Archive for settembre, 2014

lunedì, settembre 22nd, 2014

Serra comune 2014-1

…suggestione d’una tavolozza, quella del pittore Autunno, confidando nella buona sorte; ossia, per capirci, nel fatto che un’artista di tale livello non dia più fiato alle trombe…d’aria, come purtroppo accade sempre più frequentemente nel nostro paese (Firenze insegna, non più tardi di venerdì scorso).

venerdì, settembre 19th, 2014

albero

Che fine hanno fatto i poeti (14 agosto 2014), di Marco Lodoli

Ogni stagione si lascia indietro qualcosa: è inevitabile, fisiologico, assolutamente sano, non possiamo trascinarci sulle spalle un bagaglio troppo pesante, ogni tanto bisogna scaricare qualche abitudine, svuotare un po’ la soffitta, aprire le finestre e lasciare entrare aria nuova. La vita incalza e non si deve consumarla nei ricordi e nei rimpianti. Però la poesia potevamo tenercela. Sono cresciuto in anni di festival poetici, pubblicazioni e riviste che si occupavano della nostra produzione in versi, in qualche modo gli italiani, anche quelli meno attenti alla storia della letteratura, sentivano che la poesia era l’anima del paese, che non era di certo qualcosa di superfluo di cui sbarazzarsi a cuor leggero. Il Novecento, solo per restare al secolo appena passato, è stato traversato da grandi poeti che in modo sintetico, profondo, ispirato hanno saputo stringere in poche righe le emozioni e i pensieri di un’epoca. Ungaretti, Montale, Saba, Luzi, Quasimodo, Penna sono nomi noti a tutti, tutti avevano letto almeno qualche pagina di questi artisti italiani. Ma ancora alla fine degli anni Settanta e nei primi anni Ottanta sono apparsi poeti formidabili, Valerio Magrelli, Milo De Angelis, Beppe Salvia, la Valduga, Claudio Damiani e ancora tanti altri. “Somiglianze” di De Angelis o “Ora serrata retinae” di Magrelli furono casi editoriali importantissimi, libri che proseguivano e rinnovavano la nostra tradizione poetica. Poi poco alla volta l’interesse è scemato, le case editrici hanno chiuso le collane di poesia o le hanno ridotte al minimo, e oggi direi che non è rimasto quasi più niente. O meglio: ci sono ancora, e scrivono cose molto belle, quegli ultimi poeti, ma dopo di loro il silenzio. C’è stata l’esplosione della narrativa, migliaia di esordi di romanzieri, alcuni anche eccellenti, ed è proseguita, anche se in tono minore, la saggistica, sempre più terra di giornalisti e opinionisti, ma la poesia è stata sotterrata definitivamente. Dov’è finita allora quella vocazione lirica, ma anche civile, dove sono gli eredi di Pasolini, Fortini, Caproni, di quei maestri del verso e del pensiero poetante? Sono forse i rapper, i cantautori – per altro anche loro invecchiati e non rimpiazzati – sono i pubblicitari con le loro frasette che provano a rinserrare in uno slogan un vago desiderio di felicità? Non saprei, so solo che è rimasto un grande vuoto. La poesia difendeva la lingua, accoglieva amorosamente il senso della bellezza, apriva spazi mentali e sentimentali, insegnava a guardare e a commuoversi, a legare cose lontane in un’unità luminosa. Ora non c’è più niente. Il Grande Circo ha espulso i poeti, troppo malinconici, troppo intensi, troppo poveri. Ci sono solo saltimbanchi che fanno il loro spettacolo senza creare problemi.
 

venerdì, settembre 12th, 2014

Montale

 

Lui stesso ebbe a parlarne, in una trasmissione televisiva -già avanti negli anni e nel pieno della sua gloria letteraria- con nonchalance,  della lirica che stiamo per rileggere; in quanto, a parer suo, fin troppo “antologizzata”, nei decenni successivi alla prima apparizione in volume. Eppure tale lirica del 1916, scritta a soli vent’anni, forse non è esagerato avvicinarla -per forza d’intuizione poetica- al leopardiano Infinito del 1819 (idillio memorabile di un poeta di appena ventuno anni); o, ancora, alla mozartiana sinfonia in sol minore K 183, composta dal genio di Salisburgo nel 1773 a soli diciassette anni (destando per il suo fosco spirito “wertheriano” la sonora riprovazione del padre Leopold, musicista colto, nonché prezioso educatore del figlio).  Ma non perdiamo il filo del discorso: per osservare in sintesi che ci sembra opportuno e non sufficientemente scontato -rammentando il giorno della morte di Eugenio Montale (12 settembre 1981)- riproporre alla lettura questa lirica del grande Genovese; lirica dalla geniale e indimenticabile tessitura fonematica (vero e proprio biglietto da visita di un poeta che, del nostro Novecento, Nobel a parte, rimane probabilmente il più alto, almeno sino alla Bufera e altro, 1940-1954):

 

Meriggiare pallido e assorto

presso un rovente muro d’orto,

ascoltare tra i pruni e gli sterpi

schiocchi di merli, frusci di serpi.

