Archive for giugno, 2016

giovedì, giugno 30th, 2016

Con vivo piacere do notizia della seconda edizione di:

 

Summer School

Studi LEOPARDIANI,

PASCOLIANI e MONTALIANI

 

Direzione scientifica, ideazione e supervisionen Angela Ida Villa

Co-Direzione scientifica

n Giuseppe Farinelli

n Ermanno Paccagnini

Docenti

n Luigi Blasucci (Scuola Normale Superiore di Pisa)

n Pietro Cataldi (Università per Stranieri di Siena)

n Eleonora Cavallini (Università degli Studi di Bologna – Ravenna)

n Angelo Colombo (Université de Franche-Comté, Besançon)

n Fabrice De Poli (Université de Lorraine)

n Arnaldo Di Benedetto (Università degli Studi di Torino)

n Giuseppe Farinelli (Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano)

n Lucio Felici (Centro Nazionale di Studi Leopardiani – Recanati)

n Christian Genetelli (Université de Fribourg)

n Gianfranca Lavezzi (Università degli Studi di Pavia)

n Alfredo Luzi (Università degli Studi di Macerata)

n Stefania Macioce (Università degli Studi di Roma – La Sapienza)

n Deirdre O’Grady (University College Dublin)

n Ermanno Paccagnini (Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano)

n Gianni A. Papini (Université de Lausanne – Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano)

n Maurizio Perugi (Université de Genève)

n Carla Riccardi (Università degli Studi di Pavia)

n Dario Tomasello (Università degli Studi di Messina)

n Stefano Verdino (Università degli Studi di Genova)

n Angela Ida Villa (Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano)

Visiting Professors

n Cristina Marchisio (Universidade de Santiago de Compostela)

n Francesca Sensini (Université de Nice – Sophia Antipolis)

 

Area umanistica e dei

Beni culturali

 

II edizione

Lucca, 28 agosto – 3 settembre 2016


 

INFORMAZIONI E ISCRIZIONI

Università Cattolica del Sacro Cuore – Formazione Permanente – Via Carducci, 30 – 20123 Milano

Tel. +39 02 7234 5701 – Fax +39 02 7234 5706 – mail: formazione.permanente-mi@unicatt.it

Iscrizioni on line al sito web: milano.unicatt.it/formazionepermanente selezionando il titolo della Summer School

Sito web: http://www.unicatt.it/leopardi-pascoli-montale

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Titoli delle lezioni leopardiane dei docenti della “Scuola estiva internazionale in Toscana di Studi leopardiani, pascoliani e montaliani”.

II edizione, Lucca, 28 agosto – 3 settembre 2016, col patrocinio del CNSL

Modulo su LEOPARDI (29 e 30 agosto 2016)

Luigi Blasucci (Scuola Normale Superiore di Pisa), Sulla genesi dell’idillio leopardiano

Angelo Colombo (Université de Franche-Comté, Besançon), Letture incrociate nella Milano della Restaurazione: Leopardi e Monti (1825)

Fabrice De Poli (Université de Lorraine), Leopardi come anti-modello in Pascoli e Montale

Arnaldo Di Benedetto (Università degli Studi di Torino), Leopardi a Napoli: “I nuovi credenti”

Lucio Felici (Centro Nazionale di Studi Leopardiani – Recanati), Divinità in pantofole nel “Dialogo d’Ercole e di Atlante”

Christian Genetelli (Université de Fribourg), Per l’epistolario leopardiano: storia e filologia

Angela Ida Villa (Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano): Il passero azzurro dell’Afrodite Celeste. La “misteriosa mitologia locale” fenicio-punica di Recanati, il borgo di Venere-Astarte Ericina, e la “modernità dell’antico” nel “Passero solitario” di Giacomo Leopardi

CONFERENZA SERALE, APERTA ANCHE AL PUBBLICO (Lucca, Palazzo Ducale, 29 agosto 2016, h. 21,30)

Luigi Blasucci (Scuola Normale Superiore di Pisa) e Christian Genetelli (Université de Fribourg) presenteranno il libro di Lucio Felici (Centro Nazionale di Studi Leopardiani – Recanati) L’italianità di Leopardi e altre pagine leopardiane, Lucca, Maria Pacini Fazzi Editore, 2015. Saranno presenti l’Autore e l’Editore.

