Archive for giugno, 2017

venerdì, giugno 30th, 2017

 

Dalla Realtà al Sogno – e viceversa…

 

LA BALLATA DI GINEVRA

 

Per Tina Emiliani e il suo romanzo “avveniristico”

sul tempo perduto – che è in fondo futuro ritrovato

 

 

 

 

Colpisce con quanta sicurezza e quale eleganza stilistica una poetessa di ruolo e di percorso come Tina Emiliani, abbia insomma cercato e sùbito trovato il romanzo con scelta felice, equilibrio brioso e profondo assieme… Colpisce la facilità della resa narrativa, che invece snoda e rivela un ordito complesso, un’aura onirica continuamente rispecchiata in una ricapitolazione urgente e saggia della mera Realtà (dialogata con filosofica compostezza, o arresa viceversa a un intimo, smottante flusso di coscienza – non ne cambia la sorgente profonda, densa e introiettata!):

 

Gli anni non avevano riempito quel vuoto e quell’uomo lo aveva intuito subito e fu una bambola il suo primo regalo, ma il tempo era inesorabilmente scaduto e lei l’aveva distrutta in mille piccoli pezzi quella bambola perché ormai la malinconia si era insediata nei suoi occhi e non sarebbe mai più scomparsa e aveva da tempo capito quanto sua madre l’avesse amata comunque anche se a modo suo, ma ormai la malinconia era entrata nei suoi occhi e anche in quelli di sua madre, inesorabile, e tutto per una stupida bambola dai riccioli biondi.

 

C’è una pagina decisiva della lunga conversazione/intervista di Marguerite Yourcenar con Matthieu Galey, Ad occhi aperti, in cui la grande autrice delle Memorie di Adriano e de L’opera al nero parla del “romanzo” come evento fulcro non solo della nostra, ma di ogni epoca:

 

Lei ha scritto da qualche parte che in questa nostra epoca si ricade sempre, fatalmente, nel romanzo, nel “solco del romanzo”. Perché? Perché scrivere un romanzo, e non un trattato o un libro di storia?

 

   Perché volevo esprimere un certo punto di vista, offrire una certa immagine del mondo, una certa descrizione della condizione umana che può passare solo attraverso un uomo, o degli uomini…

 

Il libro parte come un buffo, strano e suadente film hollywoodiano (Il paradiso può attendere? – o magari una vecchia commedia “surreale” di Frank Capra col miglior James Stewart, dinoccolato e angelico, probo cittadino sull’orlo della bancarotta e del suicidio: La vita è meravigliosa… Attenzione, edificante parabola del 1946, dopo la Guerra Mondiale, i genocidi e la Bomba Atomica)…

La luce è bianca e assoluta, il luogo improbabile e fatato, fatale… Come in un falansterio avveniristico di matrice buzzatiana, si avvera un “hereafter” (aldiqua? aldilà?) che chiama a colloquio la nostra eroina come puro spirito con puri spiriti…

 

Lei osservò l’ambiente con attenta curiosità. Le pareti erano bianche e nude. Notò che i divani, rivestiti in una tonalità molto chiara di beige, sembravano appena usciti di fabbrica e che la luminosità di cui era invasa la stanza non proveniva da una fonte visibile.

 

Gli eventi sono solo narrati, o meglio ripercorsi, ripensati come nell’alveo neutrale, nella tregua feconda d’un retroscena teatrale… Ma tutta la vita di Ginevra scorre in rewind e forward sul piccolo schermo della pagina, come non soltanto la sintesi, ma molto di più l’essenza – il quid inesprimibile e finalmente romanzato – di un’intera vita, spinosa o efflorescente come ogni concreta storia o vicenda di realtà.

Una realtà che, come la stessa poesia che vive e scrive Tina Emiliani, ha bisogno dei corpi e dell’anima allo stesso modo… Ma guai a farne retorica! – ecco la più bella dote che qui agisce e s’intride:

Le loro anime ebbero un lieve sbandamento…

Si rese conto che il suo corpo stava rispondendo ad un richiamo esterno…

 

La fantasia – ecco la bella trovata di Tina Emiliani – si annulla perché sovrasta, accelera, allaga, ricopre e annette, ogni via o viottolo della propria esistenza, ogni radura felice o scoscendimento ostile, obbrobrioso del nostro esserci, ed esserci stati. Tutto è fantasioso, tutto è fantasticabile – dunque tutto è vero.

 

Conosciuto e sconosciuto”, le aveva fatto venire in mente la sua doppia vita, quella reale e quella onirica. Si soffermò su alcuni stralci di scritti, lettere – forse poesie – che risaltavano sulle pareti. Parole di Chagall in bianco e nero che ben esprimevano la sua anima colorata. Parole scaturite da uno dei massimi poeti del colore. (…) Le sue tinte forti erano le grida di un’anima che, seppur sofferente, esaltava con lussuria il senso della vita. Urla viola, verdi, azzurre, rosse, di cui era possibile sentire il suono, attraverso il colore.

 

*********

 

L’inferno è un limbo – ma anche il paradiso ora è un limbo, il paradiso può attendere: mentre Ginevra parla e dialoga, con Signori sconosciuti o redivivi in sogno, parla di sé e di loro, e finalmente capisce, diagnostica tutto ciò che allora sembrava magari solo un brillìo rapinoso – o la jattura del dolore, quando giunge inesplicabile, e inesplicato resta, ferisce, rivendica quel capitolo di romanzo come l’unica trama che ci riguardi:

 

La follia non esiste. Esistono i margini del dolore che possono cedere. Dimenticare tutto e andare oltre la montagna prima di schiantarcisi contro definitivamente. Eppure questa carica di violenza di desiderio ha una sua vita propria che è preponderante ad ogni ragione. Nessun argine regge. Provoca spasmi terribili di giorno e di notte per trovare un suo territorio, un suo spazio, una sua luce.

 

Prima parlavo en passant della luce: una luce bianca, abbacinante, come una amplissima precognizione spirituale… Una chiamata più dolce che ammonitoria, ma in ogni caso ineludibile, inarginabile – come una melodia salvifica, un lenimento totale:

 

Le sensazioni non sono convinzioni sono solo pensieri che vagano, partoriti da una mente senza pace. Musica. La musica sì placa respinge il dolore o meglio no lo penetra fino in fondo, ne assorbe lo spessore lo esalta e poi lo satura fuoriuscendone e per un breve attimo il dolore cede, abbandona le armi, è sconfitto. Finalmente brevi attimi di tregua. Quasi un orgasmo.

