Archive for settembre, 2012

domenica, settembre 30th, 2012

Demenziale. Demenziale davvero la pubblicità sui muri di Roma (roba dell’altro ieri, 28 settembre) inneggiante al mese di Halloween, cioè ottobre alle porte! dunque, il mese che comincia nel nostro paese (4 ottobre) con la festa di San Francesco d’Assisi, Patrono d’Italia; un mese particolarmente amabile a Roma (le famose ottobrate, con tramonti stupendi); il mese, ancora, delle sagre (celebre quella dell’uva presso i Castelli Romani, a Marino); questo mese, insomma, è già centrifugato prima di iniziare dalla eco mediatica della suddetta festa delle streghe (31 di ottobre, se non ricordo male; sempre più enfatizzata, tale “americanata”, nel nostro paese, da un decennio e più). Sembra non esservi un freno alla resa incondizionata a riti, feste, costumi estranei alla nostra storia: della quale non abbiamo più un briciolo di consapevolezza e rispetto. E non mi si dica passatista o intollerante! anzi, aggiungo che le zucche spadroneggianti in Halloween, sono in fondo le nostre, sempre più indifferenti rispetto a questi fenomeni di vere e proprie sottoculture dilaganti, in chiave antropologica. E pensare che quando Pasolini nel 1973 se la prendeva con la pubblicità delirante dei jeans Jesus (Corriere della Sera del 17.5.73, ora in Scritti corsari) pareva un pazzo completamente isolato! Ma vorrei commentare brevemente la foto qua sopra, da me scattata nel 2009 nei pressi della Cattedrale di Palermo. Detta foto mi è sembrata appropriata quale corrispettivo visivo del notevole dialogo fra il Cardinale Carlo Maria Martini e Ignazio Marino, leggibile in Credere e conoscere, Einaudi, 2012; sui temi etici più rilevanti del nostro tempo. Ora senza dubbio il nostro paese è ancora più povero per la scomparsa (31 agosto scorso) di un maestro spirituale come Carlo Maria Martini, alla guida per tanti anni della diocesi milanese. Su questa grande figura i media han detto tutto, un mese fa. A me non rimane che raccomandare sommessamente di leggere il libro appena citato, laddove l’uomo di Chiesa curioso e aperto come pochi e il chirurgo di fama internazionale e impegnato politico si confrontano con rispetto in merito a questioni delicatissime, come la procreazione artificiale e assistita, il testamento biologico e tant’altro. Ricordo che ero in macchina, il 31 agosto scorso (di ritorno da una breve vacanza), quando, in tarda mattinata, la radio diffuse la notizia delle gravissime condizioni di salute di Martini; ebbi una fitta al cuore, fulminea essendo stata la mia presa di coscienza dell’impoverimento spirituale che avremmo subìto, di lì a poco; come in effetti è accaduto, con la morte del Cardinale nel pomeriggio di quello stesso giorno (probabilmente, la persona seduta dietro in macchina, deve aver notato il mio trasalimento, giudicandolo eccessivo; fino a deridermi discretamente; ma non importa…mala tempora currunt: quelli delle zucche, a quanto pare…).