 

 

 

 

mercoledì, giugno 29th, 2016

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Oggi, 29 giugno 2016, in occasione del genetliaco leopardiano (29/6/1798), propongo ai visitatori del blog uno scritto del grande Recanatese d’attualissima valenza (a.m.):

 

Se avessi l’ingegno del Cervantes, io farei un libro per purgare, come egli la Spagna dall’imitazione de’ cavalieri erranti, così io l’Italia, anzi il mondo incivilito, da un vizio che, avendo rispetto alla mansuetudine dei costumi presenti, e forse anche in ogni altro modo, non è meno crudele né meno barbaro di qualunque avanzo della ferocia de’ tempi medii castigato dal Cervantes. Parlo del vizio di leggere o di recitare ad altri i componimenti propri: il quale, essendo antichissimo, pure nei secoli addietro fu una miseria tollerabile, perché rara; ma oggi, che il comporre è di tutti, e che la cosa più difficile è trovare uno che non sia autore, è divenuto un flagello, una calamità pubblica, e una nuova tribolazione della vita umana. E non è scherzo ma verità il dire, che per lui le conoscenze sono sospette e le amicizie pericolose; e che non v’è ora né luogo dove qualunque innocente non abbia a temere di essere assaltato, e sottoposto quivi medesimo, o strascinato altrove, al supplizio di udire prose senza fine o versi a migliaia, non più sotto scusa di volersene intendere il suo giudizio, scusa che già lungamente fu costume di assegnare per motivo di tali recitazioni; ma solo ed espressamente per dar piacere all’autore udendo, oltre alle lodi necessarie alla fine. In buona coscienza io credo che in pochissime cose apparisca più, da un lato, la puerilità della natura umana, ed a quale estremo di cecità, anzi di stolidità, sia condotto l’uomo dall’amor proprio; da altro lato, quanto innanzi possa l’animo nostro fare illusione a se medesimo; di quello che ciò si dimostri in questo negozio del recitare gli scritti propri. Perché, essendo ciascuno consapevole a se stesso della molestia ineffabile che è a lui sempre l’udire le cose d’altri; vedendo sbigottire e divenire smorte le persone invitate ad ascoltare le cose sue, allegare ogni sorte d’impedimenti per iscusarsi, ed anche fuggire da esso e nascondersi a più potere; nondimeno con fronte metallica, con perseveranza meravigliosa, come un orso affamato, cerca ed insegue la sua preda per tutta la città, e sopraggiunta, la tira dove ha destinato. E durando la recitazione, accorgendosi, prima allo sbadigliare, poi al distendersi, allo scontorcersi, e a cento altri segni, delle angosce mortali che prova l’infelice uditore, non per questo si rimane né gli dà posa; anzi sempre più fiero e accanito, continua aringando e gridando per ore, anzi quasi per giorni e per notti intere, fino a diventarne roco, e finché, lungo tempo dopo tramortito l’uditore, non si sente rifinito di forze egli stesso, benché non sazio. Nel qual tempo e nella quale carnificina che l’uomo fa del suo prossimo, certo è ch’egli prova un piacere quasi sovrumano e di paradiso: poiché veggiamo che le persone lasciano per questo tutti gli altri piaceri, dimenticano il sonno e il cibo, e spariscono loro dagli occhi la vita e il mondo. E questo piacere consiste in una ferma credenza che l’uomo ha, di destare ammirazione e di dar piacere a chi ode: altrimenti il medesimo gli tornerebbe recitare al deserto, che alle persone. Ora, come ho detto, quale sia il piacere di chi ode (pensatamente dico sempre ode e non ascolta), lo sa per esperienza ciascuno, e colui che recita lo vede; e io so ancora, che molti eleggerebbero, prima che un piacere simile, qualche grave pena corporale. Fino gli scritti più belli e di maggior prezzo, recitandoli il proprio autore, diventano di qualità di uccidere annoiando: al qual proposito notava un filologo mio amico, che se è vero che Ottavia, udendo Virgilio leggere il sesto dell’ Eneide, fosse presa da uno svenimento, è credibile che le accadesse ciò, non tanto per la memoria, come dicono, del figliuolo Marcello, quanto per la noia del sentir leggere. Tale è l’uomo. E questo vizio ch’io dico, sì barbaro e sì ridicolo, e contrario al senso di creatura razionale, è veramente un morbo della specie umana: perché non v’è nazione così gentile, né condizione alcuna d’uomini, né secolo, a cui questa peste non sia comune. Italiani, Francesi, Inglesi, Tedeschi; uomini canuti, savissimi nelle altre cose, pieni di ingegno e di valore; uomini espertissimi della vita sociale, compitissimi di modi, amanti di notare le sciocchezze e di motteggiarle; tutti diventano bambini crudeli nelle occasioni di recitare le cose loro. E come è questo vizio de’ tempi nostri, così fu di quelli d’Orazio, al quale parve già insopportabile; e di quelli di Marziale, che dimandato da uno perché non gli leggesse i suoi versi, rispondeva: per non udire i tuoi: e così anche fu della migliore età della Grecia, quando, come si racconta, Diogene cinico, trovandosi in compagnia d’altri, tutti moribondi dalla noia, ad una di tali lezioni, e vedendo nelle mani dell’autore, alla fine del libro, comparire il chiaro della carta, disse: fate cuore, amici; veggo terra. Ma oggi la cosa è venuta a tale, che gli uditori, anche forzati, a fatica possono bastare alle occorrenze degli autori. Onde alcuni miei conoscenti, uomini industriosi, considerato questo punto, e persuasi che il recitare i componimenti propri sia uno de’ bisogni della natura umana, hanno pensato di provvedere a questo, e ad un tempo di volgerlo, come si volgono tutti i bisogni pubblici, ad utilità particolare. Al quale effetto in breve apriranno una scuola o accademia ovvero ateneo di ascoltazione; dove, a qualunque ora del giorno e della notte, essi, o persone stipendiate da loro, ascolteranno chi vorrà leggere a prezzi determinati: che saranno per la prosa, la prima ora, uno scudo, la seconda due, la terza quattro, la quarta otto, e così crescendo con progressione aritmetica. Per la poesia il doppio. Per ogni passo letto, volendo tornare a leggerlo, come accade, una lira il verso. Addormentandosi l’ascoltante, sarà rimessa al lettore la terza parte del prezzo debito. Per convulsioni, sincopi, ed altri accidenti leggeri o gravi, che avvenissero all’una parte o all’altra nel tempo delle letture, la scuola sarà fornita di essenze e di medicine, che si dispenseranno gratis. Così rendendosi materia di lucro una cosa finora infruttifera, che sono gli orecchi, sarà aperta una nuova strada all’industria, con aumento della ricchezza generale.

