Archive for febbraio, 2014

venerdì, febbraio 28th, 2014

Rescigno

Do volentieri quest’oggi la parola alla poetessa Rosaria Di Donato, in merito al rilevante saggio di Sandro Angelucci riguardante una poesia di grande valore come quella di Gianni Rescigno:

 

Si compone di quattro capitoli il saggio di Sandro Angelucci, di Rescigno il racconto  infinito, con prefazione di Giorgio Bàrberi Squarotti, recentemente pubblicato (gennaio 2014) dalla Editrice Blu di Prussia e dedicato al poeta Gianni Rescigno:

 

Una rapida carrellata.

Il respiro del sole.

Il racconto infinito.

Un sogno senza mèta.

 

E’ un testo agevole che ripercorre l’opera del poeta salernitano come in un breve, avvincente racconto, quasi un romanzo, a cui non mancano acume interpretativo, competenza nell’analisi tecnico stilistica e giudizio degli aspetti formali. Tuttavia il saggio è esso stesso poesia: è l’incontro di due anime poetiche, l’avventura di un poeta (Sandro Angelucci) che incontra un altro poeta (Gianni Rescigno). Ciò che ne scaturisce non è una semplice lettura critica, ma un evento particolare: la condivisione di un orizzonte comune. Il tempo scandito dalla poesia diviene respiro di entrambi,  afflato  interiore  nell’ascolto  e  nella parola, nel silenzio e nel pensiero. Lettore e Autore si fondono in uno stesso percorso esistenziale di scrittura. Un autentico gioiello interpretativo questo saggio  monografico  che inaugura anche la nuova collana “Argomenti” (saggistica contemporanea) dell’editore Eugenio Rebecchi.

 

Rosaria Di Donato

 

 

 

 

 

 

 

 

 

domenica, febbraio 23rd, 2014

2013-08-25 17.56.41

 

Con vivo piacere presento, con il consenso dell’autore, un altro scritto estremamente significativo di Franco Campegiani , relativo al grande poeta Mario dell’Arco (senza tacere il fatto che proprio a Franco devo la lettura di TUTTE LE POESIE ROMANESCHE di dell’Arco, Gangemi Editore, 2005; iniziativa editoriale in occasione del centenario della nascita del poeta). Prima di dare la parola al mio ottimo amico, volevo solo aggiungere che ignoro i motivi in base ai quali ho scelto, a suggello visivo dell’articolo odierno, la foto (mia) della torre campanaria della chiesa romana dei Ss. QUATTRO CORONATI visibile qua sopra… forse per quello spicchio di libero cielo che la poesia del grande Mario di continuo suggerisce? ma ecco il testo di Franco Campegiani:

 

La trasformazione del vernacolo in Mario dell’Arco

C’è un dato inconfutabile: il Popolo non esiste più. La morte del Popolo, che già Pasolini a suo tempo denunciava, è un processo culturale in atto da secoli, dall’avvento della società industriale, potremmo dire; o addirittura dalla Rivoluzione francese, come ha detto Marx, che proprio a quell’evento storico attribuiva la fine della cultura popolare e l’inizio della società di massa dei tempi attuali. Ebbene, il vernacolo non poteva non subire le stesse sorti. Il destino già da allora era segnato e sarebbe sciocco oggi non prendere atto di questa realtà, giunti dove siamo giunti, e cioè al cosiddetto villaggio globale, con la disintegrazione dei localismi e delle territorialità.

Non vorrei essere frainteso, però. So bene che non si può essere universali senza essere locali e che senza parlare del proprio paesello, o comunque delle particolarità, non si può raggiungere l’universalità, e viceversa. Non intendo pertanto avallare, con tale constatazione, la rinuncia al sacrosanto desiderio di ristabilire, nel caos imperante, un principio di sana umanità. Ritengo anzi necessaria ed urgente una rifondazione popolare, una ricostruzione del senso comunitario più autentico, ma mi chiedo: per combattere un avversario si può forse ignorarne la realtà? Lo si può forse eludere? La risposta è: no. Bisogna guardarlo in faccia invece, l’avversario; capirne l’anima, condividerne la weltanschauung, individuare e vivere i suoi punti deboli, amarli addirittura.