sabato, settembre 22nd, 2012

Innanzitutto vorrei complimentarmi qui con Antonella Anedda, recente vincitrice del prestigioso premio letterario VIAREGGIO-REPACI 2012 per la poesia, con la silloge SALVA CON NOME (Mondadori). Ho conosciuto di persona la Anedda diversi anni fa, in occasione di una rassegna letteraria da me curata a Roma in via dei Riari, nei pressi della Galleria Corsini, nel 1991; alla quale partecipò anche la grande e compianta Amelia Rosselli, per fare un nome fra tutti. Di strada nel frattempo Antonella Anedda ne ha fatta parecchia, e la suddetta silloge, così felice nel titolo -rimandante alla nostra esperienza quotidiana di fronte al computer- da me letta, è certo un ottimo esempio di scrittura in versi sorvegliata e asciutta, “cosa fra le cose”; in virtù di un rilevante abbassamento del tono poetico (vedi articolo precedente su Roberto Roversi). Ma di un altro poeta contemporaneo molto apprezzato e conosciuto mi preme parlare, ora: di Valerio Magrelli. Chissà perché, proprio in questi giorni mi sono tornati alla mente alcuni suoi versi, dalla raccolta DISTURBI DEL SISTEMA BINARIO (Einaudi, 2006); e precisamente inclusi nella “Appendice-L’individuo anatra-lepre”. In detti versi, Magrelli parla del “segreto dell’anatra-lepre”, per cui si è “colpevoli rimanendo innocenti”; di “esseri doppi” che “dimezzano il mondo”; di “lesioni nel cuore” causate da un equivoco, dipendente “da chi osserva”; incapace, nei fatti, di cogliere, nella “figura”, le due espressioni che essa ha sempre avuto. Inutile sottolineare, in merito alla citata raccolta, lo stile sobrio, tagliente di Valerio Magrelli, poeta di finissima cultura eppure in grado di controllare severamente i propri mezzi espressivi; dando voce, per contrasto, a quella che chiamerei una umanistica (ma non lamentosa!) pregnanza semantica, all’interno della sua poesia. Vorrei però passare a questo punto la parola alla poetessa Ninnj Di Stefano Busà, cui ho recentemente dedicato una recensione (vedi articolo del 2 settembre scorso nel presente blog); giacché la Busà è, naturalmente, anche prestigiosa voce critica (sua la prefazione alla silloge VER SACRUM di Franco Campegiani; archivi di maggio 2012 del blog). Ma ecco cosa ha scritto Ninnj Di Stefano Busà a proposito di Valerio Magrelli:

Valerio Magrelli, Natività, Ed. L’obliguo, Brescia

di Ninnj Di Stefano Busà

Quella di Magrelli è una poesia particolarissima, risente di una vena contemporanea che rifiuta l’elegia, e riformula il concetto di una poetica quotidiana, eseguita sull’onda dell’andamento domestico, del tempo cronologico, della temporalità. Una ricognizione a 360° del vissuto ordinario, ma della quale, nel suo profondo si evince la riflessione sulla vita, sull’esistente, si tocca l’amaro di un “sistema” che è ininfluente nei confronti del bene comune, della felicità, del benessere. Travolti come siamo da una valanga di problemi di ordine sociale, personale, culturale, politico, congiunturale giornaliero, risentiamo dell’anestesia dell’anima e da qui, origina l’infelicità dell’individuo, le sue assenze o defezioni, le penurie, le contraddizioni di un vivere precario fatto a immagine di un “mordi e fuggi” di una scontata e deprecabile vita esteriore: spersonalizzata, umiliata, resa sterile dall’automatismo epocale, dal depauperamento morale, intellettuale della società, cosiddetta “consumistica”.
Come nella poesia: “Natale, credo scada il bollino blu” e poi a seguire: “E per conoscenza”, “Questo brusio, il ronzare di congegni!, rendono l’idea immediatamente di questo conflitto tra l’uomo e la sua estraneità al mondo, tra l’uomo e la sua immagine amebica, anestesizzata, paranoica, che vive in un limbo di paradossali ingranaggi fatti a immagine di asfissìa, di veleni, avvolto “in un estremo brivido/ molecolare d’onde” /…/ questo brusio, il ronzare di congegni/ per l’aereazione, clic di infinite valvole termostatiche, fase o bifase, questi/ panneggi di microvibrazioni/ che avvolgono la sera in un estremo brivido…/” così descrive l’ambiente circostante Magrelli e vi è tutta la forza d’urto, l’urlo soffocato di non riconoscersi “oggetto” in balìa di un meccanismo, di un automatismo sincopato che depreda l’interiorità, la sensazione di potersi autonominare “soggetto” del mondo, senza lo stritolamento, il deterioramento dell’essere. L’attrito rimane forte tra le incombenze da pagare: canone-TV, Irpef, bollino blu del motorino, questo destreggiarsi in un’epoca che non ammette distrazioni, pause, interruzioni: tra bollette, password, codici utente, Pin, (che il poeta definisce “le nostre dolcissime metastasi” attraversate dall’anagrafe telematica che viviseziona ogni gesto, ogni azione umana.
Ma ecco, nel fondo spuntare la nota amara: il riflesso del pensiero che avverte di essere umani in un ambiente ostile, e traduciamo dal poeta: “questo cavo artificio palpitante che è il nostro mondo”. Così non resta che dargliene atto, non restano che parole nel vento, questo declino automatico della coscienza è il risultato della ns. irrequietezza: “di sentire che qualcosa è andato perso/ e insieme che il dolore mi è rimasto/ mentre mi prende acuta nostalgia/ per una forma di vita estinta: la mia.” Una formidabile verità, una definizione di vita assente, di menomazione, di amputazione che avvertiamo tutti, ma soprattutto il poeta, le cui parole avvertono senza ombra di dubbio la vita parallela che ci ostruisce la virtù dell’intelletto, dell’anima e del sogno.