 

GIACOMO LEOPARDI

 

P.S. il testo in oggetto è tratto dai Pensieri, XX; in LEOPARDI, Tutte le poesie e tutte le prose a cura di Lucio Felici ed Emanuele Trevi (Edizione integrale diretta da Lucio Felici) Roma, Newton Compton Editori, rist.2016…a.m.

 

lunedì, giugno 27th, 2016

Immagine 001

 

Dal deposito di locomotive il fumo

Colonne tòrtili erige un padiglione

Cenni lontani partenze definitive

Non fine confine ti sia l’alterazione

Mentre il futuro si prepara ad obbedire

 

(Pentasticha, VII)

 

poesia di Edoardo Cacciatore, da Graduali, Piero Manni

 

martedì, giugno 21st, 2016

Montemario2

LA TRAVERSATA DI MONTE MARIO A ROMA.…O DELL’ELOGIO DELLA LENTEZZA

 

 

Vedere le macchine bloccate in direzione di Ostia, sulla Cristoforo Colombo, causa la bella giornata. Ma si va grazie al cielo nella direzione opposta, verso l’Eur, per prendere la metropolitana sino alla fermata “Ottaviano”; raggiungendo infine piazza Maresciallo Giardino laddove poco distante è uno degli ingressi della Riserva di Monte Mario. Ovviamente grazie alla Rete possono essere attinte tutte le notizie relative al passato geomorfico del rilievo ricoperto dal mare. Depongo qui com’è giusto il tono impersonale, mosso ieri mattina dalla forte curiosità di verificare un percorso già fatto a febbraio scorso in numerosa compagnia e alla mercè di una guida capace di un complicato andirivieni non sfuggito a chi scrive. Bene. Una volta entrato nella Riserva, son salito in direzione di Villa Mazzanti, degli inizi del secolo scorso e sede del Parco (naturalmente chiusa!); circondata da un bel giardino e in posizione panoramica, con la cupola di San Pietro in suggestiva evidenza. Riprendendo il cammino, eccomi all’altezza di un cancello alla base del Museo Astronomico e Meteorologico con annesso quello Astronomico e Copernicano (che si può raggiungere dal lato opposto di via Trionfale, attraverso il viale del parco Mellini apprezzato a suo tempo da Goethe per gli squarci paesaggistici fino ai Colli Albani). Non ho visitato ieri il suddetto Museo, interessato come ho detto alla verifica della traversata del rilievo la cui sommità (metri 139) è punto geodetico del meridiano di Roma. Oltrepassato detto cancello, mi sono finalmente trovato sul sentiero n.215 segmento della celebre via Francigena. Ben presto ho raggiunto la scuola elementare Giacomo Leopardi e costeggiandola per strada malmessa, ho toccato un altro punto superbamente panoramico (alle mie spalle Villa Stuart) per lo scenario dei monti e di gran parte della città; con ponte Milvio proprio di fronte e l’affascinante sinuosità del Tevere. Era sopportabile ieri il caldo, l’aria non afosa e dunque gambe in spalla! dal punto panoramico appena descritto, ho proseguito per stretto sentiero in direzione del Don Orione, raggiungendo ben presto uno slargo; da qui, piegando ad angolo retto a sinistra, una bella discesa all’ombra con tanto di invitante panchina mi ha suggerito la sosta per un frugale pranzo. Ripreso il cammino, ho trovato un interessante pannello descrittivo del monte, molto frequentato subito dopo l’Editto di Milano del 313 d.c. nei periodi di pestilenza per implorare da parte della popolazione il perdono divino. Ebbene, tornando al presente, a questo punto della traversata mi è sembrato di trovarmi a cento chilometri da Roma, per il fitto lecceto cangiante al sughereto e il silenzio fattosi più profondo: il pendio scosceso ha fatto il resto, giustificando le mie pedule da trekking nonché i bastoncini. Ritrovato un cartello indicatore del sentiero 215 al termine di questo tratto decisamente impegnativo, costeggiando una fabbrica