Archive for giugno, 2012

mercoledì, giugno 27th, 2012

La bellezza della montagna in una domenica di agosto 2010 (monti Ernici, nei pressi di Frosinone) nella policromia di questa mia foto: un piccolo omaggio all’estro proteiforme di Lucio Dalla, scomparso il primo marzo di quest’anno. Con vivo piacere, pertanto, pubblico qui di seguito quanto scritto a mente fredda ma con il cuore caldo dal mio caro amico Sandro Angelucci; poeta, saggista e critico letterario non di rado presente nel blog con i suoi preziosi contributi:

IN ONORE DI LUCIO

Il clamore mediatico è passato; se n’è andato con il suo solito stile: grande risonanza, esaltazione della retorica e, poi, immediata, la discesa nel vuoto dell’oblìo (come sempre, come sta già iniziando a succedere per il terremoto in Emilia).
Lucio Dalla ci ha lasciati – ora è il momento di dirlo davvero – ora che, più chiare, sono le note della sua musica, le parole delle sue canzoni. È morto all’improvviso – ma di una rapidità, qui si parla, diametralmente opposta a quella sopra menzionata -, a tre giorni dal suo compleanno, quel 4 Marzo che, nel 1943, segnò l’inizio del suo esistere.
E proprio dal suo testo autobiografico voglio partire, per contrapposizione quasi: come suo padre, “nell’ora più dolce prima d’essere ammazzato”, lo concepì, così lui generò la propria poesia: quell’ora – lunga una vita – che lo ha accompagnato fino alla fine. Quell’uomo, sconosciuto, aveva permesso, con un atto d’amore, che dall’ignoto prendesse forma un mistero ancora più grande: “e forse fu per gioco o forse per amore” che una ragazzina di 16 anni lo “volle chiamare come nostro Signore”.
Si, Gesù bambino: anche lui sapeva (o sarebbe meglio dire: non sapeva) che quel nome lo avrebbe “portato addosso” tra i pescatori, tra la “gente del porto”, ubriacandosi – certo, anche lui – insieme a loro, maledicendo e ringraziando ma, soprattutto, pregando.
“A modo mio avrei bisogno di pregare Dio” – si chiede in “Piazza Grande” -: dunque, i benpensanti potrebbero sostenere, con assoluta certezza, che costui non sa dire le preghiere: ebbene si, hanno ragione, non le sa dire, però le sa fare.
È tutto lì: in quel “a modo mio”; in quel non voler essere altro che ciò che si vuole essere; e nella fermezza, nella consapevolezza di essere diversi e autentici: “ma la mia vita non la cambierò mai, mai”. “E se non ci sarà più gente come me, voglio morire in Piazza Grande”: eccola la premonizione che conferma – al di là, ben oltre le sentite e comunque apparenti dimostrazioni d’affetto del bagno di folla presente ai funerali – che Lucio è morto davvero tra quei “gatti che non han padrone”, “sulle panchine” della piazza, da solo, senza “santi che pagano”il suo pranzo. Un segnale, un duro presagio che si avvera. Perché non si è permesso di suonare e di cantare le sue canzoni, dentro la chiesa, per salutarlo come lui avrebbe voluto? Perché tra duemila metri quadrati della sua casa a Bologna non c’è neppure un angolo da lasciare al suo compagno?
No, è meglio non rispondere; è molto meglio che a farlo, per tutti noi, sia soltanto la musica, ogni nota della sua poesia.

Sandro Angelucci

P.S. I commenti che riceverò a proposito di questo stimolante scritto di Sandro Angelucci, saranno particolarmente graditi.

Nel chiudere questa pagina del blog dedicata al grande Lucio Dalla, mi piace aggiungere una mia personale emozione, risalente al 1977, anno in cui uscì, del cantautore bolognese, il memorabile album Come è profondo il mare; ebbene, mi colpì in particolare un punto della canzone Il cucciolo Alfredo: “la musica andina, che/ noia mortale,/ sono più di tre anni/ che si ripete sempre/ uguale…”. Ecco, Lucio Dalla era così, estroso e graffiante, capace di intuire artisticamente i limiti di certo conformismo di sinistra poco incline al pensiero critico e più propenso a mettersi in pace una volta per tutte la coscienza grazie a un repertorio standardizzato e rassicurante. Un ringraziamento a Sandro Angelucci e a coloro che sono intervenuti.

