Archive for marzo, 2015

domenica, marzo 29th, 2015

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Ecco una mia foto risalente a diversi anni addietro scattata in terra di Bretagna (starei per dire nei pressi di Locronan, con parecchi dubbi in merito). Ma cosa importa? quello che mi preme suggerire in qualche modo al visitatore del blog (grazie al calvario qui visibile) è il senso della nostra umanità pietrificata di fronte alla tremenda sciagura di martedì scorso dell’ Airbus320 GermanWings costata la vita a 150 persone (incluso il folle che ha deciso non soltanto per sé di schiantarsi contro le montagne francesi).

giovedì, marzo 26th, 2015

Montale

Ripensando alla tempesta d’acqua di ieri a Roma come altrove (era vento fortissimo di libeccio ma fa lo stesso), ecco questa poesia del primo, indimenticabile Montale:

 

Scirocco

 

 

O rabido ventare di scirocco

che l’arsiccio terreno gialloverde

bruci;

e su nel cielo pieno

di smorte luci

trapassa qualche biocco

di nuvola, e si perde.

Ore perplesse, brividi

d’una vita che fugge

come acqua tra le dita;

inafferrati eventi,

luci -ombre, commovimenti

delle cose malferme della terra;

oh alide ali dell’aria

ora son io

l’agave che s’abbarbica al crepaccio

dello scoglio

e sfugge al mare da le braccia d’alghe

che spalanca ampie gole e abbranca rocce;

e nel fermento

d’ogni essenza, coi miei racchiusi bocci

che non sanno più esplodere oggi sento

la mia immobilità come un tormento.

 

poesia di Eugenio Montale, tratta da Ossi di seppia (1925)

 

sabato, marzo 21st, 2015

Portovenere

 

Così stregato è il Golfo dei Poeti?

eccomi sul traghetto

che da Lerici tocca

Portovenere; e ambrosia

è pronta a fior di mare,

per chi Bellezza voglia contemplare.

Sei tu a rapirmi gli occhi,

fanciulla donna: funerea gioia,

la vista del tuo volto

offerto al sole. D’ambo

i lati il collo fletti,

di papavero in guisa.

 

Che Venere possente,

imporpori d’amore il salvagente

dei versi per te scritti.

 

Andrea Mariotti, poesia del 2001, poi inclusa in Spento di sirena l’urlo, Ibiskos editrice Risolo, 2007.

 

 

 

lunedì, marzo 16th, 2015

Con piacere do notizia dell’evento previsto per giovedì prossimo 19 marzo alle ore 17 presso la Biblioteca Pier Paolo Pasolini (“cliccare” per ingrandire l’immagine):

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P.S. è possibile visualizzare nell’home page del presente blog alla voce Sui poeti che incontro (2015), la mia postfazione alla silloge di Simone Consorti presentata oggi, 19.3.2015.

 

sabato, marzo 14th, 2015

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Ripensando (a tempo perso) alle difficoltà attuali della minoranza PD davvero in ordine sparso (voto non voto, questa è casa mia…) per non dire dello “scomunicato” Tosi, comunque in corsa per le regionali in Veneto; e per concludere con la lacerata Forza Italia, mi è venuto in mente, musicalmente parlando e veramente si parva licet, il secondo movimento (minuetto) del mozartiano Ein musikalischer Spass K 522, con le stonature terribili dei fiati volute dalla crudele maestria del Salisburghese (nell’intento di prendere in giro le composizioni sgraziate dei musicisti minori della sua epoca)…immaginando che Renzi, il quale attualmente trae indubbio vantaggio dalle politiche stecche sopra accennate, abbia ascoltato Mozart…

 

 

 