dismessa, ho poi individuato un sentiero poco visibile che mi ha fatto raggiungere un delizioso punto ombreggiato con sabbia ai miei piedi, una piccola panchina, lo stadio Olimpico in basso non distante e, più in lontananza, protetto in parte dalla vegetazione, il profilo di Villa Madama, il cui progetto iniziale è di Raffaello (1518). Da tale luogo particolarmente piacevole un sentiero a sinistra conduce al Cimitero Monumentale dei Francesi (dove sono sepolti i caduti della Seconda Guerra Mondiale e da me visitato lo scorso febbraio); ieri chiuso per via dell’orario tardivo. Sicché ho proseguito verso destra per provare poco dopo un’emozione antica: la cupola di San Pietro improvvisamente in lontananza secondo un’inedita prospettiva; così come (mi è piaciuto immaginarlo) la vedeva forse un pellegrino della Francigena avvicinandosi a Roma. Non mi stancherò di pensare al bene prezioso di camminare in mezzo alla natura e alla storia, riattivando un vissuto per l’appunto antico in chiave antropologica; un vissuto sinonimo in senso nobile della lentezza; all’interno del quale l’immaginazione torna ad esercitare la sua potestà rispetto al profluvio odierno delle immagini digitalizzate. Tant’è che subito mi sono rifatto “contemporaneo”! un mio tweet così concepito diffondeva infatti la foto del Cupolone in lontananza sovrastante lo stadio Olimpico: “Marx redivivo, si sarebbe sinceramente chiesto quale l’oppio dei popoli al cospetto di tale panorama…”. Da questo punto del percorso fino al Ministero degli Esteri non c’è voluto molto… traversata completata quindi, in una di quelle giornate in cui, soli con se stessi, si è semplicemente umani.

 

Quando li piedi suoi lasciar la fretta,/ che l’onestade ad ogn’atto dismaga…”, PURGATORIO; III, 10-11

 

Andrea Mariotti, 19 giugno 2016

 

P.s. il testo in oggetto è apparso in data 20/6/2016 sulla Rivista on line Sportwork.net (a.m.)

 

 

lunedì, giugno 20th, 2016

Friedemann Vogel ne Il lago dei Lago dei  cigni®Mikhailovsky Theatre St. Petersburg

CARACALLA INAUGURA MERCOLEDI’ CON “SERATA NUREYEV” E L’ETOILE FRIEDEMMAN VOGEL

Un omaggio al grande danzatore e coreografo con l’étoile internazionale Friedemman Vogel, Primi Ballerini, Solisti e Corpo di Ballo del Teatro dell’Opera di Roma

 

di Manuela Minelli

 

 

Il Teatro dell’Opera di Roma inaugura la stagione estiva nel suggestivo scenario delle Terme di Caracalla mercoledì 22 giugno alle ore 21.00, con la première del programma Serata Nureyev. Si replica poi venerdì 24 e domenica 26 giugno.

In scena i Primi Ballerini, i Solisti e il Corpo di Ballo del Teatro dell’Opera di Roma, diretti dall’étoile Eleonora Abbagnato. Ospite d’eccezione l’étoile internazionale Friedemann Vogel, Principal Dancer allo Stuttgart Ballet, che ballerà con le prime ballerine Alessandra Amato e Rebecca Bianchi.

Serata Nureyev è un omaggio al grande Rudolf Nureyev (1938- 1993) che, acclamato e consacrato nella storia del balletto mondiale come ballerino dal virtuosismo generoso e dalla straordinaria capacità interpretativa, è autore di una serie di riletture, preziose e personali, di grandi classici. Rudolf Nureyev, affascinato dall’opera del coreografo francese Marius Petipa (1818-1910), rimonta infatti tutti i suoi balletti più importanti.

Friedemann Vogel che sarà Jean de Brienne in Raymonda e Siegfried nel Pas de Trois del cigno nero da Il lago dei cigni è étoile ospite delle più prestigiose compagnie internazionali come il Teatro Mariinsky di San Pietroburgo, il Bolshoi Ballet Theatre di Mosca, l’English National Ballet e un graditissimo ritorno per il pubblico del Teatro dell’Opera di Roma.