Solo così, dopo averlo abbracciato, potremo sperare di domarlo, o di attenuarne la nocività. Accettare è farsi accettare. Amare il nemico non significa eliminare la lotta, ma significa rendere costruttiva l’inimicizia, in una visione del mondo dove le opposizioni sono complementari, anziché antitetiche e distruttive tra di loro. L’Eden, in fondo, non avrebbe senso, se non ci fosse la cacciata dall’Eden, e viceversa. Il Caos è necessario all’Ordine, come questo a quello. Fuor di metafora: se non ci si immerge nella distruzione in atto, nei disvalori promossi dall’attuale (in)civiltà, non si acquista la possibilità di riaffermare i valori di un sano vivere civile, di un’autentica e vitale comunità.

Questo preambolo non è peregrino per parlare di un gigante della letteratura mondiale che ha scritto in lingua romana più che in dialetto romanesco: di romanesco, diceva lui, esiste soltanto il carciofo. Di chi sto parlando? di Mario dell’Arco, che conobbi quando non avevo ancora trent’anni e che volle tenere a battesimo le mie prime opere letterarie: io non scrivo in vernacolo, ma ciò non impedì al magnanimo di prendermi a benvolere. Se ne parla, oggi, di dell’Arco, e sempre se ne parlerà. Se ne parla finanche negli ambienti romaneschi, dove non ha fatto scuola e dove venne apertamente osteggiato, anche se dopo la scomparsa molte voci si sono alzate in sua difesa ed in suo onore.

Ebbene, il raffinatissimo Mario dell’Arco – che paradossalmente poteva offrire la propria collaborazione a quel trasgressore del purismo che era Carlo Emilio Gadda, nonché donare la propria amicizia a Pier Paolo Pasolini, accorato testimone e protervo aedo dell’omologazione in atto – contribuiva a demolire a modo suo, con la sua squillante, coltissima e luminosa eleganza, la vitalità, non voglio dire del sonetto, ma del manierismo sonettistico, legato ad un senso anacronistico della popolanità. I suoi richiami accorati ad una visione umana e fraterna del vivere non hanno alcunché di nostalgico, di oleografico, di idilliaco, e risultano totalmente calati nella modernità, immersi nel veneficio dell’attuale momento storico.

Scomparso all’età di novantuno anni, sul finire degli anni Novanta (esattamente nel ‘96), Mario dell’Arco conobbe molto bene la realtà metropolitana. I tempi e i luoghi della sua poesia sono in buona parte anche i nostri, visto che ci precede solo di qualche lustro, e d’altro canto la vena con cui s’è imposto all’attenzione del mondo letterario, nonché di un pubblico vastissimo, non è stata precoce, essendo nata nel ’46 –  lui quarantenne –  con Taja ch’è rosso (Taglia che è rosso: il cocomero), prefato da Antonio Baldini. Siamo dunque nella Roma postbellica, dove in quegli anni inizia la grande trasformazione che di lì a poco avrebbe portato la Capitale alle dimensioni di una moderna metropoli, con i complessi problemi derivanti dal progresso tecnologico-industriale, nonché con le invadenti mode esterofile e quelle non meno aggressive dei media: stampa, cinema e Mamma-Rai soprattutto.

Per la verità il processo omologativo era già iniziato dopo l’Unità d’Italia, in seguito ai moltiplicati e facilitati viaggi interni, all’emigrazione dal Sud verso il Nord, al servizio militare, ai matrimoni misti, all’istruzione obbligatoria, eccetera. Tuttavia, verso la metà del ventesimo secolo esistevano ancora le realtà regionali, con quei grossi centri rappresentativi (di cui Roma era il più importante) che oggi, per una serie di ragioni che hanno accentuato e velocizzato il livellamento su scala planetaria, hanno affievolito enormemente le proprie valenze territoriali. Va anche rilevato tuttavia che in altre regioni italiane l’omologazione non ha avuto quella spinta che ha fatto dell’Urbe una moderna metropoli, e ciò ha consentito ai relativi vernacoli di conservare una maggiore, e a volte anche integra, indubbiamente autentica, aderenza alle radici, all’elementarità.