 

Nelle crepe del suolo o su la veccia

spiar le file di rosse formiche

ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano

a sommo di minuscole biche.

 

Osservare tra frondi il palpitare

lontano di scaglie di mare

mentre si levano tremuli scricchi

di cicale dai calvi picchi.

 

E andando nel sole che abbaglia

sentire con triste meraviglia

com’è tutta la vita e il suo travaglio

in questo seguitare una muraglia

che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

 

Eugenio Montale, da Ossi di Seppia (prima edizione 1925).

 

 

martedì, settembre 9th, 2014

Villa delle Ginestre

PREMIO  “LA GINESTRA” 2014 A LUIGI BLASUCCI

Presso la Villa delle Ginestre a Torre del Greco, soggiorno leopardiano negli anni 1836-1837 (dove videro la luce La ginestra e Il tramonto della luna), si svolgerà l’11 settembre prossimo la suddetta cerimonia di premiazione. A ritirare quest’anno il Premio letterario nazionale “La Ginestra” 2014 è Luigi Blasucci, professore emerito della Scuola Normale Superiore di Pisa e prezioso punto di riferimento della attività scientifica del Centro Nazionale di Studi Leopardiani. Viene da chiedersi  come mai soltanto quest’anno (ottava edizione del premio in oggetto) sia onorato uno studioso della statura di Blasucci, autore (per citare un titolo solo fra i tanti) del classico saggio Leopardi e i segnali dell’infinito (Bologna, 1985). Meglio tardi che mai, si potrebbe banalmente chiosare. Fatto sta che Luigi Blasucci risulta ormai da cinquant’anni ai vertici della critica leopardiana, per acutezza e originalità d’indagini. Ho avuto la fortuna di conoscere l’insigne studioso a Recanati nel 2012, in occasione delle celebrazioni leopardiane del 29 giugno. In breve dirò che, conversando con Blasucci, provai come l’impressione di trovarmi in alta montagna nonostante “le fiamme di Caronte” (divertita espressione del grande critico in relazione al caldo quasi insopportabile di quella giornata nella cittadina marchigiana). Quanto ho appena rammentato non dovrà risuonare enfatico, all’orecchio di chi legge -nell’epoca dello “straordinario”elargito senza problemi- se uno studioso di chiarissima fama come Pier Vincenzo Mengaldo ha dedicato in quello stesso anno 2012 proprio a Luigi Blasucci un suo acutissimo saggio intitolato Leopardi antiromantico (edizioni Il Mulino, Bologna). La manifestazione dell’11 settembre prossimo è organizzata dal Rotary Club “Torre del Greco-Comuni Vesuviani”, in sinergia con l’Università  “Federico II” e il Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli. A Luigi Blasucci va in conclusione il mio più rispettoso e caloroso saluto.

sabato, settembre 6th, 2014

2

 

“… Altra voce dal profondo

ho sentito risonare

altra luce e più giocondo

ho veduto un altro mare.

Vedo il mar senza confini

senza sponde faticate

vedo l’onde illuminate

che carena non varcò.

Vedo il sole che non cala

lento e stanco a sera in mare

ma la luce sfolgorare

vedo sopra il vasto mar.

Senia, il porto non è la terra

dove a ogni brivido del mare

corre pavido a riparare

la stanca vita il pescator.

Senia, il porto è la furia del mare,

è la furia del nembo più forte,

quando libera ride la morte

a chi libero la sfidò”.

 

Così disse nell’ora del vespro

Itti a Senia con voce lontana;

 

Da  I figli del mare, di Carlo Michelstaedter

 

lunedì, settembre 1st, 2014

2014-08-31 13.22.37

Anonimo

(Canzone)

 

IL TESTAMENTO DEL CAPITANO

 

El capitan de la compagnia

e l’e ferito, sta per morir

e ‘l manda a dire ai suoi Alpini,

perché lo vengano a ritrovar.

I suoi Alpini ghe manda a dire

che non han scarpe da camminar.

“Oh con le scarpe o senza scarpe

i miei Alpini li voglio qua”.

“Cosa comanda, siòr capitano,

che noi adesso siamo arrivà?”.

“E io comando che il mio corpo

in cinque pezzi sia taglià.

Il primo pezzo alla mia Patria,

secondo pezzo al Battaglion,

il terzo pezzo alla mia Mamma

che si ricordi del suo figliol.

Il quarto pezzo alla mia bella

che si ricordi del suo primo amor,

l’ultimo pezzo alle montagne

che lo fioriscano di rose e fior”.