Il programma Serata Nureyev si compone di tre estratti da celebri balletti quali Raymonda, Il lago dei cigni e La Bayadère, ripresi da Patricia Ruanne, ripetitrice del Repertorio Nureyev, assistita dal primo maître Frédéric Jahn e dal maestro ospite Laurent Hilaire (primo ballerino uomo della storia del balletto a essere nominato étoile da Rudolf Nureyev).

Ad apertura di programma il terzo atto di Raymonda. A seguire, da Il lago dei cigni, La Polonaise del primo atto (ripresa da Laurent Hilaire) e il Pas de Trois del cigno nero, del terzo atto. In conclusione il terzo atto di Bayadère. Mentre il primo titolo compariva già nel programma Grandi Coreografi in scena al Teatro Costanzi lo scorso inverno, i due successivi costituiscono una novità assoluta per l’ensemble del Teatro dell’Opera.

Raymonda è il primo balletto che Rudolf Nureyev mette in scena dopo aver lasciato l’Unione Sovietica nel 1961. Nel 1964 lo presenta in Italia al Festival di Spoleto con il London Royal Ballet. Nureyev ne fa seguire altre tre versioni e propone quella definitiva all’Opéra di Parigi nella Stagione 1983/84, quando diviene direttore della Compagnia. In questa versione Nureyev sceglie di seguire il soggetto di Petipa senza infondere ai personaggi alcuna particolare introspezione psicologica.

Il lago dei cigni va in scena all’Opera di Vienna nel 1964 e all’Opéra di Parigi nel 1984. Nel terzo atto Nureyev trasforma il famoso Pas de Deux del cigno nero di Petipa in un Pas de Trois inserendo delle brillanti variazioni per Rothbart che danza fin dall’adagio iniziale.

Infine La Bayadère di cui Nureyev presenta l’Acte des Ombres nel 1974 all’Opéra di Parigi e la sua versione integrale in tre atti nel 1992, qualche mese prima della sua morte. Nureyev conclude la coreografia con l’atto delle ombre, ripreso integralmente da Petipa ad eccezione dell’entrata e delle variazioni di Solor.

 

RAYMONDA III ATTO

Musica Aleksandr Glazunov

Libretto Lydia Pashkova, rivisto da Ivan Vsevolozhsky e Marius Petipa

Coreografia Rudolf Nureyev ripresa da Patricia Ruanne, Frédéric Jahn

 

Interpreti principali:

 

Raymonda Rebecca Bianchi mercoledì 22 e domenica 26 giugno/Sara Loro venerdì 24 giugno

Jean de Brienne Friedemann Vogel mercoledì 22, venerdì 24 e domenica 26 giugno

Roi Giuseppe Schiavone mercoledì 22 e domenica 26 giugno/Giovanni Bella venerdì 24 giugno

Contessa Angela Kouznetsova mercoledì 22 e domenica 26 giugno/Alessia Barberini venerdì 24  giugno

 

IL LAGO DEI CIGNI La Polonaise, Atto I  Pas de Trois del cigno nero, Atto III

 

Musica Pëtr Il’ič Čajkovskij

Libretto Vladimir Petrovič Begičev

Coreografia Rudolf Nureyev La Polonaise, Atto I ripresa da Laurent Hilaire

Pas de Trois del cigno nero, Atto III ripresa da Patricia Ruanne

 

Interpreti principali:

 

Rothbart Giuseppe Depalo mercoledì 22 e domenica 26 giugno/Giuseppe Schiavone venerdì 24 giugno

Odile Alessandra Amato mercoledì 22 e domenica 26 giugno/Susanna Salvi venerdì 24 giugno

Siegfried Friedemann Vogel mercoledì 22, venerdì 24 e domenica 26 giugno

 

LA BAYADÈRE III ATTO

 

Musica Ludwig Minkus

Libretto Marius Petipa, Serguei Khoudekov

Coreografia Rudolf Nureyev Ripresa da Patricia Ruanne

 

Interpreti principali:

 

Nikia Marianna Suriano mercoledì 22 e domenica 26 giugno/Alessandra Amato venerdì 24 giugno

Solor Claudio Cocino mercoledì 22 e domenica 26 giugno/Giacomo Luci venerdì 24 giugno

3 ombre/ 1° variazione Elena Bidini mercoledì 22 e domenica 26 giugno/Marianna Suriano venerdì 24 giugno/ 2° variazione Alessia Gay mercoledì 22, venerdì 24 e domenica 26 giugno/ 3° variazione Sara Loro mercoledì 22 e domenica 26 giugno/Annalisa Cianci venerdì 24 giugno

 

Le musiche, su base registrata, sono eseguite dall’Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma.