P.S. La foto qua sopra, mia, è stata scattata nel 2009 all’interno della CAPILLA DEL HOMBRE, a Quito (Ecuador); grazie a essa possiamo ammirare una delle tante, splendide opere di Oswaldo Guayasamin (artista tra i più grandi del Novecento) custodite in tale prezioso museo.

mercoledì, settembre 19th, 2012

Ringrazio il carissimo amico Sandro Angelucci (poeta e critico letterario non di rado presente nel blog) per avermi segnalato una poesia toccante e umanissima di Roberto Roversi, scomparso a Bologna il 14 settembre scorso. La lirica che qui di seguito si potrà leggere, risulta in effetti di una spoglia purezza: dovuta allo sguardo di un poeta più che mai verecondo nell’uso dei segni letterari, avendo di che “bucare” la pagina con la tersa evidenza di quanto palpabilmente ci ricorda (superfluo ricordare il peso notevole del poeta che abbiamo perduto; compagno d’avventura di Pier Paolo Pasolini come redattore della rivista letteraria OFFICINA e poi, in tempi più recenti, di Lucio Dalla, in qualità di autore dei testi delle canzoni incluse nei pregevolissimi album musicali ANIDRIDE SOLFOROSA e AUTOMOBILI). Ma ecco la poesia di Roberto Roversi:

MI FERMO UN MOMENTO A GUARDARE

Non correre. Fermati. E guarda.
Guarda con un solo colpo dell’occhio
la formica vicino alla ruota dell’auto veloce
che trascina adagio adagio un chicco di pane
e così cura paziente il suo inverno.
Guarda. Fermati. Non correre.
Tira il freno alza il pedale
abbassa la serranda dell’inferno.
Guarda nel campo fra il grano
lento e bianco il fumo di un camino
con la vecchia casa vicina al grande noce.
Non correre veloce. Guarda ancora.
Almeno per un momento.
Guarda il bambino che passa tenendo la madre per mano
il colore dei muri delle case
le nuvole in un cielo solitario e saggio
le ragazze che transitano in un raggio di sole
il volto con le vene di mille anni
di una donna o di un uomo venuti come Ulisse dal mare.
Fermati. Per un momento. Prima di andare.
Ascoltiamo le grida d’amore
o le grida d’aiuto
il tempo trascinato nella polvere del mondo
se ti fermi e ascolti non sarai mai perduto.

