo, non disposta ai facili vocalizzi vuotamente estetizzanti.
Ma basta leggere la lirica successiva, Primavera, per verificare come la poetessa non disdegni rigidamente il canto, assecondando in questo caso la materia tematica:

“Alza la polvere il vento indiscreto
spezzando le piccole ali di fata
a giovani insetti e a cime di fiori
folate di nuovo, di sacro, di incanto.
Io che raccolgo i pochi pensieri
vanno sbrigliati da gioghi e da santi
poi li rincorro nei Dedali, avanti
e il senno si perde in timidi azzardi.”

ebbene, di fronte ai suddetti versi, occorrerà comunque prendere subito atto della soluzione stilistica offerta da Antonella Rizzo, poetessa tutt’altro che sedotta dagli svolazzi non di rado correlati al tema in oggetto a causa delle cosiddette “anime belle” della poesia. Concentrando infatti la nostra attenzione sul sostrato fonematico del ductus poetico della Rizzo, possiamo qui apprezzare il geometrico splendore di una vera e propria diagonale che viene a incidere la lirica: “Alza la polvere il vento indiscreto/ spezzando…” (corsivo nostro, per sottolineare un gerundio di qualità architettonica, portante, in apertura del secondo verso; in posizione forte per eccellenza, grazie soprattutto al raddoppiamento, in esso, della consonante zeta; che rappresenta, come sappiamo, il suono affricato dentale, sordo e sonoro). Ora si posi il nostro sguardo sull’ultima giuntura della lirica, tale da produrre ossimoro: “timidi azzardi.”…(di nuovo corsivo nostro, per evidenziare, circa la diagonale sopra accennata, l’altro vertice della stessa; oggetto del medesimo raddoppiamento consonantico del primo). Severità martellante degli accordi di fondo in Primavera, pertanto; muri perimetrali che comunque consentono un canto, nello sviluppo della lirica, mirabilmente leggero; con due accavallamenti del verso “fiori/ folate”; “pensieri/ vanno sbrigliati” tali da richiamare, agli occhi del lettore, i salti sintattici in essi presenti e grazie ai quali la primaverile ispirazione di Antonella Rizzo si fa gioiello d’intimità espressiva; agli antipodi da quell’aria fritta che ci avrebbe avvolti come di fatto sovente accade, in tanta (cattiva) poesia odierna, a fronte di insopportabili gorgheggi. Del resto, aderendo al testo e non allontanandoci da esso, cosa leggiamo all’altezza dell’ultimo verso di Primavera? “e il senno si perde in timidi azzardi”: “il senno”, quindi, non il sogno, a ribadire una volta di più la presenza cosciente di una poetessa contraria al facile idillio, al quadretto di genere, considerando l’insidia della stagione poeticamente cantata. Giustamente Rocco Paternostro, nella prefazione alla silloge della Rizzo, ha parlato di “toni poetici appassionati, vibranti e originali nel loro appartenere alla tradizione colta della poesia italiana”; e , a questo proposito, il mio pensiero va alla lirica che segue nella raccolta Primavera, ossia Malinconia (e si noti come io stia alludendo alla presenza di un bellissimo polittico formato da tre pagine susseguenti di Confessioni di una giovane eretica). Ma ecco la lirica Malinconia, terza tavola in versi del suddetto, immaginato polittico:

“Malinconia unico amore
tra passaggi d’anime
non conosci il tradimento
tant’è forte la passione.
Quanto ti vorrei lasciare
per bordelli di colore
unirmi ai violini assatanati
senza vincolo nuziale.
Tu mi soffochi di bene
tra le nenie di rabbini
che mi soccorrono col fiele
nella sinagoga vuota.”