 

Una luce d’incanto che Tina dipinge parola dopo parola, con la sua prosa libera e netta, sinuosa e fulgida, contornata o sfumata d’eleganza:

 

Iniziò a chiamarlo, seduta sul terrazzo, di fronte alle piccole rose rosse che scendevano sul muro ricoperto di edera. Finalmente erano fiorite anche le rose e l’edera continuava imperterrita la sua invasione lungo il muretto, con tenacia e perseveranza. Quell’edera incredibile che da una minuscola piantina si era estesa nel tempo per metri e metri, scevra di cure particolari, le cui foglie cambiavano colore dall’atto della nascita allo sviluppo, trasformando il verde tenero striato di latte in un verde sempre più intenso e omogeneo.

 

Una luce che, paradossalmente, non ci giunge affatto mediterranea ma nordica – albare, immota, ancestrale come un film di Bergman, ma i primi, quelli rapinosi all’estate (Monica e il desiderio, 1953; Sorrisi di una notte d’estate, 1956), dannati in beltà come la giovinezza, prima che sia resa esperta da troppi Sussurri e grida (1972), troppe Scene da un matrimonio (1973)…

 

La luce che Proust trovava in certi capolavori di Rembrandt – ma anche in quei quadri di Chardin dove anche una natura morta o una scena d’interno raggiunge il più alto grado d’intensità spirituale: “… Da Chardin abbiamo imparato che una pera è altrettanto vivente di una donna, che un volgare recipiente è altrettanto bello di una pietra preziosa. Il pittore ha proclamato la divina eguaglianza di tutte le cose davanti allo spirito che le considera, davanti alla luce che le abbellisce…”.

 

La ballata di Ginevra irride i generi e li scompagina, li ingolosisce, li assaggia tutti: è romanzo ma sua ipotesi, è racconto, certo – ma delle trame profonde del far poesia, ed esserle allievi, in lirica prosa ragionativa… È Vita nuova, dantesca reminiscenza ed explicatio dove la prosa spiega, instaura il regno della poesia, ma anche la poesia abdica luce e canto, li riporta coi piedi per terra, chiede alle ombre, giustamente, di parlarci della Luce e delle sue leggi, insiste che sia il cuore a romanzarci il sogno e bisogno dell’Amore: vero e in maiuscolo.

 

Quella notte si riconciliò con il ricordo del marito. Non più penombre offuscate di grigio, non più espressioni accigliate, non più sensazioni penose di allontanamento e di distacco. Il trauma aveva fino a quel momento impedito loro di ritrovare l’armonia della loro unione, per un malcelato senso di reciproco rimprovero, l’una di averlo visto morire nel giro di pochi giorni, l’altro di non averlo seguito, ma quella notte si ritrovarono sulla vetta del loro amoroso delirio.

 

Dunque anche e più ancora il bisogno di Dio, necessario e loquace anche quando sottaciuto, occultato, pudìco di Sé…

 

  • Non lo so. Ovvero, sì, credo che qualcosa esista, ma non so se è un Dio, uno solo o più di uno, oppure un’energia, una luce. Può essere tutto. O niente. Solo il caso. Il Big Bang. È difficile credere che tutta la perfezione che abbiamo intorno sia stata creata dal caso, come è difficile credere che ci sia un Dio che permetta tante cose orribili. Io ho bisogno di credere in qualcosa di superiore e mi rivolgo al cielo ogni giorno. Ma non ho risposte, non ne avrò mai.
  • Tina Emiliani ha avuto il coraggio di rischiare, di arrischiarsi. Ma l’armonia l’ha ripagata, l’armonia sempre inseguita, fin da ragazza, studentessa, allieva del Dio Amore, svogliata o fervida… L’armonia che si fa scrittura, prosa, immagine – e giunge d’istinto alla poesia fors’anche solo per svelarsi i colori del vento, la malinconia impensabile di un grande arcobaleno…L’armonia che le diventa amica e diffida di chi vorrebbe piegarla, costringerla a formule facili, stilemi abusati…
  • Meglio entrare, patire con eleganza il senso, il solco del romanzo, perché appunto come un vecchio film di Capra, convoca James Stewart quale angelo umanato (o uomo da angelicare) per dimostrarci –  nonostante tutti i travagli, le guerre, ignominie, e altri gironi e malebolge – che La vita è meravigliosa, e che ogni cosa, da sempre e per sempre accade perché ogni Ginevra, di ieri e di sempre, torni oggi a vivere, a spiegarci l’amore, figurarci un bacio, le peripezie noiose o fulgide di ogni amplesso…
  • E allora quanti anni avevi quando lo hai fatto?
  • Ventitré, quasi ventitré.
  • È stato bello?
  • Non so se bello sia l’aggettivo giusto. È stato qualcosa che volevo fare e che ho fatto. La verità è che l’avrei voluto fare anche prima.
  • Alle scrittrici donne va riconosciuto questo coraggio, questo ruolo, questo piccolo eroismo quotidiano. Di salvare e incorniciare, ingloriare anche le ragioni del quotidiano, la sottomissione della prosa alle illusioni della poesia – ai zanzottiani automatismi o fosfeni della Fantasia… Denudante vestizione del semplice lessico, senza teorizzazioni o voli pindarici. Lessico di corpi, sintassi d’anima:
  •  … Nella realtà ascoltavano storditi i messaggi che arrivavano dai loro corpi…
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  •  L’Amore è una luce – massima o minima: tramonta perché fu alba, ma sempre resta un lucore, una certezza radiosa irradiante. Resta in noi, e di noi anche quando torna il buio, e perfino nella Torre che a un tratto ci convoca, ci richiamerà al 4° livello… Lui, Loro, non sanno in realtà che farsene di quei plasticati altoparlanti d’anima, di quelle altisonanti e sterili voci metalliche, celestiali e procedurali, di quella suprema burocrazia dell’azzurro che forse ha perso l’Azzurro in maiuscolo, e resta come un bianco incupito, adombrato, un abbaglio lattiginoso che conquista tutto, e ci reclama e ci annulla…
  • La poesia che anela l’altissimo -come sempre fa e onora Tina- nella piccola scala e dimensione di un fiore. Un fiore come breve verso del mondo, della vita che canta, solfeggia la sua ballata:
  • Se si può essere felici
  • al solo ricordo
  • di un amore
  • io lo sono

 

 

 

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 LA BALLATA DI GINEVRA

 

2

 

Altri sogni e concreta irrealtà.

Altri viaggi del nostro unico viaggio.

 

 

 

 

 

A due anni esatti dal suo primo testo narrativo, o romanzo breve che dir si voglia (La ballata di Ginevra, Empirìa, Roma, 2015), l’amica Tina Emiliani è riuscita a fare la cosa più inquieta e insieme pacificatrice che accada a ogni trepido autore: continuare il suo libro, completarlo; non tanto riscriverlo, quanto soprattutto consentirgli d’evolversi, lievitare dentro e verso il suo, nostro unico viaggio – il volo della vita.

