Archive for agosto, 2017

mercoledì, agosto 16th, 2017

 

“KJ2”

 

Invocazione – e Assunzione –

di un‘Ursa Arctos, poi Orsa Minore

 

– parabola d’Inciviltà

(13-15 agosto 2017)

 

 

 

Da sempre l’Orsa vive nel bosco…

Da quando Dio ce l’ha messa. Ma

l’Uomo cambia le regole condominiali:

lui ha più millesimi, e decide. Il bosco

gli serve per svagarsi, avventurarsi placido:

dirà all’Amministratore di sfrattare l’Orsa.

Dal suo regno verdecupo, dalla sua pelle.

 

Bosco ameno del Trentino, laghi di Lamar.

Plotoni ligi di forestali. Carabine ben oliate.

Morte per ordinanza provinciale: “KJ2”

kaputt! Nulla turbi le vacanze intelligenti,

le scampagnate borghesi – gli orsi, oh sì,

ma solo dentro le gabbie, o nei cartoons.

 

Restano gli orsacchiotti: ma quelli veri,

piccoli orfani mammiferi, non giocattoli…

Se l’uomo allo stato di natura è positivo –

lo giurava, filosofava Rousseau – ora però

il buon selvaggio non ammette più la selva

né il selvatico… Solo plastica e metafore.

 

 

Aveva aggredito un uomo, borbottano

le news. Ma forse era lei, impaurita! –

Mamma Orsa, dall’Uomo… I pacifisti

disquisiscono on line… E la giustizia

resta ferma in folle, accelera parole.

Inventa un progetto ipocrita: LifeUrsus!

 

Ma la pietà? La pietà delle stelle, ecco

ha preso i suoi occhi, e il suo bramito

fiero, grido impazzito di paura, per fare

di quella luce atterrita, punita d’esserci,

una nuova entità… E l’ha assunta in cielo.

 

Le costellazioni esistono per questo.

Gli antichi lo sapevano, astronomi

congeniti… Gli emisferi sono tappezzati

di stelle, soprattutto d’Orse… Maggiore

o Minore, Lei invoca il mondo da lassù…

E ha fatto un bosco di tutte le sue nuvole.

 

Ma guarda e protegge meglio, dall’altra

oasi o foresta di celeste, proprio i suoi

orsacchiotti. Li salva… da quei buoni selvaggi

dei turisti, spaventati sempre dalla Natura

che sventrano: e uccidono così, per sano

hobby ecologista, in tuta e scarpe da trekking.

 

 

           Plinio Perilli

 

 

mercoledì, agosto 9th, 2017

 

UN’ ORA PRIMA, UN’ORA PRIMA DI TUTTO

 

Sdraiavo le braccia sul telaio blu della casa,

una notte, un’ora prima, un’ora prima di tutto.

Allontanavo legami di freddo

dalla trama e dall’ordito della mia stoffa

ne ero capace al riparo della casa

uno stringimento acuto

una compiutezza tutta mia sentivo

una soddisfazione azzurra nell’aura incapsulata, chiusa.

Provavo, provavo a partorire

una stella che sopravvivesse all’alba

a un barlume, infine, disciolto nelle cose

nella penombra di chi ho amato e amo

nello spazio dietro alla finestra muta.

Cosa sarà adesso? Chi? E quanto? E come?

Muove un soffio la tenda e disvela

un odore di violette, polveroso

un capello che volteggia lento, ancora.

 

(poesia di Tiziana Marini, tratta dalla raccolta Lo scatto della lucertola, edizioni La Vita Felice, 2016, con prefazione di Sabino Caronia)

 

…ebbene sì, la poesia in oggetto ha parlato subito al mio animo allorché ho avuto modo di ascoltarla letta dall’autrice (domenica scorsa 6 agosto presso il Teatro di Marcello in occasione dell’omaggio alla memoria di Massimo Pacetti). Ritmo e intensità di essa mi sembrano fuori discussione, come pure la qualità delle giunture “legami di freddo” nei versi iniziali ma soprattutto la “soddisfazione azzurra nell’aura incapsulata, chiusa“. Verso di pienezza strutturale quest’ultimo, pronunziato dalla poetessa sotto le fascinose e potenti membrature del Teatro di Marcello e quindi amplificato dalla bellezza del luogo. Un verso, quello di cui sto parlando, che mi ha fatto ripensare a un bellissimo libro della storica Chiara Frugoni di qualche anno addietro dedicato a Chiara d’Assisi e dal titolo suggestivo ed emblematico: Una solitudine abitata. Ecco, la “soddisfazione azzurra nell’aura incapsulata, chiusa” di Tiziana Marini rappresenta in tutta evidenza la pienezza della solitudine raccomandata da Rilke al giovane poeta; solitudine da benedire, ciò di cui un poeta ha bisogno per scrivere e naturale approdo del suo far poesia:  allo scopo di attingere la musica del silenzio, porto sepolto dal clangore dei tempi attuali ma pur sempre a disposizione di coloro che sono autenticamente in viaggio.

