Archive for maggio, 2014

venerdì, maggio 30th, 2014

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Il 28 maggio 2014 è stato presentato a Roma il manifesto IL BANDOLO presso lo storico centro di promozione delle arti Polmone Pulsante, animato da Andrea Ungheri (vedi segnalazione dell’evento in data 27 maggio nel presente blog). Ecco qui di seguito il testo, oggetto di un serrato e interessante dialogo fra i promotori del manifesto e il folto pubblico presente in sala:

MANIFESTO CULTURALE

IL BANDOLO

L’arte nasce da un dialogo interiore per diventare pensiero in movimento che genera cambiamento. Noi prendiamo parte a questa dinamica diventando i consapevoli tessitori di una tela che sappia restituire dignità e libertà ad una cultura impantanata nel narcisismo, nella consorteria e nell’autocelebrazione.

Nostri valori sono il risveglio creativo, l’autenticità, il coinvolgimento e l’aggregazione, nel desiderio di infrangere le barriere e gli schemi che ingabbiano i circuiti culturali e artistici, ammorbati dall’arrivismo e da un erroneo concetto del professionismo culturale. L’arte è innanzitutto vocazione.

Nostro intento è sostenere e promuovere iniziative che diano nuovo vigore e slancio al lavoro creativo, facendo sviluppare le idee che sgorgano da ogni gesto culturale in una verità che sia lontana da qualsiasi mistificazione. Vogliamo coltivare un pensiero che faccia germogliare valori universali autentici nel fascinoso ma purtroppo arido mondo contemporaneo.

Dove l’arte si aggrega, c’è un messaggio di pace.

 

 

Oggi assistiamo al triste spettacolo della dispersione delle manifestazioni culturali e artistiche, a causa del narcisismo dell’artista e della malaugurata mentalità di curare il proprio orticello e di non arricchirsi del lavoro di squadra. Ciò di cui è carente la cultura contemporanea è il senso della Comunità, del vivere insieme, della partecipazione, a dispetto dell’estensione abnorme della comunicazione e dei suoi orizzonti.  

Tutto si esplica a livello superficiale e questa dispersione limita la conoscenza. Più che divulgare il pensiero che fermenta tra di noi, si divulga il pensiero contenuto in prodotti commerciali. Raramente si divulga la nuova arte, che esiste, ma è neutralizzata da questo bieco sistema che crea sempre maggiore dispersione e non sostiene l’opera nel suo essere strumento di comunicazione.

E’ facile neutralizzare l’arte: basta uno specchio per allodole! I mezzi di diffusione dell’arte difficilmente sono altro che ricettacoli di narcisismo, e troppo spesso gli spazi di diffusione sono riservati a chi paga più che a chi merita. È  facile  soddisfare l’ego, la voglia di emergere, di far sentire la propria voce. Per questo le opere di qualità nuotano in un pasticcio di mediocrità che le rende invisibili. Pagando si ottiene un servizio atto a soddisfare l’autore, e non un servizio di diffusione dell’opera artistica.

È difficile promuovere prodotti artistici, per farlo ci vuole coraggio. Gli operatori debbono proporre valori: il valore della scoperta, il valore della diffusione, il valore della cura del prodotto, il valore dell’incontro e il valore dell’aggregazione. Che sia un editore, un libraio, un salotto culturale, una galleria d’arte, un teatro, un premio letterario… tutto quello a cui noi artisti ci rivolgiamo deve proporre valore, non deve essere un semplice specchio di Narciso.

Il peggior nemico dell’artista è l’ego, e sarebbe ingenuo pensare che sostituire l’Io con il Noi possa essere sufficiente per raggiungere l’universalità, da non intendersi, questa, in senso meramente globalizzante ed estensivo. Superare l’individualismo è possibile riconoscendo e abbracciando il livello più profondo della soggettività. Un conto è l’Ego, un conto è il .