…quale carica vitale, espressa da questa lirica (“unirmi ai violini assatanati/ senza vincolo nuziale”…)! ché subito, leggendo il titolo di essa, la memoria è andata alla famosa poesia di Umberto Saba intitolata La malinconia amorosa (inclusa nella celebre raccolta Trieste e una donna, 1910-12; ora naturalmente leggibile nel Canzoniere del grande poeta triestino); ebbene, tornando alla lirica di Antonella Rizzo in oggetto, come non vedere l’accantonamento, da parte della nostra poetessa, dell’acquerello, delle luci soffuse, nell’esprimere poeticamente un sentimento che, grazie alla sua voce, assume al contrario una intonazione sferzante, tale da inchiodare per così dire il lettore a una fruizione non evasiva dei versi? pare quasi di vederla, la Rizzo, a braccia tese sulla tastiera d’organo della nostra tradizione poetica; all’atto di scagliare lontano da sé il “bene”, in quasi-rima col “fiele”: lasciando quindi intendere, la “giovane eretica”, di essere tutt’altro che propensa a ripiegarsi nel suono flautato d’una malinconia distante dalla vita. Così dicendo, eccoci giunti di fronte a una poesia che, verso la metà del libro, risulta a mio avviso la più significativa fra tutte quelle in esso incluse. Si tratta de L’egoista:

“Tu sei l’uomo
a cui tutto è stato tolto
il gioco, il cadere
l’alfabeto di una madre.
Tu sei colui che tutto domina
e di tutto ha potestà
vecchi danni di guerra
amaramente resi.”

una lirica, questa -vediamo bene- mirabilmente asciutta; non a caso dall’incedere quasi maestoso, a pieno titolo ascrivibile alla tradizione della poesia gnomica: dunque di tono morale, sentenzioso ma non retorica; e ciò, per il brillio del pensiero che in essa risale verso la superficie della scrittura, consegnando al “Tu” per la seconda volta chiamato in causa, un irrefutabile vuoto a perdere al posto del regale scettro. Corre l’obbligo di evidenziare, nella poesia in oggetto, il già citato “Tu” in bellissima anafora con quello incipitario; dall’effetto scultoreo e direi in progress: nel senso che, ne L’egoista, una cognizione aguzza snida, strada facendo, la marmorea pena che opprime l’animo di colui il quale, illusoriamente, tutto crede di dominare; giacché, di contro, gli “è stato tolto/ il gioco”, “l’alfabeto di una madre”. Così, coerentemente, ecco i settenari finali della poesia risolvere sul piano artistico la freudiana e sempre sperimentabile verità, credo, della coazione a ripetere: “vecchi danni di guerra/ amara-mente resi” (corsivo nostro; allo scopo di segnalare la plausibile scomposizione di un avverbio che allude alla coscienza amara rimasta in dote a chi muove i propri passi egocentrici con i fari spenti del cuore). In conclusione qui, all’altezza di questa poesia, le Confessioni di una giovane eretica nel loro insieme, ben al di là del mero autobiografismo, o di un seducente e urlato “maledettismo”, raggiungono l’acme in quanto a potenza d’emissione di senso (donando in effetti al lettore una verità sofferta ma ricca di aspirazione al benessere interiore). E qui viene il bello della strategia di un libro di poesia. Intendo dire che un evidente nesso di natura intertestuale fa sì che all’occhio del lettore non possa sfuggire l’onestà di pensiero che qualifica La vestale cieca, poesia successiva, nella silloge della Rizzo, a L’egoista:

“Io odo le garrule risate
nelle fabbriche di ami e di idiozie.
Dispensano parole come miele
sfornate senza premura
da uteri amari come il fiele
parole di rabbia e di possesso.
Io vedo femmine di iene
dagli ovuli tenaci e pregni
come gramigna fecondata al vento.
Ho paura e raccolgo le ginocchia
tra le braccia tremule e gelate
paio una vestale cieca
che l’uomo ha lasciato consumare
assieme ad un fuoco che non è.”