 

Le aveva udite veramente quelle parole o erano solo frutto della sua fantasia? Il suo sguardo si allargò sulle nuvole, i suoi occhi si abituarono docilmente alla luce abbagliante, emise un profondo respiro di sollievo, profondamente appagata da quella vista, l’impulso la spingeva fuori, verso di loro, si sentì sollevare, come se fosse trascinata da una calamita. Avevano l’aspetto di giganteschi fiocchi di neve candida, trasparente, dove i raggi del sole si infiltravano creando splendenti segmenti colorati di rosa e d’oro.

 

Morbido, ben immerso e quasi nascosto (occultato) tra i fumi della scienza onirica, il libro procede infatti lancia in resta verso altri due capitoli che in qualche modo chiudono il conto e rinsaldano emozioni: “Il cobra sul cuscino” e “Altrove”…

 

Narratrice elegante, suadente – Tina ha letto tanto (anche, e si sente, i grandi classici, italiani e stranieri) e non è certo nuova a una vena borghese, una verve femminile, che dispiega insieme Lessico famigliare (il riferimento è alla Natalia Ginzburg) e Il coraggio delle donne (Anna Banti), Angelici dolori (Anna Maria Ortese) e La penombra che abbiamo attraversato (Lalla Romano)… Esempi grandi e celebrati.

Diversamente però dal fulgore, dall’epica visionaria e magniloquente d’un’Elsa Morante, ambasciatrice suprema d’ogni Menzogna e Sortilegio, sia esistenziale che sentimentale, qui Tina Emiliani conduce il gioco in punta di penna, con umile, educata impazienza, sempre su un discrimine di felice confusione (o contaminatio tutta autobiografica) tra realtà e irrealtà:

 

È accaduto che Ginevra non voleva uscire dalla mia testa. Per mesi ho sentito il suo alito su di me di giorno e di notte. Chiedeva, pretendeva, supplicava di continuare a scrivere la sua storia, insistentamente, senza tregua.

   Mi sembrava quasi di vederla, accovacciata di fronte a me, con un’espressione di disappunto sul viso.

 

Tra elegante viaggio onirico e psicologismo, Tina Emiliani fa dunque romanzo di quest’incertezza conoscitiva, di questo perenne, leggermente infebbrato stato di veglia:

 

Adorava la parola vita, anche se ormai sentiva che il tratto del suo futuro si era abbreviato e oscurato. Allungava lo sguardo verso un oltre dove forse poteva scorgere ancora un po’ di luce. Disperata ottimista, l’amore per la vita la rendeva infedele all’amore per gli uomini. Sì, adorava la parola vita, solo nel pronunciarla si sentiva invadere da una carica di energia, una specie di leggera scossa elettrica che rimetteva in movimento ogni sua cellula.

 

Abbiamo detto: viaggio onirico, e non semplicemente sogno, o fuga onirica, o… Il viaggio è qualcosa di più, in cui confluisce il vissuto e l’ansia tutta ancora da viversi, desiderio e realtà, materia sognante e architettura d’irrealtà…

Dunque per raccontarlo – raccontare “Ginevra” – ci vuole un ossimoro, una “coincidentia oppositorum”…

 

Questo forse il più dolce incanto del libro, specie dell’edizione nuova, aumentata o completata che dir si voglia. Se è vero, come intonava Shakespeare ne La tempesta, che noi uomini, i nostri desideri – l’anima e tutto il nostro vissuto – siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, qui Ginevra parla a se stessa, ergo a noi lettori, come ci si confessa alle radici stesse della Scrittura:

 

Ginevra si era sempre fatta tante domande sulla nascita delle parole. Si era sempre chiesta chi avesse deciso un giorno, nella notte dei tempi, che una rosa si chiamasse rosa, un albero albero, la terra terra, il fuoco fuoco, la vita vita e la morte morte. E quando era accaduto?

 

*********

 

Ansia, morbidezza, fantasia d’irrealtà allora confluiscono in un arazzo impalpabile e coloratissimo. Tutto il dialogo, la narrazione stessa, restano allora sospesi (e del resto, fin dalle pagine iniziali, la convocazione in quel luogo/nonluogo, cigolava o ferveva di metafisica…).

Sono situazioni – illuminazioni – sempre molto care a Borges, queste del Sogno che ci parla, ci confida e anzi ci svela la Realtà più vera, resa nuda e ancor più bella proprio di fronte alle grazie della propria coscienza. Anche la “psicologia archetipica” di James Hillman, attinge e celebra le gesta buie o trasparenti del nostro inconscio: nella visione del grande filosofo junghiano statunitense, la fantasia è la forza primordiale dell’anima, tanto che l’individuo non può volere, o amare o comprendere, senza che entrino simultaneamente in scena delle fantasie immaginali…

I tempi e i luoghi, nell’ovunque senzatempo, come in un quadro simbolico (Odilon Redon?) capace di far fiorire l’irrazionale; oppure in una tela resa astratta dalla totale ricezione della luce, vaporosa appunto come un sogno (Turner che dipingeva – dissero – con del vapore dipinto!), ci conducono nel continente stesso della fantasia, che resta agli squisiti antipodi della Realtà…

L’Australia di cui Tina ci parla nelle ultime pagine, è chiaramente un mito della mente, un’alchimia dell’anima:

 

Aspettavo una donna come te, sei arrivata e non ti voglio perdere, sono disposto a tutto, pur di non perderti. Qui non ti posso offrire niente, in Australia sì, mia figlia dice che lì ci sono mille opportunità, potrò permettermi di lasciarti vivere senza preoccupazioni

 

L’Australia – ma anche Minorca, l’isola bella per definizione, concreto luogo di sogno e di vacanza (spiagge stupende… porticcioli pittoreschi… natura mozzafiato…) dove Ginevra sogna d’andare, ma come s’organizza un viaggio vero, preparando forse già il bagaglio, e la data di partenza (ma non quella del ritorno).

 

La realtà è un dono (1987) scrisse Francesca Sanvitale in uno de suoi racconti più belli: “Sì, oggi ne era convinta: chi entra nella realtà, deve abbandonare molti universi. Ma che cosa significava sul serio ciò che andava dicendosi?”… Lei, che conosceva a perfezione gli intrecci, le ombre in luce d’ogni Cuore borghese (suo primo importante romanzo del ’72, prima del grande successo di Madre e figlia, ’80), scrisse negli ultimi anni un libretto di favole bello, inesorabile e lucido come un testo di storia: “Tre favole dell’ansia e dell’ombra”…

 

Tra i sogni e la realtà non ci fu più differenza. Ciò che vedeva nei sogni lo vedeva anche nella realtà e viceversa.”…

 

Peraltro la Sanvitale amplificava in fantasia anche le historie, le istanze della romanzeria vera e propria: Il figlio del’Impero (sulla triste sorte dell’unico figlio di Napoleone), lungo, orchestrato testo del 1993, capace in un certo senso di riscrivere la Storia partendo da dentro, dal tribunale o dall’ostello delle Coscienze…

 

Ecco: potrebbe, dovrebbe essere forse proprio questo il modo migliore per uscire dall’impasse d’una realtà, e d’un futuro in atto, che alle nuove generazioni fa oramai scrivere dei treatments golosi, più spesso maldestri, da sceneggiati televisivi, degli instant-books (o meglio instant-novels) da “neo-neorealismo”, trame in realtà per film mancati, sbrodolati…

E forse per questo le scrittrici più intriganti sono, restano quelle che escono ed entrano dalla Realtà al Sogno come si passa dalla porta girevole d’un albergo: e non si sa se la Ginevra o la Laura del caso rientra nel castello, nell’hotel del suo coltivato malessere, o esce viceversa infra la gente… per tornare a rendersi soggetto e non oggetto di poesia, creatura e corpo d’amore (titolo indimenticabile, e filosofico, di Norman O. Brown).

