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sabato, ottobre 21st, 2017

 

F come forma. Da Botero a Baumann, passando per la cellula, il viaggio della forma tra colori, funzioni ed identità

 

Lavorare in un Liceo Artistico ha come effetto collaterale positivo lo sviluppo di una nuova percezione visiva. L’occhio impara a nutrirsi di nuove ed inaspettate prelibatezze cucinate con gli ingredienti base di forme, spazi e colori. Acquisendo una nuova ottica, lo sguardo penetra nell’immagine, sviscerandone significati e contenuti o semplicemente beandosi in essa, come in una piscina cromatica. In ogni immagine che percepiamo, sia un’ opera d’arte, sia una realtà fisica, la forma non solo ne determina la natura ma ne diventa anche chiave di interpretazione. Nascono così varie considerazioni e voli pindarici sul concetto e sulla percezione delle forme in ambiti che spaziano dall’arte alla biologia, dalla poesia alla sociologia, riconoscendone l’importanza fondamentale.

L’apoteosi della forma nella pienezza di Botero

Ho avuto il piacere di gustare qualche mese fa la mostra di Botero a Roma, in compagnia di una amica. Durante questo piacevole momento, ho iniziato a riflettere sul concetto di forma, iniziando un percorso mentale che in seguito si è rivelato generoso in nuove ed inaspettate diramazioni. Si può tranquillamente affermare che Botero sia un maestro della forma. L’attrazione verso le forme rotonde è infatti la sua carta d’identità, la sua caratteristica distintiva. Richiamato inesorabilmente dalle rotondità, è riuscito a plasmare con esse ogni tipo di realtà del suo vissuto artistico. “Un artista è attratto da certi tipi di forme senza saperne il motivo. Prima adotto una posizione per istinto, e solo in un secondo tempo cerco di razionalizzarla o anche di giustificarla.” Botero

Le forme scelte da Botero sono un vero e proprio linguaggio, un alfabeto artistico con il quale riesce a comunicare qualsiasi tema. Si arriva in questo modo all’ esaltazione di tutte le forme tramite l’iperbole della fisicità. Tra le tele della mostra ho incontrato femmine vere, sensuali nella piena apoteosi della loro maternità. Donne “burrose”, sinuose, gioconde e feconde, ma non solo. Ci troviamo davanti ad un vero e proprio canale comunicativo iconico che riesce a tradurre qualsiasi realtà, dall’arte (Monna Lisa), alla religione (ci basti pensare ai ritratti del clero), dai politici ai ritratti di scene di vita familiare e conviviale, dalla sua descrizione di avvenimenti drammatici, come la morte di Escobar, ai famosi soggetti circensi. Ricordiamo anche il Gesù di Botero: un Cristo in croce che ci riporta in pieno al “Cristo ha voluto prendere forma umana” e che forma, aggiungerei. Un Cristo veramente umano, in tutto, anche nella fisicità. Insomma un tripudio di forme.

Le forme di Botero racchiudono generosamente materia e sopratutto colore, che risuona grazie all’effetto “grancassa” di ogni linea curva e morbida. Persino le nature morte di Botero invitano alla generosità delle forme. Una vera e propria apoteosi e godimento alla vista. Sfidando le norme della prospettiva, rende ancor più munifica la generosità intrinseca della natura. Questa sorta di “Teologia rotonda” di Botero ci mette a nostro pieno agio, suscita sentimenti di simpatia e invita tutti noi, magrolini, rotondi e “normodotati” a riflettere sulle nostre forme e a riconciliarci con esse. Dobbiamo avere la consapevolezza che la forma che assume il nostro corpo durante gli anni non solo è legata all’espletamento di tutte le nostre funzioni vitali ma è anche (e sopratutto) lo specchio del nostro vissuto interiore.

Malattie, depressione, disturbi alimentari, attività fisica, massaggi influenzano la nostra forma e fanno di noi, agli occhi più sensibili ed attenti, un libro aperto dove è possible leggere gli avvenimenti salienti della nostra vita. In altre parole, la forma del nostro fisico può diventare la parte visibile del nostro invisibile. Se coltiviamo il desiderio di cambiare “forma”, dobbiamo riflettere sul fatto che sarebbe meglio prima cambiare e sanare il contenuto. Insomma prendendo spunto da Aristotele, non possiamo cambiare forma alla candela senza agire sulla cera.

” Tra corpo e anima vige un rapporto materia forma, come se l’anima fosse la vera forma del corpo.Chiedersi se corpo e anima siano la stessa cosa è una domanda priva di senso: è come domandarsi se sono la stessa cosa la cera e la forma della candela” Aristotele 

 

Compenetrazione tra arte e forma: una sola Arte in più forme

La forma non è solo data da linee e colori, ma può essere definita da parole, come pennellate in un quadro. Leonardo da Vinci paragona non solo la pittura ad una “poesia che si vede e non si sente ” , ma anche la poesia ad una “pittura che si sente e non si vede” associando ineluttabilmente queste due forme artistiche. La ricerca della forma perfetta nella poesia è stato il motore della poesia Parnassiana del 19esimo secolo. Ricordiamo brevemente a tal proposito Theophile Gautier, per il quale la parola va cesellata, scolpita, plasmata, proprio come un gioiello. Per il poeta parnassiano, bisogna dare forma alla parola proprio come ad una scultura, riecheggiando così Michelangelo. Ritornando alla metafora di Leonardo da Vinci, ricordiamo che nella storia abbiamo innumerevoli esempi di connubio tra pittori-poeti e pittura – poesia.

