Archive for the ‘Senza categoria’ Category

venerdì, Ottobre 4th, 2019

 

Nel giorno della festa di San Francesco Patrono d’Italia, mi è tornata alla mente una esperienza per me significativa che ebbi modo di fare nel lontano luglio 1997. Avendo presentato la richiesta con il dovuto anticipo, mi fu infatti possibile rimanere per una intera settimana presso l’Eremo delle Carceri, luogo insigne del francescanesimo primitivo (che si raggiunge da Assisi percorrendo la strada verso la sommità del monte Subasio). Dai pochi frati del convento, una volta giunto sul posto, non mi venne chiesto altro se non la presenza giornaliera alla messa delle 6,30 del mattino. Consumavo in allegria, ricordo, i pasti con loro e dormivo in una suggestiva cella ricavata dalla nuda pietra; con un tempo perfetto che non lasciava davvero presagire il disastroso terremoto di fine settembre dello stesso anno (qui rammentando le immagini del crollo della prima campata della Basilica Superiore di Assisi che fecero il giro del mondo). Un tempo perfetto d’inizio luglio, dicevo. Dopo la messa del primo mattino cui rispettosamente assistevo e successiva colazione, ero libero di andarmene sul Subasio a camminare; e ricordo bene il contrasto fra le verdissime gole della montagna (“fertile costa d’alto monte pende”; PARADISO, XI,45) e il cielo di un azzurro intensissimo. Ma il bello veniva a sera, dopo cena. Invitato dai frati che andavano a dormire a non abbandonare l’Eremo -e chi ne avrebbe avuto voglia immerso com’ero nella sacralità del luogo?- mi recavo a passeggiare lentamente e a lungo nella selva accanto rischiarata da una luna maestosa; l’aria profumatissima e fresca (trovandomi a circa 800 metri di altezza). Io non ricordo in tutta franchezza di essermi confrontato così in profondità e durevolmente con il silenzio e la sua intima musica come in tale e lontana settimana del luglio 1997, nel lecceto dell’Eremo illuminato quasi a giorno dalla luna. In quelle sere una accentuata serenità prendeva piede dentro di me; vuoi per la purezza dell’aria, vuoi per la cosiddetta “impronta psichica” radicata in senso antropologico in un luogo davvero importante della memoria francescana (ebbi modo di apprendere successivamente che proprio l’Eremo delle Carceri rappresenta qui in Italia un “centro energetico” di primaria importanza). Da queste righe credo si sarà compreso che non si trattò, per me, di adesione a buon mercato allo spirito della New Age allora al suo apogeo nel nostro paese; bensì in sostanza di una volontà ferrea di penetrare nelle plaghe misteriose del silenzio (di quel silenzio benedetto da Rilke) la cui musica talvolta a parer mio guarda dall’alto gli stessi venerati Bach, Mozart e Beethoven, per tacer d’altri. Fu a conti fatti, la mia, l’esperienza di una “solitudine abitata” (riferendomi al titolo bellissimo e in pienezza d’ossimoro di un libro rigoroso, pubblicato nel 2006 su Chiara di Assisi da parte della storica Chiara Frugoni). Gli smartphone dovevano essere ancora inventati, nel 1997, e Zuckerberg di anni allora ne aveva tredici (grazie al quale in effetti mi è oggi possibile “condividere” questo mio ricordo). Ma si era comunque alla vigilia se non già con un piede dentro quella odiosa ed eterodiretta sottocultura del fracasso ad ogni costo, in crescita disastrosa e costante in tanti luoghi delle nostre grandi città fino agli esiti letali dei tempi attuali (tempi nei quali “pensare è sconsigliato”, come dice magistralmente in una sua vecchia canzone Francesco Guccini). Concludo a questo punto il presente scritto con i parchi miei versi di quel luglio del 1997 che mi è piaciuto rileggere sere addietro (mia la foto di quel lontano luglio; con la statua bronzea del Santo di Assisi a contemplare il cielo stellato disteso sulla nuda terra):

 

 

DOLCE SENTIRE

 

Sorrideva la luna,

carezzevole l’aria

e le pietre parlanti,

nell’abbraccio dei lecci.