La poesia dialettale di Mario dell’Arco è testimone, al contrario, del vasto processo di mutazione che ha stravolto la società. La sua Città non è più il paesone papalino del Belli, né il borgo rusticano di Pascarella, né il centro piccolo-borghese trilussiano. Roma, nella sua poesia, viene tacitamente assumendo l’aspetto di uno dei tanti, anonimi quartieri dell’immenso villaggio globale dei tempi attuali. Sradicamento, spaesamento, emarginazione, malessere, protesta: una realtà metropolitana inquietante, che in dell’Arco fa da sottofondo, da substrato invisibile e fertilissimo di una poetica surreale e crepuscolare, moderna ed angosciata, ma nutrita di speranze mai dome e grondanti umanità.

Il disagio metropolitano, in questa poetica, non è esplicito come nel neorealismo pasoliniano, bensì implicito, fornendo lo spunto per una poetica del fanciullino paradossalmente coltivata nel mezzo dell’assordante strepito urbano, ponendo tra parentesi i miasmi cittadini e animando per contrasto i monumenti antichi, la Roma imperiale, unitamente alle voci della campagna circostante, ancora vigorosa a quei tempi. Campagna dove alla fine il poeta si trasferì, andando a vivere a Genzano laziale, da lui ribattezzato Genzano dell’Infiorata. La prospettiva dellarchiana non ha intonazioni civili o sociali, ma antropologiche, nel più o meno consapevole intento (antipirandelliano, potremmo forse dire, in controtendenza rispetto alla babele avanguardistica) di una ricostruzione popolare e limpida dell’identità.

Una rinascita della Romanità dalle rovine dell’omologazione trionfante. Un’umanizzazione del mondo disumano che abbiamo creato, vivendolo per quello che è e bonificandolo dall’interno, senza osteggiarlo con sterili e presuntuose sfide. Mario dell’Arco riesce veramente a fare il miracolo, portando nel cuore della gazzarra metropolitana il suo immenso amore per il verde e per il plein air, la sua voglia d’azzurro, il suo paesaggio interiore, ricco di architetture classicheggianti e di fiabesca monumentalità. Non è vero, allora, che Roma è sparita. Non è vero che per ritrovare il popolo occorre andare a ritroso nel tempo e cantare come cento o duecento anni fa.

Roma è ancora qui, la si può toccare con mano in questo idioma totalmente rinnovato nei tessuti gergali, ma lontano anni luce dai capricci dello sperimentalismo, ed anzi straordinariamente cristallino, assolutamente privo di leziosità. Una vera e propria lingua, più che un dialetto, come è stato acutamente osservato, capace di parlare nuovamente di anima e di ristabilire un’alleanza dell’uomo con la realtà. C’è, in Mario dell’Arco, una fortissima pietas, un sentimento compassionevole, ma non lacrimevole, per il destino che accomuna tutti i viventi; un’accettazione dolorosa della realtà (o del mistero, che è la stessa cosa), tipica dello spirito romano autentico, come dell’anima popolare in genere, che ne ha viste di tutti i colori e non c’è sventura che possa farle smarrire la bussola. C’è sostanzialmente l’equilibrio di Giano bifronte, con quell’italum acetum, quella sana ironia che non consente esaltazioni, vuoi nell’ottimismo, vuoi nella frustrazione e nella negatività.

Ma c’è soprattutto la meraviglia per la vita, per i suoi incanti e disincanti, per la sua realtà semplice e profonda. Meraviglia sostenuta da una fantasia sbrigliatissima, ma non bizzarra o baroccheggiante, come potrebbe forse sembrare ad un lettore poco attento. Non c’è nulla di gratuito o di evasivo, di tortuoso o criptico, in questo mondo di fantasie fanciullesche. Di una fanciullaggine adulta e smaliziata, però: scafata, come si ama dire a Roma. Ho conosciuto Mario dell’Arco e l’ho frequentato per anni. Apollo e Dioniso vivevano in lui. Testa olimpica e cuore popolano. Questo è il ricordo che serbo di lui e spero di non dimenticare la sua voglia di elevarsi al di sopra delle angosce e delle miserie umane, l’espressione limpida e serena, il desiderio di cieli tersi, mantenendo integre le radici nell’umanità.