Pensiamo per esempio all’amicizia profonda, quasi sfociata nel sodalizio tra il poeta Beaudelaire e il pittore Delacroix. Ricordiamo che Beaudelaire scrisse diversi saggi ed articoli su Delacroix in occasione dei Salons, esposizioni Parigine nel 1845 – 1846 ed in occasione della morte del pittore. Per i francofili propongo il seguente testo:

“ Je crois, monsieur, que l’important ici est simplement de chercher la qualité caractéristique du génie de Delacroix et d’essayer de la définir; de chercher en quoi il diffère de ses plus illustres devanciers, tout en les égalant; de montrer enfin, autant que la parole écrite le permet, l’art magique grâce auquel il a pu traduire la parole par des images plastiques plus vives et plus appropriées que celles d’aucun créateur de même profession, – en un mot, de quelle spécialité la Providence avait chargé Eugène Delacroix dans le développement historique de la Peinture.”

Baudelaire ci parla in sintesi di “un’arte magica” che permette la traduzione della “parola” in “immagini plastiche”. Rimbaud farà di più, nella sua celebre poesia Voyelles associando prima vocali a colori e in seguito accostando ognuno di questi binomi ad una vera e propria visione. Un continuo transitare di sinestesie, un flusso ininterrotto tra forme cromatiche e alfabetiche in una coreografia vitale dalla quale prendono forma le visioni del poeta “voyant” come si definiva Rimbaud.

Nella sua raccolta di “Illuminations”, la sua poesia va oltre il colore, giungendo alla consistenza di vere e proprie visioni di luce e colore.

 

Le forme in natura: Form is function

Durante i miei anni di Università, rimasi letteralmente folgorata dalla presa di consapevolezza dello stretto legame tra forma e funzione. Sembra banale, scontato, lapalissiano. D’altronde anche un bimbo si rende conto che una forchetta ed un coltello hanno forma diversa perché servono a fare cose diverse. Se ne è reso conto l’architetto L.H. Sullivan, definito come il primo architetto moderno Americano, che non poteva esprimere meglio questo concetto :

«Tutte le cose in natura hanno un aspetto, cioè, una forma, una sembianza esterna, che ci spiega che cosa sono, che le distingue da noi stessi e dalle altre cose. Senza dubbio in natura queste forme esprimono la vita interiore dei sistemi naturali, la qualità originaria, di animali, alberi, uccelli, pesci […]. Nella traiettoria del volo dell’aquila, nell’ apertura del fiore di melo, nella fatica del lavoro duro del cavallo, nello scivolare gaio del cigno, nella ramificazione della quercia che si aggroviglia intorno alla base nel movimento delle nubi e sopra tutto nel movimento del sole, la forma segue sempre la funzione, e questa è la legge. Dove la funzione non cambia, la forma non cambia […]. È la legge che pervade tutte le cose organiche e inorganiche, tutte le cose fisiche e metafisiche, tutte le cose umane e sovraumane di tutte le manifestazioni concrete della testa, del cuore, dell’anima, che la vita è riconoscibile nella sua espressione, che la forma segue sempre la funzione. Questa è la legge» (1)

Di esempi in tal senso in natura ne abbiamo veramente a migliaia. Riflettiamo per esempio sulla grande varietà di forme di foglie e radici adattate all’ambiente: la forma fa la differenza tra vita e morte. Negli ambienti estremi e desertici, ci imbattiamo in forme tenaci, caparbie, resistenti alle intemperie. Forme perfette, efficaci, forme che sfruttano ogni minimo spazio, ogni possibilità infinitesimale, ogni strategia possibile per slanciarsi alla vita.

Ragionando sul concetto di forma e funzione a livello più profondo, non possiamo far altro che spalancare il cuore e la mente sulla perfezione del sistema “Uomo”. Se consideriamo che ogni organismo deriva da un’unica cellula secondo il celeberrimo motto che Omnis cellula e cellula, non possiamo fare altro che stupirci dalla varietà di forme e funzioni cellulari.

Consideriamo per esempio astrociti e globuli rossi. Parafrasando un celebre film, sono “così vicini” uniti dalla loro origine cellulare primordiale, e “così lontani”, differenziati nella loro funzione pienamente contraddistinti nella loro forma.

Ragionare in modo approfondito su questo legame intrinseco spalanca cuore e mente sulla perfezione del sistema “Uomo”. Come non affascinarsi sulla perfezione di una cellula? Come non perdersi nella vastità del mare dendritico di una cellula di Purkinje nella perfezione delle sue ramificazioni?

Come non commuoversi nella contemplazione di micro-organuli presenti nella cellula? La culla della vita è questa, tra forme rotondeggianti e perfette che danzano nello spazio della membrana cellulare. Letteralmente estasiata nella contemplazione della perfezione della biologia cellulare ebbi nel corso dei miei primi anni universitari una sorta di rinnovata conversione nella quale presi profondamente consapevolezza dell’unione inscindibile tra scienza, fede e bellezza. Le forme biologiche sono talmente armoniche, affascinanti e oserei dire “ipnotizzanti” che hanno persino ispirato collezioni di gioielli.