 

Le ultime pagine della Ballata di Ginevra restano misteriosamente sospese, fertili e rapinose. La protagonista alter-ego, che ha chiesto alla sua autrice in specchio di continuare a narrarla, a romanzarla (come i personaggi di Pirandello l’assillavano e carezzavano, guatavano come Autore), alla fin fine forse si sveglia non più in cerca né dell’autore né di se stessa.

“Sù, svegliati, Artù!” – era il finale de L’Isola della Morante. “L’isola non si vedeva più.”

L’Isola di Tina/Ginevra, se è l’Australia, è certo troppo grande per sembrare isola – ma continente, deserto immenso abitato, civilizzato un po’ ai bordi (e quanta energia, quanti miti rifulgono, s’annidano in quei fortilizi anche mentali degli aborigeni!) .

 

Non poteva permettersi di lasciare quell’immagine davanti ai suoi occhi, le sue braccia che si agitavano, le parole captate dalle labbra, no, era assurdo, doveva assolutamente pensare che era stata frutto della sua fantasia. Se non ci fosse riuscita… pensò con terrore all’eventualità che il suo sonno in Australia potesse essere disturbato da quella visione

 

Il terrore dei serpenti, spalanca, si sa, simbolismi contraddittori… L’uroboros che si morde la coda, circolare, mima l’eterno ritorno dell’eternità. E svolge funzione d’iconografia alchemica… Presagio prevalentemente negativo, in terra d’Occidente, e che invece per l’esoterismo asiatico s’irradia positivo: il serpente Kundalini avvinto alla base della colonna vertebrale è aureo simbolo dell’energia vitale, da risvegliare con la meditazione…

Oppure l’isola le si fa romanzo – Minorca della pagina (perla delle Baleari, fu cartaginese, romana, araba, aragonese, inglese, occupata dai francesi e definitivamente ceduta alla Spagna): e allora resta ancora troppo piccola e docile per trasferirci, traslocarci tutta la trama di sogno dei nostri amori, As you like it, direbbe Shakespeare, che viveva, scriveva i drammi e le comnmedie del gran teatro del Mondo, allo stesso modo… Orlando e Rosalind s’innamorano, ma Rosalind è bandita da corte e si rifugia nella foresta…

Per questo amiamo di questo libro – Tina Emiliani non abbia dubbi – in egual modo la dolcezza e la caparbietà, carezze di sguardo e dialogo affilato:

 

Accompagnandola alla porta, il medico le aveva raccomandato: “Abbia molta cura di sé, signora, lei a che il suo cuore è molto provato…”.

   Avviandosi verso l’auto, lei ripeté quelle parole al suo cuore: “Hai sentito? Dobbiamo avere molta cura di noi, tu sei molto provato?”.

   Il cuore restò stupefatto, e si ripromise di consultare un dizionario per verificare il significato esatto del termine provato.

 

*********

 

In un brevissimo spunto di Borges nel suo Libro di Sogni il grande autore de L’Aleph citava – reinventava – la storia di un fabbricante di tappeti, Moisé Neman, di Teheran, che ha il negozio – ci dice – di fronte a piazza Ferdousi, secondo cui la parte in vista del tappeto (il cui disegno non si ripete mai) è lo schema dell’esistenza terrena; il rovescio della trama, l’altro lato del mondo (soppressione del tempo e dello spazio oppure oltraggiosa o gloriosa esaltazione di ambedue); e la trama, i sogni.

Dunque La Ballata di Ginevra è questa trama, queste 145 pagine anche rovesciabili, proprio come un bel tappeto, a indovinarne la trama e insieme confonderne, nuovamente profetarne l’ordito…

 

La casa, il lago, i serpenti (precisa entità psicanalitica che è fin troppo facile lasciare all’interpretazione estensiva della psicocritica)…

 

Un’isola dove nessun vento poteva arrivare a trascinarli via. Al riparo, finalmente.

   Questo era stato il loro amore, ora racchiuso a metà nel corpo e nell’animo di quella donna seduta in panchina accanto a sua figlia. L’altra metà era nelle sue mani e si spargeva nell’aria nel compimento del suo viaggio verso l’infinito.

 

L’amore per la vita – costante inestinguibile, in Ginevra (e naturalmente in Tina): “Morire di vita, questo avrebbe voluto, assaporare ogni attimo fino all’esaurimento, fino alla naturale consunzione”…

Un viaggio inestinguibile verso l’infinito… E un rispetto continuo, affascinato per la nascita delle parole, o l’idea di un altrove perennemente vitale…

Tutto il libro è anzi questo viaggio verso l’Altrove, “pennellata grigia in un cielo tutto azzurro”, ma anche viceversa: cifra, arabesco azzurro dentro un cielo tutto grigio e plumbeo…

 

Vorrei ritrovare tutti, tutti lì insieme ad aspettarmi, nella luce, in fondo al tunnel.”

 

Melodrammatica, eterna fanciulla – le diceva il Padre – con “la testa piena di farfalle”. Sempre a ricostruire tutti i momenti vissuti come una terra nuova… E a voler disvelare sempre il futuro in ato come “un grande interrogativo senza risposte”…

 

Che spettacolo magnifico queste nuvole!

