Archive for Marzo, 2020

sabato, 28 Marzo, 2020

 

 

“C’è una metafora molto cara a Montale: quella del prigioniero che sente i cambi delle sentinelle sulle torri di guardia e si consola pensando che la paglia del giaciglio è simile all’oro e la lanterna vinosa è focolare. Il prigioniero ignora il proprio destino, confessa che l’attesa è lunga, ma il mio sogno di te non è finito. Il sogno di chi? D’una donna, della libertà, della poesia stessa?” (voce Montale sull’ENCICLOPEDIA EUROPEA, Garzanti, a firma Giulio Nascimbeni)…a/m:

 

IL SOGNO DEL PRIGIONIERO

 

Albe e notti qui variano per pochi segni.

 

Il zigzag degli storni sui battifredi

nei giorni di battaglia, mie sole ali,

un filo d’aria polare,

l’occhio del capoguardia dallo spioncino,

crac di noci schiacciate, un oleoso

sfrigolìo dalle cave, girarrosti

veri o supposti –ma la paglia è oro,

la lanterna vinosa è focolare

se dormendo mi credo ai tuoi piedi.

 

La purga dura da sempre, senza un perché.

Dicono che chi abiura e sottoscrive

può salvarsi da questo sterminio d’oche;

che chi obiurga se stesso, ma tradisce

e vende carne d’altri, afferra il mestolo

anzi che terminare nel pâté

destinato agl’Iddii pestilenziali.

 

Tardo di mente, piagato

dal pungente giaciglio mi sono fuso

col volo della tarma che la mia suola

sfarina sull’impiantito,

coi kimoni cangianti delle luci

sciorinate all’aurora dai torrioni,

ho annusato nel vento il bruciaticcio

dei buccellati dai forni,

mi son guardato attorno, ho suscitato

iridi su orizzonti di ragnateli

e petali sui tralicci delle inferriate,

mi sono alzato, sono ricaduto

nel fondo dove il secolo è il minuto-

 

e i colpi si ripetono ed i passi,

e ancora ignoro se sarò al festino

farcitore o farcito. L’attesa è lunga,

il mio sogno di te non è finito.

 

EUGENIO MONTALE, dalla BUFERA E ALTRO (1956)

 

 

 

sabato, 21 Marzo, 2020

GIORNATA MONDIALE DELLA POESIA 2020

 

In questo tempo così difficile per il nostro paese e per il  mondo intero, non si possono non rileggere i seguenti versi del Sommo Poeta; versi venerabili, che parlano da sempre a tutti gli uomini, e che immediatamente ci offrono la metafora delle metafore, ovvero quella selva oscura che stiamo attraversando…A/M:

 

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura,

ché la diritta via era smarrita.

 

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura

esta selva selvaggia e aspra e forte

che nel pensier rinova la paura! 

 

INFERNO (1-6)

 

 

venerdì, 20 Marzo, 2020

 

 

 

Sarà pure ingenuo e anacronistico da parte mia, ma forse non l’ho pensato soltanto io in questi giorni di sofferenza globale per la pandemia da corona virus. In breve: cosa dire dei grandi speculatori delle Borse che di questi tempi si stanno arricchendo a dismisura, nello scommettere sulle disgrazie delle varie popolazioni? E’ possibile tollerare ciò, attualmente, sul piano etico? L’altro giorno, ascoltando la radio, ho saputo dell’investimento diciamo così politico ad opera della Cina qui in Italia, nel momento stesso in cui ci stiamo avvalendo della preziosa esperienza di chi è riuscito a domare il flagello. E, fin qui, con realismo, ho pensato all’inevitabile rafforzamento del Dragone nel mondo quale conseguenza dei fatti sotto gli occhi di tutti. Ma dei “ribassisti” e loro compari dei mercati finanziari vogliamo per l’appunto parlare? Com’è possibile che il turbocapitalismo (così com’è stato chiamato negli ultimi decenni) continui imperterrito per la propria strada nel momento in cui tutti avvertiamo che il mondo uscirà inevitabilmente cambiato da questa durissima esperienza, essendo già stata messa in conto, innanzitutto, una lista di milioni e milioni di disoccupati ovunque? Si è fermato perfino il calcio, riflettiamo, vero e proprio oppio dei popoli! perché dunque non si dovrebbero fermare questi sciacalli arroganti e impuniti che con un ordine di vendita ancora condizionano, anzi ricattano paesi sull’orlo del disastro sanitario, quello italiano in primis? Si dirà che sono un ingenuo e passi, ma in un momento grave come l’attuale a livello globale, l’amor d’utopia si rafforza in senso solidaristico, fiuta l’aria che cambia, sogna con più vigore il corpo rovesciato del Buon Senso rimesso coi piedi per terra a camminare; finanche il bravo Enrico Mentana (tanto per fare un esempio) che non termini il suo telegiornale col rosario dei listini delle varie Borse. Non mi rimane che dare la parola a Giacomo Leopardi, a questo punto…(A/M):