Eremo delle Carceri,

tu sei stato per me

primordiale catino

dove attingere pace.

Ricordarti, al mattino,

credo illumini il giorno.

 

Poesia di Andrea Mariotti inclusa nella silloge Lungo il crinale, Bastogi, 1998.

 

 

sabato, Settembre 21st, 2019

 

Lo spirito dei grandi poeti si compiace, voglio immaginare, allorché ci rechiamo a visitare i luoghi dove sono sepolti. Sicché, questa mattina, giunto a Firenze, con trepidazione mi sono diretto verso il cimitero di San Felice a Ema, dove riposa Eugenio Montale insieme alla moglie. Non sarà superfluo rammentare che, in questo 2019, siamo ad ottant’anni esatti dalla pubblicazione delle Occasioni (ottobre 1939), secondo libro del grande Genovese e per molti il suo capolavoro. Precisato che per quanto mi riguarda la maggiore mia considerazione va alla raccolta successiva del poeta, ossia La bufera e altro del 1956 (alla quale ho a suo tempo dedicato un non indegno scritto critico apparso sulla rivista letteraria “I Fiori del Male”), ecco che non ho difficoltà alcuna a riconoscere nelle succitate Occasioni il libro storicamente più “europeo” di Montale (con Giorgio Zampa se non rammento male a ricordare che esso trovava posto nello zaino dei nostri soldati, alla stregua di quanto era accaduto con Rilke sul fronte tedesco). Ma naturalmente queste osservazioni hanno soprattutto lo scopo di introdurre il racconto della forte emozione da me provata in mattinata, al cospetto della tomba di Montale e della moglie. Una tomba fin troppo sobria in tutta evidenza, come si vede in foto, per non dire del tutto anonima; considerando il lustro del maggiore poeta del nostro Novecento, premio Nobel per la Letteratura nel 1975. E proprio per tale forte contrasto la mia emozione è stata profonda e ne parlo, qui. A molti è nota, al dunque, quella che è stata l’umana spiacevolezza di Montale, con puntuali riscontri di cronaca che inducono a fare elegante ricorso alla “sindrome di Wagner”, per rendere più tollerabile lo iato fra la grandezza letteraria del Genovese e la sua statura di uomo. Ebbene, l’ umiltà della sua sepoltura, come si vede nella foto scattata oggi, eserciterà in ogni caso da subito in me un senso di pacificazione a fronte del suddetto iato; nonché un monito a ricordarmi ancor meglio il “dovere ontologico” di un poeta in tempi inebriati dal culto dell’apparire. Essere poeti nella profondità delle proprie fibre. Badando a scrivere e scrivere, e non è poco.

 

Andrea Mariotti

 

 

sabato, Settembre 14th, 2019

 

Il Cavaliere delle Nuvole

Una canzone che parla di guerra, amicizia, amore e libertà

 

Il nuovo singolo dei Traindeville (Ludovica Valori e Paolo Camerini), duo indie-folk romano che ha all’attivo già due album, Shadows and Lights (2015) e Caffè Fortuna (2017), nasce da un testo scritto dalla giornalista televisiva e scrittrice Annalisa Venditti, autrice del libro Il Cavaliere delle Rose e delle Nuvole (Edilazio, 2011). La vicenda del celebre meteorologo tv Andrea Baroni, internato militare nei lager nazisti di Ucraina, Polonia e Germania dopo l’8 settembre 1943, ha costituito il prezioso spunto per un brano che parla di libertà, fratellanza, amore al di là di qualsiasi confine.

“Il dovere di ogni prigioniero è fuggire”: è così che il giovane ufficiale italiano, dopo una lunga prigionia, riesce miracolosamente a evadere dal lager tedesco nella periferia di Magdeburgo insieme a un suo amico. La forza dell’amore, la vitalità della gioventù e l’importanza della pace e della libertà sono le assi portanti di questo brano, il cui videoclip è stato girato in luoghi importanti per la storia di Roma. Dalla Casa della Memoria e della Storia al Roseto comunale (l’antico “Orto degli Ebrei”) fino al Belvedere della Memoria di Roma, valorizzato solo di recente: qui il 5 giugno 1944 perse la vita il quindicenne Ugo Forno, ultimo martire della Resistenza romana.