 

La forma della forma: spirali e motivi matematici ricorrenti

Ma la forma non solo è intrinsecamente legata alla funzione ma alla natura della forma stessa. Andando in profondità, osserviamo che la natura usa una sorta di paradigma creativo che declina sia microcosmo sia macrocosmo. Già in epoca antica, dalle prime civiltà agli antichi Egizi, in seguito con Fibonacci nel Rinascimento, fino ai nostri giorni, con lo studio della bio-matematica e dei frattali, la sezione aurea sembra costituire il modulo della tassellatura dell’Universo. Osserviamo così un unico motivo matematico che si ripete nella sua identità nelle galassie, nel corpo umano, nella corolla di un girasole e nell’ embriogenesi di un gasteropode. Gli studi di Leonardo Fibonacci e in seguito quelli del frate francescano Luca Pacioli che ha pubblicato proprio sulla sezione aurea il trattato Divina Proportione, illustrato dallo stesso Leonardo, hanno dato via ad una nuova consapevolezza, una nuova visione del concetto di armonia nell’ arte . Sono numerosissimi i capolavori soprattutto di Leonardo, in cui ritroviamo l’intelaiatura della spirale, del triangolo o del quadrato aureo.

La forma così diventa pura armonia e bellezza. Inevitabilmente la visione di tali forme armoniche e così perfette non può fare altro che suscitare percezioni sensoriali di piacere, rilassamento, di appagamento, che tutti noi abbiamo provato davanti ad un’opera d’arte.

 

Forma e società

In questo percorso in cui abbiamo contemplato la perfezione delle forme, possiamo anche fare il ragionamento inverso. Abbiamo visto che nella forma può risiedere armonia, pienezza, unità. Ma quando manca una forma? Quando la compattezza e l’identità di un’unità fisica, biologica o anche sociale vengono meno? Posso avere vari effetti. Un effetto che chiamerei “ameboide” nel quale come in un’ameba senza forma definita, la realtà perde le proprie connotazioni e caratteristiche. La realtà cambia così continuamente forma in base al substrato solido. Corpi viscidi e mutevoli fanno pensare ad identità cangianti. Dallo stato gelatinoso in questa metafora biologica a quello liquido, in una metafora sociologica il passo è breve . Ci viene incontro Zygmunt Bauman che può essere definito a tutti gli effetti il profeta della “liquidità”, e la liquidità è assenza di forma. Nei suoi saggi, con acume e finezza, il sociologo Polacco ha analizzato le cause del disagio dell’Uomo post-moderno in crisi di identità in relazione al passaggio da una “modernità solida” alla post-modernità liquida dei nostri tempi. Il problema attuale della nostra società sembra essere proprio questo: la perdita di forma. La nostra società non solo è “tagliuzzata” ma manca di coordinazione tra gli elementi diversi. Neanche le nostre vite si salvano, ridotte ad un accumulo di momenti che mancano di armonia, ritmo e coesione. In una parola: Vite senza forma globale o coerente ma frammentata. Personalmente ho la percezione di vivere in una fase di disgregazione di tutto ciò che abbiamo vissuto. In un’epoca di rinnegamento di qualsiasi nostra forma (leggasi radice) storica, religiosa, culturale, familiare e biologica. Non esiste più identità, non esiste più forma, non esiste più ruolo. Ci basti pensare alla globalizzazione in cui sempre più le identità nazionali non sono ben nette e definite. Il concetto di fratellanza e condivisione dei popoli di cultura diversa viene così male interpretato producendo una condizione identitaria scialba ed opaca, Pensiamo all’appiattimento dei ruoli e dei sessi che rende sempre più informe e vago il concetto di famiglia. Ragioniamo sulla perdita della netta definizione dei compiti e funzioni che viviamo in ogni ambito, per esempio familiare e lavorativo. Chi lavora nel mondo della scuola conosce bene questa realtà. La perdita di forma e di “solidità sociale” ha provocato conseguenze pesanti sulla nostra emotività e la nostra psiche. Ansia, depressione, attacchi di panico, frustrazione, sfiducia, scoraggiamento. Tutte realtà che stanno sempre più prendendo piede nella nostra “Società liquida”. Concludiamo così il nostro viaggio attraverso la forma. Magari adesso guarderemo un dipinto o ascolteremo una poesia con una nuova chiave, più consapevole. Magari acquisteremo una nuova visione, più penetrante. Magari svilupperemo una nuova coscienza per la quale la forma è tutto, tutto è nella forma, tutto è forma.

 

Hayat Francesca Palumbo

 

Note

(1) da L. H. Sullivan, The tall office building: artistically considered, in «Lippincott’s Magazine», 57, marzo 1896. Testo di CARLA LANGELLA L’EVOLUZIONE DEL PROGETTO BIO‐ISPIRATO

Per approfondimenti sulla sezione aurea e gli elementi di biomatematica, consiglio i seguenti siti:

http://www.festascienzafilosofia.it/2014/04/sezione-aurea-la-base-di-tutto/ http://www.lanostra-matematica.org/2013/08/spira-mirabilis-la-spirale-meravigliosa.html?m=1

https://paideiaoggi.wordpress.com/2015/12/12/la-sezione-aurea-espressione-aritmetica-della-bellezza/ http://www.lanostra-matematica.org/2013/08/spira-mirabilis-la-spirale-meravigliosa.html?m=1


Hayat Francesca Palumbo è docente di sostegno presso un liceo artistico Romano. Laureata in Biologia, ha sentito l’esigenza di completare la sua formazione in campo umanistico proseguendo i suoi studi presso la facoltà di lingue e letterature orientali, con uno sguardo privilegiato alla filosofia e alla poesia.  Alla ricerca costante di nuove chiavi per leggere la realtà ha realizzato un blog ed una pagina facebook Chiavidivita.

 

venerdì, ottobre 20th, 2017

 

Andrea Barbato: “Chissà se un giorno vivremo in una società che non si vergogni dei suoi rari poeti.”