Il mondo contemporaneo è devastato da un improprio ed arido concetto aggregativo che spinge a vivere con superficialità. L’omologazione è il sintomo dell’assenza di profondità. Bisogna tacitare pertanto quell’erronea propaganda che subdolamente spinge a fraintendere lo scavo interiore, la ricerca di se stessi, l’autoanalisi, etichettandola come intimismo, come esclusione dell’altro, come ripiegamento dell’ego su se stesso.

È fondamentale che l’individuo inizi a pensare a se stesso non più come a una monade, ma come a una comunità. L’arte è comunione, è scambio, è dialogo che avviene nel profondo. E’ là che risiedono i valori universali, mentre si tende a confondere l’universale con il pubblicoconsenso. L’arte non parla a tutti, massificandoli, ma parla al cuore di ognuno. Non è un messaggio politico o pubblicitario, ma una rivelazione del senso, o di un senso, della vita. Essa si rivolge realmente all’altro, nella consapevolezza che l’altro è prima di tutto una dimensione coscienziale di sé.

Se la disgregazione è il risultato di un becero sistema che governa il mondo dell’arte, allora quantomeno bisogna cercare l’aggregazione, cercare la coesione, cercare di unire in uno, o vari bacini, i creativi che vogliono uscire dallo schema solito della divulgazione dell’arte e della cultura contemporanee. Il tutto nel tentativo di orientare i gusti di un pubblico sempre più vasto verso un prodotto culturale di maggiore qualità.

Con l’aggregazione, la condivisione, l’unione e lo scambio di opinioni, potremo dare all’arte la sua giusta dimensione e sopperire alle gravi mancanze di questo sistema. Il potere è come noi lo vogliamo, perché il danaro è al servizio della mente e non è vero il contrario. Sta dunque a noi – individualmente a ciascuno di noi – tentare di cambiare direzione, e gli spiriti creativi hanno in questo una grande responsabilità.

Le arti sono palestre di pensiero, laboratori di creatività, e come tali dobbiamo trattarle.

 

Claudio Fiorentini

Franco Campegiani

Maria Rizzi

Nazario Pardini

Andrea Mariotti

Marco Mastrilli

Loredana D’Alfonso

Patrizio De Magistris

Valeria Bellobono

Pio Ciuffarella

Massimo Chiacchiararelli

Sandro Angelucci

Laila Scorcelletti

Ninnj Di Stefano Busà

Associazione Culturale Polmone Pulsante

Roberto Guerrini

Deborah Coron

Simona Simoncioli

Sonia Giovannetti

Roberto De Luca

Luca Giordano

Paolo Buzzacconi

Fabrizia Sgarra

Angiolina Bosco

Pasquale Balestriere

Roberto Mestrone

Umberto Cerio

 

P.S. a supporto figurativo del suddetto testo, mi sono sentito di proporre la foto di un celebre dipinto di Vittore Carpaccio.

 

 

 

 

 

 

mercoledì, maggio 28th, 2014

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Oggi pomeriggio, ascoltando il GR2 delle 16,30, ho appreso la notizia dell’esistenza di un terzo manoscritto autografo dell’INFINITO di Giacomo Leopardi: manoscritto riemerso da un archivio privato del Maceratese. Nel quotidiano il Sole 24Ore dell’11 maggio scorso Laura Melosi, titolare della Cattedra Giacomo Leopardi dell’Università di Macerata e membro del Comitato Scientifico del CNSL (Recanati), ha dato conto dell’importante rinvenimento.  Il suddetto manoscritto del celebre idillio leopardiano risulta essere il terzo, considerando i due finora noti (custoditi rispettivamente a Napoli, nella Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III e a Visso -sempre nel Maceratese- nel locale Museo di Manoscritti leopardiani). L’esame grafico eseguito da Marcello Andria, autorevole studioso e conservatore delle carte leopardiane della citata Biblioteca di Napoli, ha certificato l’autenticità del manoscritto in oggetto; esame integrato dalle analisi di Luca Pernici, direttore degli Istituti culturali di Cingoli e scopritore del prezioso autografo del grande Recanatese. Nel fascicolo di giugno prossimo della Rassegna della Letteratura italiana, si parlerà non poco di ciò (mia la foto qua sopra di un “notturno” appenninico già a suo tempo proposto nel presente blog e che intende in qualche modo suggerire l’indicibile respiro dell’immortale canto leopardiano, l’INFINITO, a tutti caro.