 

Franco Campegiani

 

 

 

 


 

 

 

lunedì, febbraio 17th, 2014

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La foto qua sopra, mia, è stata scattata la settimana scorsa nel pomeriggio in cui l’ostinato maltempo d’inizio mese ha concesso finalmente una non risibile tregua, dopo giorni e giorni di piogge intensissime. Un cielo romano al tramonto si osserva nella foto, forse efficace per tentare di esprimere visivamente l’emozione della forte conflittualità superbamente superata nella sinfonia n. 5 in do minore op.67 di Beethoven, da me riascoltata ieri sera. Segnalo, al riguardo, sulla Rete, il nuovo portale della RAI (classica.rai.it) laddove, per l’appunto ieri sera, mi sono imbattuto nella esecuzione della suddetta sinfonia da parte di Antonio Pappano, direttore stabile presso il Parco della Musica di Roma. Ebbene, una volta di più, a parte l’egregia direzione di Pappano di questa universale partitura, sarà il caso di ribadire che la Quinta, davvero, rappresenta il mondo del genio di Bonn in modo irrevocabile. Sì, irrevocabile, essendo la sinfonia n. 5 mirabilmente concisa, come non sempre (anzi, quasi mai) accade nella musica di Beethoven. Ovviamente tale qualità è stata esaltata a dovere; ma non risulterà ozioso, credo, di questi tempi, insistere in proposito. Distratti, ansiosi come siamo, sempre a corto di tempo, ecco che con la Quinta abbiamo veramente la possibilità di compiere un viaggio indimenticabile nel regno della Bellezza non temporalmente dilatato. Cosa pretendere di più? lascio da parte, naturalmente, le oziose dispute circa il “Destino  che bussa alla porta”, in relazione alle prime memorabili battute della Quinta. Beethoven, soprattutto questo Beethoven, come ha ricordato Pappano, è, in sintesi, parte integrante della nostra anima.

lunedì, febbraio 10th, 2014

 

 

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La foto qua sopra, mia, è stata scattata ieri mattina, domenica 9 febbraio, presso l’Ossario Garibaldino in occasione dell’anniversario della proclamazione in Campidoglio della Repubblica Romana (9.2.1849); presente, fra gli altri, il pronipote di Giuseppe Garibaldi. Sotto una pioggia scrosciante che da giorni non molla la sua presa non soltanto su Roma, ieri è stato soprattutto rammentato come proprio riflettendo a dovere sugli eventi storici – nella fattispecie la breve ma fertilissima esperienza della Repubblica Romana- noi abbiamo oggi la possibilità di individuare, sia pure a fatica, i presupposti per un riscatto del nostro Paese, attualmente in condizioni di grave disagio morale, politico, sociale ed economico ( mi permetto di segnalare ai visitatori del blog, al riguardo, l’articolo del 9.2.13). Non mancava ovviamente ieri  mattina alla commemorazione in oggetto la giornalista Cinzia Dal Maso, autorevole studiosa della Repubblica Romana (è di questi giorni la mia lettura del suo libro Colomba Antonietti, la vera storia di un’eroina; Edilazio, 2011; un libro decisamente interessante, considerando il “vuoto” storiografico circa la partecipazione femminile in difesa della Repubblica Romana, vicenda essenziale del nostro Risorgimento).

 

 

 

 

domenica, febbraio 9th, 2014

La fanciulla

 

 

 