martedì, marzo 10th, 2015

Morandi

Mi permetto di suggerire ai lettori del blog la visita della mostra dedicata a Giorgio Morandi presso il Complesso del Vittoriano di Roma (27 febbraio-23 giugno 2015), essenziale per approfondire dal vivo la conoscenza di uno dei massimi artisti del nostro Novecento. I dipinti, i disegni, le incisioni e gli acquerelli esposti (non pochi provenienti da collezioni private) consentono veramente di soppesare la statura di un grandissimo pittore, particolarmente apprezzato -giova rammentarlo- da due storici dell’arte quali Cesare Brandi e Roberto Longhi. Il dato saliente dello stile di Giorgio Morandi, attraverso il corso di una lunga  esperienza artistica, risulta peraltro da tempo condiviso dalla critica con i suoi tanti estimatori (pensando anche alla “fortuna” internazionale del pittore bolognese negli ultimi decenni di vita). E come tentare di qualificare in poche non specialistiche parole lo stile di Morandi? parlerei al riguardo di una pittura rarefatta, essenziale, severa, nobilmente intellettuale;  agli antipodi dal decorativismo (alludo a quello sottilmente nascosto e a suo modo raffinato);  tant’è che le minime variazioni talvolta presenti nelle celebri nature morte o nei  paesaggi ubbidiscono immancabilmente alla visione interiore dell’artista, di lucidità esemplare. Giorgio Morandi, pittore e incisore, amante di Giotto, Masaccio, Piero della Francesca, Caravaggio; e, per quanto riguarda il tempo a lui più vicino,  soprattutto di Cézanne -senza ignorare in ogni caso da parte sua movimenti figurativi coevi e avanguardie internazionali di varia ispirazione- rimane impresso nel gusto dell’osservatore non epidermico per la sovrana capacità di tutto filtrare in favore di un aristocratico distacco a mezzo del quale si dà una visione assolutamente interiorizzata del reale. Celebre la seguente sua affermazione: “Credo che nulla possa essere più astratto, più irreale, di quello che effettivamente vediamo. Sappiamo che tutto quello che riusciamo a vedere nel mondo oggettivo, come esseri umani, in realtà non esiste così come noi lo vediamo e lo percepiamo”. Mi sia consentito infine di concludere questa breve nota accennando all’amore profondo che nutro ad un tempo per questo nostro grandissimo pittore e il suo maestro ideale, Paul Cézanne: entrambi pittori stanziali ( si pensi infatti al lungo lavorìo di scavo dell’antiromantico Cezanne -paragonato a Van Gogh!- in Provenza nella parte finale dell’esistenza a proposito della sua celebre Montagne SainteVictoire). Ebbene, il grande Bolognese, ossia Morandi, in modo non dissimile dal Francese, ha viaggiato essenzialmente dentro di sé non muovendosi dall’Italia, lungo il corso della sua vita; nel silenzio e nella sobrietà che stati di coscienza altissima naturalmente impongono senza troppo agitarsi.

domenica, marzo 8th, 2015

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CINQUE  MARZO

 

Lo ricordo bene il cinque marzo

del Settantuno: indignato scrutavo

a sera un cielo bianco e avaro.

“Perché a Roma no?”, mi chiedevo

offeso per un’omissione grave.

Di colpo i fiocchi caddero; asciutti

perseveranti e grandi: di fede degni.

Io ebbro di felicità…e questa foto

di mio padre sul tavolino, ora che

sto scrivendo: sguardo fiero e senza

cappotto, papà sul bianco strato.

 

Niente neve quest’oggi a Roma,

cinque marzo 2015: ma il freddo

brusco di mezzogiorno e il cielo

latteo, lo stesso di quel perduto

tempo, una primula sbocciare

han fatto nella mia memoria.

 

 

Andrea Mariotti, poesia inedita del marzo 2015.

 

                             

 

 

 

 

 

 

 

 

 