martedì, maggio 27th, 2014

 

Centro Promozionale delle Arti e della Ricerca
POLMONE PULSANTE
Stagione Culturale 2014 
Mercoledì 28 maggio 2014, ore 19:00
“PRESENTAZIONE DEL MANIFESTO CULTURALE 
“IL BANDOLO”
di
FRANCO CAMPEGIANI e CLAUDIO FIORENTINI conduce
MARCO MASTRILLI
è previsto un dibattito con il pubblico
le grandi persone discutono di idee
le persone mediocri discutono di cose
le persone piccole discutono di persone
(proverbio cinese segnalato da Claudio Fiorentini)
 
Polmone Pulsante
Salita del Grillo 21  – 00184 Roma

lunedì, maggio 26th, 2014

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Imbattersi in una fulminante e dimenticata quartina di Sandro Penna (1906-1977), poeta da me non particolarmente amato; ma certamente non sottovalutato in quanto a felicità, grazia e limpidezza dei suoi versi (la quartina in oggetto è tratta da Appunti, 1938-49):

 

Felice chi è diverso

essendo egli diverso.

Ma guai a chi è diverso

essendo egli comune.

 

Sandro Penna

 

P.S. la foto qua sopra, mia, risale a qualche anno addietro; scattata a Cortona, in occasione di una grande mostra sull’arte etrusca, all’interno del Museo dell’Accademia Etrusca.

domenica, maggio 25th, 2014

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Con vivo piacere offro alla lettura, con il consenso dell’autore, il testo critico di Franco Campegiani relativo alla presentazione del romanzo di Ninnj Di Stefano Busà SOLTANTO UNA VITA(presentazione avvenuta a Milano il 16 maggio scorso):

Romanzo a sorpresa di Ninnj Di Stefano Busà

(“Soltanto una vita” – Kairòs Edizioni)

 

Ninnj Di Stefano Busà – lo sappiamo – è una delle più accreditate firme della pagina poetica nazionale. Notissima come poetessa ed anche come critico letterario, oggi ci sorprende con questo testo pubblicato dalla Kairòs di Napoli e prefato dall’illustre Prof. Nazario Pardini, affrontando un genere di scrittura per lei nuovo, la narrativa. Una vera e propria curiosità, pertanto. Una primizia, non soltanto per i suoi lettori abituali, ma anche per un pubblico più vasto, maggiormente sensibile verso questo genere di letteratura. “Soltanto una vita” è un romanzo molto particolare, dove lo stile narrativo si arricchisce di una vena poetica sempre fresca e felice, in una scrittura limpida e comunicativa, intrisa di profonde riflessioni filosofiche. Qualunque genere affronti, la penna della Busà ha le medesime caratteristiche: è poetica e filosofica nello stesso tempo.

Chi conosce la sua poesia sa che essa è profondamente pensosa. La sua prosa, viceversa, risulta intrisa di poesia, e ciò contraddice il luogo comune secondo cui il filosofo ed il poeta non sarebbero compatibili tra di loro. Evidentemente c’è un pensiero filosofico che si radica nella poesia (non razionalistico), così come c’è un sentimento poetico radicato nella filosofia (non sentimentalistico). Ma qual’è il tratto veramente innovativo di questa scrittura? Della contemporaneità condivide l’aspetto fondante, e cioè il senso del relativo: il sentimento doloroso del limite proprio di ogni avventura esistenziale; la precarietà e l’angoscia del vivere; la coscienza della consunzione, del logoramento, della fine. Ma tutto ciò in Ninnj si incontra e si scontra con un vivo desiderio dell’incorruttibile e dell’assoluto, dando vita ad una pagina letteraria incandescente, dove ad animarsi è il fantasma della frattura, fantasma che paradossalmente evoca la reciproca appartenenza dei due poli tra di loro.