sì, la nostra poetessa, da “eretica” autentica, non fa sconti; lasciando capire che la conflittualità tra il femminile e il maschile non può e non deve presupporre quella dicotomia al ribasso fra donne e “maschietti”, per rifarsi a uno stereotipo fin troppo trìto; poiché, come lei stessa riconosce nei suddetti versi, vengono dispensate “parole come miele/ sfornate senza premura/ da uteri amari come il fiele”. Il “miele” rima con “il fiele”, per la Rizzo; e si osservi, nello sviluppo della poesia, lo splendido fonosimbolismo di versi come “dagli ovuli tenaci e pregni/ come gramigna fecondata al vento”: versi palesemente egemonizzati a livello sonoro dalla consonante liquida vibrante erre e davvero non a caso (così come accade in quel segreto regno della Musa laddove il poeta non sa quel che dice; obbedendo ad una armonia prestabilita, finalizzata in questo caso ad esprimere una scomoda verità). E ha “paura”, chi parla più che mai in prima persona in questa poesia; raccogliendo “le ginocchia/ tra le braccia tremule e gelate” di fronte “ad un fuoco che non è”. Nettezza nichilista di uno sguardo interiore più potente di quello esterno che non sa di non scorgere la pena già iscritta nel piacere. Naturalmente altre liriche della silloge in oggetto -esigua nella sua fisica consistenza ma di peso letterario; quasi un simbolo toccante della ambivalenza della poesia, fragile e potente ad un tempo- altre liriche della raccolta, stavamo dicendo, meriterebbero qui una riflessione attenta, simile a quella riservata alle poesie finora citate per intero: essendo la concentrazione anziché la distensione, lo stilema evidente del ductus poetico di Antonella Rizzo; sicché, in sintesi, nella loro intensa brevità, ecco che le poesie citate (come del resto tante altre incluse nel libro) confermano appieno quanto indicato da Rocco Paternostro nella sua prefazione, e cioè “La forte capacità tensiva all’arte” della nostra poetessa; arte di presa sul reale, converrebbe aggiungere da parte nostra, piuttosto che di impressionistica resa di “poetiche” emozioni.
Così, con sguardo d’assieme, come non riportare almeno i versi finali della lirica L’abbraccio (che, guarda caso, precede di due pagine nel libro L’egoista e La vestale cieca?):

“Ti chiedo che i nostri pensieri
siano tralci della stessa vite
seminati in terre diverse
ma uniti nella solitudine.”

ecco, di fronte a questi versi tali da suscitare il senso di un severo diletto (mio questo ossimoro, utile, credo, a dare conto di una poesia, quella della Rizzo, tutt’altro che evasiva; al contrario semanticamente densa, sì da ripudiare sovente l’uso della interpunzione); di fronte a questi versi, avevo cominciato a dire, noi non possiamo che essere profondamente grati ad Antonella Rizzo, poetessa capace di donarci una lirica matura, consapevole, criticamente al passo con i tempi. Infatti, a ribadire il rifiuto radicale d’ogni possibile frivolezza poetico-sentimentale valgono i versi conclusivi della poesia Oggi, nella raccolta della Rizzo:

“Sarà opera infinita
sciogliere nodi
nascondere i danni
finito è il tempo in cui
aspettavamo candidi
il sabato Santo.”

ché certamente occorre prendere atto, oggi, d’una comunità sfibrata: la nostra, all’interno della quale non è più tempo di celebrare in falsetto la febbre del sabato sera; a fronte dei gravi danni radicati nel sostrato antropologico per effetto di sottoculture più che mai galoppanti. Ed è significativa, infine, la posizione di un celebre imperativo poetico del nostro Novecento che la Rizzo ci offre nel suo libro (volendo qui citare i versi iniziali di Testamento, penultima poesia di Confessioni di una giovane eretica):

Ascoltami,
non voglio la mia gente
a darmi compagnia.”

laddove il suddetto imperativo, verso incipitario nella poesia in oggetto (corsivo nostro) costituisce in effetti l’omega del libro della Rizzo; rispetto all’alfa che esso rappresenta (sempre come verso incipitario più articolato) nella celebre poesia I limoni, praticamente all’inizio del memorabile libro d’esordio di Eugenio Montale, Ossi di seppia (1925): “Ascoltami, i poeti laureati…”. Sì, la voce di Antonella Rizzo, nella sua appartenenza “alla tradizione colta della poesia italiana” -così conclude Paternostro nella prefazione più volte da noi chiamata in causa- va attentamente ascoltata per la sua verace ma critica partecipazione al nostro tempo; in virtù soprattutto di quella tensione poetica attiva nei versi aguzzi di Confessioni di una giovane eretica, come abbiamo cercato di mostrare nel presente scritto. Alla Rizzo, in conclusione, rammentando il lusinghiero favore di critica e di pubblico riservato alla sua precedente silloge Il sonno di Salomè (Pescara, Edizioni Tracce, 2012), non possiamo che dire grazie per questa seconda raccolta ricca di autentica poesia.

Andrea Mariotti (settembre 2013)

Antonella Rizzo, Confessioni di una giovane eretica, Roma, Lepisma Edizioni, 2013

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