La copertina del singolo è stata disegnata dal vignettista e illustratore Fabio Magnasciutti.

 

Link Spotify

https://open.spotify.com/album/3zWscSmgbrbmuepDH4uDpj?si=sR_FPa95T7uXB1x3mDwfnA

 

Link iTunes / Apple Music

https://music.apple.com/us/album/il-cavaliere-delle-nuvole-single/1475591509

 

Link videoclip su YouTube

https://www.youtube.com/watch?v=TXyjZrrD7Ow

 

 

Credits

Registrato a Roma da Paolo Camerini – The Music Room

Batteria registrata a Roma – Dario Esposito Studio

Mixaggio e Masterizzazione: Eugenio Vatta, E45 studio, Roma

 

Ludovica Valori – voce, fisarmonica

Paolo Camerini – basso elettrico, piccole percussioni, cori

 

Adriano Dragotta – violino

Stefania Placidi – chitarra

Dario Esposito – batteria

 

Il Videoclip

Regia di Paolo Camerini, Ludovica Valori, Annalisa Venditti

Riprese: Leonardo Cinieri Lombroso, Paolo Camerini, Annalisa Venditti, Ludovica Valori

 

 

Cinzia Dal Maso

 

 

venerdì, Settembre 13th, 2019

 

Note letterarie

 

Poeta “appartato”, Umberto Saba si caratterizza, nell’ambito della lirica novecentesca, per una singolare modernità animata da un nuova linfa, senza recidere -come egli stesso afferma- “il filo della tradizione italiana”. Le sue poesie sono intrise di una malinconia “moderna” fatta di dolente pietà: una malinconia austera che è del mondo, dell’universo. Si pensi ai versi de La capra : “Ho parlato a una capra./ Era sola sul prato, era legata./ Sazia d’erba, bagnata/ dalla pioggia, belava./ Quell’uguale belato era fraterno/ al mio dolore. Ed io risposi, prima/ per celia, poi perché il dolore è eterno,/ ha una voce e non varia./ Questa voce sentiva/ gemere in una capra solitaria./  In una capra dal viso semita/ sentiva querelarsi ogni altro male,/ ogni altra vita”.  La capra diventa l’emblema della sofferenza esistenziale: il suo lamento non è dissimile da quello dell’uomo e in quel gemito si riassume il dolore universale. Nella lirica Ulisse -collocata nella terza parte del Canzoniere– in cui Saba ricorre al simbolismo mitologico per esprimere la sua inquietudine interiore, si coglie un’eco leopardiana: il primo verso “Nella mia giovinezza ho navigato…” ci richiama alla memoria “se giovanezza, ahi giovanezza  è spenta” (Le Ricordanze, v.135). Alle notazioni descrittive seguono -come accade nel grande Recanatese- meditazioni psicologiche che ne sintetizzano il messaggio: “… me  al largo/ sospinge ancora il non domato spirito/ e della vita il doloroso amore.” E, infine, perché non citare “Goal“, una delle poesie più lette del poeta triestino, in cui si sottolinea come raramente a coloro che sono consumati dall’odio e dall’amore, è dato di vedere momenti belli, quali l’istintiva passionalità, l’impulso emotivo in uno stato di innocenza e di elementarità psicologica…Per concludere vorrei ricordare che non sono mancati -da parte della critica letteraria- apprezzamenti notevoli nei confronti di Umberto Saba e che è tuttora aperto un vivace dibattito circa il presunto “sabismo” in poeti del Novecento, quali Penna, Caproni, Bertolucci, Sereni.