Ne vengono sfinimenti, sconfitte, ma insieme rinascite interiori, nella consapevolezza di appartenere ad un disegno universale inconoscibile, cui tuttavia ci si affida religiosamente. Una religiosità, direi, di ascendenze keerkegaardiane, dove la separazione del divino dall’umano funge paradossalmente da propellente della fede, nella certezza di un ritorno nel cuore dell’eterno al termine dell’avventura esistenziale. E sono esattamente questi i temi che emergono anche nel romanzo di cui ora ci occupiamo. “Soltanto una vita” è la storia di una famiglia colpita da gravi sventure, ma capace di reagire e di risorgere dalle ferite con rinnovati slanci ed invincibili ardori, facendo ricorso all’amore in tutte le coniugazioni possibili, ma soprattutto puntando lo sguardo verso l’assoluto, che è e resta la vera fonte battesimale di ognuno di noi, come di ogni espressione vivente.

Potrebbe sembrare, questo, un facile ed ingenuo ottimismo per tanti intellettuali à la page, pronti ad arricciare il naso di fronte a tutto ciò che ha sapore di incanto, di innocenza, di purezza, di positività. Si ritengono scaltri e smaliziati, costoro, mentre invece hanno paraocchi che non consentono di vedere come positivo e negativo, incanto e disincanto, non sono altro che facce distinte d’una stessa medaglia. E in fondo hanno pregiudizi simili a quelli dei cosiddetti “incantati”, degli imbambolati, seppure di segno contrario. Entrambi separano spocchiosamente il Nero dal Bianco, il Bene dal Male. Al contrario, l’incanto di cui parla la Busà non esclude il disincanto, ma lo include entro i propri confini. E’ un incanto che si fa carico del disincanto, una gioia che porta sulle proprie spalle il dolore. E lo fa senza battere ciglio, come risulta fin dalla frase posta ad esergo del libro: “Credere nella vita / vuol dire accettare anche il peso del suo dolore”.

Il bianco non esclude il nero, della cui vicinanza ha bisogno proprio per potersene differenziare. Altrettanto il Bene, per crescere, ha bisogno del Male con il quale si deve confrontare. Non lo può eludere, ma se ne deve alimentare. C’è dunque un Male che fa Bene, un Male che contribuisce alla costruzione della coscienza, anziché alla sua distruzione. Intendo dire che gli orizzonti della scrittrice sono di ordine morale, non moralistico. La differenza è fondamentale, perché dove il moralismo divide, la moralità abbraccia tutto con ineffabile amore.  E sono davvero tanti gli spunti che potrebbero essere estrapolati dal libro per convalidare l’assunto.

Mi limito a citare le frasi finali del testo, che trovo particolarmente illuminanti e significative: “Le risorse stanno in noi, basta saperle cogliere, diramarle, veicolarle e trasmetterle ai nostri figli, senza ostentazione o vanità, con efficacia e semplicità, senza tentennamenti… Veniamo al mondo per amarla questa vita, l’unica che abbiamo, non per opporci ad essa o per oltraggiarla, e se talvolta ne veniamo feriti, ebbene si, tiriamo fuori tutto il coraggio, l’ardimento, la forza morale di cui siamo capaci per lottare strenuamente contro il male”. Una lotta che è anche un abbraccio, come si può vedere, perché il male vissuto in tal modo finisce per essere mirabilmente costruttivo. E sta qui, direi, l’ulissismo di questa visione della vita.

