Archive for Gennaio, 2020

martedì, 28 Gennaio, 2020

 

Il 28 gennaio del 1972 moriva a Milano uno scrittore a me molto caro, Dino Buzzati, di cui tutto ebbi a leggere durante la mia prima giovinezza. Dell’autore del Deserto dei Tartari mi piacerà riproporre qui un passo delle sue Cronache ed elzeviri sulle Tribolazioni delle Dolomiti; giacché l’estate scorsa a lungo presso San Vito di Cadore ho avuto modo di tornare a contemplare l’Antelao, severo e alto monte meravigliosamente personificato dalla fantasia buzzatiana nel modo che segue…a/m:

 

Anche stasera si sente, nei valloni ricolmi di nebbie, brontolare l’Antelao, il re: “Si ha un bel dire” borbotta piagnucoloso “si ha un bel dire le vertiginose pareti, i paurosi strapiombi: con tutto questo siamo ridotti peggio, molto peggio…” Qui il gigante è colto da un violento colpo di tosse che si ripercuote in tutta la valle. E gli uomini, nei paesi, credendo che si faccia avanti un temporale, corrono a prendere impermeabili e ombrelli. Ripreso poi il filo del discorso, il monarca continua a lamentarsi: nelle belle giornate, dice, gli alpinisti sono tanto numerosi sui suoi fianchi da procurargli un insopportabile prurito. Fa veramente pena, povero vecchio.

 

DINO BUZZATI

 

 

 

lunedì, 27 Gennaio, 2020

 

27 Gennaio 1945- 27 Gennaio 2020 GIORNATA DELLA MEMORIA

 

Sognavamo nelle notti feroci
Sogni densi e violenti
Sognati con anima e corpo:
Tornare; mangiare; raccontare.
Finché suonava breve sommesso
Il comando dell’alba:
“Wstawac”;
E si spezzava in petto il cuore.

Ora abbiamo ritrovato la casa,
Il nostro ventre è sazio,
Abbiamo finito di raccontare.
È tempo. Presto diremo ancora
Il comando straniero:
“Wstawac“.

11 gennaio 1946 ( in esergo alla  Tregua di Primo Levi)

 

 

 

mercoledì, 22 Gennaio, 2020

 

Esattamente trent’anni fa moriva a Roma -nel quartiere romano di Monteverde dove abitava- Giorgio Caproni, fra i poeti più grandi del nostro Novecento. Del Livornese si riporta qui una stupenda quartina ispirata dalla via monteverdina del suo quartiere, con effetto di metafisico straniamento (tratta com’è dalla sua raccolta per me come per molti più alta, ossia il Muro della Terra del 1975)…a/m:

 

VIA PIO FOA’, II

 

Una giornata di vento.

Di vento genovesardo.

Via Pio Foà: il mio sguardo

di fulminato spavento.

 

GIORGIO CAPRONI

 

 

 

lunedì, 20 Gennaio, 2020

In occasione del centenario della nascita di Federico Fellini, ripropongo un mio breve scritto apparso su questo blog in data 26 dicembre 2017…a/m:

 