 

 

Terme di Caracalla

Prima rappresentazione mercoledì 22 giugno ore 21.00; repliche venerdì 24 giugno ore 21.00, domenica 26 giugno ore 21.00

Ps. nella foto Friedemann Vogel ne Il lago dei Cigni, Mikhailovsky Theatre St.Petersburg

domenica, giugno 19th, 2016

Novella Bellucci

CELEBRAZIONI LEOPARDIANE DEL 29 GIUGNO 2016

 

Con grandissimo piacere do notizia della Conferenza di Novella Bellucci –Università La Sapienza Roma- prevista presso l’Aula Magna del Palazzo Comunale di Recanati e intitolata “Dare pregio alla vitaL’orizzonte etico di Giacomo Leopardi. A Novella Bellucci, studiosa di chiara fama del grande Recanatese, verrà poi consegnato il Premio Giacomo Leopardiper la critica letteraria 2016.

 

P.s. si rimanda alla nota del 19/3/2016 nel presente blog (a.m.)

 

venerdì, giugno 17th, 2016

Khaos 5

Österplana 65

Leggo che in una cava in Svezia hanno identificato un frammento di un asteroide che, a seguito di uno scontro con un altro più grande, è caduto sulla terra circa 470 milioni di anni fa. Lo scontro è avvenuto nella fascia tra Marte e Giove, a centinaia di milioni di chilometri di distanza dalla Terra. Eppure, un frammento di quelli caduti sulla Terra (quello trovato è di 10-15 centimetri), sembra essere l’origine della vita, questo non perché veniamo dagli alieni, ma perché si è verificata la condizione giusta perché elementi e ambiente interagissero in un modo specifico. Sì, se ne parla da anni ormai, siamo figli dell’universo, la vita si è formata da una collisione tra asteroidi, questione di fisica e di chimica, insomma. E per arrivare al disastro di cui siamo autori e testimoni, ci sono voluti 470 milioni di anni… quanta pazienza, quanta fatica, quanto lavoro c’è voluto per creare l’ambiente ideale per l’uomo, piccola creatura che ha sì e no 500 mila anni di età, 12 mila anni di storia, 2 o 3 millenni di disastri, e qualche secolo di sistematica, tenace e insistente aggressione al proprio ambiente. A seguito di questa notizia, posso quindi fare diverse considerazioni: 1. 470 milioni di anni sono nulla per l’eternità, che sarà mai una manciata di millenni di storia dell’umanità? 2. Se per creare questa meravigliosa macchina che è la vita ci sono voluti 470 milioni di anni, quanti secoli basteranno, all’uomo, per distruggerla? 3. Esiste, oltre che sulla Terra, qualche forma di vita? Forse, ma pensiamo: quanti milioni di anni ci sono voluti per farla? Quanti altri pianeti hanno condizioni simili alla terra per favorirne la formazione? Ogni quanti miliardi di anni si può ripetere la stessa combinazione di eventi (collisione di asteroidi e caduta di frammenti di caratteristiche tali da permetterlo)? E rispondo, da osservatore: 1. La durata della vita umana sulla terra è a termine, forse qualche centinaio di millenni, minuto più minuto meno… un battito di palpebre per l’Universo… 2. L’uomo si sta impegnando a dovere per rendere il biosistema invivibile. Di questo passo, la sua distruzione, è questione di decenni… ma anche se si diventa, per assurdo, tutti ecologisti ed ecologici, potremo durare un po’ di più, ma sempre di decenni si tratta… ci sono voluti miliardi di anni per creare le condizioni perché due asteroidi si scontrassero al punto giusto, ci sono voluto 470 milioni di anni per arrivare fin qui… e poi arriva un idiota qualunque che lancia una bomba, o una banda di incivili che insudiciano il mare e il cielo… e tutto finisce. Neanche il battito di ciglia dell’Universo, basta un pensiero fuggente. 3. Certo che può esistere vita nell’Universo oltre che sulla Terra, ma si devono creare le condizioni, e ci vogliono miliardi di anni, poi occorre aspettare che si sviluppi, quindi altri milioni di anni… poi, per poterla incontrare, occorre che, tra le centinaia di milioni di stelle, si sviluppi in un pianeta che abbia caratteristiche simili alla terra, che non sia lontano migliaia di anni luce, e che abbia sviluppato la vita allo stesso tempo che la Terra… infine occorre il teletrasporto per andare a vedere se è così. Concludo: l’epopea della vita è partita da due asteroidi che si sono scontrati e finirà per l’irresponsabilità del suo prodotto ultimo, cioè l’umanità. Ora è tutto chiaro: se la vita nasce da uno scontro tra due sassi che orbitano a caso e se noi siamo fatti a somiglianza del Padre, è ovvio che siamo portatori di altri scontri… e l’umanità, ahimè, non potrà mai essere pacifica…

 

Claudio Fiorentini

 

P.S. la foto riguarda un dipinto dell’autore dal titolo Khaos 5 (a.m.)