La cultura contemporanea, approdata da tempo ai temi del Nulla, del Nonsenso e del Vuoto, del Naufragio a senso unico, gronda a mio parere di orfismo ed ha bisogno di incrementare quella fede nei valori positivi il cui depositario è Odisseo. Cosa fa invece Orfeo? Caduto in disgrazia, finisce nella disperazione e nella follia, mentre Ulisse, a dispetto delle sconfitte, è sempre spinto in mare aperto con rinnovati ardori. Tuttavia egli conosce frustrazioni e naufragi, per cui non ha alcunché di tronfio, di arrogante o presuntuoso. Non è un drago sputafuoco ed è umilissimo nella sua fierezza, tant’è che si fa chiamare Nessuno. E’ un Nulla e un Tutto nello stesso tempo, una forza dell’equilibrio, una potenza della Natura. E credetemi: queste digressioni non sono peregrine, ma fondamentali per mettere a fuoco la weltanschauung della nostra scrittrice.

C’è un’esperienza letteraria importante, nel panorama culturale sostanzialmente orfico dei tempi attuali, che in qualche modo raggiunge l’ulissismo e di cui è qui opportuno parlare. Mi riferisco a Giuseppe Ungaretti. Ricordiamo i famosi versi dell’Allegria? “E subito riprende / il viaggio / come /  dopo il naufragio / un superstite / lupo di mare”? Ebbene la visione del mondo della nostra scrittrice si trova su questo stesso binario, in questa medesima lunghezza d’onda. E’ una fede nella vita che cresce e si rafforza con l’esperienza del dolore. E a questo punto è opportuno a mio avviso ricordare un’altro importante percorso letterario ed umano, davvero odisseico, dei tempi attuali: quello di Alda Merini, di cui non a caso la Di Stefano Busà è stata confidente ed amica.

E qui si giuoca, a parer mio, un passaggio particolarmente importante per la cultura del nostro tempo. Siamo nel Postmoderno, dove l’antropocentrismo in ogni sua forma è crollato e l’umanità ha finito per disperdersi dal centro nelle periferie del creato. Ebbene, a me sembra che nella storia che Ninnj descrive, i protagonisti facciano un percorso alternativo, sperimentando un’altra e diversa centralità: la centralità di se stessi. Così l’uomo, non più al centro dell’universo, qui è posto, o si pone, al centro di se stesso. E la sua è soltanto una vita nel pullulare sconfinato di vite di cui si popola l’universo. Gli attori di questo romanzo vivono nella consapevolezza che la loro è soltanto una vita, solo una tessera nell’immenso mosaico. Danno il meglio di sé, con il massimo impegno, senza tuttavia sopravvalutarsi, senza illudersi di essere i protagonisti esclusivi della scena.

E dire che sono personaggi molto potenti! Appartengono all’alta società, sono direttori di banca, ingegneri petroliferi, manager. Ma non insuperbiscono, il che è straordinario. Nell’immaginario collettivo, lo sappiamo, questo ceto sociale naviga negli ori e nei privilegi, nelle feste e nei lussi sfrenati, per non dire dell’affarismo spericolato. Qui si fa portatore, invece, di impegno etico, di morigeratezza, di affetti limpidi, di valori morali. E tutto senza cedimenti retorici. Una rivoluzione! Ricordiamo il detto evangelico? “E’ più facile che un cammello entri nella cruna di un ago che un ricco nel Regno dei Cieli”? Questo romanzo sembrerebbe smentire l’assunto, ma in realtà lo conferma, in quanto il motto suddetto evidenzia la difficoltà per i potenti, non l’impossibilità, di vivere con sentimenti di rispetto e di altruismo, di fraternità e di amore (difficoltà, d’altro canto, comune agli uomini e alle donne di qualunque ceto e posizione sociale).