 

Fiorella D’Ambrosio

 

 

venerdì, Settembre 6th, 2019

 

Su La Repubblica dei romani di Cinzia Dal Maso (Istituto Internazionale di Studi “Giuseppe Garibaldi”), Dunp Edizioni, 2017

 

 

Con vivo interesse ho letto questo libro che riunisce le biografie di personaggi più o meno noti capaci di difendere a prezzo della vita la Repubblica Romana “con un’attenzione particolare a luoghi e monumenti di Roma che ancora li ricordano”, come precisato dall’autrice. Di fronte alle succitate biografie del volume, concise ma dense, impossibile non rammentare intanto quella di Carlo Armellini, triumviro insieme a Mazzini e Saffi della proclamata Repubblica Romana (9 febbraio del 1849). Avvocato di gran fama, fu infatti proprio Armellini con l’importante discorso del dicembre 1848 a riconoscere le Camere, fuggito il papa a Gaeta, quali uniche depositare del potere legale esistente; passaggio indispensabile in merito alla “legittimità prima di una Giunta di Stato per l’esercizio del potere sovrano e infine del ricorso alla volontà popolare”. Nel libro della nostra studiosa non manca (come in tanti altri casi) una fotografia del busto di Carlo Armellini presso i giardini del Pincio a Roma, dovuto a Riccardo Grifoni (1878). Tralasciando la vicenda di Angelo Brunetti detto Ciceruacchio, fin troppo noto eroe trasteverino molto amato dal popolo, mi piacerà a questo punto segnalare le pagine dedicate a Filippo Casini, ufficiale onorario di artiglieria di cui ignoravo la storia. Ingegnere e conoscitore di ben sette lingue, fu in prima linea volontario a comandare “senza soldo e senza ascenso” la batteria della Montagnola presso San Pietro in Montorio nella notte tra il 29 e 30 giugno 1849; notte della estrema resistenza repubblicana all’assedio francese. Creduto morto e poi soccorso dopo essersi battuto come un leone accanto ai compagni già caduti -sottolinea la Dal Maso citando la Gazette Medicale de Paris– ebbe a riscuotere l’ammirazione del nemico, con il comandante in capo dei francesi generale Oudinot che ne elogiò la condotta; al punto di farlo scortare da un picchetto d’onore fino alla casa materna, dove Filippo Casini morì l’anno seguente a causa delle gravissime ferite riportate in combattimento. Il busto di questo giovane eroe si trova presso quell’autentico e vivo museo a cielo aperto che risulta essere la passeggiata del Gianicolo, fitta di erme dedicate a coloro i quali in più casi non esitarono a offrire la propria vita in soccorso della Repubblica Romana, breve ma decisiva esperienza del nostro Risorgimento. Cinzia Dal Maso -alla quale dobbiamo negli anni passati un libro bello e importante dedicato all’unica donna onorata da un busto presso la suddetta passeggiata (Colomba Antonietti, la vera storia di un’eroina, Edilazio 2011)- ci racconta inoltre nella Repubblica dei romani la toccante storia di Marta Della Vedova, prendendo le mosse dal Monitore romano del 15 giugno 1849: “Le donne hanno aiutato a disarmare le bombe. Tengono pronte delle matasse di creta e, non appena cade una bomba, o una granata, la coprono con essa e ne impediscono lo scoppio”. La studiosa cita al riguardo anche una lettera di Giuseppe Garibaldi ad Anita del 21 giugno 1849: “qui le donne e i ragazzi corrono addietro alle palle e bombe gareggiandone il possesso”. Ebbene, la popolana Marta Della Vedova -prosegue la Dal Maso nelle sue pagine- con una gamba amputata in seguito allo scoppio di una bomba in via delle Botteghe Oscure, vedendo cadere un altro ordigno nella corsia dell’ospedale della Trinità dei Pellegrini dov’era ricoverata “si gettò sulla bomba per impedire che scoppiando facesse una strage tra i feriti. Riuscì a strappare la miccia, ma lo sforzo le procurò una violenta emorragia che le costò la vita”. Fra le tante biografie incluse nella Repubblica dei romani, trovo opportuno concludere la mia brevissima ricognizione ricordando quella relativa al conte Luigi Pianciani, simpatizzante della Giovine Italia e arrestato l’11 giugno 1849 dai francesi nel tentativo di partecipare alla difesa di Roma. Egli, garibaldino, fu il vero primo sindaco di Roma con due mandati (1872-4 e 1881-2), cui si devono tra l’altro nella Capitale i primi “nasoni”, ossia le popolari fontanelle romane di forma cilindrica e provviste di tre cannelle da cui sgorgava l’acqua. Come quella tuttora esistente in piazza della Rotonda dinanzi al Pantheon, ci ricorda Cinzia Dal Maso con tanto di eloquente fotografia. Anche attraverso un dettaglio come questo la studiosa -che dirige da anni la Rivista telematica di Cultura Specchio Romano- impreziosisce il suo lavoro storico riferito al tempo limitato ma glorioso della Repubblica Romana, così vibrante nel libro in oggetto; libro di vivificante lettura in questo nostro presente privo di slanci ideali nella sua coreografia da basso impero.