 

giovedì, giugno 16th, 2016

Platone

 

BRINDISETTO FISCALE

 

ascolta, gente, questa mia canzone:

dice il Salmista con il Vangelista,

con Catone e Platone e Salomone,

e con Napoleone e con Solone,

ma lo dice anche qualunque coglione,

che questa nostra vita è tanto trista,

che di dolore e di lacrime è mista,

che questo nostro mondo è una prigione:

 

date le orecchie a me, brave persone:

l’anima sta nel corpo carcerata,

dentro la pelle viva sta murata,

ergastolata con disperazione:

chi non defunge, ogni uscita è vietata:

soltanto morte ci è liberazione:

sospiro eterno è l’umana evasione:

tutti si evade, in immaginazione:

 

sentite, dunque, e prestate attenzione:

perché si evade dormendo e sognando,

ubriacando, drogando, delirando,

televedendo per televisione,

pornografando con pornopassione,

e a tutta birra, insomma, fantasiando:

con dose giusta di allucinazione,

ci passa il tempo con rassegnazione:

 

usate, anche con me, sopportazione:

ci arrivo in fretta alla mia conclusione:

fantaevasione, via, nell’irreale,

a un uomo gli è un suo dono naturale:

di fantavita a ciascuno animale

gli è assegnata, in diritto, sua porzione:

ma c’è una bestia che fa compassione,

perché ci scappa senza la finzione:

 

ci spiego presto questa mia allusione:

non ci sta mica, qui, complicazione:

parlo di bestia molto bestialissima,

che è fiera molto supermiserissima,

che non ci gode niente tassazione,

niente anticipazione, che è fortissima,

niente conguaglio di contribuzione,

e niente saldo, a niente imposizione:

 

ci arrivo, e metto il brindisi in azione:

che quella bestia che ho fatto menzione,

quell’evasore da evasioni vere,

che ci evade la sua dichiarazione,

e ci fa fiche alla costituzione,

tutti ci alziamo e gomito e bicchiere,

che a tutti ce lo mette nel sedere,

perché, intanto, chi paga è Pantalone:

 

poesia di Edoardo Sanguineti, da Novissimum Testamentum, Piero Manni

 

mercoledì, giugno 15th, 2016

Maestro

 

LUTTO NEL MONDO DELLA DANZA INTERNAZIONALE PER LA SCOMPARSA DEL  MAESTRO ZARKO PREBIL

 

 

di Manuela Minelli

 

Il mondo della Grande Danza ha perso ieri uno dei maggiori esponenti dell’arte di Tersicore, il Maestro Zarko Prebil, conosciuto dai suoi allievi ed ex allievi, semplicemente come Il Maestro. Ballerino, coreografo e Maitre de Ballet, nato a Spalato, étoile nei teatri di tutto il mondo, si è spento ieri al Policlinico Gemelli, all’età di 82 anni in seguito a una delicata operazione all’anca.

Formatosi presso la Scuola di ballo del Teatro dell’Opera di Zagabria, Zarko Prebil ha danzato dal 1951 al 1955 nella compagnia di quel teatro e dal 1955 al 1965 in quella dell’Opera di stato di Belgrado, interpretando tutto il repertorio classico e vincendo vari premi come miglior danzatore classico. Quindi vinse una borsa di studio e si perfezionò al Teatro Bolshoi di Mosca.

Dal 1968, all’Istituto statale delle Arti dello spettacolo di Mosca, Prebil studiò la Metodologia d’insegnamento della danza classica, diplomandosi come maestro e coreografo. Negli anni successivi si è dedicato all’insegnamento e alla riproduzione di classici ottocenteschi (Giselle, Don Chisciotte, Lo Schiaccianoci, Il Lago dei Cigni, Cenerentola) in varie compagnie internazionali.

Con la sua grande e indiscussa autorevolezza e professionalità, Zarko Prebil ha formato generazioni di danzatori e insegnanti, un numero elevato di giovani danzatori italiani, oggi étoile nei teatri di tutto il mondo – una su tutte, l’ètoile della Scala di Milano, Petra Conti – devono anche a lui il loro successo.

“La danza è la gioia più grande della mia vita. Dopo la guerra c’era la fame, non avevamo niente, ma ogni mattina correvamo in teatro perché eravamo felici di cominciare una nuova giornata con la sbarra e vivere la danza in tutte le sue sfumature”, raccontava in un’intervista.