Osservando a Roma lo spettacolo indecente dei cassonetti dai quali in questi giorni di festa trabocca di tutto, non solo buste d’immondizia per intenderci (e pensare che lo paghiamo è il caso di dire profumatamente il disservizio in questione) mi è tornata in mente ancora una volta la poetica apostrofe di Pasolini a proposito di Roma: “stupenda e misera città…ma soprattutto mi sono rammentato di un film di Federico Fellini rivisto qualche settimana fa, Roma (1972). Ebbene di questo film intendo ora parlare brevemente, per ribadire dal mio punto di vista tutto il bene possibile di un’opera del Maestro che non esito a definire un profetico capolavoro forse un tantino sottovalutato. In sostanza Roma sta ad Amarcord (1973) come La dolce vita (1960) ad Otto e mezzo (1963) a pensarci un attimo; secondo un movimento interiore della creatività del Riminese in base al quale agli affreschi storici dell’Urbe seguono le vette oniriche e memoriali del 1963 e 1973. Ma veniamo al film Roma più nello specifico. Esso è più “sporco” della Dolce vita e in fondo più disarmante, ripensando al fatto che talvolta vediamo nelle sue sequenze Fellini stesso, senza bisogno dell’alter ego Marcello Mastroianni come nei capolavori del decennio precedente. Chi ha visto Roma ricorderà bene il capitolo (diciamo così) dell’ingorgo notturno sul Grande Raccordo Anulare, dove si muovono a passo d’uomo sotto un cielo minaccioso macchine e bestie, vera e propria acme del famigerato “caos” felliniano per tacer d’altro. Fellini nel film tenta di capire i primi anni Settanta, si confronta brevemente coi “capelloni” che bivaccano sulla scalinata di Trinità dei Monti, in un andirivieni incessante fra presente e passato (il teatro d’avanspettacolo, le case di tolleranza del tempo della giovinezza). E davvero, dico, si può dimenticare in Roma l’ultima apparizione cinematografica di Anna Magnani che rivolgendosi al Maestro lo apostrofa con un “…a Federì…va a dormì!” in occasione della Festa de’ Noantri? Ma non basta. La sequenza finale, ossia il “notturno” fatto dei centauri in sella alle proprie moto rombanti in una Capitale deserta è di valore altissimo, con la cinepresa che dalla loro altezza finisce per “puntarsi” sui grandi obelischi romani quasi impazzendo in una sorta di delirio vorticoso che allegoricamente esprime lo smarrimento del Maestro di fronte ai tempi futuri insondabili e minacciosi. Chi legge avrà compreso che sto rivedendo tutto Fellini con devota e rigorosa attenzione, consapevole della superiorità del Riminese su due pur grandi registi che molto ho amato in gioventù e che tuttora amo, parlo di Bergman e Pasolini. Essi però si “appoggiano” nei loro film alla letteratura, alla filosofia, alla musica classica. Fellini no. Il Fellini segnatamente maturo dispone di un purissimo linguaggio cinematografico, senza rimandi d’alcun tipo. E il Maestro non è soltanto pittore della vita onirica e delle intermittenze del cuore come ad esempio in Amarcord; è anche e non secondariamente osservatore profetico e graffiante del futuro; basti citare al riguardo -oltre a quanto già rammentato in Roma -la sequenza crudele nella Dolce vita dei “paparazzi” appostati per fotografare in esclusiva lo strazio della moglie ancora ignara del suicidio del marito-intellettuale morto assieme ai figli.

 

Andrea Mariotti., 26 dicembre 2017

 


 

Scritto al quale aggiungo quello di pochi minuti fa:

 

Nel senso pasoliniano della “denuncia disperata e inutile” ( ” Lettere luterane”) segnalo con indignazione l’intrusione della pubblicità durante la proiezione del film ” Amarcord” tuttora in onda, sul novello canale 34 del digitale terrestre targato Mediaset (dedicato al cinema italiano). Canale con la bella intenzione di esordire alla grande proprio oggi, nel centenario della nascita di Federico Fellini (con una no stop dei film del Maestro lungo il corso di tutta giornata). E allora chiedo: che senso ha ferire post- mortem il Maestro, che più volte negli ultimi suoi anni si dichiarò profondamente amareggiato per le interruzioni pubblicitarie all’interno dei film? Di ciò è palmare documento l’ultimo lavoro di Fellini, ” La voce della luna”, e chi lo ha veduto sa bene che è così. Sicché non a caso ho citato Pasolini all’inizio, nel senso che l’ inquinamento antropologico del nostro paese ha senz’altro ricevuto una robusta e definitiva spinta con il potere mediatico -prima ancora che politico- di Berlusconi, tutt’ altro che agli sgoccioli. Stasera, in definitiva, il novello canale 34 non si è smentito! ” Amarcord” risulta in effetti del tutto inguardabile, frammentato nel modo che ho detto. Ma questo è il paese che a pochi giorni dall’atroce catastrofe del ponte Morandi ha avuto il coraggio di far partire il “calcio che conta” alla Ronaldo imponendo lo stop solo a Genoa e Sampdoria, quasi si fosse trattato di un lutto locale neppure troppo grave! Paese sciagurato e irrispettoso, incapace di onorare, tornando a Fellini, uno dei talenti più grandi del nostro Novecento a tutti i livelli e ben oltre i nostri confini. Com’ è che le partite di calcio non vengono interrotte dalla pubblicità? Almeno questa sera Mediaset avrebbe potuto smentire se stessa! Ma è chiedere troppo alla barbarie travestita da dolciastro impegno commemorativo.