 

Andrea Mariotti

 

 

martedì, agosto 8th, 2017

Il Lied di cui sto per dire ha sempre rappresentato per me un puro lago di Bellezza: si tratta di Du bist die Ruh musicato da Franz Schubert (op.59 n.3, 1823), sublime espressione della malinconica anima tedesca (di seguito il testo in italiano di tale Lied cantato in modo celestiale da Gundula Janowitz, con Irwin Gage al pianoforte)…a/m:

 

TU  SEI  LA  PACE

 

Tu sei la pace,

la dolce tranquillità,

sei la nostalgia

e ciò che l’appaga.

 

A te io consacro,

pieno di gioia e di dolore,

quale dimora

gli occhi e il cuore.

 

Entra in me

e richiudi

in silenzio dietro a te

la porta.

 

Allontana il dolore

da questo petto!

Pieno sia questo cuore

della tua letizia.

 

Questo sguardo

dal tuo solo splendore

illuminato,

riempilo tutto!

 

(testo in tedesco di F.Rückert, poeta e studioso )

 

 

lunedì, agosto 7th, 2017

 

Note letterarie

 

CHE COS’E’ LA POESIA

 

Mi sono chiesta e mi chiedo tutt’oggi quale risposta si possa dare a questa domanda. Qualcuno sostiene che la poesia è il modo più consapevole dell’uso del linguaggio, intenzionale procedimento creativo, per conoscersi e realizzarsi. Ma non è semplice dire cos’ è la poesia! Forse, per meglio definire questo concetto dovremmo sapere cosa non è poesia: ma come stabilire il confine tra l’opera letteraria e ciò che non lo è? Veridicità e naturalezza, nella poesia, come in ogni espressione d’arte, non escludono la “pura” invenzione e la menzogna. E allora perché si scrive e per chi? Flaubert diceva che “scrivere è un modo di vivere”. E’ forse davvero un modo per rapportarsi con la realtà e con gli uomini? Lasciando irrisolta la quaestio, vorrei rammentare due felici e acute affermazioni tratte da “Che cos’è’ la Letteratura” di Jean-Paul Sartre:”…Scrivere è svelare il mondo e, in particolare, l’uomo a se stesso e agli altri uomini, perché questi assumano di fronte all’oggetto così messo a nudo, tutta la loro responsabilità” (la prima); ” Si scrive per il lettore universale: infatti (…) l’esigenza dello scrittore si rivolge per principio a tutti gli uomini” (la seconda).

 

Fiorella D’Ambrosio

 

 

 

domenica, agosto 6th, 2017

 

L’UOMO E  IL  MARE

 

Uomo libero, sempre ti sarà

diletto il mare -tua anima, specchio dove guardi

la tua anima scorrere infinita

come le onde. Non meno amaro abisso è il tuo cuore.

 

In questa che è la tua immagine t’immergi

con voluttà, con gli occhi, con le braccia l’afferri e dal rumore

di te stesso ti liberi se ascolti

la sua voce indomabile e selvaggia.

 

Tenebrosi tutt’e due, e discreti: fino in fondo

ai tuoi abissi nessuno è sceso mai,

uomo, né c’è del mare chi conosca

i riposti tesori: così li difendete, gelosi.

 

Eppure, da tempi immemorabili ciascuno

di voi con quell’altro combatte -e non ha pietà, non rimorso,

da tanto che amate la carneficina e la morte

in una lotta eterna, implacabili, avvinti!

 

Charles Baudelaire, da LES FLEURS DU MAL, trad. it.di Giovanni Raboni

 

mercoledì, agosto 2nd, 2017

Strage di Bologna del 2 agosto 1980. Il sabato precedente mi trovavo presso la stazione del capoluogo emiliano. Il mio pensiero accorato alle vittime e ai familiari di esse; nonché a quanti combattono tuttora per approdare ai mandanti di tale atroce attentato (a/m).

 

 

martedì, agosto 1st, 2017

Intorno ad alcuni versi di Mariano Ciarletta, tratti dalla silloge COME RADICE (Paguro Edizioni, 2017)

 

 

Ho stillato lacrime che avrei potuto conservare

gelosamente, come prismi preziosi

per rivenderli al miglior offerente.

Ho assaggiato essenze di vita

e ho preso a pugni il dolore

nelle febbrili notti dell’anima.

Ho custodito sanguinanti ferite,

che ho ancora qui, sui palmi della vita.   (dalla poesia Strade)

 

 

ci sarà un motivo, mi dico, per apprezzare i suddetti versi non oziosamente anaforati! il Nostro, grazie ad essi, non ha forse scritto a ben guardare un piccolo salmo per la propria anima fino al potente affondo del novenario “e ho preso a pugni il dolore”? un novenario che, ripensando a Montale, come “vento del nord” spazza il cielo poetico di Ciarletta dalla tirannia dell’apocope troppo diffusa in effetti nella silloge. Mariano Ciarletta a conti fatti non ha bisogno di lodi sperticate, dotato com’è di un potenziale poetico già attivo nella raccolta (“tronfie spighe di acuta superbia”; per sottolineare una notevole giuntura che risolve stilisticamente il travaglio non solipsistico di un autore giovane d’età ma con qualcosa da dire, in merito alle strutture semantiche del suo far poesia).

 

Andrea Mariotti