Molto è stato detto dalla critica e dai lettori sul romanzo La sposa vermiglia di Tea Ranno (Mondadori, prima ed. febbraio 2012). La scrittrice è stato peraltro da me già recensita nel presente blog in data 1.3.2013 in merito al suo Cenere (2006; romanzo vincitore del premio Chianti). Ebbene, a lettura ultimata de La sposa vermiglia, dico innanzitutto di essermi imbattuto in una narrazione all’interno della quale è ben attiva, con esiti felici, una raffinata dialettica tra l’onniscienza di chi racconta e il dipanarsi degli eventi. La storia è questa. Nella Sicilia del 1926, Vincenzina Sparviero, di famiglia aristocratica, dopo la morte della sorella Concetta, in seguito a un voto, accetta un matrimonio d’interesse con il ricchissimo Ottavio Licata mafioso e fascista, responsabile di traffici illeciti di cocaina con base oltre Oceano. Ora accade che la “palombella” Vincenzina si innamori di Filippo Gonzales, uomo di fiducia del Principe proprietario delle terre attorno al paese dove la ragazza vive, e cioè Melilli, in provincia di Siracusa. Vincenzina, sofferente per severi disturbi di carattere psicosomatico, si rende conto di essere degna dell’amore di un bel giovane dall’avvenire sicuro quale Filippo. E tuttavia, soltanto il giorno delle sue nozze con Licata, davanti all’altare, dopo aver già detto il fatale sì, la nostra eroina avrà l’ardire di esprimere apertamente in pubblico l’amore  per il giovane, dinanzi agli occhi del vecchio, rozzo e sadico Ottavio Licata. Il quale, inferocito, vorrà esercitare subito il suo diritto sulla giovane sposa a possederla ancor prima del pranzo nuziale. Vincenzina, a questo punto, si opporrà con tutto il suo coraggio, sfidando sprezzantemente il vecchio, che le sparerà, ferendola mortalmente. Finirà in manicomio Licata, il “Pazzo”; laddove Filippo, nelle battute conclusive del romanzo, si avvicina al fuoco che in quello stesso tragico giorno sta divorando i possedimenti del suo Principe: fuoco percepito dal giovane come ”porta di paradiso spalancata verso la terra dove c’è una magnifica Sparviero che lo sta aspettando”…e qui non bisogna mancare di sottolineare -come del resto ha puntualmente fatto Giuseppe Panella- questo magnifico epilogo, frutto d’una sapiente “arte di scorcio” (nel senso limpidamente indicato da Gianni Celati, insigne traduttore de La Chartreuse De Parme e proprio a proposito delle battute conclusive del capolavoro stendhaliano; quasi un colpo d’ala del grande scrittore francese che, sollevandosi al di sopra delle vicende narrate fin lì, trascina con sé il lettore, fino a quel punto avviluppato dalla febbrile trama romanzesca). Non a caso mi sono riferito a Stendhal in quanto, nel romanzo  della Ranno in oggetto, prima del giorno fatale del matrimonio, il lettore vede quell’amore “di lontano” -per usare uno stilema leopardiano estrapolato dai versi finali di A Silvia– crescere profondamente fra la giovane Sparviero rinchiusa in alto nella sua casa-torre (a cucire e ricamare il suo corredo) e Filippo Gonzales, in febbrile e giornaliera conversazione con il vecchio Don Alfonso, affezionato ai due giovani e la cui farmacia, in basso, è in corrispondenza perfetta con la stanza di Vincenzina. Ebbene come non ricordare, al riguardo, il consolidarsi dell’amore tra Fabrizio Del Dongo e Clelia Conti nella citata Chartreuse proprio in concomitanza della prigionia di Fabrizio nella Torre Farnese dove, dall’alto, il suo sguardo può posarsi sul volto di Clelia, figlia del governatore della Torre stessa? Fabrizio, insomma, scopre in quel momento d’essere veramente capace d’amare; nella sua fisica immobilità di prigioniero eppure nella sua libertà d’amoroso sguardo. Amando da parte mia profondamente il romanzo di Stendhal e in particolar modo tale poeticissima diagonale di sguardi appena rievocata (Fabrizio del Dongo in alto, prigioniero, e Clelia Conti in basso), ecco che non posso nascondere di essere rimasto molto colpito da questa stessa spazialità amorosa fra Vincenzina e Filippo, per tornare al romanzo della Ranno; ché, inevitabilmente, “Amor, ch’a nullo amato amar perdona” (Inferno, V, 103) trova qui una sua toccante, delicatissima espressione. Il visitatore del presente blog potrà eventualmente farsi un’idea della forza narrativa di una scrittrice di razza come Tea Ranno -ancor prima della lettura de La sposa vermiglia– attraverso una “panoramica” di recensioni e valutazioni relative al romanzo tutte estremamente positive, a ribadire l’accoglienza lusinghiera della critica e dei lettori del resto già riservata al citato e splendido romanzo Cenere, seguito da In una lingua che non so più dire (2007). Ora, al di qua dei dettagli analitici del récit nell’arte romanzesca della Ranno, vorrei dire brevemente di un’emozione da me provata leggendo La sposa vermiglia. L’emozione cui sto alludendo è quella di essermi trovato in presenza di un romanzo d’altri tempi, nel senso più nobile del termine; dal respiro potente e accurato nel restituire il passato grazie a una sapienza descrittiva non fine a se stessa, ma sempre funzionale nel far rivivere al lettore quel tempo; nei suoi colori, odori e orrori crescenti di un regime in piena ascesa (1926); assieme alle vampe estive di un paesaggio assolato e “crudele” (rammentando un aggettivo preciso del Principe di Salina in merito alla Sicilia, nel capolavoro di Tomasi di Lampedusa). Sì, Tea Ranno sa quello che dice, in senso romanzesco; talché mi piace citare un passo dell’Ars poetica di Orazio: “Cui lecta potenter erit res, nec facundia deseret hunc, nec  lucidus ordo” (40-41;…”ma se il soggetto è tutto potentemente vostro, non mancheranno la parola felice e la luminosa armonia”). Per dire, insomma, dello spessore di un romanzo, quello della Ranno in questione, in grado di riconciliarci con la Letteratura, oppressi oggigiorno come siamo dagli strozzati capitoletti di troppa narrativa all’indicativo presente malinconicamente piatto e maldestro. La foto qua sopra, mia, scattata all’interno del Museo Nazionale Romano, ci consente di ammirare la cosiddetta fanciulla di Anzio, originale greco-ellenistico proveniente dalle ville neroniane; nel momento in cui la bellezza impareggiabile di tale volto di fanciulla vuole essere un omaggio alla fragile “palombella” che si fece “Sparviera”, ossia Vincenzina, nobile e toccante creatura romanzesca de La sposa vermiglia.

