Archive for maggio, 2012

domenica, maggio 20th, 2012

Venerdì scorso 18 maggio in Marino (Roma), presso il Museo Civico U. Mastroianni, a cura dell’Associazione dei Nuovi Castelli Romani, si è svolta la presentazione della silloge poetica di Franco Campegiani, dal titolo VER SACRUM (Tracce Edizioni); con la bella introduzione di Ninnj Di Stefano Busà (nota poetessa e critico letterario cui si deve la prefazione del libro). Viva emozione si è percepita in sala ascoltando la lettura delle poesie di Campegiani, ben noto ai visitatori del presente blog per la sua assidua e preziosa partecipazione. Non mi sono sorpreso a dire il vero più di tanto, venerdì scorso, nel riscontrare un riconoscimento pressoché unanime -da parte dei relatori- del particolare valore di una lirica inclusa nel libro di Franco: IL MALE D’OGGI. Tale lirica, per il suo alto significato, non a caso è stata da me proposta sul blog, con il consenso dell’autore, nell’agosto scorso; e giusto mi sembra, per onorare questo mio degnissimo e carissimo amico, riproporla oggi (per la sua generosa e toccante umanità; laddove, stilisticamente, siamo al cospetto di versi limpidi, avvolgenti, pieni di respiro):

IL MALE D’OGGI

Il male d’oggi è chiuso in un recinto
di plastificate muraglie,
ghetto refrattario in una cupola
agli spiragli di luce.
E solo tenebre incontri
senza più coscienza delle tenebre,
case nere lungo i viali asfaltati
senza più finestre,
un dolore inconsapevole,
una notte senza sbocchi
che rifiuta l’impasto con le aurore,
un nulla radicale in estinzione,
un nero che più non genera nero,
un incubo, un’oscura follia
superba e paga di se stessa
che rifiuta il bacio dell’alba
e si occulta all’amplesso lievitante,
al groviglio fremente della vita,
e muore…
Quanti gridi di dolore nelle notti
si schiudevano all’alba in battiti d’ali!
Mai mi dicesti
che c’è un male che fa bene,
ma lo capivo dai tuoi gesti,
padre contadino,
dall’urlo muto
delle viti che potavi,
dal sudore vivo della fronte,
dalle doglie della terra partoriente
che con amore coccolavi,
affinché tutto risorgesse
nuovo e bello dalle brume invernali.
Quanti gridi di dolore nelle notti
esplodevano all’alba in battiti d’ali.