“Cartolina” di Andrea Barbato, trasmessa da RAI 3, 24 gennaio 1990, ore 20,25. Il testo della “cartolina” è stato inviato da Barbato a Walter Binni l’8 aprile 1991 con un biglietto di accompagnamento: “Gentile professor Binni, Le invio il testo di quella remota ‘cartolina’ che trasmisi in omaggio a Caproni (e un po’ di sdegno al Potere). La ringrazio per la Sua attenzione. Con molta stima, Andrea Barbato”. La cartolina era indirizzata al sacerdote che aveva officiato il rito funebre.

Caro don China,
ieri, nella sua parrocchia romana del quartiere Montesacro, Santa Maria madre della Provvidenza, ci sono stati i funerali di un poeta, Giorgio Caproni. Era un grande poeta, fra i maggiori del Novecento italiano. Così grande, che lei, don Pietro, ha pensato e temuto per un po’ che la sua chiesa fosse troppo piccola per accogliere l’omaggio della prevedibile folla. Intorno alla bara di Caproni, c’erano Binni e Petroni, Accrocca e Ombres, Frabotta e Magrelli. Poeti e letterati come lui. C’era il sindaco di Roma Signorello. C’erano i familiari, naturalmente, qualche amico, qualche ex scolaro. Già, perché Caproni è sempre stato un maestro elementare, oltre che un poeta. Solo poche file di banchi si sono riempite, la parrocchia della Provvidenza è rimasta quasi vuota. Caproni aveva un carattere schivo, viveva appartato, e non si sarebbe rammaricato di quella solitudine. Un rito rapido, un amaro commento del professor Walter Binni sulle assenze del mondo ufficiale, poi tutto è finito. O meglio, tutto comincia ora. Perché un poeta vero – e Caproni lo era – malgrado le assenze oltraggiose, sopravvive. Il fatto che quella chiesa di Montesacro fosse semivuota è solo una minuscola notizia, in una giornata affollata di fatti, di votazioni, di polemiche, di riunioni politiche. La cronaca rimane indifferente.
Eppure, l’assenza di tutti è scandalosa. Dovrebbe far riflettere sul groviglio, sulla confusione di valori che abbiamo creato intorno a noi. Se non c’è lo spettacolo, ha detto Binni, si viene emarginati. La cultura seria non ha cittadinanza, non ha nemmeno onoranze funebri. Non si sa riconoscere neppure dopo la morte chi ha veramente onorato la sua terra. “La poesia di Caproni ha dato un senso alla nostra vita”, aveva scritto Geno Pampaloni. Giusto: ma chi se ne è reso conto? Che l’Italia sia immemore e ingrata con i suoi poeti, lo studiamo nelle storie del liceo. Ed è anche vero che “carmina non dant panem” e che “chi vive di penna vive di pena”. Certo, per un poeta appassionato, ironico, raziocinante come Caproni, è già stato difficile vivere. Ma, a quanto pare, è anche difficile morire.
Ho sotto gli occhi la cerimonia del funerale di Mariano Rumor. Lo stato italiano, praticamente al completo, era inginocchiato nel duomo di Vicenza. Corone, stendardi, corazzieri in alta uniforme. Il presidente della Repubblica, il presidente del Consiglio, il presidente del Senato, quasi tutti i ministri, le massime autorità dello Stato. Un omaggio funebre certamente dovuto all’uomo che è stato per cinque volte alla guida di un governo. Ma quelle solennissime immagini della diretta televisiva da Vicenza, facevano pensare ancor di più, con un’associazione forse impropria, alla sua chiesetta vuota di Montesacro, don Pietro. La morte, lo sapevamo, non è uguale per tutti.
Possibile, insomma, che non si sia trovato un sottosegretario, un viceprefetto, un funzionario della Camera o del Senato, che rappresentasse lo Stato nell’addio funebre a Giorgio Caproni? Eppure, i versi di questo poeta livornese saranno ancora letti, amati, studiati, stampati, quando il potere attuale sarà ridotto in polvere, e dimenticati gli uomini che lo detengono. Possibile che, al di fuori di quella pattuglia di amici e poeti, la grande schiera degli intellettuali italiani, quelli che si affollano a discutere sul nome del Pci ma anche sulla lana caprina, la gente delle giurie e dei premi, la mondanità culturale dei salotti e dei ninfei… possibile che nessuno abbia sentito l’obbligo di salutare Giorgio Caproni? Davvero conta solo il potere, la macchina spettacolare della politica, il modello del successo?
Era già accaduto. Ricordiamo, come unico esempio fra tanti, lo scandalo di quel funerale dell’87 a Montecarlo di Lucca, quando dietro al feretro di Carlo Cassola (che aveva arricchito con i suoi scritti editori e produttori cinematografici), c’era solo Mario Capanna. Caproni ha vissuto una vita senza potere, senza aneddoti. Aveva suonato il violino, fatto la Resistenza in Val Trebbia, insegnato ai bambini delle elementari. La sua poesia è stata definita un controcanto ironico, una straordinaria prova stilistica, la testimonianza di un laico appassionato. L’estate scorsa era venuto qui in uno studio della Rai, a ricordare il ventennio della Luna, che gli aveva ispirato dei versi. Certamente, non avrebbe voluto alcuna cerimonia solenne: ma la vergogna dello Stato assente non è meno bruciante per questo. “Sono giunto alla disperazione calma, senza sgomento. Scendo. Buon proseguimento”, scriveva Caproni. Chissà se un giorno vivremo in una società che non si vergogni dei suoi rari poeti. Un saluto da Andrea Barbato.