mercoledì, febbraio 5th, 2014

Firenze2

 

Volentieri presento oggi  una riflessione di grande spessore di Ninnj Di Stefano Busà sull’esperienza del lavoro poetico. Il testo risulta, come si potrà vedere, di una chiarezza a dir poco esemplare. Si tratta, in effetti, di un contributo di grande suggestione lodevolmente finalizzato, a parer mio, a bandire per così dire la conventio ad excludendum dei  “non addetti ai lavori”; affrancando di fatto la poesia da quella strozzatura auto-referenziale che tanto comodo fa (oggi come sempre) ai “Persuasori Occulti” -per citare il titolo di un fortunato e tuttora attualissimo libro di Vance Packard- interessati a convincere l’uomo che tutto sia merce e denaro (mia la foto qua sopra, in base alla quale è possibile osservare un meraviglioso capolavoro di Donatello, l’altorilievo dell’Annunciazione in pietra serena all’interno della fiorentina Basilica di Santa Croce):

 

LA POESIA NEL PROCESSO MORFOLOGICO DELLA SPECIE

di Ninnj Di Stefano Busà

La Poesia racchiude la ragione ultima e la necessità prioritaria all’interno di un processo emotivo, logico, interscambiabile di ogni essere umano pensante che sa ritrovare in essa la materia-prima di molti e suggestivi modelli d conoscenza.

La sua rara e preziosa struttura morfologica, la carica emotiva, il lampeggiamento interiore hanno sempre fornito all’uomo la sensazione di non vivere di solo pane ovvero, di possedere anche un’anima e un cervello che devono essere alimentati, se non vogliono morire soffocati dal banale, dalla mediocrità e dal quotidiano.

L’individuo è fatto essenzialmente di materia, di cellule, di cromosomi, ma anche di genio ed esaltazione. Ne ha bisogno come dell’aria. È in torto, chi crede di glissare, tergiversare o, peggio ancora, di banalizzare il concetto poetico, che si fa interprete di un ruolo necessario alla psiche, come l’ossigeno.

Concorrono poi diversi elementi perché un individuo giunga alla poesia. Innanzitutto, la predisposizione alla visione globale di un piano logico/culturale che lo porti a formulare dentro di sé il concetto lirico.

Così, come per il musicista le note, il poeta deve sentire le parole armonizzarsi, fondersi attraverso la coscienza  che formalizzi il linguaggio (ri)componendone il suo universo psicologico/intellettuale.

Infatti, perché non è di tutti scrivere versi? Lo fa solo chi lo sa fare, (talvolta, anche chi proprio non vi riesce), ma è ugualmente elogiativo lo sforzo di voler scrivere in poesia.