mercoledì, marzo 4th, 2015

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“Federigo degli Alberighi ama e non è amato, e in cortesia spendendo si consuma e rimangli un sol falcone…”: questo l’incipit famoso della novella nona della Quinta Giornata del Decameron, una delle più squisite e toccanti narrazioni del gran libro. Ebbene, nel film dei fratelli Taviani ora sugli schermi, Maraviglioso Boccaccio, proprio la suddetta novella forse non a caso chiude la serie di quelle proposte allo spettatore. Diciamo non a caso in quanto nell’opera dei Taviani, assieme al meraviglioso racconto di Federigo, è inclusa un’altra novella “alta” e memorabile del Decameron, la prima della Quarta Giornata (quella degli amori infelici), con un convincente Lello Arena nella parte del “prenze” di Salerno che fa uccidere l’amante della figliola Ghismonda (“ e mandale il cuore in una coppa d’oro, la quale, messa sopr’esso acqua avvelenata, quella si bee e così muore”). Considerando inoltre un brillante Kim Rossi Stuart nel ruolo di Calandrino beffato da Bruno e Bulfamacco (novella terza dell’Ottava Giornata), diretto con tocco lieve, felicemente surreale da parte dei Taviani; per non dire di Paola Cortellesi, assolutamente incisiva nella parte della badessa peccatrice che pretenderebbe di fare la morale alle sue monachelle (novella seconda della Nona Giornata); anche qui con stile leggero, non volgare degli autori del film (ben aderenti al tono brillante, ironico e tutt’altro che greve del Boccaccio in merito a quest’ultima novella in oggetto); stavamo dicendo, considerando tutto ciò, ecco la necessità di sottolineare in tutta evidenza la volontà dei Taviani di offrire allo spettatore uno sguardo elevato ma non estetizzante nei confronti del Decameron: testo d’una attualità sconcertante, riferendoci alla multiforme esistenza degli umani  in esso stupendamente vibrante e viva. E qui rientra in gioco la vicenda di Federigo degli Alberighi da cui ha preso le mosse il presente scritto. La storia è ben nota, credo. Ridotto in miseria dopo aver inutilmente “armeggiato” (cioè maneggiato le armi per dare spettacolo) sperando di poter “acquistare” l’amore di monna Giovanna, maritata e “non meno onesta che bella”, Federigo finisce per ritirarsi in un suo poderetto non lontano da Firenze, a Campi, in compagnia del suo falcone (“de’ miglior del mondo”), segno ultimo della sua signorilità; ivi “pazientemente la sua povertà” sopportando. A questo punto della narrazione, il marito di monna Giovanna muore, e la donna, con il figlioletto, si reca a trascorrere l’estate in “contado”, in luogo non distante dal rifugio di Federigo. Ora Federigo e il figlio della donna amata fanno amicizia, in stretta compagnia del regale e umanizzato falcone: falcone che suscita l’invaghimento del ragazzo (in una campagna toscana d’altri tempi, splendidamente fotografata). Il ragazzo “infermò”, ci dice a questo punto Boccaccio; ed ecco quindi monna Giovanna recarsi a desinare da Federigo, per chiedergli in dono quel suo falcone desiderato dal figliolo per poter guarire. E come onora nella sua povertà Federigo quella donna dalla quale mai aveva avuto una sola “guatatura”? offrendole a pranzo come cibo di lei degno l’amato falcone: “non guardarmi così”, dice nel film l’attore Josafat Vagni rivolto al rapace che lo fissava con umanissima supplica… ma la decisione è stata presa, e quando Federigo, disperato per il diniego opposto alla richiesta della donna le mostra dopo il pranzo i resti del povero falcone, ecco monna Giovanna (una asciutta Jasmine Trinca in tal ruolo) offrirgli la mano come pegno d’una acquisita e definitiva consapevolezza del valore di quell’amore a lei rivolto. Il ragazzo muore, e ben presto si vedono nel film i fratelli di monna Giovanna irritati attorno a Federigo per dirgli che la donna, dovendosi rimaritare, aveva espresso la volontà ferma di sposare lui e soltanto lui, Federigo; che lietissimo, montato a cavallo, prestamente segue quegl’uomini bruschi e di poche parole. Bellissime e fresche, sottilmente liriche, queste immagini finali dell’opera dei Taviani tramite le quali si può avvertire l’eco delle parole precise della donna, nella novella: “Fratelli miei, io so bene che così è come dite, ma io voglio avanti uomo che abbia bisogno di ricchezza che ricchezza che abbia bisogno d’uomo” (sotteso soprattutto il ciceroniano De officiis, II, 20, nella sentenza scandita dal chiasmo a mezzo della quale il grande Trecentista suggella memorabilmente la novella). Il film di cui fin troppo dettagliatamente si è parlato finora (chiedendo venia a chi non lo ha ancora veduto) non è privo di difetti (vedi un attore come Riccardo Scamarcio “troppo bello per essere vero” -ci si perdonerà la cattiveria!-, nell’episodio della bella Catalina); per tacere della vicenda dei giovani aristocratici che si allontanano da una Firenze devastata dalla peste (1348) nell’intento di ritirarsi in campagna a ristorarsi e quindi a “novellare”; ebbene tale vicenda, com’è stato giustamente osservato, di grande valore strutturale nel Decameron (come ben sappiamo), risulta in qualche modo goffa e scadente nel film: al punto che si sarebbero potute proporre direttamente le novelle prescindendo dal banale accademismo dei giovani “novellatori” scelti dai Taviani. Tant’è. Volentieri esprimendomi a questo punto in prima persona, mi sento di abbonare ai Taviani le suddette manchevolezze per la già citata altezza di sguardo complessivamente diretto al capolavoro del Boccaccio, in tempi come gli attuali in cui ancora spadroneggiano a quel che sento i Famosi con fatua volgarità; mancando altrove pane, lavoro e dignità nel nostro paese comunque ricco d’una bellezza che non può e non dev’essere fagocitata da sterile passatismo, e dalla povertà morale e intellettuale di chi si è consacrato (e sono in tanti!) a Pluto, dìo della ricchezza. Grazie pertanto, Paolo e Vittorio Taviani, per aver risolto in immagini bellissime soprattutto la storia di Federigo degli Alberighi, a me carissima (suggerendo da parte vostra inequivocabilmente un mondo di valori focalizzato -fuor d’ogni retorica – sull’umanistico concetto della dignità dell’uomo). E grazie, ancora, per la sicura classe mostrata nell’aver compreso che non sono più questi i tempi d’una pasoliniana e “scandalosa” Trilogia della vita (pur avendo caro per quanto mi riguarda il Decameron del grande scrittore e regista): troppa macelleria anziché erotismo in giro, oggi; troppa volgarità senza confini per non apprezzare a dovere il vostro approccio “alto” a un capolavoro sublime della narrativa d’ogni tempo, stimabili Paolo e Vittorio Taviani.

 

P.S. doveroso precisare da parte mia che la foto qua sopra è stata scattata da chi scrive diversi anni addietro.