Il romanzo si apre con una descrizione paesistica stupefacente. Siamo nella Tierra del Fuego, all’estremità meridionale del continente americano, tra lo stretto di Magellano e Capo Hoorn. Un’alba rosata si dipinge sull’ampia baia dopo l’orribile nubifragio notturno. Da un lato le colline solenni, dall’altro l’oceano atlantico che “si apre come una valva sul fondale lussureggiante di un’immensa esplosione di luce”. Un vero e proprio rapimento estatico di fronte alla bellezza selvaggia di una natura incontaminata, crudele e dolcissima nello stesso tempo. E’ lo scenario adatto per porre il lettore nella condizione psicologica idonea ad entrare nelle pieghe del romanzo, tutto giuocato, come abbiamo visto, sulla compenetrazione armonica del positivo con il negativo. C’è un parallelismo calzante tra le vicissitudini violente, ma rigeneranti, del creato e gli eventi dolorosi, ma corroboranti, dell’esistenza umana.

Nazario Pardini, in prefazione, parla di “un grande mélange di cospirazioni naturistiche, di panorami mozzafiato, di forze evocative, di scavi psicologici e di intrighi che mai si allontanano da una verità, specchio dei nostri giorni”. Realismo, dunque. Un realismo vitalistico, energetico, diverso da quelle scuole del realismo che indulgono al pessimismo, al disincanto, al trionfo dello squallore e del Nero. Ascoltate questa descrizione: “Sulla sabbia sono ancora evidenti i segni lasciati dalle raffiche di vento; disseminata di oggetti dei più disparati, la spiaggia appare come uno scenario infernale; sparsi un po’ ovunque, in modo disordinato e violento, vi sono i segni di una lotta all’ultimo sangue, con quegli elementi che la natura ha scaraventato in aria e ammassato alla rinfusa”. E’ da questa violenza che la natura si rigenera, dando origine a nuove aspettative e a nuovi cicli vitali.

La stessa cosa accade negli eventi della vita umana, dove il lieto fine non è scontato, ma può anche esserci, come in questo caso, ed è il frutto di un impegno strenuo e costante, di una fede non astratta ma vissuta sulla propria pelle, andando molto oltre la ragionevolezza umana. Tra Julie Lopez e George Martinez, dopo molte sofferenze, scocca le sue frecce Cupido. E la Busà registra il suono festoso delle campane del cuore in pagine ricche di estraniante fascinazione: “Tutto ora sembra presagire un lieto fine: sentono di possedere l’apertura alare delle aquile che sorvolano il cielo privo di nubi, una pacificazione interiore che rinforza gli argini e inibisce i malumori, concilia con il mondo intero, che pare ovattato, quasi insonorizzato, per loro, che hanno attraversato lo Stige a piedi, lacerandosi l’anima, e ne riportano ancora le ferite, le escoriazioni, le abrasioni”.

Ed è stupenda, successivamente, la descrizione di Julie, dopo aver superato la prova di un triste aborto: “Hanno strani riflessi quegli occhi! Contornati da pagliuzze dorate, hanno lo scintillio incomparabile di una riverberazione dal profondo. Parlano il linguaggio del cuore, la lunga discesa negli Inferi, la risalita lenta e faticosa di chi ha tanto sofferto e amato”. I due protagonisti, successivamente, avranno figli e nipoti, tanto che la trama sembra assumere l’andamento di una saga. Una saga il cui mito centrale è l’amore: l’amore sofferto e non sdolcinato, l’amore che è sempre un dolce intriso di amaro. Perché bisogna costruirlo l’amore, e non aspettarlo da altri, bisogna crederci fino in fondo, farselo crescere dentro e poi donarlo.

Scrive la Busà: “L’amore vero ci vive dentro, mai nei paraggi, né di sghembo o nelle vicinanze”; “L’amore s’impara: giorno per giorno, momento per momento, nulla è dato per scontato”. E le pagine più belle sono a mio parere quelle che nascono osservando una gestante, una donna capace di spezzarsi come il pane per donare la vita ad un altro essere. Ci sono riflessioni formidabili, come la seguente: “Mettere al mondo una creatura è… mettersi in contatto con l’eternità… L’antinomia fondamentale dell’amore risiede nella frenesia del mordi e fuggi, nel dilatare il significato esteriore a sfavore di quello interiore”. E non è, questa – non vuole esserlo – una teoria sull’amore, ma il puro e semplice maturato di conoscenze di vita di una neo-mamma, di una puerpera che parla e sussurra a se stessa: “Viviamolo l’amore! Non abbiamo molte vite, ce ne resta solo una, ed è molto breve!”. Soltanto una vita, appunto.