Zarko Prebil si è esibito nei teatri di Parigi, Bruxelles, Tokio, Vienna, Varsavia, Madrid, Cairo, Atene, Osaka, Buenos Aires. Come coreografo venne chiamato dal Teatro dell’Opera e al San Carlo di Napoli. Nel 1978, l’allora Direttore dell’Accademia Nazionale di Danza, Giuliana Penzi, lo volle in Accademia, dove rimase per venticinque anni e, in seguito, per tutto il periodo della direzione di Margherita Parrilla. In A.N.D. fu docente dei corsi di perfezionamento, impartendo lezioni di tecnica russa e metodologia, sia per i futuri insegnanti, sia per gli allievi.

Nel 2003 il Presidente Carlo Azeglio Ciampi gli conferì l’onorificenza di Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana, la Medaglia d’oro e il diploma di prima classe, riservato ai benemeriti che si sono distinti nella Scuola, nella Cultura e nell’Arte, come degno riconoscimento per la costante dedizione volta al processo culturale di formazione dei giovani, che rimpiangeranno a lungo il loro grande Maestro di Danza, ma anche di Vita, lasciando loro una grande impronta.

Innamorato dell’Italia e, in particolare della città eterna, raccontava che “In Italia ho acquistato un’altra Patria. La mia Patria è la Jugoslavia, purtroppo “ex”, dove sono nato. La mia seconda Patria è la Russia e la terza, non meno amata delle altre, è l’Italia. Sono diventato cittadino italiano e sono felicissimo di vivere a Roma, città che non regge il paragone con nessun’altra città al mondo”.

Nel teatro Ruskaja interno all’Accademia Nazionale di Danza è stata allestita la camera ardente per permettere a tutti coloro che l’hanno conosciuto e amato, l’ultimo omaggio ad un uomo che resterà nella storia della Danza Mondiale.

 

P.S. La scomparsa del Maestro, come mi ha subito comunicato la scrittrice e giornalista Manuela Minelli, è avvenuta domenica scorsa 12 giugno (a.m.)

 

 

 

martedì, giugno 14th, 2016

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Breve lettera a Franz Joseph Haydn

 

Caro Franz Joseph, è la prima volta che ti scrivo qui, nel mio blog. Per esprimerti la mia profonda gratitudine in merito al potente antidoto che mi hai donato -amando la tua musica da tanto tempo- una mattina di inizio giugno di due settimane fa. Alludo all’ascolto del tuo quartetto per archi op.33 n.1, dal meraviglioso terzo movimento: quanto mi occorreva per compensare l’immondo gracchiare delle cornacchie sempre più opprimente al risveglio e davvero specchio degli sgraziati, disarmonici tempo che viviamo. Parlo di tali odiosi pennuti questa sera che stanno mandando in onda sul canale televisivo Iris il celebre, geniale (e speriamo non troppo profetico!) film di Alfred Hitchcock Gli Uccelli (1963). Tant’è. Da decenni sono vinto dallo esprit de géométrie dei tuoi quartetti per archi: ricchi d’una purezza compositiva di cui ne sa qualcosa W.A.Mozart, che non a caso a te dedicò i suoi più belli. Domenica scorsa peraltro, guardando in tivù la partita di calcio Germania-Ucraina, valida per gli Europei 2016 mi sono chiesto, nel momento in cui veniva eseguito l’Inno tedesco: “quanti penseranno ora al poco adagio-cantabile da cui esso è tratto, ossia il secondo movimento con variazioni del tuo quartetto op.76 n.3 Imperatore?”…sicché, in tutta evidenza, è un momento della mia esistenza in cui la tua musica risulta per me a dir poco preziosa, caro Franz Joseph. Adesso che il tempo della bruttezza è inesorabilmente all’apogeo, come intuito da Milan Kundera nel suo famoso romanzo  L’insostenibile leggerezza dell’essere (1984). Nella tua lunga vita, Franz Joseph, fosti capace di sprigionare il tuo genio musicale nonostante la condizione subordinata presso l’alta aristocrazia asburgica. Poi tentasti l’avventura londinese, donde le tue ultime, stupende sinfonie. Eppure -non tralasciando (ci mancherebbe altro!) il sublime tuo Oratorio Die Schöpfung– sono i tuoi quartetti d’archi a salvarmi dalle cornacchie. Essi mi portano in casa il silenzio (pieno di musica) della montagna che amo parecchio, in virtù del suddetto esprit di cui il tuo comporre è dotato in modo eccelso. E tutti urlano, oggi, inconsapevolmente, fin dal mattino, all’atto di prendere un caffè in competizione con le cornacchie. In conclusione, caro Franz Joseph, non a caso la mia lettera ha preso le mosse dall’opera 33 n.1: nel volume intitolato Haydn, a cura di Andrea Lanza, Il Mulino, 1999, si può leggere il capitolo Strategie di coinvolgimento nei Quartetti op.33 di Gretchen A. Wheelock; laddove proprio la suindicata opera appare mossa da un umore “stravagante e donchisciottesco”. Stammi bene, impagabile Franz Joseph.

 

Andrea Mariotti