Andrea Mariotti

martedì, giugno 19th, 2012

Domenica 10 giugno scorso, a Bologna, il grande Claudio Abbado, alla guida dell’ Orchestra Mozart, ha diretto, in onore dei terremotati emiliani, assieme ad altre musiche, la Missa Solemnis K139 di W.A. Mozart. Secondo A. Poggi e E. Vallora -autori del libro MOZART, Signori, il catalogo è questo! (analisi ragionata di tutte le composizioni), Einaudi- la suddetta Missa sarebbe stata composta, nella impegnativa tonalità di do minore, da Mozart dodicenne! Nonostante il mio grande amore per il Salisburghese, non conoscevo –devo ammetterlo- un simile capolavoro che rafforza e rilancia, per quanto mi riguarda, una consapevolezza universalmente condivisa: quella della spiccata, irresistibile genialità della musica mozartiana. Prima, insomma, della “wertheriana” sinfonia in sol minore K183 (il cui attacco, come già rammentato a suo tempo nel presente blog, accompagna le scene iniziali del film di M. Forman, Amadeus); prima, stavamo dicendo, di tale sinfonia, Mozart, a soli dodici anni, avrebbe con ogni probabilità composto e diretto a Salisburgo una Missa (la K139) dalla cupa tonalià in minore, al cui interno spiccano per intensità e carica di suggestione, l’iniziale “Kyrie”, poi il “Qui tollis”; per non parlare del “Crucifixus” e dell’ “Agnus Dei”, introdotto quest’ultimo dai tromboni. Dette bellezze, naturalmente, nel rapporto armonioso con la “cantabilità” italiana e ricca di respiro delle altre sequenze della partitura…stupefacente, a dir poco! raggio di luce pensosa che il grande Claudio Abbado ha pensato bene di proporre in un contesto fortemente drammatico. Non resta che ribadire con S. Kierkegaard, da parte mia, dopo avere ascoltato tale capolavoro del giovanissimo genio di Salisburgo: “Mozart immortale! A te devo tutto, è per te che ho perso il senno, che il mio spirito è stato colpito da meraviglia ed è stato scosso nelle sue profondità…” (in Don Giovanni, la musica di Mozart e l’Eros). La foto qua sopra, infine, da me scattata nel 2006 al Sebastiansfriedohf di Salisburgo, ci permette di osservare la tomba di Constantia von Nissen (morta nel 1842), moglie di Mozart ( le cui spoglie mortali, com’è noto, vennero invece gettate in una fossa comune del cimitero viennese di San Marco).

