Archive for luglio, 2011

lunedì, luglio 25th, 2011

Leggendo il libro vincitore del Premio Strega di quest’anno, STORIA DELLA MIA GENTE (la rabbia e l’amore della mia vita da industriale di provincia) di Edoardo Nesi (Bompiani), ho creduto inizialmente di trovarmi di fronte ad un autore incapace di oggettivare in autentica materia narrativa la drammatica storia del fallimento dell’industria tessile di Prato, nell’epoca odierna della globalizzazione. Troppo lungo e ostinatamente riproposto a chi legge risulta, ad esempio, l’elenco di scrittori anglosassoni moderni e contemporanei coi quali Nesi ha fatto e sta facendo tuttora i conti. Tuttavia, inoltrandomi nella lettura di STORIA DELLA MIA GENTE, ho volentieri perdonato all’autore tale elenco, e per un semplice fatto: Nesi si rivela, al dunque, uno scrittore di razza, capace di concepire un testo problematico e aperto, senza fiction; all’interno del quale lui stesso, rimanendo per l’appunto Edoardo Nesi, esprime -mettendosi a nudo con stile asciutto, direi austero- il proprio amore per la letteratura, con accenti assolutamente vibranti. Lui, Edoardo Nesi, costretto a vendere nel 2004 l’azienda di famiglia a fronte della spietata competitività cinese, si è salvato leggendo e scrivendo (con crescente successo), negli anni: fino al testo in oggetto, amaro bilancio della vicenda economico-sociale del Belpaese, ben al di là di Prato. Nesi ha vinto meritevolmente lo Strega, a mio avviso, con un libro importante, ricco di tensione, a nervi scoperti; amarissimo, ripeto. Ancora: è così verace, Nesi, da prendersi il coraggio, nel libro, di ammettere, ad esempio, di non frequentare che raramente un suo amico, l’attore e regista Francesco Nuti, da tempo scomparso dalla scena in quanto seriamente malato. C’è del nerbo insomma, in Nesi, scrittore ancor giovane ma già pienamente maturo; agendo in lui quella passione civile che mi ha fatto pensare a un grande autore come lo scomparso Paolo Volponi, lo scrittore di Urbino di cui ci restano romanzi importanti sul tema del problematico sviluppo industriale del nostro Paese nel dopoguerra.

martedì, luglio 5th, 2011


Scrivendo recentemente sulla beatificazione di Karol Wojtyla (avvenuta in piazza San Pietro in Roma il primo maggio scorso), ho avuto occasione di ripromettermi la lettura di un libro che intuivo importante; e così è stato. Alludo al testo di David Yallop, IN NOME DI DIO (LA MORTE DI PAPA LUCIANI), Tullio Pironti Editore, prima ed.italiana 1997.
Non vorrei scoprire l’acqua calda, ovviamente, nel suggerire la lettura di un libro magari tutt’altro che ignoto, ai più; tuttavia, non posso, qui, tacere il vivo interesse in me destato dal suddetto saggio, sui trentatrè giorni di pontificato di Albino Luciani; venuto a mancare forse troppo improvvisamente, nel settembre del 1978 (lo stesso anno della tragica uccisione di Aldo Moro; per dire che anno fu, quello, per il nostro Paese). Per farla breve: dalla lettura del libro di Yallop, emerge la figura di un uomo, Luciani, mite ma determinato e, sostanzialmente, in buona salute; un uomo intenzionato a cambiare le cose; ad orientare la Chiesa verso una maggiore sobrietà e modernità (evito intenzionalmente toni troppo vibranti che non farebbero altro che portare acqua al mulino della “verità” ufficiale; quella, in sostanza, di un curato di campagna non messo bene in salute, teologicamente meno fine di Paolo VI, e fin troppo “sognatore”, per la sua vicinanza allo spirito conciliare e la sensibilità al gigantesco problema del controllo delle nascite). E tuttavia, facendo mie le domande del libro: perché non sottoporre ad autopsia il corpo di Luciani, frettolosamenre inbalsamato entro le quindici ore successive alla morte? perché limitarsi ad un esame esterno della salma, con la diagnosi di infarto fulminante? perché non procedere ad un elementare prelievo sanguigno, non appena rinvenuto il papa morto? Anche un intellettuale cattolico di chiara fama, il critico letterario Carlo Bo, invocò -rammenta Yallop- dalle colonne del CORRIERE DELLA SERA, quella autopsia ostinatamente negata dal Vaticano e che non soltanto il nostro Paese reclamava a gran voce, per un elementare diritto a sapere. Lascio a chi vorrà, il piacere di scoprire, leggendo il libro di Yallop, l’anima di un uomo, Luciani, venuto a mancare troppo presto, per quello che era intenzionato a fare. Ma è stato spiritualmente dolce ed intellettualmente appagante, per me, nei giorni assordanti della beatificazione di Giovanni Paolo II, provare il bisogno di ridestare la mia coscienza addormentata circa la terrena storia di Giovanni Paolo I, il sorridente ma lucido e tenace Albino Luciani.

sabato, luglio 2nd, 2011

Ogni promessa a se stessi è debito, oggi onorato. Avevo infatti deciso da tempo di visitare quella che attualmente è la CASA MUSEO ALBERTO MORAVIA, in Roma (Lungotevere della Vittoria,1); casa che è stata l’abitazione romana dello scrittore dal 1963 fino alla morte, avvenuta nel settembre del 1990 (cfr. il mio precedente articolo al riguardo; archivi di settembre 2010 del presente sito). Suggestivo lo studio del romanziere, dove tutte le mattine, metodicamente, l’autore de GLI INDIFFERENTI sedeva alla propria scrivania (opera d’uno scultore suo amico, Sebastian Shadhauser), intento a battere sui tasti della Olivetti 82. Luminoso il soggiorno, impreziosito dalla presenza delle maschere tradizionali, frutto dei numerosi viaggi di Moravia; per tacere dei tanti dipinti osservabili, firmati da Schifano, Turcato, Cagli ed altri; fra i quali spicca il bellissimo RITRATTO DI MORAVIA CON MAGLIONE ROSSO di Renato Guttuso, del 1982. Libri ovunque, superfluo sottolinearlo, nell’abitazione di questo nostro grande scrittore del Novecento. Tant’è che, per gentile concessione della ASSOCIAZIONE FONDO ALBERTO MORAVIA, mi permetto di mostrare in questo articolo una mia foto della copertina della prima edizione de GLI INDIFFERENTI; Alpes, Milano, 1929 (con dedica del romanziere alla madre). Una visita preziosa ho quindi compiuto questa mattina, anche per via delle poche persone presenti (ah, questi ponti estivi, benedetti!). Vorrei ricordare, infine, che lo stabile in Lungotevere della Vittoria n.1, osservato dall’esterno, non suscita una buona impressione, annerito com’è (così si presenta allo sguardo del visitatore sulle tracce della memoria di colui che è stato, indubbiamente, fra i protagonisti del nostro Novecento; non soltanto italiano, e non soltanto sul piano strettamente letterario).