Franco Campegiani

 

P.S. mia la foto qua sopra di un dipinto di Oswaldo Guayasamìn custodito nella Capilla del Hombre, Quito, Ecuador.

 

 

venerdì, maggio 23rd, 2014

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Con piacere do notizia della presentazione a cura di Tea Ranno, presso la biblioteca Pier Paolo Pasolini di Spinaceto -per il Maggio dei Libri– della mia ultima silloge poetica dal titolo Scolpire questa pace, Edizioni Tracce (martedì 27 maggio ore 17,00; Viale dei Caduti per la Resistenza 410/a, 00128 Roma).

 

 

 

giovedì, maggio 22nd, 2014

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Riletto a distanza di anni un classico dei classici: IL GRANDE INQUISITORE, episodio saliente dei Karamazov di Dostoevskij; secondo Freud -che dedicò nel 1927 al romanzo un saggio intitolato Dostoevskij e il parricidio– fra i capolavori assoluti della letteratura mondiale (e non soltanto secondo Freud, ovviamente).  Com’è noto ai tanti lettori del suddetto, stupendo episodio raccontato da Ivàn Karamazov al fratello Alljòsa, Lui “passa ancora una volta fra gli uomini in quel medesimo aspetto umano col quale era passato per tre anni in mezzo agli uomini quindici secoli addietro”. Per la precisione a Siviglia, ora; non senza fare i conti, subìto, con “il cardinale grande inquisitore in persona…un vecchio quasi novantenne…dagli occhi infossati, ma nei quali, come una scintilla di fuoco, splende ancora una luce.”. Il vecchio non ci pensa due volte a far imprigionare il Figlio di Dio, di fronte al quale, “nel vecchio edificio del Santo Uffizio”, inizierà la sua dura requisitoria, il cui leitmotiv è il seguente: “Perché sei venuto a disturbarci?”(il giorno precedente il cardinale grande inquisitore aveva fatto bruciare “quasi un centinaio di eretici”). Manca naturalmente lo spazio, qui, per citare con ampiezza tale eccezionale episodio dei Karamazov (da leggere o rileggere anche al netto del romanzo, in caso); sarà sufficiente, al riguardo, riportare questa meditata esclamazione dell’anziano prelato rivolta al “Prigioniero”: “Oh, mai, mai essi potrebbero sfamarsi senza di noi! Nessuna scienza darà loro il pane, finché rimarranno liberi, ma essi finiranno per deporre la loro libertà ai nostri piedi…Comprenderanno infine essi stessi che libertà e pane terreno a discrezione per tutti sono fra loro inconciliabili, giacché mai, mai essi sapranno ripartirlo fra loro! Si convinceranno pure che non potranno mai nemmeno esser liberi, perché sono deboli, viziosi, inetti e ribelli…dispone della libertà degli uomini solo chi ne acqueta la coscienza”. Di fronte a queste terribili parole dell’anziano cardinale, il nostro pensiero va per esempio al saggio del 1933 di Wilhelm Reich (allievo di Freud), Psicologia di massa del fascismo (come nasce e perché si diffonde il misticismo organizzato); ma, naturalmente, si tratta solo di uno degli innumerevoli nessi che il romanzo di Dostoevskij (dal respiro immenso) spinge a istituire. Concludo precisando che la foto qua sopra, mia, scattata tempo addietro all’interno della chiesa romana di San Lorenzo in Lucina, permette di osservare lo splendido, espressivo busto marmoreo di Gabriele Fonseca (1668-73) dovuto al Bernini (foto da me già proposta nel presente blog;  archivi di luglio 2013, a “commento visivo” del memorabile sonetto di Giovanni Della Casa:”O sonno…”;LIV; Rime).