 

 

Plinio Perilli

 

 

giovedì, giugno 29th, 2017

 

Oggi, 29 giugno 2017, in occasione del genetliaco leopardiano, propongo ai lettori il seguente passo estrapolato dal Dialogo di Tristano e di un amico (1832), posto a conclusione della seconda edizione delle Operette (1834)…a/m:

…Ma per tornare al proposito del libro e de’ posteri, i libri specialmente, che ora per lo più si scrivono in minor tempo che non ne bisogna a leggerli, vedete bene che, siccome costano quel che vagliono, così durano a proporzione di quel che costano. Io per me credo che il secolo venturo farà un bellissimo frego sopra l’immensa bibliografia del secolo decimonono; ovvero dirà: io ho biblioteche intere di libri che sono costati quali venti, quali trenta anni di fatiche, e quali meno, ma tutti grandissimo lavoro. Leggiamo questi prima, perché la verisimiglianza è che da loro si cavi maggior costrutto; e quando di questa sorta non avrò più che leggere, allora metterò mano ai libri improvvisati. Amico mio, questo secolo è un secolo di ragazzi, e i pochissimi uomini che rimangono, si debbono andare a nascondere per vergogna, come quello che camminava diritto in paese di zoppi. E questi buoni ragazzi vogliono fare in ogni cosa quello che negli altri tempi hanno fatto gli uomini, e farlo appunto da ragazzi, così a un tratto, senza altre fatiche preparatorie. Anzi vogliono che il grado al quale è pervenuta la civiltà, e che l’indole del tempo presente e futuro, assolvano essi e i loro successori in perpetuo da ogni necessità di sudori e fatiche lunghe per divenire atti alle cose.

 

GIACOMO  LEOPARDI

 

P.S. il passo in oggetto è tratto da OPERETTE MORALI, in LEOPARDI, Tutte le poesie e tutte le prose a cura di Lucio Felici ed Emanuele Trevi (Edizione integrale diretta da Lucio Felici) Roma, Newton Compton Editori, rist.2016

 

 

mercoledì, giugno 28th, 2017

 

150 Anniversario della nascita di Luigi Pirandello

 

“… Il giudice D’Andrea non poteva dormire.

Passava quasi tutte le notti alla finestra a spazzolarsi una mano a quei duri gremiti suoi capelli da negro, con gli occhi alle stelle, placide e chiare le une come polle di luce, guizzanti e pungenti le altre; e metteva le più vive in rapporti ideali di figure geometriche, di triangoli e quadrati, e, socchiudendo le papebre dietro le lenti, pigliava tra i peli delle ciglia la luce d’una di quelle stelle, e tra l’occhio e la stella stabiliva il legame d’un sottilissimo filo luminoso, e vi avviava l’anima a passeggiare come un ragnetto smarrito…”

 

LUIGI  PIRANDELLO, tratto da La patente, in La Rallegrata, terzo gruppo di NOVELLE PER UN ANNO

 

 

martedì, giugno 27th, 2017

 

Le Madri, quando finiscono

 

a Marcella Cossu

condoglianze di luce:

“tanto, che possa con li occhi levarsi

più alto verso l’ultima salute.”

(Dante, Paradiso, XXXIII, 26-27)

 

 

 

 

Dove vanno le Madri, dove finiscono

o s’adunano?… Mai lo sappiamo né

certo lo sapremo, resta un enigma,

ma è mistero semplice, un vuoto denso

che riguarda tutti, e in tutto ci somiglia.

Il trapasso, la perdita, quanta memoria

ottunde e rifiorisce, si perde nella luce

 

Dove giungono, dove vivranno i secoli

d’ogni istante che invece a noi continua?

Dove risiedono? – non per chiamarla casa,

se è una nuvola o un abisso chiarissimo,

nuovo habitat dove gli angeli riposano

le ali, i voli nel celeste! – e affinano

pensieri e unghie come rostri del Bene

 

 

 

Le Madri, quando finiscono, vivono

un altro stato, brillano d’ogni elemento,

chimica d’universo, ansia di spazio

e fede in un avvento che è esattamente

dietro e dentro di noi, retaggio d’ombra,

fiore dove il divino confabula coi petali.

 

È nel Cielo dei cuori che le Madri

s’adunano – nostre, così come di tutti –

rosso e fitto e pulsante d’ogni orbita

esausta, ingigantita in dolcezza…

La mia manca da molto, e sempre resta

lì; la tua da poco è dipartita: e i primi giorni

sono i suoi primi, ma anche i tuoi, chilometri

d’infinito! Si parte dall’arrivo e ricomincia

dentro, ci addomestica al rito dell’Altissimo.

 

 

Le Madri, quando partono chiedono ai figli

di non aver paura, non dubitare della luce:

i peccati abitano l’ombra, semmai ancora

si chiedono come possa poi l’ombra rifiorire,

conversare in un giardino spumoso e gonfio

di nuvole: dove s’adunano le Madri come anime

e parlano tra loro, si confidano riti, forse sogni

 

e ricette… Alla felicità come si arriva? Cosa

condisce, delizia l’amore? Ed il coraggio come

lo si smacchia? In acqua fredda, con fede

stiepidita?… Le Madri vivono là tutta la vita

che ancora resta, levita e intarsia l’arazzo

grande del mondo con l’armonia di chiunque,

ovunque. Filo d’oro e dissidio, filo che

 

cerca l’ago e trova luce, il gesto con cui mia

madre mi stupiva da bimbo… cuciva l’aria.

 

 

Plinio Perilli

 

 

 

domenica, giugno 25th, 2017

 

La foto qua sopra evidenzia alquanto all’acqua di rose il bivacco di clochard e turisti nei pressi di San Pietro e, soprattutto, di Castel Sant’Angelo (come mi è stato riferito da amici che abitano nei dintorni e come del resto hanno segnalato le cronache cittadine nelle settimane passate). La Capitale è sporca, sempre più sporca e degradata di questi tempi. Ma la mia intenzione, qui, non è quella di prendermela con Virginia Raggi ad un anno di distanza dal suo insediamento quale Sindaca di Roma. Ad altri il compito di scrivere minuziosamente circa le sue responsabilità. Ciò che in effetti mi preme è di esprimere la percezione di una sinergia in negativo (diciamo così) fra la Raggi e papa Francesco; figura comunque di grandissima umanità, Bergoglio, capace di toccare non poche volte il mio animo (ricorderò per tacer d’altro il suo primo viaggio a Lampedusa quattro mesi dopo il conclave, un gesto altamente significativo del suo pontificato). Ma premesso questo, dovrò pur dire di quelle che mi sembrano le conseguenze socio-politico-antropologiche a partire dal 2013 dei “gesti” di Bergoglio: a capo (rammentiamolo!) della Chiesa Cattolica nonché di uno Stato sovrano. Ora, servendomi di un lucido e corrosivo enunciato di Leonardo Sciascia estrapolato dall’Affaire Moro (libro da me riletto recentemente) dovrò esprimermi così: in base alla legge dell’invisibile evidenza, papa Francesco non da oggi sta smantellando di fatto il prestigio di Roma, città le cui sorti per antica storia -piaccia o non piaccia- risultano (e quanto strettamente!) legate alla Santa Sede. Due gesti gravidi di implicazioni da parte di Bergoglio, in particolare: la scelta di Santa Marta come alloggio all’interno del Vaticano; e l’apertura del Giubileo della Misericordia 2015 a Bangui (Repubblica Centrafricana). Ebbene, la trasmissione televisiva di venerdì sera 23 giugno su Rai Tre della Grande Storia per l’appunto dedicata al pontificato di Francesco, oltre a rammentare la scarsa affluenza di pellegrini a Roma per il Giubileo, ha ospitato non poche voci critiche della Curia in merito alle tante, forse troppe aperture del papa argentino (l’Eucarestia ai divorziati, la “sensibilità” eccessiva nei confronti di Lutero, per fermarsi qui). Intendiamoci bene: da laico convinto non penso minimamente ad immedesimarmi con le ragioni della Curia (che forse prega in cuor suo per un rapido esaurimento del “ciclone” Bergoglio…); volendo focalizzarmi sul fatto che, senza rimpiangere la sedia gestatoria, i “gesti” di Bergoglio (in primis quelli sopra evidenziati) hanno comportato e stanno comportando -credo- un processo di marginalizzazione di Roma. Quanto sta a cuore a Bergoglio -mi chiedo- la Capitale del nostro paese considerando il suo amore per le periferie del mondo e per gli ultimi? non sarà che il suo modus operandi -ispirato da una sistematica quanto trasgressiva insofferenza verso il protocollo- può in qualche modo incoraggiare i suddetti bivacchi non distanti dal Vaticano e lesivi del decoro urbano anche e soprattutto in presenza di una giunta capitolina brava solo a farsi e disfarsi sulla pelle dei cittadini, donde quella sinergia in negativo di cui sopra fra la Raggi e Francesco che peraltro non si parlano? e qui risulta impossibile non osservare che il papa-alfiere della misericordia potrebbe cercare il dialogo con la Sindaca, dopo l’intransigenza a suo tempo mostrata nei confronti del malcapitato Ignazio Marino…