 

Andrea Mariotti, 20 gennaio 2020

 

 

venerdì, 17 Gennaio, 2020

Solo soletto e in grazia di Dìo, questa mattina son tornato sulla vetta del monte Cacume (gruppo dei Lepini, sopra Frosinone)…a sviluppar l’acume, se mi si perdona la rima; peraltro non abusiva in quanto, valutando correttamente le condizioni climatiche, sono riuscito a conti fatti a non soffrire il freddo (quota della vetta a 1090 metri) con 660 metri di dislivello; iniziando a camminare dal paese di Patrica, ben arroccato sopra un colle. La montagna di cui sto parlando la si può osservare facilmente dall’autostrada Roma- Napoli nei pressi per l’appunto di Frosinone e, nella sua relativa solitudine orografica, appare più alta dei suoi mille metri, nelle vesti di un tronco piramidale con la parte sommitale quasi a forma di corno. Come dovette apparire al Sommo Poeta (“Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,/ montasi su in Bismantova e ‘ n Cacume”; PURG. IV; 25-26)? In vetta oggi comunque lo sguardo si smarriva in negativo per la foschia imponente causata da questo ostinato anticiclone (sembra agli sgoccioli), che ha ridotto le nostre città in vere e proprie camere a gas. A stento, per il sole accecante, ho potuto scattare la foto qua sopra, dove si vede tutt’altro che nitidamente il monte Cacume…la montagna del Purgatorio, mi è piaciuto pensare, slanciandomi nei pascoli sterminati e immortali della memoria dantesca.

 

Andrea Mariotti

 

giovedì, 16 Gennaio, 2020

 

Mi piacerà riflettere un attimo sul grandissimo Hitchcock, per osservare come la zampata del leone si possa in effetti cogliere anche e forse a maggior ragione in un’opera minore. Alludo al film  Topaz del 1969, venuto dopo il fallimentare  Sipario strappato del 1965, a ribadire forse il periodo di minore ispirazione di Sir Alfred, prima del nuovo acuto di Frenzy (penultimo film del regista) del 1972. Bene. In Topaz sicuramente si percepisce un’andatura svogliata, priva di quella ferrea e tagliente coesione trionfante in capolavori precedenti come Vertigo, Psyco e Gli uccelli’ (dal 1958 e il 1963). Distanti nel film in oggetto, tanto per capirci, i fasti di un’ altra opera maggiore di Hitchcock quale Intrigo internazionale del 1959, di sicuro a fondamento dell’ humor che avrebbe poi più superficialmente arricchito la saga di Connery-Bond. Nonostante ciò, in Topaz, io ho ammirato ieri sera una scena indimenticabile, ossia quella dell’ uccisione di Juanita, vedova di rango a Cuba (siamo nel delicatissimo anno 1962) e colpevole di doppio gioco quale amante di una spia francese in combutta con gli americani. La donna, nel film, bellissima nel suo abito viola (colore annunciante evidentemente per lei la morte in agguato), scende le scale, attesa di sotto dal capo della polizia militare cubana che tutto è venuto a sapere. Essa viene affrontata da costui provando a negare, ma inutilmente.
Minacciata di tortura nel momento  in cui viene sinistramente abbracciata dall’uomo, si accascia al suolo colpita da un silenzioso colpo di pistola puntata contro di lei in quello stesso fatale abbraccio. Lo spettatore a questo punto vede dall’ alto Juanita esanime con il suo vestito viola; vestito che si dilata quasi a prender vita come i petali di un fiore (particolare puntualmente segnalato dalla critica); sì da duplicare il fiotto di sangue che lentamente fuoriesce dal corpo della donna. Corpo riverso su un pavimento marmoreo a scacchiera, con supremo risultato estetico nel rappresentare in chiave raggelata, araldica, il tema del “doppio” caro a Hitchcock, in questo caso nei termini di vita-morte. Aggiungerò che tale sublime scena mi ha fatto ripensare al momento musicale forse più alto del mozartiano Don Giovanni, ovvero quello in cui il Commendatore, colpito a morte in duello dal seduttore, mormora “sento l’anima partir“. Forse non tutti sanno (come osserva Massimo Mila nella sua esegesi della partitura di Mozart) che il famoso  Chiaro di luna di Beethoven presenta innegabili somiglianze con il suddetto “Andante” mozartiano, per dire quanto comunque ebbe ad apprendere il genio di Bonn dal Salisburghese, di cui pure deplorò la licenziosità’ nel Don Giovanni… la mia divagazione di natura musicale altro non vuole suggerire, qui, se non la qualità del ” viaggio” che Sir Alfred mi ha sospinto ieri sera a fare vedendo il suo film  Topaz; ricco di tale scena della fine di Juanita, vero e proprio saggio visivo di meditazione sulla morte.