domenica, giugno 17th, 2012

In Marino (Roma), presso il Museo Civico Umberto Mastroianni, il 9 giugno scorso, è stata inaugurata la mostra CO2 UOMO/NATURA, con il Patrocinio della Città di Marino-Assessorato alla Cultura. Il titolo di essa lo definirei quanto mai emblematico; nel senso che -melensi passatismi a parte- rimane inderogabile una seria e costante riflessione sull’alterato rapporto uomo-natura, a seguito di un processo di industrializzazione con pesanti e vastissime ricadute sull’ambiente (e non si tratta, in tutta evidenza, di un problema nato oggi; e non soltanto nel mondo occidentale). Ora, gli artisti partecipanti alla suddetta mostra hanno pregevolmente rappresentato –ciascuno secondo la propria ottica figurativa- un tema di tale portata. E, tuttavia, la mia attenzione è stata catalizzata da un’opera in particolare: l’acrilico su tela CADUTE DALL’ALTO (2011), del pittore Ennio Calabria. Un artista della sua statura (nato a Tripoli nel 1937), non ha ovviamente bisogno di una mia presentazione; così mi limiterò a ricordare brevemente la sua partecipazione, nel 1961, al gruppo denominato il Pro e il contro, punto di riferimento della ricerca nel campo della pittura figurativa (assieme a Renzo Vespignani, Ugo Attardi, Fernando Farulli, Piero Guccione e Albero Gianquinto; e critici d’arte come Antonio Del Guercio, Dario Micacchi e Morosini). Il visitatore del presente blog potrà, sulla Rete, rendersi facilmente conto della pregnanza di una carriera artistica –quella di Ennio Calabria- lunga e ricca di prestigiosi riconoscimenti e contributi critici. E proprio a tale proposito, mi permetto di segnalare qui l’interessante intervista al Maestro visibile su You Tube: sei minuti d’alta densità teoretica e umana, in cui Calabria rivendica con fierezza la centralità dell’arte in quanto pensiero critico sull’ esistente, in una società come la nostra pronta ad esiliare tutto ciò che è complesso (volendo citare alla lettera le sue parole); donde l’inevitabile dicotomia fra solitudine dell’artista (intenzionato a pensare con la propria testa) e omologazione ( l’odierno contesto socio-antropologico nel quale abbondano i superlativi a disposizione di tutti). Soprattutto mi ha colpito, sul piano figurativo–nell’intervista in oggetto- il “Volto di un operaio”, particolare di un’opera intitolata IL VENTO SI SCAGLIA CONTRO LE COSE; laddove detto “volto” è un po’ la cartina di tornasole dei processi devastanti in atto nel nostro tessuto umano e produttivo (come non pensare, al riguardo, ai capannoni della morte nel Ferrarese e nel Modenese, dove diversi operai hanno perduto recentemente la vita essendo tornati al lavoro troppo presto, in evidenti condizioni di insicurezza, a seguito del devastante sisma emiliano?). Ma torniamo a sabato 9 giugno. Dicevo del potere d’attrazione in me suscitato da CADUTE DALL’ALTO, l’opera di Ennio Calabria fotografata e visibile qua sopra, per gentile concessione dell’artista. Come non rimanere impressionati dalla vista del “tavolo rovesciato”, in essa –mi si passi l’espressione- da parte del pittore? Non l’albero svettante nel cielo, sulla tela, a suggerirci pindarici e rassicuranti “voli”; piuttosto questo stesso albero rovinosamente caduto a terra a bucarla quasi, la tela (grazie alla sapiente espressività dell’artista, capace di intercettare e amplificare visivamente il tonfo della pianta altissima). Dopo la mia assorta osservazione dell’opera in questione, ecco il mio ottimo amico Franco Campegiani (poeta, filosofo e critico d’arte) presentarmi il Maestro, sabato 9 giugno. E’ stato bello sentir parlare dal vivo Ennio Calabria con accorata profondità del senso dell’arte; al punto che non posso non citare, qui, in suo onore, un passo dello Zibaldone di Giacomo Leopardi dell’agosto del 1823 a me particolarmente caro, laddove così ci si esprime circa la poesia omerica: “cagiona nell’animo de’lettori una tempesta, un impeto, un quasi gorgogliamento di passioni che lascia durevoli vestigi di se, e in cui principalmente consiste il diletto che si riceve dalla poesia, la quale ci dee sommamente muovere e agitare, e non già lasciar l’animo nostro in riposo e in calma”. Un cordialissimo saluto da parte mia, in conclusione, a Ennio Calabria, animato da sempre dal sentimento di un’arte problematica e viva, attuale, in urto inconciliabile con la banalità dei segni e delle parole in libertà.

venerdì, giugno 15th, 2012

Quest’oggi ho il piacere di dare la parola al poeta e amico Paolo Buzzacconi (la cui presenza sul mio blog è ormai costante e preziosa), per esprimere l’amore per la montagna:

MONTAGNE

Preziose compagne d’attesa infinita,
sentieri di roccia che portano al cielo.
Negli occhi il sorriso sereno del mondo,
nell’aria e nel petto profumo di vita.

Mi affido alla forza dei vostri misteri
e ad ogni mio passo riscopro l’eterno.
Nel verde dei prati il giaciglio del tempo,
nel fresco dei boschi la tana dei sogni.