Ripeto: non da vaticanista e spero con rispetto ho inteso esplicitare brevemente osservazioni che faccio tra me. Regressive, in salsa caput mundi? può darsi. Eppure in medio stat virtus, sentenzia la Scolastica riferendosi all’Etica Nicomachea; laddove Bergoglio mi pare un rivoluzionario sotto sotto isolato all’interno della Chiesa (talché sorrido ancora per le acrobazie verbali di Andrea Riccardi nella citata trasmissione di venerdì sera: acrobazie a mezza bocca peraltro, masticate a fatica, a significare eloquentemente lo stato confusionale di clero e credenti per il “ciclone” Bergoglio, guarda caso caro a molti orfani della sinistra italiana, me compreso). Io in questa città ci vivo e lavoro (a parte la patinata Grande Bellezza di Sorrentino) e con amarezza e sconcerto guardo al tempo della mia giovinezza allorché era un privilegio abitare a Roma…oggi è leggermente diverso fra buche, incendi, rifiuti, indecenze varie e tante aziende che voltano le spalle a…Gabbianopoli. Ma si sa, invecchiando si diventa passatisti e noiosi ed anche patetici. Non me ne voglia papa Francesco, che sicuramente non fa di proposito quello che ho detto; trattandosi, lo ripeto, di una figura di rara umanità ma comunque da non mitizzare per politica vedovanza (per converso interrogandomi nel mio caso a tutto tondo sul suo pontificato e affidandomi in ultimo al giudizio storico).

 

Andrea Mariotti

 

venerdì, giugno 23rd, 2017

 

LA  POETICA DI GIORGIO  CAPRONI

 