 

 

 

Andrea Mariotti

 

 

mercoledì, Settembre 4th, 2019

Ditemi che non è vero, che si tratta di un brutto sogno…Di Maio destinato agli Esteri nel nuovo governo ai nastri di partenza! Ma qui parliamo di un ragazzino prepotente e sconsiderato, che non esitò lo scorso anno a invocare l’ impeachment per Mattarella prima dello sciagurato ” contratto” con la Lega, per tacere della foto a Parigi con la frangia più estremista dei gilet gialli assieme a Di Battista! Del suo inglese a quanto pare del tutto in linea con il suo italiano ( “Ubi Di Maio/congiuntivo cessat“, ho scritto in passato) pure non diremo. Corrado Augias confessò a suo tempo che uno come Di Maio non lo avrebbe voluto avere neppure come amministratore di condominio…e invece stiamo per vederlo insediato alla Farnesina! E che dire della grottesca enfatizzazione del responso della piattaforma Rousseau fin troppo a posteriori rispetto al dirigismo dei vertici pentastellati? Ecco: io mi sento intellettualmente offeso per tutte queste cose al pari di molti, credo; in quanto come non vedere in esse il velo strumentale di una narrazione goffa e infantile atta a violare sistematicamente i dati di realtà? Ma le sottoculture non spariscono per miracolo. Mi spiego meglio: decotto Berlusconi, il berlusconismo è sempre in auge quale inesorabile inquinamento antropologico del nostro paese. Ci siamo forse dimenticati del placet parlamentare a larghissima maggioranza a proposito della panzana berlusconiana di Ruby nipote di Mubarak? E stiamo parlando di un condannato in via definitiva, Berlusconi, che verrà di sicuro glorificato in punto di morte come il Divo Giulio anni addietro, considerando il peggio che avanza (Salvini e non solo lui). E già che ci siamo un grazie anche al PD, di cui non dimentico il rifiuto a suo tempo opposto ai grillini per eleggere insieme Rodotà al Quirinale; nonché nello specifico a Renzi, che un anno fa rispose con il nobile e teoretico argomento dei pop corn alla proposta governativa dei pentastellati; che si rivolsero quindi a Salvini. Già, Salvini. E’ stato messo (anzi, ha fatto tutto da solo) per il momento nell’angolo con l’auspicio di molti, cancellerie europee non ultime. Ma io non mi fido di lui e soprattutto di quella che Orson Welles (alter ego di Pasolini nel film ” La ricotta”) chiamò la borghesia più ignorante di Europa. Quella italiana. Tutto ciò premesso, stiamo a vedere come si muoverà questo nuovo governo comunque affrancato da un ministro dell’Interno quale Salvini, che ha disonorato le istituzioni repubblicane con le sue indegnità e prima ancora cinicamente giocato sulla pelle dei disperati in mare.