Mai cosa più bella mi è stata donata
di questo silenzio che corre nel vento.
E se anche il ritorno mi ruba l’incanto
nel cuore rimane per sempre una vetta.

(poesia inedita di Paolo Buzzacconi)

Paolo Buzzacconi nasce a Roma, alla Garbatella, nel 1965. Lì ha conosciuto svariate realtà umane frequentando scuole gestite da suore e padri Filippini, ma nel contempo vivendo per le strade di un quartiere piuttosto vivace. Da queste esperienze e dalle successive -una moglie fantastica e due splendide creature, nonché un lavoro che lo porta a conoscere ogni giorno molte persone- è probabilmente scaturita l’ispirazione grazie alla quale si è cimentato dapprima con poesie in lingua italiana e poi in dialetto romano. L’opportunità di condividere con altri poeti la sua grande passione gli è stata data prima dal Salotto Romano, la bellissima realtà letteraria diretta da Sandro Bari, ed in seguito dagli appuntamenti dell’ Accademia Romanesca, presieduta da Maurizio Marcelli. Al momento la sua produzione consiste in un libro di poesie in lingua, una raccolta di poesie in romanesco e un libro con sette favole per bambini in italiano.

P.S. La foto qua sopra, mia, è stata scattata tempo addietro al cospetto delle TRE CIME DI LAVAREDO.

mercoledì, giugno 13th, 2012

E’ con vivo piacere che mi accingo a presentare, oggi, la seguente lirica inedita del poeta Sandro Angelucci, mio ottimo amico e non di rado presente, con le sue poesie e commenti, in questo blog:

L’OPERAIO DEI SOGNI

Era quello:
il canto che veniva dalle quaglie,
il segno.
Poco dopo,
l’annuncio prende forma,
si concretizza sullo schermo.
I fotogrammi
non sono fotogrammi.
E’ aperta la fucina.
Sta lavorando,
getta sudore sul sogno suo più grande
l’operaio:
trasformare la morte nella vita,
eternizzare il verso delle quaglie.
Un’opera ciclopica:
scolpire l’infinito,
strapparselo da dentro
perché non l’uomo, non il poeta
ma le lacrime, la rabbia
la sua rivoluzione
possano rinascere.
E si battezza.
E poi battezza noi, Giovanni:
tutto è compiuto.
E’ sceso dalla croce, e scrive Pasolini.
Una barca di carta,
destinata ad affondare ancora,
colma la stiva di sangue e di parole
prende il largo,
si affida alla corrente.
Mentre scorrono i titoli di coda.

(poesia inedita di Sandro Angelucci)

