In occasione del centenario della nascita di Federico Fellini, ripropongo un mio breve scritto apparso su questo blog in data 26 dicembre 2017…a/m:

 

Osservando a Roma lo spettacolo indecente dei cassonetti dai quali in questi giorni di festa trabocca di tutto, non solo buste d’immondizia per intenderci (e pensare che lo paghiamo è il caso di dire profumatamente il disservizio in questione) mi è tornata in mente ancora una volta la poetica apostrofe di Pasolini a proposito di Roma: “stupenda e misera città…ma soprattutto mi sono rammentato di un film di Federico Fellini rivisto qualche settimana fa, Roma (1972). Ebbene di questo film intendo ora parlare brevemente, per ribadire dal mio punto di vista tutto il bene possibile di un’opera del Maestro che non esito a definire un profetico capolavoro forse un tantino sottovalutato. In sostanza Roma sta ad Amarcord (1973) come La dolce vita (1960) ad Otto e mezzo (1963) a pensarci un attimo; secondo un movimento interiore della creatività del Riminese in base al quale agli affreschi storici dell’Urbe seguono le vette oniriche e memoriali del 1963 e 1973. Ma veniamo al film Roma più nello specifico. Esso è più “sporco” della Dolce vita e in fondo più disarmante, ripensando al fatto che talvolta vediamo nelle sue sequenze Fellini stesso, senza bisogno dell’alter ego Marcello Mastroianni come nei capolavori del decennio precedente. Chi ha visto Roma ricorderà bene il capitolo (diciamo così) dell’ingorgo notturno sul Grande Raccordo Anulare, dove si muovono a passo d’uomo sotto un cielo minaccioso macchine e bestie, vera e propria acme del famigerato “caos” felliniano per tacer d’altro. Fellini nel film tenta di capire i primi anni Settanta, si confronta brevemente coi “capelloni” che bivaccano sulla scalinata di Trinità dei Monti, in un andirivieni incessante fra presente e passato (il teatro d’avanspettacolo, le case di tolleranza del tempo della giovinezza). E davvero, dico, si può dimenticare in Roma l’ultima apparizione cinematografica di Anna Magnani che rivolgendosi al Maestro lo apostrofa con un “…a Federì…va a dormì!” in occasione della Festa de’ Noantri? Ma non basta. La sequenza finale, ossia il “notturno” fatto dei centauri in sella alle proprie moto rombanti in una Capitale deserta è di valore altissimo, con la cinepresa che dalla loro altezza finisce per “puntarsi” sui grandi obelischi romani quasi impazzendo in una sorta di delirio vorticoso che allegoricamente esprime lo smarrimento del Maestro di fronte ai tempi futuri insondabili e minacciosi. Chi legge avrà compreso che sto rivedendo tutto Fellini con devota e rigorosa attenzione, consapevole della superiorità del Riminese su due pur grandi registi che molto ho amato in gioventù e che tuttora amo, parlo di Bergman e Pasolini. Essi però si “appoggiano” nei loro film alla letteratura, alla filosofia, alla musica classica. Fellini no. Il Fellini segnatamente maturo dispone di un purissimo linguaggio cinematografico, senza rimandi d’alcun tipo. E il Maestro non è soltanto pittore della vita onirica e delle intermittenze del cuore come ad esempio in Amarcord; è anche e non secondariamente osservatore profetico e graffiante del futuro; basti citare al riguardo -oltre a quanto già rammentato in Roma -la sequenza crudele nella Dolce vita dei “paparazzi” appostati per fotografare in esclusiva lo strazio della moglie ancora ignara del suicidio del marito-intellettuale morto assieme ai figli.

 

Andrea Mariotti., 26 dicembre 2017

 


 

Scritto al quale aggiungo quello di pochi minuti fa:

 

Nel senso pasoliniano della “denuncia disperata e inutile” ( ” Lettere luterane”) segnalo con indignazione l’intrusione della pubblicità durante la proiezione del film ” Amarcord” tuttora in onda, sul novello canale 34 del digitale terrestre targato Mediaset (dedicato al cinema italiano). Canale con la bella intenzione di esordire alla grande proprio oggi, nel centenario della nascita di Federico Fellini (con una no stop dei film del Maestro lungo il corso di tutta giornata). E allora chiedo: che senso ha ferire post- mortem il Maestro, che più volte negli ultimi suoi anni si dichiarò profondamente amareggiato per le interruzioni pubblicitarie all’interno dei film? Di ciò è palmare documento l’ultimo lavoro di Fellini, ” La voce della luna”, e chi lo ha veduto sa bene che è così. Sicché non a caso ho citato Pasolini all’inizio, nel senso che l’ inquinamento antropologico del nostro paese ha senz’altro ricevuto una robusta e definitiva spinta con il potere mediatico -prima ancora che politico- di Berlusconi, tutt’ altro che agli sgoccioli. Stasera, in definitiva, il novello canale 34 non si è smentito! ” Amarcord” risulta in effetti del tutto inguardabile, frammentato nel modo che ho detto. Ma questo è il paese che a pochi giorni dall’atroce catastrofe del ponte Morandi ha avuto il coraggio di far partire il “calcio che conta” alla Ronaldo imponendo lo stop solo a Genoa e Sampdoria, quasi si fosse trattato di un lutto locale neppure troppo grave! Paese sciagurato e irrispettoso, incapace di onorare, tornando a Fellini, uno dei talenti più grandi del nostro Novecento a tutti i livelli e ben oltre i nostri confini. Com’ è che le partite di calcio non vengono interrotte dalla pubblicità? Almeno questa sera Mediaset avrebbe potuto smentire se stessa! Ma è chiedere troppo alla barbarie travestita da dolciastro impegno commemorativo.

 

Andrea Mariotti, 20 gennaio 2020

 

 

2 Responses to “”

  1. monica martinelli ha detto:

    Ho apprezzato molto questa tua analisi critica da esperto appassionato di cinema quale sei, e sono molto d’accordo sull’utilizzo puro e assoluto, nonché originalissimo, del linguaggio cinematografico da parte di Fellini. Io devo ammettere che il suo modo di “girare”, in questo grande girotondo onirico corale e grottesco, non è mai stato particolarmente nelle mie corde, ma riconosco la sua genialità e la sua grandezza

  2. andreamariotti ha detto:

    Ti ringrazio per le tue parole, Monica, e soprattutto apprezzo il sereno equilibrio del tuo giudizio in merito a Fellini. Un caro saluto

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