Archive for gennaio, 2012

sabato, gennaio 28th, 2012

Esattamente quarant’anni fa moriva a Milano lo scrittore e giornalista Dino Buzzati, autore del DESERTO DEI TARTARI (1940), fortunato romanzo dal quale Valerio Zurlini ha tratto l’omonimo e bellissimo film del 1976 (con Vittorio Gassman, Giuliano Gemma ed altri attori famosi). La vicenda narrata nel romanzo è nota. Giovanni Drogo, il protagonista, attenderà tutta la vita invano -scrutando l’orizzonte- la venuta del nemico, sopraggiunto troppo tardi; quando lui, Drogo, stanco e malato, viene allontanato dalla Fortezza Bastiani. Subito la critica parlò di uno scrittore “nordico”, di una sorta di Kafka italiano, in relazione alla vicenda angosciosa raccontata da Buzzati; vicenda centrata sul tema dell’attesa, che consuma in sostanza un anti-eroe (il romanzo uscì, non dimentichiamolo, nel 1940!) fino alla morte. Ovvio che a Buzzati tale richiamo potesse dare fastidio; ora, di fronte alla gigantesca statura dello scrittore di Praga, è lecito considerare Dino Buzzati soltanto un nipotino italiano di Kafka? Com’è stato osservato acutamente, trattasi essenzialmente di una questione di luce; anzi, di ossigeno. Mentre nelle storie kafkiane si soffoca senza speranza, in una dimensione grottesca, secondo i toni di un burocratico e spietato realismo, in quelle di Buzzati, di contro, una poetica aura della durata di un attimo la si percepisce; l’angoscia esistenziale, in breve, risulta nello scrittore italiano a maglie meno fitte; vibrante di un consolatorio lirismo, per il lettore. E’ doveroso, qui, per me che in gioventù ho amato particolarmente Buzzati, precisare, d’accordo con la critica più autorevole, che all’autore del DESERTO DEI TARTARI è sostanzialmente mancato (capolavoro incluso) il respiro robusto del romanziere autentico. Non a caso, infatti, per me come per molti, il Buzzati migliore rimane quello dei racconti brevi; laddove il minaccioso enigma dell’esistenza viene mirabilmente filtrato dalla grazia di una prosa tagliente e dai toni fiabeschi. Peraltro parecchi di questi racconti erano nati come elzeviri per la “terza pagina” del CORRIERE DELLA SERA (giornale per il quale Buzzati cominciò a scrivere giovanissimo in qualità di umile cronista); per essere poi raccolti, detti elzeviri, in fortunati volumi: fra i quali spiccano i SESSANTA RACCONTI (Premio Strega nel 1958). Converrà citare, da essi, quale narrazione esemplare, il famoso SETTE PIANI (che dette poi luogo al testo teatrale UN CASO CLINICO); ebbene, Giuseppe Corte, il protagonista del racconto, “precipita” dal settimo piano riservato ai malati lievi -per varie ma inesorabili ragioni- al primo, quello dei moribondi. Giusto ricordare anche l’opera pittorica di Dino Buzzati, con gli indimenticabili cani di enormi dimensioni e lo sguardo desolato all’interno di piazze misteriose; per tacere del famoso quadro raffigurante il Duomo di Milano in forma di dolomitica croda. Sì, le Dolomiti: profondamente amate da Buzzati; appassionato scalatore soprattutto delle Pale di San Martino… Suggerisco, in conclusione, a chi potesse disporre del Meridiano dedicato a questo scrittore, di leggere o rileggere lo straziante ultimo elzeviro di Buzzati, ALBERI, pubblicato sul CORRIERE l’otto dicembre del 1971; il giorno stesso del suo definitivo ricovero in clinica. Gli alberi sono quelli che possiamo vedere, come spiritati, da un treno in corsa…Salute a te, Dino, compagno della mia adolescenza grazie alla tua dolente fantasia! per onorarti, considerando la comune passione per la montagna, ti dedico questa mia foto della dolomitica Croda Rossa.