 

P.s. da tale “cartolina” (in cui sussiste il refuso “Montesacro” anziché “Monteverde“) ho preso le mosse questa mattina per la mia riflessione sulla poetica di Giorgio Caproni presso il liceo E. Majorana come annunciato in precedenza. Un testo da rileggere senz’altro quello in oggetto, credo, per acutezza e forza d’attualità nonché la consapevolezza del valore dei versi lasciati del grande Livornese (a/m).

 

martedì, ottobre 17th, 2017

L’ULTIMA ESECUZIONE

Piccolo dramma dei nostri tempi in versione comica

In scena dal 18 a domenica 22 ottobre al Teatro San Genesio

 

di Manuela Minelli

 

 

Sul pianerottolo di un palazzo della periferia romana si deve eseguire uno sfratto. All’appuntamento sono presenti un ufficiale giudiziario e il rappresentante di una banca milanese, nuova proprietaria dell’immobile. La destinataria dello sfratto sembra non essere in casa, ma da dietro la porta si sente il pianto e la voce di un bambino. Sopraggiunge anche un giovane medico che, per legge, deve presiedere allo sfratto come ausiliario. Incuriositi, sul pianerottolo si aggiungono altri inquilini dello stabile, tutti prossimi destinatari degli sfratti programmati dalla nuova proprietà.

La circostanza accende gli animi dei presenti, catalizzando l’ostilità verso il rappresentante della proprietà intervenuto all’esecuzione.

Uno scombinato professore di filosofia (Valentino Pucciarelli) approfitta di quell’assembramento sul suo pianerottolo per sciorinare un’orazione sovversiva. La porta si aprirà, ma le sorprese non mancheranno.

“L’ultima esecuzione” è una piccola vicenda moderna, presentata in chiave comica, per raccontare le asperità di questi tempi in cui non c’è più nessuna attenzione verso chi non riesce ad evadere dai debiti e dal bisogno.

La commedia inedita e scritta da Fabio Salvati, ha la regia di Daniela Coppola e sarà in scena al Teatro San Genesio da questa sera a domenica 22 ottobre.

Un piccolo quadretto di una vicenda urbana per raccontare questi tempi in cui lo smantellamento di ogni valore o categoria umana, per mano del Mercato, è avvenuto senza nessun ostacolo – sintetizza l’autore Fabio Salvati.

Ne “L’ultima esecuzione” il tema dell’arroganza del potere viene affrontato in tutte le sue componenti. Il pretesto narrativo è lo sfratto di un appartamento occupato da una giovane madre che, nello sfinimento di un mutuo non più sostenibile, ha perso il passo dei suoi debiti e in definitiva della stessa realtà. Gli spalti affollati, e tutto sommato ancora solidali, non restano impassibili, ma approntano un’empirica resistenza, insorgendo ognuno con i propri strumenti.

 

Con, in ordine di apparizione: Vincenzo Marano, Luciano Ciamillo, Annarita Mannozzi, Alessandro Bevilacqua, Elena Salvati, Valentino Pucciarelli, Alessandro Bonì.

La regia è di Daniela Coppola ed è coadiuvata da Veronica Matrisciano (assistente alla regia, fotografia e grafica), Sonia Gallo (assistente di scena), Riccardo Polimeni (scenografia) e Andrea Catalini (luci e audio).

 

Teatro San Genesio – via Podgora 1 (rione Prati-Delle Vittorie)

dal 18 al 21 ottobre ore 21.00 – domenica 22 ottobre ore 18.00

 

info e prenotazioni: tel 329.7812476 – 06.3223432

infolalberodellaneve@gmail.com –

www.lalberodellaneve.it

 

lunedì, ottobre 16th, 2017

 

LICEO E. MAJORANA di Roma

AULA MAGNA SEDE CENTRALE via Avolio 111

VENERDI 20 OTTOBRE 2017 ORE 10,30

 

 

“DOPO LA NOTIZIA”

 

Riflessioni intorno alla poetica di Giorgio Caproni

A cura di Andrea Mariotti (poeta e studioso)

 

 

 

Il vento…è rimasto il vento.

Un vento lasco, raso terra, e il foglio

(quel foglio di giornale) che il vento

muove su e giù

 

 

venerdì, ottobre 13th, 2017

 

Note letterarie

 

Che cosa s’intende per Letteratura? Nel saggio “Su alcune funzioni della Letteratura” Umberto Eco scriveva “…Ci sono dei poteri immateriali non valutabili a peso, che in qualche modo pesano…Tra questi annovererei quello della tradizione letteraria, vale a dire del complesso dei testi che l’umanità ha prodotto e produce non per fini pratici, ma piuttosto gratia sui, per amore di se stessi e che si leggono per diletto, elevazione spirituale, allargamento delle conoscenze…” Qual è il fine delle opere letterarie? “Servono per vivere” è il titolo di un saggio di Bruno Falcetto. “A vivere o a sopravvivere o a farci vivere meglio” sostiene Tzvetan Todorov nel libro La litterature en peril. “A renderci  più felici. O meno infelici. A renderci  migliori: più saggi, più accorti, più sensibili, più lungimiranti” (Antoine Compagnon: La Litterature pour quoi faire?). Sappiamo bene che la Letteratura attinge ai paradigmi della storia, dell’antropologia culturale, della sociologia e che ogni opera è’ frutto di tutta una tradizione filosofica, religiosa, civile, il risultato della maturazione del pensiero e della cultura avvenuta attraverso i secoli. Ma la Letteratura è anche e soprattutto rappresentazione di un’idea del soggetto, dunque quanto di più libero ed originale possa esistere. L’incontro con il prodotto letterario è sempre incontro con se stessi, un sentirsi soggetto consapevole e non semplicemente lettore.