C’è una poesia di Giorgio Caproni paradigmatica dalla quale converrà prendere le mosse nel presente scritto, intitolata Battendo a macchina: “Mia mano, fatti piuma:/ fatti vela; e leggera/ muovendoti sulla tastiera,/ sii cauta. E bada, prima/ di fermare la rima,/ che stai scrivendo d’una/ che fu viva e fu vera…”; più che sufficiente davvero, tale poesia, grazie a questa sua prima strofe (inclusa nei Versi livornesi, all’interno dalla raccolta IL SEME DEL PIANGERE, 1959) per comprendere il difficile e felice equilibrio tra spirito aristocratico e vena popolare raggiunto in modo esemplare da Caproni con la suddetta raccolta; per diversi studiosi il frutto più fine della sua storia poetica (e basterà citare al riguardo nomi come quelli di Biancamaria Frabotta e Pier Vincenzo Mengaldo; quest’ultimo prefatore del Meridiano Mondadori dedicato al poeta).  Difficile se non impossibile, naturalmente, negare la grazia affilata della poesia di Giorgio Caproni fino all’acme del SEME DEL PIANGERE, dagli esordi genovesi influenzati dalle correnti ermetiche e, in particolare, dalla presenza tutelare e costante di Camillo Sbarbaro. Del resto non andranno dimenticati, del nostro poeta (nato a Livorno nel 1912), i notevoli sonetti “monoblocco” inclusi nel PASSAGGIO D’ENEA (raccolta del 1956) fra i quali spicca per chi scrive Alba (1945), con endecasillabi tronchi in uscita non vocalica rafforzati da interiezioni sapienti ( a frantumare la musica consolidata di una forma dorata e “chiusa” della nostra grande tradizione letteraria). In ogni caso anche il peso del PASSAGGIO D’ENEA risulta evidente, nello sviluppo del lavoro poetico del grande Livornese, alludendo alle famose e bellissime Stanze della funicolare leggibili in tale raccolta. Sarà bene a questo punto rammentare – volendo giungere al cuore di quanto mi preme sottolineare più avanti su Caproni- la finissima attività di traduttore del poeta, ripensando soprattutto ai suoi Proust, Céline, per tacer d’altri; giacché tale attività ha dischiuso ovviamente al grande  Livornese, per sua stessa ammissione, lungo il corso degli anni, “zone” dell’affettività e della cognizione altrimenti insondate. Ma eccoci al punto: i lettori che amano il nostro poeta, e sono in molti, sanno di una innegabile, rilevante cesura fra un “primo” Caproni e un “secondo” Caproni, per così dire; cesura sulla quale sarà necessario insistere qui proprio per tentare di comprendere le ragioni di una voce poetica più che mai viva e incisiva nei tempi attuali. Così dicendo, ecco che non possiamo non individuare nel CONGEDO DEL VIAGGIATORE CERIMONIOSO & ALTRE PROSOPOPEE (1965), la suddetta cesura fra quanto precedentemente pubblicato da Caproni e la grande Trilogia compresa fra gli anni Settanta e Ottanta (IL MURO DELLA TERRA, 1975; IL FRANCO CACCIATORE, 1982; e IL CONTE DI KEVENHŨLLER, 1986). Basterà, in merito, rileggere la chiusa della poesia che dà il titolo alla citata raccolta del 1965 (dedicata all’attore Achille Millo): “Ora che più forte sento/ stridere il freno, vi lascio/ davvero, amici. Addio./ Di questo, sono certo: io/ son giunto alla disperazione/ calma, senza sgomento./ Scendo. Buon proseguimento”. Non posso negare, per quanto mi riguarda, di nutrire un sentimento quasi di devozione per tali versi: essi, infatti, nella loro disarmante semplicità, si fanno profondissima metafora della condizione umana; talché, a questo punto, la voce di Caproni conquista maggiore libertà tematica e formale rispetto alle precedenti e pur splendide prove (il pensiero torna, soprattutto, ai citati Versi livornesi  del SEME DEL PIANGERE e dedicati ad Anna Picchi, ricamatrice e suonatrice di chitarra, madre del poeta; poeta-violinista, questi, peraltro, diplomato in composizione giovanissimo a Genova). Sia come sia, con il CONGEDO del  1965 (l’anno di un traumatico intervento operatorio per il poeta, che da allora fino alla morte vivrà da “resecato gastrico”, per sua stessa definizione); sia come sia, stavamo dicendo, col CONGEDO, comincia il “viaggio metafisico” di Giorgio Caproni, in tutta evidenza. Il grandissimo cantore di Genova, sua città d’adozione, e della madre- fidanzata del poeta (che intuizione, quella di cantare la giovinezza materna!); cantore nel contempo antico e sottilmente sabotatore come già detto, della nostra grande tradizione metrico-stilistica; questo cantore, insomma, col CONGEDO, scopre le sue carte decisive di “cerimonioso dicitore del nulla”, secondo quanto osservato da Italo Calvino (e non a caso il grande Livornese è stato accostato a Samuel Beckett). Il nostro poeta, austero e riservato, maestro elementare per tutta la vita, parlerà in effetti con la sua voce più alta nel 1975, dando alle stampe IL MURO DELLA TERRA, accolto con grande favore di critica e di pubblico. Con il MURO, infatti, tutto è mirabilmente al suo posto; nel senso che nel libro la densità metafisica di una evidente “ontologia negativa” (sempre per citare Calvino), è una cosa sola con una forma “frantumata e ellittica” (com’è stato osservato da più parti); la cui qualità più corrosiva, forse, consiste nella chiusa delle poesie: senza punti di domanda che possano favorire un rassicurante dialogo con il lettore. Detta qualità di Caproni, è stata individuata felicemente da Carlo Bo; senza stupirsene più di tanto da parte nostra; ché, in tutta evidenza, Carlo Bo ha avvicinato i grandi poeti del Novecento italiano più intensamente di altri; nel  senso umano del termine, prima ancora che dal punto di vista strettamente critico. Ma torniamo a Giorgio Caproni. Dopo IL FRANCO CACCIATORE del 1982 -laddove si può percepire un certo “manierismo” rispetto al libro precedente, come osserva a parer mio giustamente Pier Vincenzo Mengaldo in antitesi, nella fattispecie, agli eccessivi entusiasmi di Pietro Citati- eccoci al cospetto dell’ultimo grande libro di Caproni: IL CONTE DI KEVENHŨLLER, del 1986. Con tale raccolta la poesia di Caproni raggiunge una stoica, rarefatta scansione; con alte e attualissime punte di agnizione nell’indicarci l’inquietante ambivalenza fra l’Essere e il Nulla: quasi il poeta si fosse dotato di un misterioso periscopio grazie al quale scrutare la scaturigine tutt’altro che rassicurante di tutti gli ossimori, di tutte le ambiguità (senza dare cioè l’impressione di una pratica letteraria e forzata dei contrari, ossia a posteriori). Così, nel CONTE DI KEVENHŨLLER, il cacciatore è la sua preda; la Bestia, per la cui uccisione il Conte ha promesso bei soldoni alla popolazione, è sfuggevole e parte di noi; e si potrebbe continuare a lungo. Il poeta morì il 22 gennaio 1990; sul comodino (è stato riferito) la pagina della COMMEDIA laddove spiccano i famosi versi: “L’alba vinceva l’ora mattutina/ che fuggia innanzi, sì che di lontano/ conobbi il tremolar de la marina”; Purg. I, 115-7: il giorno successivo, 23 gennaio, il suo funerale, senza la presenza delle autorità (nel quartiere romano di Monteverde, dove abitava); in perfetto stile con la riservatezza e il distacco del grande Livornese, si potrebbe chiosare con amara asciuttezza (non mancarono però Walter Binni, Biancamaria Frabotta e Valerio Magrelli). D’altronde la poesia di Giorgio Caproni costituisce un patrimonio ricchissimo e attuale della mente e del cuore di numerosi lettori; e di chi scrive in modo particolare -mi sia concesso di dire- avendo io abitato dal 1969 al 1980 a trecento metri dal grande Livornese, nella piazza dove sbocca la salita di via Pio Foà (via lungo la quale, dal 2012- in occasione del centenario della nascita di Caproni- è visibile al numero 28 una targa che lo ricorda, assieme ai versi di Dopo la notizia, dal MURO DELLA TERRA). Mi piace concludere questo scritto citando di Caproni i versi in morte di Pasolini, suo grande amico (intitolati Dopo aver rifiutato un pubblico commento sulla morte di Pier Paolo Pasolini , ora inclusi nella raccolta postuma RES AMISSA, 1991, curata da Giorgio Agamben): “Caro Pier Paolo./ Il bene che ci volevamo/ -lo sai- era puro./ E puro è il mio dolore./ Non voglio pubblicizzarlo./ Non voglio, per farmi bello,/ fregiarmi della tua morte/ come d’un fiore all’occhiello.” Così era Giorgio Caproni, maestro elementare fino al 1973: un uomo riservato e fiero che insegnava ai suoi alunni invogliandoli a scrivere versi; non negandosi neppure a scuola la gioia del trenino elettrico.

 

 

Andrea Mariotti,  9 aprile 2015

 

P.S. Ripropongo qui il mio scritto relativo al grande poeta apparso nella suddetta data sul presente blog e incluso nel n.61 della rivista letteraria I Fiori del Male, maggio agosto 2015 (a/m)

 

mercoledì, giugno 21st, 2017

 

MATURITA’ 2017: per il tema di italiano, una poesia di Giorgio Caproni

 

VERSICOLI QUASI ECOLOGICI

 

Non uccidete il mare,

la libellula, il vento.

Non soffocate il lamento

(il canto!) del lamantino.

Il galagone, il pino:

anche di questo è fatto

l’uomo. E chi per profitto vile

fulmina un pesce, un fiume,

non fatelo cavaliere

del lavoro. L’amore

finisce dove finisce l’erba

e l’acqua muore. Dove

sparendo la foresta

e l’aria verde, chi resta

sospira nel sempre più vasto

paese guasto: “Come

potrebbe tornare a esser bella,

scomparso l’uomo, la terra“.