 

Andrea Mariotti

 

 

sabato, 11 Gennaio, 2020

 

Avendo veduto ieri nel pomeriggio il film Hammamet di Gianni Amelio, con un Pierfrancesco Favino indubbiamente strepitoso nella parte di Bettino Craxi (prossimo alla morte), questo mi sento di dire. Che si tratta di un buon film, da vedere senz’ altro e non soltanto per la rassomiglianza stupefacente di Favino con l’ uomo politico nelle fattezze e nei gesti; ma anche e soprattutto in quanto film d’ autore, e quindi da non stigmatizzare superficialmente con l’accusa di buonismo nonché revisionismo per aver voluto scrutare in profondità l’ inesorabile declino di un uomo nell’ occhio del ciclone a seguito di Tangentopoli. Ricordo al riguardo l’ amaro e profetico giudizio di Luigi Pintor, allora direttore del quotidiano  Il Manifesto: “Mani pulite si risolverà nella metamorfosi di Craxi in Berlusconi”; tanto per renderci conto, in effetti, della recente storia italiana, di quella occupazione sempre più volgare e al ribasso delle istituzioni; che dalla ripugnante capigliatura del ministro ballerino De Michelis (pace all’anima sua) ci ha oggi portato al sempiterno e indecente spettacolo dell’ uomo in felpa nel pieno della sua bulimia comiziante. Tornando nello specifico alla figura di Craxi, ecco che a vent’anni dalla morte appare più che giustificato lo sguardo di Amelio su un uomo in precedenza potente e spregiudicato, certamente tutt’ altro che innocente per la giustizia ma comunque pur sempre un uomo, molto malato e al suo crepuscolo. Favino scava nel personaggio da par suo e il risultato è quello di un film da vedere, ripeto, non fosse altro che per ripensare al nostra storia recente senza ansie di riabilitazione di un leader su base puramente emotiva. Ma un leader, per l’appunto, il quale piaccia o non piaccia è stato Presidente del Consiglio dei ministri quale segretario di un partito fin troppo dinamico, stretto come esso era fra DC e PCI. Un leader del quale mi sembra giusto rammentare qui la sua piena iscrizione al ” partito della trattativa” all’ epoca della tragedia di Aldo Moro, in opposizione a quello della ” fermezza” rappresentato dalla DC e dal PCI. Ergo, Bettino Craxi appartiene alla storia del nostro paese, ragion per cui non rimane che deplorare una volta di più il detentore della verità rivelata, al secolo Marco Travaglio, il quale, privo di dubbi, riduce la figura del leader socialista alla sua finale vicenda giudiziaria. No, l’uomo in questione è più complesso, poliedrico e merita quindi in tutta evidenza un plus valore di riflessione storica da parte nostra a vent’anni dalla sua scomparsa. E questo è a pensarci bene il merito del film in oggetto, che, senza rigidi ideologismi e faziosità preconcette, osservando l’ uomo, ci chiama non in ultimo alla pietas in questo clima sempre più avvelenato della nostra società civile.

 

Andrea Mariotti

 

 

lunedì, 6 Gennaio, 2020

 

EPIFANIE DI CIELI

 

Timido viandante

che ti appresti a sfidare

la notte e i suoi silenzi,

non cedere alla paura

e alla tristezza…

Nella confusa coscienza

di essere in balia

di venti misteriosi

che ti trasportano

qua e là come l’erba

secca delle steppe,

non chiudere la vista

al mondo, riscopri

tesori sotterrati

ed isole smarrite:

risveglia in te attese

epifanie di cieli

 

poesia di Fiorella D’Ambrosio tratta dall’omonima silloge, Opera Edizioni, 2011