sabato, maggio 19th, 2012

“Con la corteccia hai costruito/ la tua potente pelle…”: ecco, tale incipit del poeta romano Claudio Monachesi non poteva non suggerirmi il ricorso a questa mia foto, che ci permette di ammirare la famosa quercia cara, secondo la tradizione, al grande Pierluigi da Palestrina. I suddetti versi li ho estrapolati dall’ultima silloge di Claudio, ARDH TARS RICICLARIUM, Pioda Editore, da me presentata martedi scorso 15 maggio in Roma, presso l’Aula del Dipartimento di Scienze Radiologiche del Policlinico Umberto I. Mi è sembrato giusto, in merito ad essi, parlando al pubblico presente in sala, accennare a una bella, spontanea allitterazione; figura retorica basilare, come ben sappiamo, del moderno discorso poetico (al posto, magari, della “facile” rima). Con la ripetizione ravvicinata dei medesimi suoni, duri nella fattispecie, Claudio Monachesi ha infatti iniziato a produrre senso sul piano fonematico di questo suo “attacco” poetico; dimostrando, una volta di più, come una misteriosa armonia prestabilita guidi il poeta: nel contesto in oggetto, usando, il poeta, suoni duri per esprimere il lavoro non facile dell’albero nel dotarsi della sua “potente pelle” (altra bella allitterazione, peraltro). Più in generale -l’ho detto martedì scorso e qui lo ribadisco- suggestivo e lodevole mi è parso l’impegno poetico di Monachesi all’altezza di questa sua ultima raccolta; giacché non è semplice immedesimarsi con i ritmi della natura, il suo respiro (senza scadere nel descrittivismo ingenuo o, peggio, in estetismi di pessima lega). Ciò rilevato, non mi è stato difficile individuare, martedì scorso, nella seguente poesia (“Grovigli di rovi/ in ardente tormento/ d’estasi assalgono/ ogni parte dell’essere”) un piccolo, concentrato capolavoro: pensiamo infatti alla parola rovi, già racchiusa nel grembo della parola che la precede, grovigli, in virtù di una annominazione rovesciata grazie alla quale il linguaggio poetico dà alla luce ulteriore realtà…sì da indurmi a sottolineare la qualità tutta interiore, intima, di molte delle poesie incluse nella raccolta di Monachesi: da leggere, dette poesie, a parer mio, con gli occhi della mente , nel silenzio interiore; piuttosto che renderle oggetto di una declamazione. Ora, se tutto questo è frutto di una mia sincera convinzione, dopo essermi confrontato per l’appunto nel silenzio con il libro di Claudio, mi chiedo e chiedo a lui: perché appesantire tante altre poesie della raccolta con note a piè di pagina (le citazioni dei Salmi, per esempio); per tacere dei versi dei grandi poeti della nostra tradizione come Dante, Leopardi, Quasimodo immessi nel corpo vivo del discorso poetico- quello di Monachesi- senza distanza alcuna; anzi, qualificandoli, tali versi, come omaggi a questi stessi grandi? No, caro Claudio, in onestà intellettuale questo non mi è piaciuto. Perché, ti chiedo, pretendere troppo dalla poesia, laddove essa dovrebbe rimanere -e non sarebbe poco!- in senso non sentimentale, la voce del cuore affrancata dal citazionismo? Il discorso sarebbe lungo e complesso; ma qui, sul filo della stima che ti porto, Claudio -essendo tu poeta autentico, nell’istinto- qui, dicevo, rilancio la mia domanda: perché non rinunciare a quel “di troppo” che nuoce, forse, al respiro più profondo della tua poesia, capace di toccare il cuore di molti, come ho ben percepito martedì scorso?

P.S. Claudio Monachesi, poeticamente attivo dagli anni Settanta, è autore poliedrico e ottimamente recensito da critici e studiosi di rilievo; organizzatore di eventi culturali e seguito con affetto e stima da moltissimi lettori, fra i quali ci sono anch’io.

martedì, maggio 8th, 2012

In occasione dei COLLOQUI SULLA CONTEMPORANEITA’ (Rassegna Culturale a cura di Natale Sciara, alla sua sedicesima edizione; presso la Sala convegni della Pro Loco di Ciampino, Roma), ho parlato questo pomeriggio “a braccio” della poesia di Giorgio Caproni. Ma ecco il testo da me scritto in mattinata, e che dedico al mio carissimo amico Luciano:

SULLA POESIA DI GIORGIO CAPRONI

Nel centenario della nascita di Giorgio Caproni, mi sta particolarmente a cuore parlare di un poeta fra i più alti del nostro secondo Novecento. I lettori che amano il grande Livornese, e sono in molti, sanno di una innegabile cesura fra il primo Caproni e il secondo Caproni, per così dire; cesura sulla quale converrà insistere qui proprio per tentare di comprendere le ragioni di una voce poetica più che mai viva e incisiva nei tempi attuali. Così dicendo, ecco che non possiamo non individuare nel CONGEDO DEL VIAGGIATORE CERIMONIOSO & ALTRE PROSOPOPEE (1965), la suddetta cesura fra quanto precedentemente pubblicato da Caproni e la grande Trilogia compresa fra gli anni Settanta e Ottanta (IL MURO DELLA TERRA, 1975; IL FRANCO CACCIATORE, 1982; e il CONTE DI KEVENHŨLLER, 1986). Basterà, al riguardo, rileggere la chiusa della poesia che dà il titolo alla citata raccolta del 1965 (dedicata all’attore Achille Millo): “Ora che più forte sento/ stridere il freno, vi lascio/ davvero, amici. Addio./ Di questo, sono certo: io/ son giunto alla disperazione/ calma, senza sgomento./ Scendo. Buon proseguimento”. Non posso negare, per quanto mi riguarda, di nutrire un sentimento quasi di devozione per tali versi: essi, infatti, nella loro disarmante semplicità, si fanno profonda metafora della condizione umana; talché, a questo punto, la voce di Caproni conquista maggiore libertà tematica e formale rispetto alle precedenti e pur splendide e distese prove (il pensiero va, soprattutto, ai celebri Versi livornesi inclusi nel SEME DEL PIANGERE, 1959, Premio Viareggio, e dedicati ad Anna Picchi, madre del poeta; poeta-violinista, peraltro, essendosi diplomato in tale strumento e in composizione a Genova, in giovane età). Sia come sia, con il CONGEDO del 1965 (l’anno di un traumatico intervento operatorio per il poeta, che da allora fino alla morte vivrà da “resecato gastrico”, per sua stessa definizione); sia come sia, stavamo dicendo, col CONGEDO, comincia il viaggio metafisico di Giorgio Caproni, fuor d’ogni retorica. Il grandissimo cantore di Genova, sua città d’adozione, e della madre fidanzata del poeta (che intuizione, quella di cantare la giovinezza materna!); cantore nel contempo antico e de-costruttivo rispetto alla nostra grande tradizione metrico-stilistica; questo cantore, insomma, col CONGEDO, scopre le sue carte decisive di “cerimonioso dicitore del nulla”, come osservato da Italo Calvino; ben più pacato e disincantato risultando, il Livornese, rispetto allo stesso Montale (con il suo “terrore di ubriaco”, riferendosi alla celebre lirica nichilista degli OSSI DI SEPPIA). Ormai, con il CONGEDO del 1965, la strada è segnata per Giorgio Caproni. Questo poeta dalla vocazione “minore” –austero e riservato, maestro elementare per tutta la vita, capace di negare a Gianfranco Contini una recensione al CONGEDO- parlerà con la sua voce più alta nel 1975, dando alle stampe il MURO DELLA TERRA, accolto con grande favore di critica e di pubblico. Con il MURO, infatti, tutto è mirabilmente al suo posto; nel senso che, in esso, la densità metafisica di una evidente “ontologia negativa” (sempre per citare Calvino), è una cosa sola con una forma “frantumata e ellittica” (com’è stato osservato da più parti); la cui qualità più corrosiva, forse, consiste nella chiusa delle poesie: senza punti di domanda che possano favorire un rassicurante dialogo con il lettore. Detta qualità di Caproni, è stata individuata felicemente da Carlo Bo, il grande critico da me citato a proposito di Giuseppe Ungaretti; senza stupirsene più di tanto, ché, in tutta evidenza, Carlo Bo ha avvicinato i nostri grandi poeti del Novecento più intensamente di altri; nel senso umano del termine, prima ancora che dal punto di vista critico-letterario. Ma torniamo a Giorgio Caproni. Dopo il FRANCO CACCIATORE del 1982 (laddove si può percepire un certo “manierismo” rispetto al libro precedente, come osserva Pier Vincenzo Mengaldo), eccoci al cospetto dell’ultimo grande libro di Caproni: IL CONTE DI KEVENHŨLLER, 1986. Con tale raccolta la poesia di Caproni raggiunge una stoica, rarefatta scansione; con alte e attualissime punte di merito nell’indicarci l’inquietante ambivalenza fra l’Essere e il Nulla: quasi il poeta si fosse dotato di un misterioso periscopio grazie al quale scrutare la scaturigine tutt’altro che rassicurante di tutti gli ossimori, di tutte le ambiguità (senza dare cioè l’impressione di una pratica letteraria e forzata dei contrari, a posteriori). Così, nel CONTE DI KEVENHŨLLER, il cacciatore è la sua preda; la Bestia, per la cui uccisione il Conte ha promesso bei soldoni alla popolazione, è sfuggevole e parte di noi; e si potrebbe continuare a lungo. Vorrei concludere questo mio scritto ricordando il funerale di Giorgio Caproni (il poeta morì il 22 gennaio del 1990) senza presenza delle autorità nel quartiere romano di Monteverde; in perfetto stile con la riservatezza e il distacco del grande Livornese, si potrebbe affermare con amara asciuttezza. Ma i versi di un poeta come Caproni sopravvivono eccome, all’indifferenza dei potenti, nella mente e nel cuore dei lettori; e dentro di me in modo particolare –mi sia concesso di dire- avendo io abitato dal 1969 al 1980 a trecento metri dal poeta, a Monteverde. Io giovane ancora e alle prese con le mie prime liriche; lui, nella sua ultima stagione: incisore –a quali altezze!- del male di vivere.