sabato, gennaio 21st, 2012

Difficile parlare della tremenda sciagura del 13 gennaio scorso davanti all’isola del Giglio, considerando i morti, le persone tuttora disperse (fra cui una bambina di cinque anni); considerando, inoltre, la minaccia non scongiurata di un disastro ambientale (a causa dei serbatoi della nave non ancora svuotati e il maltempo in arrivo; volendo tacere del pressante rischio inabissamento della Costa Concordia). Ebbene, la verità più futile e offensiva -non soltanto per il nostro senso morale, ma anche per la nostra intelligenza – pare stia emergendo (ieri ho letto, in merito, un incisivo trafiletto di Lidia Ravera, sul FATTO QUOTIDIANO), riguardo al comportamento del comandante della nave, Francesco Schettino, agli arresti domiciliari. Come negare, al dunque, l’impatto simbolico di una sciagura che, giorno dopo giorno, ci sconvolge sempre più profondamente? a parte la “metafora italiana”, penso ai grandi narratori del mare, Melville e Conrad: questi i primi nomi che mi vengono in mente; gente che forse si starà rivoltando nella tomba, in seguito all’abbandono della nave da parte di Francesco Schettino, con tante, troppe persone ancora a bordo da salvare! La foto che ho scelto, è stata da me scattata nel 2007 in Bretagna; e mi pare appropriata adesso che mi accingo a citare la prima strofe intonata dal Coro (Primo Stasimo) nell’ AGAMENNONE di Eschilo ( ORESTEA, i grandi libri-Garzanti, trad.di Ezio Savino, giugno 1985, pag.17):

C’è chi sostiene
che i celesti -sdegnosi-
lasciano correre, se uno calpesta
la delicata purezza
di norme inviolabili: sacrilega chiacchiera.
Ormai è chiaro: da eccessivo ardire
nasce sfacelo, quando da una casa
che gronda frenetico lusso
esala superbia, oltre il giusto equilibrio.
L’equilibrio è il pregio sovrano.
Meglio un’innocua fortuna, che faccia contento
chi nacque fornito di retto giudizio.
Non c’è baluardo per chi,
eccitato, goloso di beni
sferra calci all’altare solenne
del Giusto, fino a disfarlo…

venerdì, gennaio 13th, 2012

La foto qua sopra è stata da me scattata nel 2007 presso il Musée d’Orsay di Parigi (trattasi di un celebre dipinto di Henri Rousseau detto “Il doganiere”); e la mostro ora ai visitatori del blog per parlare di…Brahms. Quale il nesso fra il suggestivo e inquietante quadro del “Doganiere” e il genio musicale di Amburgo? Un attimo solo di pazienza, per spiegare ciò che non si può spiegare più di tanto a livello di associazioni visive. Trascorse le festività natalizie, di cui toccante “colonna sonora” è da sempre la celebre Ninna nanna del compositore tedesco, perché non riferire adesso -mi sono chiesto- di un’ opera scabra, particolarmente “tosta” di Brahms, capace di scuotermi profondamente? i cultori di tale genio della musica sorrideranno, forse, della mia ingenuità; ma… non importa. L’opera di cui intendo parlare è il Quartetto in do minore per pianoforte e archi op.60 (iniziato e concluso da Brahms nello spazio di un ventennio, 1855-75); altrimenti noto come “Werther-Quartette”, per la sua carica dissonante e tempestosa, vibrante di furore giovanile (soprattutto nel secondo movimento). Ma il lungo tempo di gestazione dell’opera ha fatto sì che essa fosse perfettamente dominata, nella sua pulsione demoniaca, da un compositore impareggiabile in quanto a sapiente controllo dei mezzi espressivi. La letteratura musicale ascrive questo “Quartetto della sofferenza” al difficile momento vissuto dal suo autore per la grave malattia e la morte dell’amico e maestro Robert Schumann (scomparso nel 1856); nel pieno del crescente innamoramento (densamente conflittuale) di Brahms per la moglie di Robert, Clara Schumann; cui lui, Brahms, sarà devoto per tutta la vita. Non posso negare un concentrato ascolto di Brahms, da circa un mese; un genio della musica da me conosciuto decisamente meno di Bach, Haydn, Mozart, Beethoven e Schubert. Nella speranza di aver fatto cosa utile nel dire del Quartetto in questione (comunque sia non popolare come le sinfonie, di Brahms), saluto i visitatori del blog: ai quali ho voluto raccontare, al dunque, dal punto di vista della poesia, non letteraria ma musicale -parlando di Joahnnes Brahms- le vette supreme dell’arte in bilico tra inferno e paradiso. “Dio e il diavolo lottano tra di loro, e campo di battaglia è il cuore dell’uomo”: afferma Dmìtrij Karamazov, nel capolavoro di Dostoevskij.

venerdì, gennaio 6th, 2012

Presepe vivente quest’oggi pomeriggio (a sostegno della Costa d’Avorio) al km.18,700 della via Laurentina nei pressi di Roma; messo in scena dalla Comunità Missionaria di Villaregia per il quinto anno consecutivo (coi personaggi in costumi storici). Nell’augurare Buona Epifania ai visitatori del blog, presento la mia foto scattata di fresco.