Leggendo i versi in oggetto, non posso che confermare tutto il bene che penso nei confronti del lavoro poetico di Sandro Angelucci; capace di essere asciutto, essenziale, e metricamente sapiente nell’intrecciare endecasillabi, settenari, senari e così via. Nel caso dell’ OPERAIO DEI SOGNI, mi permetto di segnalare la bellezza del secondo verso, un endecasillabo magistralmente introdotto dal secco incipit del testo: “Era quello:”; e poi il verso che chiude la poesia, un altro endecasillabo finemente allitterato e inarcato (in virtù degli accenti sulla prima e terza posizione del verso). Ma non vorrei che tale abbozzo di analisi metrico-stilistica mi facesse tacere quanto Sandro Angelucci mi ha confessato, a proposito della nascita di questa sua poesia; e cioè la sua viva commozione nel seguire la scena in cui Giovanni (Silvio Parrello), battezza, dopo gli altri, il giovane Pier Paolo Pasolini, nel film del mio amico Pio Ciuffarella intitolato per l’appunto L’OPERAIO DEI SOGNI (presentato a Roma il 27.4.2012 presso la Casa del Cinema e di cui ho parlato il giorno successivo nel presente blog). Ebbene, il film di Ciuffarella, omaggio sentito alla figura di Pier Paolo Pasolini (film in cui chi scrive impersona se stesso, all’indomani di una conferenza da me focalizzata sulla poesia del grande scrittore e regista ); il film di Pio Ciuffarella, stavo dicendo, ne ha fatta di strada nel frattempo! Visibile infatti su You Tube, Facebook, è stato recentemente richiesto dalla televisione australiana, nonché acquisito dal sito ufficiale dedicato a Pier Paolo Pasolini (pasolinipuntonet). E comunque, come non condividere con l’amico Sandro Angelucci l’emozione suscitata dalla scena del citato Battesimo, che rimanda volutamente alla memorabile sequenza pasoliniana del Vangelo secondo Matteo del 1964? Sì, credo che Pio Ciuffarella abbia avuto una vera e propria intuizione visiva nella rivisitazione di uno dei luoghi più segreti e toccanti della memoria pasoliniana: il torrente Castello, intendo, nei pressi della Torre di Chia, nel viterbese, dove un sabato dell’agosto scorso si sono svolte le riprese del Battesimo che hanno ispirato la poesia di Sandro Angelucci. La foto qua sopra, peraltro, è un mio primo piano dell’amico Silvio Parrello (troppo noto ai visitatori del blog per dover aggiungere qualcosa), risalente a quella faticosa ma ispirata giornata della scorsa estate appena rammentata. Sia concesso allo scrivente, cui è ascritta la consulenza letteraria del film di Ciuffarella, di sottolineare come la barchetta di carta che scompare alla nostra vista verso l’epilogo dell’opera, rappresenti un’ulteriore intuizione visiva del regista, a fronte di una poesia pasoliniana di cui gli avevo a suo tempo segnalato l’importanza; poesia che, in effetti, si dilata nel film (non soltanto fonicamente) grazie alla voce e alla presenza di Paolo di Santo, il giovane e promettente interprete di Pasolini. La poesia cui sto accennando è inclusa nell’ultima silloge poetica di Pier Paolo Pasolini, Trasumanar e organizzar (1971), dal titolo Un affetto e la vita; una delle più belle del grande scrittore e regista, per concorde giudizio critico (mi limiterò a citare, qui, Enzo Siciliano e Fernando Bandini). In detta lirica infatti, Pasolini, senza enfasi alcuna, a mezzo del respiro naturale dei versi (non più in urto talvolta artificioso con la sintassi, all’altezza di tanta pur grande e precedente poesia civile metricamente affidata alle terzine); in detta lirica Pasolini, stavo dicendo, parla con grande sapienza emotiva dell’affetto, sentimento più profondo ancora dell’amore, dal suo punto di vista; affetto per cui, forse, si potrebbe anche offrire la propria vita, sapendo di avere una possibilità di disfarsi senza sofferenza di se stessi. Seguire il flusso (la barchetta di carta che scompare alla nostra vista nel film di Pio Ciuffarella); sciogliere come fumo l’inutile dolore, volendo parafrasare la bellissima lirica Felicità, di Umberto Saba… Naturalmente non si può dimenticare la morte tragica di Pasolini: a fronte di indagini riaperte da qualche anno e approdate a quale risultato? a quando, ci si dovrebbe chiedere, l’applicazione dei decreti attuativi per lo scioglimento del Segreto di Stato che potrebbe riservare qualche sorpresa a proposito della cognizione di una morte così atroce e relegata nell’ambito della damnatio memoriae, per non turbare quel degrado antropologico di cui proprio Pasolini è stato il più inascoltato e lucido profeta? In conclusione, il film di Pio Ciuffarella, rivolto soprattutto ai giovani d’oggi che poco sanno di Pasolini, ci rammenta un vulnus non secondario del Belpaese segnato, nel secondo dopoguerra, da stragi feroci e tuttora impunite: tali da impedire, di fatto, una nostra crescita democratica che avrebbe potuto evitarci, forse, quella delega in bianco troppo a lungo concessa a squallidi ma convincenti venditori di sogni a buon mercato.