 

Fiorella D’Ambrosio

 

 

domenica, ottobre 8th, 2017

 

Si ferma il tempo

nel percorso che m’avvicina

in questo luogo risiedi

qui- dove la vita passa nell’attesa.

 

Il candore della tua pelle m’accarezza

quella pelle tornata bambina

ora che invochi me

come fossi io tua madre.”

 

(poesia incipitaria della silloge “La casa delle fate” di Cinzia Marulli, ed.La Vita Felice, 2017)

 

Questa poesia si commenta da sé in quanto a levità e trasparenza; ottenute tuttavia per opera di scavo, in tutta evidenza: talché i versi che leggiamo “contengono” l’intera raccolta, con mirabile pregnanza semantica. In particolare, la rima lontana “avvicina/bambina” ribadisce la forza della poesia capace di rinnovare se stessa grazie al suo strumento in apparenza più logoro; qui mobilitato a esprimere un moto potente di tenerezza nel rovesciamento dei ruoli. Si è appena detto “qui”, citando non a caso l’avverbio della prima strofe (a-capo dell’ultimo verso). Segno linguistico che quasi inchioda il lettore, nel vestibolo del libro, ad un viaggio nel dolore e negli affetti sorretto da serenità non soltanto formale, com’è nelle corde di Cinzia Marulli non da oggi.

 

Andrea Mariotti

 

martedì, ottobre 3rd, 2017

 

Note letterarie

 

Il rapporto tra poesia e musica, tra suono e parola è stato ed è tuttora oggetto di vivaci discussioni nei dibattiti culturali. In una breve sintesi vorrei esprimere al riguardo il mio pensiero. La poesia, come la musica è un “sentire dell’anima”: nell’accordo tra parola e suono si armonizzano vibrazioni interiori e visioni del mondo esterno, quasi a costituire un “unicum” assoluto, un’intima comunione di sentimenti e voci della natura tra le due più grandi espressioni dell’arte: musica e poesia, appunto. I versi vanno ascoltati come si ascoltano le note, nel loro ritmo. Non va dimenticato che nelle culture antiche i testi poetici erano composti per essere accompagnati dalla musica (si pensi al teatro greco, agli aedi, a Saffo definita “luminoso atomo canoro”; si pensi ai giullari -cantori di mestiere-nel Medioevo). E per finire, si ricordi che le poesie del nostro Leopardi si  chiamano “Canti”.

 

Fiorella D’Ambrosio

 

 

lunedì, ottobre 2nd, 2017

 

POETICANDO

 

Diario d’un laboratorio poetico

 

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C’è qualcosa di estremamente puro e drammatico, ma anche dolce e ozioso (per fortuna), scanzonato e fervido… nel ricominciare ogni anno il nostro POETICANDO, e cioè questo “Diario d’un laboratorio poetico”… Una riflessione, eterna ed anche episodica – si capisce – sul ruolo profondo non solo d’una missione, ma in ogni caso di una pratica poetica… Chiedere ad essa non tanto lumi sulla Realtà, o sul Tempo e il Destino, al solito, cinico e baro – quanto proprio informazioni, resoconti intimi su Se Stessi…

Leggevo di recente un libro assai intrigante sul rapporto tra malattia e pensiero (Claudia Rainville, Ogni sintomo è un messaggio)… Ecco, mi chiedo se anche per noi, noi tutti, non sia anche un po’ la poesia, l’antidoto – il vaccino plurivalente – per affrontare, domare i mostri e i folletti della realtà, o comunque dialogare cogli elfi buoni, magari i pesci volanti, i pascoliani puffini dell’Adriatico; ma anche le ninfe belle di mar salato o acqua dolce… Far poesia su tutto perché più niente forse la prevede – ahinoi – la rispetta e incoraggia, nel nostro cuore dissociato di uomini Terzo Millennio.

Sinceramente lo domando a me stesso – e insieme, a tutti i comuni amici, sodali nuovi o inveterati, dell’ormai mitico laboratorio del mercoledì: che esce davvero dagli schemi, giacché di canoni esige, anarchici, i propri…

Dove va la poesia? si chiedono tutti da lustri, decenni, scorci di secoli… Ma la poesia va dove andiamo o non andiamo Noi, dal Mondo al cuore e ritorno… Viaggi indicibili e inusitati, eppure anche il percorso esatto d’ogni giorno, riflesso automatico, tran-tran fin troppo quotidiano: come scendere a comprare il pane, il latte, un giornale fresco e anche stanco di notizie…

Dove vanno i poeti? Dove la rincorrono, la seducono o la sopportano, la nuova ispirazione per tutti i sogni a venire; e la pazienza di Esserci, e non mollare, non demordere a crederci, al grande cuore sensibile?… L’Anima Mundi si risveglia ogni stagione come un gigante buono – gigantessa d’Anima che bello anzitutto ha il Corpo – e sbadiglia, si lava, si riveste, per farsi bella nel mondo: pizia, sibilla, profetessa anche dei nostri versi: nel nostro habitat o trauma d’infinito sognato e riperduto, effuso, inseguito e irraggiunto…

E il naufragar m’è [triste], in questo mare…

 