L’individuo sia esso di genere femminile o maschile avverte l’impianto poetico come un dono aggiuntivo, un quid che lo catapulta oltre lo steccato di una vita miserevole, a volte appiattita dalle vicende quotidiane e dalle sofferenze, ma proprio per questo, portato ad immaginare orizzonti più vasti, cieli più alti, stratosfere dove è bello volare senza le ali, magari solo con la fantasia e il coraggio di voler essere migliori, più ricchi psichicamente, intellettualmente…

È un dono che non tutti possono possedere, raggiungere uno stadio alto, a priori, nell’immediatezza è pressoché impossibile, perché anche i grandi poeti hanno dovuto lavorare per imporre alla pagina letteraria il loro nome. Niente è facile su questa terra e anche la Poesia, per quanto istintiva, innata e ricercata, ha bisogno di essere incanalata, orientata e perseguita con tenacia e abnegazione. Nessuno ignori mai la necessità del tirocinio, della sua elaborazione a livello d’anima e d’ingegno. Anche i grandi poeti hanno dovuto dimostrare di esserlo. Ovviamente poi, c’è una scala di valori, una graduatoria di meriti che vanno rispettate, perché la Poesia abbia una sua universalità e veridicità.

La programmazione di essa non avviene a tavolino, non ci si sveglia la mattina grandi poeti, non ci si scopre dall’oggi al domani: occorrono tirocinio, sensibilità, profondità emozionale, senso estetico della forma, bisogna inseguire e perseguire la Bellezza della Poesia come fattore di riscatto interiore, da opporre alle forme sbiadite di una vita abitudinaria o spenta.

La ricerca della Luce interiore porta verosimilmente ad un atto unico, inesplicabile, autentico e sincero quale è il presupposto poetico, ma è sforzo di adattamento alla vita, è superamento di se stessi, da un punto di vista umano, etico e spirituale non indifferente. La poesia bisogna amarla, vezzeggiarla, inseguirla, non è un raggiungibile in un sol giorno, non è capriccio intellettuale da mostrare in pubblico per far capire quanto si è bravi…È palestra esistenziale, costante, e tenace, crogiolo di sofferenza, sublimazione del dolore a livello inconscio o, magari, a volte, è la idealizzazione di un sogno che si realizza attraverso le spirali del dolore. Non si spiega diversamente il fatto che la migliore poesia è quasi sempre il frutto o il risultato di un travaglio interiore che tende a sfociare in una bellissima, imparagonabile oasi di luce, attraverso cui filtriamo il nostro dolore e la nostra solitudine. Tornerò ancora a parlarvi di poesia, c’è tanto da dire al riguardo….

 

 

domenica, febbraio 2nd, 2014

2014-02-02 16.45.04

 

Venerdi  31 gennaio, nella libreria romana Odradek, si è svolta la prima presentazione della mia nuova silloge poetica intitolata Scolpire questa pace edita da TRACCE, come annunciato nel blog il 24 gennaio scorso. Colgo qui l’occasione per ringraziare, oltre ai relatori Franco Campegiani e Cinzia Dal Maso -nonché Maria Rizzi che ha moderato l’incontro- il pubblico presente, attento e partecipe (in una giornata di severo maltempo, è proprio il caso di ricordarlo). Aggiungo che nell’home page del blog, alla pagina Su “Scolpire questa pace” è possibile leggere da oggi la relazione del poeta e filosofo Franco Campegiani, ascoltata dal pubblico venerdì scorso (cui faranno seguito le recensioni sul libro). Naturalmente questo breve articolo odierno offre a chi ha partecipato all’evento -come del resto a chiunque mi segue nel blog- la possibilità di intervenire. Ancora una precisazione: la foto qua sopra, mia, è stata scattata oggi pomeriggio all’interno del Complesso del Vittoriano per così dire in “zona Cesarini”, per usare un’espressione radicata nelle cronache calcistiche; essendo in effetti oggi 2 febbraio, l’ultimo giorno in cui si poteva visitare la mostra dedicata a Giuseppe Verdi , in occasione del bicentenario della nascita del Maestro (1813-2013). Grazie alla suddetta foto, ecco davanti ai nostri occhi il grande compositore egregiamente colto nella sua augusta vecchiaia dal pennello di Giuseppe Tivoli. Quale immagine migliore per l’articolo odierno, considerando che la poesia incipitaria della mia silloge rievoca proprio una messa in scena del Nabucco?

 

P. S. la suindicata relazione di Franco Campegiani è pure leggibile da oggi (3.2.14) nel prestigioso blog di Nazario Pardini, all’indirizzo : http://nazariopardini.blogspot.it/2014/02/franco-campegiani-presentazione-di.html#comment-form