 

Andrea Mariotti

 

 

lunedì, Settembre 2nd, 2019

L’ennesima rilettura di un magico libro come Il vecchio e il mare di Hemingway, mi spinge a proporre dei miei antichi settenari del 1986…a/m:

 

amava e non sperava

non è sepolto al faro

ne sa qualcosa l’orca

che si rivolta in mare

 

 

poesia di Andrea Mariotti, inclusa nella silloge Lungo il crinale, Bastogi, 1998

 

 

domenica, Agosto 25th, 2019

 

 

Che dire di questa stupenda e notissima poesia di Eugenio Montale? inclusa nella raccolta LA BUFERA E ALTRO del 1956, essa rappresenta un vertice assoluto della sua lirica (chiedere in merito a Valerio Magrelli…). Per me, la poesia dove in modo folgorante il grande Genovese si serve di un perfetto quanto umile correlativo oggettivo (la “sparuta anguilla” dei LIMONI) per esprimere una ferma e combattiva resistenza al male; e proprio per questo una poesia -è stato osservato- intimamente leopardiana (anche nella struttura di strofe dallo sviluppo tentacolare): nei termini naturalmente di quel fiore del deserto (LA GINESTRA) che “il deserto consola“. Davvero in questi versi montaliani (i primi quattordici così precisi e realistici, e i  sedici seguenti sempre più intrisi di allegorica luce) il divario ontologico fra l’autore e ciò che ha scritto si fa assoluto. Come dire una lirica indimenticabile, che tocca in profondità mente e cuore di chi legge (a conferma non oziosa, per me come per molti, del primato ineludibile di Montale nella poesia del nostro Novecento)…a/m:

 

 

L’ANGUILLA

 

L’anguilla, la sirena

dei mari freddi che lascia il Baltico

per giungere ai nostri mari,

ai nostri estuari, ai fiumi

che risale in profondo, sotto la piena avversa,

di ramo in ramo e poi

di capello in capello, assottigliati,

sempre più addentro, sempre più nel cuore

del macigno, filtrando

tra gorielli di melma finché un giorno

una luce scoccata dai castagni

ne accende il guizzo in pozze d’acquamorta,

nei fossi che declinano

dai balzi d’ Appenino alla Romagna;

l’anguilla, torcia, frusta,

freccia d’Amore in terra

che solo i nostri botri o i disseccati

ruscelli pirenaici riconducono

a paradisi di fecondazione;

l’anima verde che cerca

vita là dove solo

morde l’arsura e la desolazione,

la scintilla che dice

tutto comincia quando tutto pare

incarbonirsi, bronco seppellito;

l’iride breve, gemella

di quella che incastonano i tuoi cigli

e fai brillare intatta in mezzo ai figli

dell’uomo, immersi nel tuo fango, puoi tu

non crederla sorella?

 

 

EUGENIO MONTALE

 

 

mercoledì, Agosto 21st, 2019

 

Su AL QANTARAH-BRIDGE (Un ponte lungo tremila anni fra Scilla e Cariddi) di Fausta Genziana Le Piane e Tommaso M. Patti; Nicola Calabria Editore, 2007

 

 