   Ecco, vorrei dire, chiedere a tutti gli amici e allievi ideal-concreti del nostro laboratorio, di sostituire al “dolce” leopardiano un aggettivo ritenuto oggi più consono e proprio… Insomma, una pennellata conscia e immediata, un bisillabo adeguato al caso…

E li rivedo e saluto tutti, gli amici, i Personaggi e Interpreti del POETICANDO, nobili e umili, impennati o più morbidi, ciascuno col carattere giusto per naufragare dolcemente nel mare dell’infinito finito, cioè della Poesia. Cristina affollata e luminosa di metafore… Laura paziente d’armonia… Lorenzo (come Sordello, diceva Pasolini di Citati, “disapprovante e innamorato”)… Gemma pittrice e rimatrice di boschi veri o interiori… Gemma sempre collocata vicino a Tiziana (chiosatrice, lucertola metafisica d’ogni ombra lucente), come due compagne di scuola, anzi di banco…  Raffaele madrigalista e irredentista del verso; Gabriella, più “Asupta” che mai, col suo continuum introspettivo che è stream of consciousness, flusso di coscienza lirica e vita…

E naturalmente Nina, fulgida e tagliente, fiorita di “Macerazioni”… Elisabetta, che specchia e s’inventa ormai un futuro “memoriale”… Come Helène riplasma il Mito, i miti achèi, secondo i nuovi, maldestri malesseri dell’Occidente… O Paolo, un po’ affaticato ma sempre inesausto di Viaggi e Quadri, Opere da rivivere, ripensare, come agile panacea di Bellezza…

Ma li ricordo tutti: Terry, Cinzia, Roberto quando viene, e legge le cose nuove… Olga dal cuore forse biondoazzurro come la sua bandiera ucraina… O Sabino coi suoi foglietti spiegazzati, dove annota versi vergati piccoli, che quasi non si leggono, si nascondono come l’amore che vorrebbe sempre dichiarare…

L’imbarcazione è pronta, il vascello temprato dai versi: ligneo, galleggiante e poderoso fasciame della vita… Issate le vele, il Vespucci riparte – veloce e senza tempo, amoroso del vento!

I marinai siamo noi, è il nostro cuore ancora – come poetava Rafael Alberti – marinero en tierra… Tutti un po’ Ulissi danteschi (ma ecco la novità: anche Penelopi) con tanta e giusta voglia di riprendere il mare. E scappare da una cronaca che ci sta sempre più stretta, tra danni di uragani, ennesime minacce di missili atomici, storture del clima, mari inquinati, governi indegni,  sparlamenti europei, intolleranze, mistificazioni, dittature bancarie, prodotto interno lordo…

 … ma per seguir virtute e canoscenza…

 

La conoscenza vera della poesia è quella di Se Stessi. Guida, conforto, ripartenza, itinerario e punto d’arrivo… Il mondo, infatti (non dimentichiamolo) siamo anche e sempre, soprattutto Noi. Cavalieri e soldati del quotidiano. Un sotterraneo o dissotterrato Esercito di Terracotta, in lotta o difesa di problemi piccoli o immensi. Individui unici e irripetibili – tra masse enormi, ardue statistiche incarnate…

POETICANDO è un gerundio, un movimento, un credo laico, un antidoto, un vaccino di realtà e irrealtà quotidiana… E la poesia non è più né sintomo né malattia, ma guarigione – trasparente, semplice e ardimentosa; densa e lieta, irrinunciabile…

Come incitava, presentiva, visionario e lucido, l’Eliot dei Quartetti: “E non pensate al frutto dell’azione. / Andate avanti. / O viaggiatori, o naviganti, / Voi che giungete al porto, e voi il cui corpo / Soffrirà la prova e il giudizio del mare, / O qualsiasi altra fine, questa è la vostra vera destinazione.”…

 

            Plinio Perilli

 

P.S. in foto, un tratto della Via Sacra verso Monte Cavo, Castelli Romani (a/m)

 

 

mercoledì, settembre 27th, 2017

Leopardi nella cultura del Novecento. Modi e forme di una presenza.
CENTRO NAZIONALE STUDI LEOPARDIANI
Recanati – Convegno di studi 27-30 SETTEMBRE 2017 – RECANATI SALA CONVEGNI DEL CNSL

Il convegno si propone di indagare, in ambito italiano ed europeo, le diverse forme dell’incidenza leopardiana nella cultura novecentesca sia nel campo della poesia, della narrativa, della saggistica, e delle arti in generale, sia nel campo delle idee (filosofiche, politiche, socioantropologiche, estetiche) che hanno attraversato il “secolo breve”, mirando a mettere in luce i diversi livelli e le diverse forme della presenza del pensiero di Giacomo Leopardi.

Mercoledì 27
9.00-10.00, Apertura del Convegno.

Saluti istituzionali.
Saluto del presidente del CNSL.