Poesia di Roberto Roversi

P.S. La foto qua sopra è stata da me scattata nella chiesa romana di Sant’Antonio dei Portoghesi: grazie a essa è possibile osservare un’opera finissima di Antonio Canova, IL MONUMENTO DI ALESSANDRO DE SOUZA (1808). Al grande poeta scomparso autore della suddetta poesia va dunque questo mio sentito omaggio.

martedì, settembre 11th, 2012

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi/ sereni, infinito, immortale,/ oh! d’un pianto di stelle lo inondi/ quest’atomo opaco del Male! (X AGOSTO)

ho riportato la quartina conclusiva della conosciutissima lirica pascoliana inclusa in MYRICAE. In attesa di poter presentare nel blog una riflessione più estesa e approfondita su Giovanni Pascoli, di cui ricorre quest’anno il centenario della morte, non posso per il momento che riconoscere l’irrompere, proprio stasera, nella mia memoria poetica, dei suddetti versi, di grande vibrazione e bellezza, seppure intrisi di cosmico pessimismo (volendo rilanciare, nella fattispecie, una fin troppo abusata “etichetta” critica -in ogni caso funzionale- riguardante i cosiddetti canti pisano-recanatesi di Giacomo Leopardi). La foto qua sopra, mia -scattata lo scorso luglio a Campigna (Forlì), piccolo abitato sotto il monte Falterona e a suo tempo visitato dal grande poeta Dino Campana ( luogo peraltro citato nei CANTI ORFICI)- si attaglia, credo, ai versi in oggetto di Giovanni Pascoli. Nella mia foto osserviamo infatti la luna sopra il crinale tosco-romagnolo…e il pensiero va, naturalmente, al sublime CANTO NOTTURNO DI UN PASTORE ERRANTE DELL’ASIA, di Giacomo Leopardi, egemonizzato dalla rima in ALE (“…E’ funesto a chi nasce il dì natale”, dice il verso di chiusa del carme leopardiano, evidentemente tenuto nel debito conto da Giovanni Pascoli nella sua desolata contemplazione cosmica sottesa a X AGOSTO; lirica nella quale come ben sappiamo viene rievocata l’uccisione del padre del poeta e dove non a caso la terra è vista come “atomo opaco del Male!”). Segnalo infine, il lucidissimo e in qualche modo innovativo intervento di Pier Paolo Pasolini (1955) sul Pascoli in PASSIONE E IDEOLOGIA ( libro che rappresenta la massima espressione dell’attività critica di Pasolini); Garzanti, Saggi, con prefazione di Alberto Asor Rosa ( non va dimenticato che Pier Paolo Pasolini si laureò in lettere presso l’Università di Bologna nel 1945 proprio con una tesi sulla poesia pascoliana).

P.S. Dalla poesia al ricordo delle tragedie storiche più e meno recenti:

11 settembre 1973, colpo di Stato a Santiago del Cile, con l’uccisione del presidente socialista Salvador Allende e di tremila giovani, per tacere dei mille desaparecidos (gli Stati Uniti tutt’altro che neutrali);
11 settembre 2001, le tremila vittime del crollo delle Torri Gemelle a New York, per opera del terrorismo islamico capeggiato da Bin Laden.

lunedì, settembre 10th, 2012

La foto qua sopra, mia, ci permette di osservare il quadro (un autoritratto, da giovane) che il poeta e pittore Silvio Parrello stava finendo di dipingere sabato 18 agosto scorso, quando ci siamo incontrati nel suo studio per poi recarci a Toffia (Rieti), dove -in occasione della IX edizione della rassegna POESIA IN LIBERTA’, a cura di Paolina Carli- Silvio e io, rispettivamente, abbiamo proposto al pubblico la poesia di Pier Paolo Pasolini e Giorgio Caproni, uniti in vita da grande, sincera amicizia. Di tale serata, è possibile leggere un ampio resoconto nel sito pasolinipuntonet.blogspot.it (autori Grazia e Massimo Mancini, 9 settembre 2012). In effetti, ricordo con vivo piacere il momento in cui, nella suddetta serata, ho passato la parola a Sivio Parrello, dopo aver cercato di focalizzare, da parte mia, il valore estremo e attualissimo della poesia di Giorgio Caproni, di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita (mi permetto di rammentare, al riguardo, la mia conferenza del maggio scorso sul grande Livornese svoltasi a Ciampino; archivi di maggio 2012 del presente blog).