lunedì, giugno 11th, 2012

Sì, ha proprio ragione il mio amico e collega di lavoro Francesco Postiglioni: a soli 50 km. da Roma (da lui percorsi in bicicletta, visto che è un appassionato e forte ciclista), con sguardo attento e amorevole si può “fermare” un’immagine del genere. Si tratta in effetti di una bella foto da lui scattata e appartenente alla serie “Anche i folletti amano le amache” (così Francesco ha voluto intitolarla, a sottolineare quello che lui giustamente chiama l’ingegno “aracnideo” ). Dunque a soli 50 km. da Roma, fra Orvinio e Percile, lungo la via Licinese (Parco dei monti Lucrètili), Francesco -con il sole sorto da poco- ha osservato una piccola trama d’armonia di cui mi ha fatto dono e che propongo ai visitatori del blog senz’altro aggiungere (ben consapevole della duplice veste della natura, madre e matrigna ad un tempo).

venerdì, giugno 1st, 2012

Caro papà, te ne andasti nel 1976, all’inizio di novembre… ricordo bene quell’anno, così doloroso per me e la mia famiglia. E ricordo altrettanto bene, nel maggio dello stesso anno, la tragica notizia del terremoto in Friuli. Fatto sta che il 2 giugno del 1976, non ci fu la parata ai Fori Imperiali (ministro della Difesa era all’epoca Arnaldo Forlani, notabile democristiano; poi divenuto uno dei simboli negativi di Tangentopoli). Come dire, caro papà, tornando a te, che hai chiuso gli occhi sub Iulio, nel 1976; volendo andare per sintesi, storicamente e politicamente parlando (come non ricordare, infatti, l’enorme potere concentrato allora nelle mani di Giulio Andreotti?). Eppure, a mia volta, non dispero di essere –venuto il momento- sepolto sub Iulio (il Divo Giulio, classe 1919, per la cronaca, ha superato alla grande il malore che aveva recentemente imposto il suo ricovero presso il Policlinico Gemelli; facendo ritorno nella sua casa romana il 16 maggio scorso). Aveva dunque ragione il Divo Giulio nell’affermare a suo tempo: “il Potere logora…chi non ce l’ha…”! Insomma confido, caro papà, in una non inverosimile immortalità di Andreotti, e, quindi, nella ragionevole ipotesi di essere –ripeto- anch’io seppellito sub Iulio, non diversamente da te. Sì, da ingenuo spero in tempi migliori degli attuali, caro papà; nel senso che proprio non riesco a condividere, come cittadino italiano, la volontà del Capo dello Stato di far comunque svolgere, per la Festa della Repubblica, la tradizionale parata, sia pure sobriamente. Volendo rivolgermi direttamente a Lei, Signor Presidente: quanto mi avrebbe fatto piacere saperLa, domani, pranzare con i terremotati emiliani non distante dai capannoni della morte! Capisco bene, d’altronde, che occorre riscattarsi da una storia recente marcata, nel nostro Paese, dalla dialettica politica della canottiera e della bandana, con il Tricolore buono per…come ebbe a proclamare un ministro della Repubblica Italiana. Ma questa benedetta parata, Signor Presidente, con gli operai morti in Emilia a seguito del crollo dei capannoni dove, in tutta evidenza, erano tornati troppo presto al lavoro; questa parata, stavo dicendo, è sentita da molti in acuto contrasto con la gravità del momento. Non è questione di “piangersi addosso”, come ha sostenuto Lei, Signor Presidente: semplicemente, bisognerebbe uscire, una buona volta, dal pasoliniano Palazzo facendo visita alle tante persone coinvolte nel dramma emiliano (non aspettando il 7 giugno, mi permetta!). Chiudo rammentando a me stesso la presenza viva di papa Pacelli fra le macerie del quartiere di San Lorenzo, nel luglio del 1943, dopo il bombardamento su Roma da parte degli Alleati; in mezzo ai morti e ai feriti, nonostante le comprensibili resistenze del Vaticano (e non mi sembra che fosse un campione di impulsività, Pio XII…). Consapevole di aver chiesto la luna e delle sue ottime ragioni per la scelta che ha fatto, la saluto con rispetto, Signor Presidente.

P.S. La foto qua sopra, mia, è stata scattata nell’artistico giardino di uno scultore mio amico, tempo addietro.