Presiede Luigi Blasucci.
10.15 Remo Bodei, La scoperta novecentesca del Leopardi filosofo
10.45 Luigi Capitano, Leopardi, filosofo del Novecento. La svolta nichilista
11.15 Intervallo
11.30 Raoul Bruni, La cultura filosofica antidealistica e la riscoperta del pensiero leopardiano
12.00 Anna Di Somma, Il Teoreta dell’illusione. Ernesto Grassi interprete di Leopardi
12.30 Antonella Antonia Paolini, «D’un poète qui nous permettra de retrouver l’Italie»: Silvio Trentin lettore di Leopardi

Presiede Alberto Folin
15.00 Gaspare Polizzi, Leopardi e la battaglia delle idee nel Novecento italiano
15.30 Stefano Gensini, La dialettica del moderno
16.00 Felice Cimatti, La vita estrinseca. Leopardi e l’«Italian Thought»
16.30 Intervallo
16.45 David Jerome, Un eccesso di complicità? Cioran lettore di Leopardi
17.15 Alessandra Aloisi, Vita e inoperosità. Presenze novecentesche di Leopardi
17.45 Laboratorio Leopardi, Il pensiero della complessità tra Leopardi e il Novecento
18.15 Discussione

 

Giovedì 28
Presiede Novella Bellucci
9.30 Andrea Cortellessa, L’aldilà del Novecento
10.00 Valerio Camarotto, Tra modernità e tradizione: Pirandello e la riflessione sulla letteratura
10.30 Antonio Panico, Motivi leopardiani nella riflessione di Carlo Michelstaedter
11.00 Intervallo
11 e 15 Pantaleo Palmieri, Un’affinità fraterna: Thovez e Leopardi
11.45 Tommaso Gennaro, «Rumor de lonh». Leopardi, Beckett e la voce che proviene da lontano
12.15 Discussione

Presiede Fabiana Cacciapuoti
15.30 Giuseppe Sandrini, L’eredità di Leopardi
16.00 Melinda Palombi, Leopardi e Calvino: segni, moti, oscillazioni
16.30 Intervallo
16.45 Novella Primo, «Lieta già del tuo canto»: osservazioni sul leopardismo di Primo Levi
17.15 Davide Di Poce, «Il poeta più amato»: Il Leopardi di Anna Maria Ortese
17.45 Rosalba Galvagno, La caduta della luna: passaggi nella prosa del Novecento
18.15 Discussione

21.30 Serata con Lucio Felici. Letture, ricordi, eredità (Luogo da decidere)

Venerdì 29
Presiede Gilberto Lonardi
9.30 Antonella Del Gatto, Decostruzione metaforica e pensiero associativo:

Leopardi nei «Canti di Castelvecchio» di Giovanni Pascoli.

10.00 Nicola Feo, Un leopardismo carsico. Livelli dell’incidenza di Leopardi

nella poesia di Gozzano
10.30 Stefano Carrai, Il modello Leopardi dal primo all’ultimo Saba.
11.00 Intervallo
11.15 Christos Bintoudis, Leopardi, Kavafis e il mondo antico
11.45 Stefano Verdino, Il Leopardi di Luzi e Caproni
12.15 Giuseppe Zappalà, «Un’anima meravigliosamente amante».

Caproni lettore di Leopardi
.

Presiede Christian Genetelli
15.30 Massimo Natale, «A faccia a faccia»: Leopardi e la poesia del

secondo Novecento.

16.00 Emanuela Tandello, Natura, sublime e poetica della souffrance in

«Serie ospedaliera» di Amelia Rosselli
16.30 Daniel Raffini, Leopardi nelle riviste italiane tra le due guerre
17.00 Intervallo
17.15 Antonella Brancaccio, I versi, le immagini. Il Leopardi di Nelo Risi
17.45 Marco Dondero, Leopardi personaggio di romanzi.
18.15 Discussione

Sabato 30
Presiede Franco D’Intino
9.30 Leopardi nelle altre lingue: traduzioni, imitazioni, dialoghi.
Intervengono Antonio Prete, Ilaria Gabbani e Monica Zanardo

(Laboratorio di traduzione C.I.R.C.E.diretto da J.C. Vegliante),

Gilberto Lonardi, Laura Melosi (cattedra leopardiana di Macerata),

Christos Bintoudis, Mariko Muramatsu (università di Tokyo)

12.00 Conclusioni scherzose (ma non troppo): «Quello che non si deve

più dire a proposito di Giacomo Leopardi. Proposta per un decalogo contro i luoghi

comuni»

ADI-SD. La collaborazione con l’ADI-SD, ‘Associazione degli Italianisti –

Sezione Didattica’ qualificata presso il Ministero dell’Istruzione, dell’Università

e della Ricerca (D.M. 177/00), consentirà ai docenti interessati di richiedere

l’esonero

dalle lezioni scolastiche

per le giornate del Convegno.

Il XIV Convegno Internazionale Leopardiano è dedicato alla memoria

di Lucio Felici

 

martedì, settembre 26th, 2017

Nel rammentare il terremoto di vent’anni fa in Umbria (26/9/1997) che colpì duramente anche Assisi, ripropongo qui una mia poesia (dal mozartiano titolo) del 1999:

 

EXSULTATE, JUBILATE

 

Sempre caro mi sei, o superiore
tempio di Assisi, già riconsacrato
a poco più di due anni dal sisma?
Va pur detto: a furor di clero; meno
del popolo-sardina, intrappolato
ancora nei container rovesciati
dal vento. A voce bassa, le clarisse
di Nocera Umbra -liete per la chiesa-
han ricordato che lui, il Poverello,
avrebbe prima badato alle case
e in subordine all’arte, nel disastro.

Assisi double face, e così sia.
Il padre di Francesco, messer Pietro
di Bernardone, sopravvive ai tempi;
mercante in auge e perché no? patrono
della città. Avviso ai naviganti
on line: attenti al poggio dove sorge
la grandiosa Basilica del Santo!
fitte nebbie vi stagnano sovente;
e chiamavasi COLLE DELL’ INFERNO
vivo Francesco: luogo malfamato
di esecuzioni capitali…evviva!

 

Andrea Mariotti, poesia del 1999, poi inclusa in Spento di sirena l’urlo, 2007, Ibiskos Editrice Risolo