domenica, settembre 2nd, 2012

Ringrazio il mio ottimo amico Franco Campegiani per avermi tempo addietro presentato Ninnj Di Stefano Busà. Poetessa, critico, saggista e giornalista, incoraggiata al suo esordio da Salvatore Quasimodo, è autrice finora di venti sillogi poetiche (sulle quali si è concentrata l’attenzione critica di Carlo Bo, Franco Fortini, Walter Mauro, Alda Merini, Geno Pampaloni, Giovanni Raboni, Edoardo Sanguineti, Ferruccio Ulivi; per tacere d’altri). Tradotta in francese, inglese, tedesco, spagnolo e serbo-croato, ha tenuto conferenze in diversi paesi esteri, ovunque ricevendo consensi e prestigiosi riconoscimenti. Lungo sarebbe l’elenco della produzione saggistica della scrittrice, Presidente della Lombardia dell’Unione Nazionale Scrittori, e negli anni passati docente di corsi della letteratura e storia delle poetiche presso l’Università Terza di Milano. La mia recensione che qui di seguito i visitatori del blog potranno leggere, riguarda la raccolta della Busà dal titolo IL SOGNO E LA SUA INFINITEZZA, Edizioni Tracce, Pescara, 2011 (con prefazione di Walter Mauro); recensione sgorgata, è il caso di dire, dalla mia penna senza attrito, considerando le poetiche bellezze di cui ho potuto godere al cospetto dei versi di Ninnj Di Stefano Busà (la foto qua sopra è mia, scattata nel 2009; e volentieri la dedico alla scrittrice, Presidente di uno scambio culturale internazionale con l’Equador; paese dove vive un mio fratello, traduttore presso l’Ambasciata Italiana di Quito…l’immagine, suggestiva credo, ci permette di osservare la cima del vulcano attivo RUCU PICHINCA che troneggia sopra la capitale dell’Ecuador):