P.S. La foto sopra presentata è stata da me scattata lo scorso anno all’interno di uno dei cosiddetti “grattacieli” in via di Donna Olimpia, a Roma; situato proprio di fronte alla chiesa in cui si sono svolte, il 23 gennaio 1990, le onoranze funebri di Giorgio Caproni. Superfluo sottolineare, infine, un’ulteriore dedica a proposito del suddetto testo: il mio pensiero va alla signora Silvana, figlia del grande Giorgio, con la quale ho avuto, di recente, un colloquio telefonico. E’ stato bello in effetti per me, prima di parlare della poesia del Livornese, trasmettere al pubblico presente in sala il saluto di Silvana Caproni.

Questo pomeriggio (22.5.2012), la signora Silvana mi ha telefonato, per ringraziarmi e complimentarsi con me in merito al suddetto testo (che verrà incluso nella raccolta dei contributi critici e delle testimonianze in occasione del centenario della nascita del suo grande papà, il poeta Giorgio Caproni).

martedì, maggio 1st, 2012

Aprile, “il mese più crudele”, secondo il celebre incipit di THE WASTE LAND di T.S. Eliot, è ormai alle spalle. Domenica scorsa però generoso, con me, in virtù di una bella giornata primaverile che mi ha permesso una gratificante escursione sulla vetta del monte Ocre (Abruzzo), e successivo percorso di cresta fino al monte Cagno. La vista spaziava dal Corno Grande (Massiccio del Gran Sasso) alla Majella, per posarsi poi sui più vicini Sirente e Velino…”sorelle montagne” -come le chiamo io- ancora innevate, ad addolcirmi l’animo; giacché, non posso negarlo, preoccupato sono, come cittadino italiano, al pari di molti, per il nostro presente e futuro; fra crisi economica, impresentabilità dei partiti politici, ruberie varie. I visitatori del blog scuseranno il florilegio di citazioni in così breve spazio, ma insomma: ” Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? Quam diu etiam furor iste tuus nos eludet? quem ad finem sese effrenata iactabit audacia?”. Traduzione in italiano fin troppo nota (ma non sembra!):”Fino a quando abuserai ancora della nostra pazienza, o Catilina? Per quanto tempo ancora codesto tuo furore si prenderà gioco di noi? Fino a che punto si spingerà la tua sfrenata audacia?” (Cicerone, I, Catilinaria). Come poeta-lavoratore, “operaio dei sogni”, prendendo a prestito il titolo del film dell’amico Pio Ciuffarella ( vedi articolo del 28 aprile scorso), ecco che il suddetto vibrante “attacco” ciceroniano mi è uscito dalle viscere, prima ancora che dalla mente…e qui mi fermo, dovendo e volendo rispettare io per primo, com’è giusto, questo incrocio poetico, spazio civile, piccolo patrimonio di idee non solo mio. Buon Primo Maggio a tutti.

P.S. La foto scattata ieri permette di osservare l’innevato Costone, non distante dal monte Velino.