Inizierò il mio scritto riconoscendo che la lettura di questo libro, pur impegnativa nel bel mezzo della calura ferragostana, mi ha via via sempre più coinvolto, spingendomi a riflettere. Soltanto pochi giorni sono infatti trascorsi dal primo anniversario del tragico crollo del ponte Morandi a Genova, ragion per cui l’insistenza degli autori circa la profonda valenza simbolica che qualsiasi ponte riveste da sempre nella coesistenza di uomini e popoli mi è sembrata sacrosanta, volendo tacere dell’aspetto strettamente funzionale. Eppure le cose stanno come ben sappiamo, nel caso dell’auspicato e osteggiato ponte sullo Stretto: donde il libro in oggetto, di natura interdisciplinare (per i profili storico-geografici e letterari a vasto raggio, informazioni scientifiche, racconti originali e molto altro); scritto a due mani da una poetessa calabrese e un ingegnere siciliano istintivamente al riparo, direi, dagli strali tuttora attuali di Charles P. Snow. AL QANTARAH-BRIDGE è il titolo del volume dei nostri autori, tautologia arabo-inglese da cui Le Piane e Patti prendono le mosse per far sedimentare nella coscienza del lettore quelle che la povertà espressiva d’oggi spingerebbe a chiamare le ragioni del sì; laddove, in effetti, affrancati da qualsivoglia manicheismo, ecco i nostri autori lavorare d’intarsio fra storia e mito, dati scientifici e invenzione letteraria, spinti da una passione civile (non sterilmente visionaria!) mai scadente in meridionalismo stantio. Impossibile a questo punto non ripensare, leggendo questo libro, alla fondamentale lezione gramsciana dell’incompiuto saggio ALCUNI TEMI DELLA QUESTIONE MERIDIONALE (prima pubblicazione a Parigi nel 1930); saggio alla base degli stessi QUADERNI DEL CARCERE e in cui viene espressa la consapevolezza che la questione meridionale non può essere risolta con rimedi specifici in quanto caso a sé: rappresentando essa piuttosto un aspetto della questione nazionale, e quindi da affrontare attraverso l’assunzione di una politica generale del Paese. Sicché, tornando al volume in oggetto, Le Piane e Patti, rifiutando lo stereotipo della cattedrale nel deserto a proposito del ponte sullo Stretto, ne auspicano con forza la costruzione, per unire veramente terre difficili ma di antica storia e bellezza come Calabria e Sicilia al nostro Paese: nei termini di una sfida tecnologica e legalitaria in grado di edificare un’opera bella (perché no?), capace finanche di supportare l’Alta Velocità ferroviaria (senza nascondersi le indubbie difficoltà di impatto ambientale strettamente intrecciate con gli appetiti criminali). La stratificata suggestione del lavoro dei nostri autori, pubblicato nel 2007 e quindi alla vigilia di una crisi economica su scala globale con relativo acuirsi del declino italiano negli anni a seguire, ha davvero scosso la mia immaginazione; talché mi sono trovato a ripensare a Francesco Petrarca, per il sentimento che nutro della poesia quale intelligenza concreta della realtà. Petrarca, infatti, nei suoi versi rivolti all’Italia, ha ubbidito come sappiamo a una esigenza di classica personificazione di quest’ultima. Si pensi all’incipit della sua sublime canzone: “Italia mia, benché ‘l parlar sia indarno/ a le piaghe mortali/ che nel bel corpo tuo sì spesse veggio”. Il poeta ci rammenta dunque le ferite e le offese che lacerano un corpo, quello dell’Italia, sentito nella sua integrità inviolabile, come purtroppo non riusciamo a raffigurarcelo noi tanto tempo dopo per ragioni storiche profonde, è risaputo; ma senza neppure quello sforzo serio e durevole del nostro paese per tentare di colmare il divario fra Milano e Palermo, tanto per capirci. Non posso però concludere il presente scritto senza accennare un attimo alla incisiva bellezza dei succitati racconti originali all’interno di AL QANTARAH-BRIDGE, volendomi riferire soprattutto a due di essi: il primo, Gara di magia, ricco d’inesausta fantasia e convincente spessore antropologico (al punto di avermi riportato alla mente IL MONDO MAGICO, classico saggio di Ernesto de Martino); il secondo, Spabo lo sbruffone, esemplare nel delineare plasticamente la rassegnazione contadina nell’estremo Sud a cavallo fra il sedicesimo e diciassettesimo secolo (quasi una sorta di controcanto corale all’arroganza dei potenti esemplato sulla tragedia classica). Infine, fra i tanti profili letterari di epoche diverse che fanno la ricchezza del volume, come dimenticare quello dedicato a Leonardo Sciascia in merito alla “famiglia…unico istituto veramente vivo nella coscienza del siciliano…che consente più breve il passo verso la vittoriosa solitudine” così come si legge nel GIORNO DELLA CIVETTA? Non mi rimane che ringraziare sentitamente Fausta Genziana Le Piane e Tommaso Maria Patti per questo libro attualissimo, che bene fa alla mente e al cuore di chi sente il mar Mediterraneo come “lago di pace”.

 

 

Andrea Mariotti

 

 

sabato, Agosto 17th, 2019

 

BIGLIETTO LASCIATO PRIMA DI NON ANDAR VIA

 

Se non dovessi tornare,

sappiate che non sono mai

partito.

 

Il mio viaggiare

è stato tutto un restare

qua, dove non fui mai.

 

 

GIORGIO  CAPRONI, da IL FRANCO CACCIATORE (1982)