 

Così fatti pensieri

quando fien, come fur, palesi al volgo,

e quell’orror che primo

contra l’empia natura

strinse i mortali in social catena,

fia ricondotto in parte

da verace saper, l’onesto e il retto

conversar cittadino,

e giustizia e pietade, altra radice

avranno allor che non superbe fole,

ove fondata probità del volgo

così star suole in piede

quale star può quel ch’ha in error la sede”

 

LA GINESTRA (vv.145-157)

 

 

lunedì, 16 Marzo, 2020

 

Il 7 aprile 1805, nella capitale asburgica, all’interno del Theater An de Wien, gli spiriti più avvertiti compresero subito che le sorti della musica erano irrevocabilmente cambiate, dopo l’ ascolto del primo movimento della Sinfonia “Eroica” op. 55 di Beethoven: “esaltazione somma del valore etico dell’azione umana e, grazie al suo primo tempo, affermazione inaudita delle capacità della musica” (tratto dall’ Enciclopedia Europea, a firma Fedele d’ Amico). In effetti, nel suddetto movimento, si coglie limpidamente ” la lotta vittoriosa dell’unità tematica e tonale sulle forze aggressive e disgregatrici dell’ elaborazione e della modulazione armonica” (G. Carli Ballola). Come dire, la nostra identità da preservare e rafforzare, aggredita qual è fisicamente e psicologicamente dal corona virus. Parola di un ascoltatore amante  al massimo grado della musica di Mozart : quando il gioco si fa duro occorre Beethoven, quello soprattutto per capirci del periodo “epico”, inaugurato dalla sinfonia in oggetto. Che da me riascoltata oggi pomeriggio in assorto silenzio, ha come costruito dentro il mio animo una agorà rinata e più civile, dalle ceneri di quella odierna ormai per tanti versi invivibile, in ragione dei suoi disumani ritmi e miti. Questo il senso dell’ augurio che faccio a tutti, nel giorno in ogni caso sereno del mio sessantacinquesimo compleanno.

 

Andrea Mariotti

 

 

giovedì, 5 Marzo, 2020

 

Estimatore di Elio Germano per la grande prova offerta nei panni di Giacomo Leopardi nel film “Il giovane favoloso” (2014), non potevo mancare di vedere subito quello dedicato alla vita di Antonio Ligabue, da ieri sul grande schermo e intitolato “Volevo nascondermi”, per la regia di Giorgio Diritti. Ebbene, l’Orso d’Argento vinto di recente da Germano alla Berlinale quale migliore attore, mi è sembrato pienamente meritato, a fronte del lavoro di scavo profondo -ben al di là della rassomiglianza fisica col personaggio- nei meandri della psiche tormentata di un artista come Ligabue. Sia chiara immediatamente una cosa: vedere un film del genere in questi giorni di ansia a livello collettivo credo comporti un impegno dello spettatore non marginale, specialmente in merito alla prima parte di esso, laddove viene raccontata la difficile infanzia del pittore con immagini cupe e dolorose, di forte impatto. Ma tant’è. Un film serio sul grande pittore naïf non poteva in alcun modo risultare dolciastro, svagato, oggetto magari di un processo di classica attenuazione atto a renderlo appetibile, di facile consumazione. Lode pertanto a Diritti, che oltre a essere un notevole conoscitore dei luoghi emiliani dove si svolge la vicenda umana di Ligabue adulto, è soprattutto riuscito a farci vedere a parer mio il film da “dentro”, ossia dal punto di vista inquieto, doloroso ma anche affamato di vita e di poesia dell’artista, peraltro attaccato in modo maniacale alle sue vetture e motociclette proprio in ragione della sua profonda solitudine d’uomo. Le recensioni leggibili sulla Rete parlano di una prova “sovrumana” di Elio Germano e mi trovano perfettamente d’accordo, in conclusione.

 

Andrea Mariotti

 

mercoledì, 4 Marzo, 2020

In questo momento così delicato per tutti, mi è ritornato in mente il verso di uno scrittore da me non amato, ma di cui ovviamente non posso nascondermi la grandezza (e meno che mai il potente influsso esercitato sulle generazioni successive di poeti del nostro Novecento)…(a/m):

O dolce Luce, gioventù dell’aria…”

così D’Annunzio nella lirica alcionia L’ ulivo: per dire della giovinezza di un antropomorfico cielo mattutino, di cui abbiamo attualmente gran bisogno.