martedì, maggio 20th, 2014

 

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Bene, benissimo! per riconoscimento di molti tutt’altro che teneri con lui, ecco che ieri sera Bruno Vespa ha fatto sul serio il giornalista con Beppe Grillo (specialmente nella prima parte della diretta in onda a Porta a Porta). Soprassediamo sui motivi in base ai quali non abbiamo potuto godere di tale impeccabile professionalità negli ultimi vent’anni (un’inezia) da parte del sornione giornalista-conduttore ben asserragliato all’interno del suo studio televisivo dove di tutto è passato…con doverosa generosità, dedichiamo a Bruno Vespa una nostra foto (un particolare della berniniana fontana delle Api del 1644; nei pressi di piazza Barberini, a Roma).

P.S. Api, naturalmente (meglio delle vespe) come emblema di una laboriosità, di un “mestiere” da noi felicemente ravvisato ieri sera nel soporifero (con tutto il rispetto) conduttore di Porta a Porta.

 

domenica, maggio 18th, 2014

Mozart

Al bando una volta di più la superficialità banalizzante nei riguardi della somma bellezza della musica di Mozart! riascoltando i quartetti per archi che il genio di Salisburgo dedicò all’amico e venerato maestro Joseph Haydn, ecco che si sarebbe tentati di prestare minore attenzione a quello in la maggiore n.18 (K464); magari sulla base di un riduttivo giudizio (in questo caso) del grande musicologo Massimo Mila: “…mostra (il K464) una grazia quieta e un po’ superficiale, un ben mozartiano disinteresse espressivo”…errore! ben diversamente stanno le cose ascoltando con disposizione feconda il suddetto quartetto, guarda caso il prediletto di Beethoven fra quelli mozartiani. In effetti il quartetto in oggetto, dei sei  dedicati al grande Haydn (a sua volta eccelso nel comporre quartetti d’archi) per valutazione concorde di molta critica mozartiana, risulta di magistrale finezza e altezza compositiva, fra la densità polifonica del minuetto e il fugato dell’ultimo movimento. Parola d’onore: intensamente attratti dall’atmosfera crepuscolare e sommamente elaborata di tale quartetto, si tocca con mano la scaturigine della musica da camera!

domenica, maggio 11th, 2014

Camponeschi

Venerdì scorso mi sono recato alla inaugurazione della mostra di Mauro Camponeschi (di cui avevo dato notizia in precedenza nel presente blog) dal suggestivo titolo LUNE DI MAGGIO (Galleria Talent Art, Via F.Martini, 7, Roma; con orario di apertura fino alle 19,30 odierne). Ebbene, dico subìto che tale mostra mi è sembrata un piccolo gioiello di artistica ispirazione. La foto qua sopra, mia, con tutti i limiti del caso, credo dimostri quanto ho appena affermato; in virtù di essa, infatti, possiamo vedere (non per intero) uno dei dipinti più apprezzati dai visitatori (dal titolo Nell’ora muta delle fate ti tiene soltanto un filo). Ammirando il suddetto dipinto, in effetti, venerdì scorso, mi sono sentito di osservare che la simbologia delle opere di Mauro Camponeschi non astratta, eccentrica per partito preso, risulta al contrario frutto di autentica poesia; nella quale vengono a convergere -risolte sul piano figurativo- le risonanze umanistiche di un artista radicalmente disposto a scrutare nel silenzio il fondo del proprio animo. Non altrimenti potrei spiegarmi, a conti fatti, l’adesione convinta del pubblico, venerdì scorso, alla poetica figurativa (è proprio il caso di chiamarla così) di Camponeschi; al quale immagino non dispiacerà, in conclusione, la citazione da parte mia della battuta finale dell’ultimo film di Federico Fellini, La voce della luna (1990) affidata a Roberto Benigni: “…se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse qualcosa potremmo capire”. L’artista Mauro Camponeschi è in Rete all’indirizzo www.maurocamponeschi.com