SU IL SOGNO E LA SUA INFINITEZZA

Come non rimanere abbagliati –va detto subito da parte mia- dalla prima lirica della suddetta silloge poetica? Essa, infatti, di cui cito il verso incipitario, Non che io conosca la geometria dell’aria, risulta a parer mio governata da una sicurezza del ductus poetico assoluta. Tant’è che, nei versi della poesia, si passa dall’io al noi per approdare al bellissimo infinito sostantivato “Rinascere poi…” in chiusa, attraverso un vorticoso moto centrifugo distante dall’immobile, verticalizzato io poetico in grado di sedurre tuttora poeti anche raffinati. No, nella lirica in oggetto la sintassi quasi scappa di mano (nel senso più positivo che si possa immaginare) con la stessa sapienza che riconosciamo ai grandi romanzieri indugianti su figure e dettagli apparentemente marginali rispetto alle ragioni ergocentriche di quanto vanno raccontando. Così dicendo, si dà per scontata la sprezzatura di Ninnj Di Stefano Busà nei confronti dei correlativi oggettivi; nel senso che, nella lirica in questione, la corrente poetica passa dagli umani alla “foglia che marcisce e alimenta la notte” senza divario ontologico; suscitando davvero l’impressione di una musica “sinfonica”; all’aperto, piuttosto che “cameristica”; in ogni caso moderna, tagliente, dinamica quanto più non si potrebbe. Il fatto che io indugi parecchio su questa prima lirica della silloge non deve sorprendere; avendo particolarmente ammirato, in essa, stilisticamente parlando, la splendida inarcatura “notte/incombente”: laddove la pausa metrica è talmente felice da indurre il lettore a sostare con il pensiero, mentre si allarga minaccioso l’abbraccio notturno (caso esemplare di un significante che irrobustisce non poco tramite il proprio plus-valore l’emissione di senso). Ma non posso neppure trascurare uno stilema piuttosto incisivo, della scrittura poetica di Ninnj Di Stefano Busà (sempre in merito alla suddetta lirica): alludo alle rime intra-verso (“Possediamo il godimento, il ramo stento”; “eppure è chiaro il giorno, c’è tanta luce intorno”)…quante bellezze, insomma, in questa prima lirica della raccolta! e quale marcata problematicità di pensiero fino all’esplosione finale di luce! raramente, mi spingo a dire, un libro di poesie parte così forte come IL SOGNO E LA SUA INFINITEZZA. A riscontro di quanto appena osservato a proposito delle rime intra-verso della prima lirica della raccolta, ecco il bellissimo “fiorisce e lenisce” (secondo verso di Poggio le mani sul tuo cuore; in posizione forte dal punto di vista metrico). Circa questa lirica, inoltre, superfluo sembrerebbe dover aggiungere qualcosa sulla plastica bellezza della chiusa (“Così la morte, una lingua muta…”); chiusa sulla quale si è giustamente focalizzata l’attenzione di Walter Mauro; eppure, dal mio punto di vista, non ho potuto non ammirare la ri-creazione, da parte di Ninnj Di Stefano Busà, di un celebre verso di Sandro Penna “…entro il dolce rumore della vita”; verso che la memoria involontaria della Busà ha perentoriamente risolto in “brusio tenace della vita” (a dimostrazione di un ductus tutt’altro che esangue, liricheggiante; di contro scolpito, in diverse poesie). Colgo qui l’occasione per puntualizzare quanto abbia poi apprezzato l’incipit in medias res delle liriche della raccolta, prive di quei “titoli-coperchio” che certamente avrebbero tolto qualcosa alla forza dirompente della scrittura poetica di Ninnj Di Stefano Busà. Di tante altre bellezze occorrerebbe dar conto, in merito alla silloge IL SOGNO E LA SUA INFINITEZZA; bellezze che toccano il cuore del lettore, semanticamente parlando, a parte lo splendore formale del libro; e comunque citiamone alcune, di tali bellezze, sospese tra umano calore e nichilismo del pensiero: “Questo mi porta il mare” (verso incipitario); “Ognuno sa…Niente esce illeso” (verso incipitario e chiusa; “Costeggio il paesaggio…Sento il dolore del cristallo franto,/ la turbolenza straziata/ tra la pelle/ e l’anima mundi”; “Esiste un tempo d’attesa” (quest’ultima lirica, con stupenda giuntura al terzo verso, “l’agguato dell’inverno”)…stavo dicendo, tanto andrebbe ancora osservato riguardo alla silloge IL SOGNO E LA SUA INFINITEZZA. Ma occorre qui riportare integralmente una gemma d’alto stile, così com’è risultata alla mia lettura la seguente lirica:

Ci pensano gli anni a puntellare
l’agguato delle ali, la liturgia
che imporpora il sonno alle ortiche.
Vi è un dolore talvolta sottile che spacca
le argille, spande i suoi silenzi
nei grumi, come il vento tra i rami.
Vi rovista il cuore nella follia degl’interludi,
ha sandali di rovi, tutta la solitudine
degli oceani, qualche seme tenace di orgoglio
a incarnarsi al libeccio, a ferire
il disavanzo della carne che deterge il dolore
.

Ebbene, riguardo a questa lirica, andrà osservata la raffinata e sinestetica quasi rima sottile/argille” (peraltro preceduta dalla suggestiva giuntura “l’agguato delle ali”); per tacere della annominazione rovesciata “Vi rovista…/ ha sandali di rovi” (laddove nell’azione del verbo “Vi rovista” è già concepito il nome, ossia i “rovi”. E dello stupendo verso di chiusa finemente allitterato non vogliamo dir nulla, tutto egemonizzato, sul piano fonosimbolico, dalla consonante D, a preparare il “dolore”, parola che suggella la lirica? Ma è tempo di abbandonarsi a una lettura tutta interiore della suddetta lirica, al di là della sua pur finissima trama sommariamente evidenziata…a Ninnj Di Stefano Busà va in conclusione il mio profondo ringraziamento per avermi offerto, con la silloge IL SOGNO E LA SUA INFINITEZZA, il dono di una grande, toccante e coinvolgente poesia.

Andrea Mariotti, agosto 2012