 

(poesia di GIORGIO CAPRONI tratta dalla sezione Anarchiche o fuori tema e inclusa in RES AMISSA , raccolta postuma del 1991)

 

P.S. in mattinata mi sono soffermato a parlare al telefono circa la poesia in oggetto con la signora Silvana, figlia del grande poeta (a/m)

 

 

martedì, giugno 20th, 2017

lunedì 19 giugno 2017

CINQUE DOMANDE (E PIU’) A… IOLE CHESSA OLIVARES

Nel corso di un importante evento tenutosi alla Sapienza di Roma, nella Sede del Centro di Documentazione Europea ‘Altiero Spinelli’ della Facoltà di Economia, alla poetessa Iole Chessa Olivares è stato attribuito il prestigioso Premio alla Cultura dalla Giuria de  ‘Le Rosse Pergamene del Nuovo Umanesimo’,  ideato e sviluppato dalla eccellente Anna Manna – che ne è Presidente, con a latere il Dr. Corrado Calabrò che ne è Presidente Onorario -. Presidente di Giuria la nota saggista Neria De Giovanni – Direttore Editoriale de ‘Il Portale Letterario’, organizzatrice del Premio Nazionale Alghero Donna di Letteratura e Giornalismo, insigne Critica Letteraria, Presidente della AICL-Associazione Internazionale dei Critici Letterari con Sede a Parigi, Presidente di ITALIAMIA -. Va sottolineato che la bella serata, di cui è stata abile e dinamica conduttrice la bravissima Anna Manna, ha visto numerosi premiati per le altre categorie oggetto dell’apprezzamento della Giuria, nonché un folto e attento pubblico di amanti della Cultura e dell’Arte. Inizio modulo

A tutta la giuria, chi scrive, complimentandosi per la manifestazione, ha portato i saluti dell’Accademia di Alta Cultura.
Alla poetessa Iole Chessa Olivares, chi scrive, ha chiesto di far conoscere al vasto pubblico dei Lettori di questo blog la propria impronta artistico-letteraria, condensata nelle domande-e-risposte della Rubrica “CINQUE DOMANDE (E PIU’) A…
 
Roma, 15 Giugno 2017
GIUSEPPE BELLANTONIO
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Iole Chessa Olivares, nata a Cagliari, vive e lavora a Roma.

Ha al suo attivo diverse pubblicazioni di poesie:

 ” Lente apparizioni “1991 – Firenze libri;

” Di baleni una rapsodia” 1993 – Cultura 2000;

“Oltre il sipario” 1996 – Montedit;

“Nella presa di un ora “” 2000- Montedit;

“In piena sulla conchiglia” 2002 – Pagine;

“Quel tanto di rosso” 2007 – Terresommerse;

“La buccia del grido” 2008 – Lepisma.

E’ presente in numerose antologie di poesia contemporanea,

ricordiamo in particolare:

“Fioretti giubilari”, presentata dal Cardinal Paul

Poupard a Giovanni Paolo II;

Poeti al Caffè Greco – Roma – editore Lepisma;

Antologia della letteratura italiana del XX secolo, edizioni Helicon;

Dossier poesia, Book editore;

Storia della letteratura italiana, il secondo 900, Guido Miano Editore;

Cento poeti per il terzo millennio, Il Convivio edizioni;

Le parole della vita, Book editore;

Un orizzonte di voci, Book editore;

Il calamaio 2004, 2005, 2008 – Book editore.

Dal 1993 collabora a programmi culturali presso emittenti private promuovendo

in particolare la poesia.

Nel 1998, con il Gruppo “Camilla Ravera” dell’Unione Scrittori ha iniziato gli incontri

allievi – insegnanti nelle scuole di Roma e provincia con risultati incoraggianti che

ancora oggi portano l’autrice ad avere rapporti con  gli Istituti scolastici.

Per la poesia, ha ricevuto innumerevoli  premi e riconoscimenti.Delle sue attività si sono occupati poeti, narratori, critici militanti come:

Dante Maffia; Rocco Salerno; Sabino Caronia; Merys Rizzo; Gabriele Di Gianmarin; Maria Marcone; Francesco Dell’Apa; Pierfranco Bruni; Stefano Valentini; Domenico Cara; Donata di Bartolomeo; Francesco Grisi; Pino amatiello ; Vito Riviello; Giovanni Amodio; Angelo Manitta; Italo Evangelisti; Plinio Perilli; Giorgio Linguaglossa; Cristina Di Massimo; Elisa Caprarella; Carmelo Aliberti; Pina Majone Mauro; Ernesto Neri; Anna Mazzini; Lidia Ferrara; Antonio Coppola; Pasquale Matrone; Antonio Masetti.

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CINQUE DOMANDE (E PIU’…) A: IOLE CHESSA OLIVARES

Il suo libro più recente porta un titolo particolare “Nel Finito… Mai Finito”: vuole dire qualcosa in merito?

Il titolo del libro allude a un mio orizzonte spirituale che progressivamente si amplia, venuti meno spazio e tempo, oltre la finitezza umana, nella ricerca inesauribile del senso ultimo del vivere. Qui tutto è ovunque, tra il visibile e l’invisibile. Il libro, diviso in sette sezioni, declina questo concetto con variazioni e colori che si rincorrono, la realtà viene trasfigurata per raggiungere l’essenza delle cose: nulla si perde, tutto si ritrova nella consapevolezza delle interdipendenze, riprendendo vita tra infinite connessioni.                                        Mi fa piacere qui ricordare come si esprime la Critica letteraria Neria De Giovanni – ricordiamolo, Illustre Presidente dei Critici Letterari Italiani – nella sua postfazione al libro:  “… le immagini del concreto vissuto diventano anche metafore sapienziali per una meditazione che travalica l’oggettualità e diventa movimento spirituale universale. Questa silloge, di piena maturità poetica, segna un ulteriore confine tra i poeti della così detta linea lombarda che persistono  nella descrizione dei correlativi oggettivi  quotidiani, e una linea poetica, direi, del centrosud, che risente della lontana eco del  “poetar filosofeggiando” della Magna GreciaLa poesia di Iole Chessa Olivares è un continuo cesellare il pensiero che deve dire tanto in poche parole, quelle  sì, dense di significato e suggestioni”.                                                                           A questo punto, del “titolo del libro” non vorrei dire altro:  ho solo cercato di fare una massima sintesi, per non influenzare troppo il lettore. Sono certa che, nel corso della lettura, le autentiche ragioni  si evidenzieranno; la pretesa  di voler dire tutto,  spesso penalizza la totalità: che è fatta anche di mistero, di indicibile.

Da quando si è accorta di questa sua vena poetica e letteraria?

La consapevolezza di una vena poetica è arrivata nel tempo. Prima è arrivata una certa fascinazione per le parole, per la loro risonanza nel mio cuore di fanciulla: spesso, piccolissima, non ero ancora in età scolastica, sospendevo il gioco per ascoltare le parole dei grandi anche se  non sempre coglievo  il loro significato; era il suono che mi colpiva, e con queste suggestioni costruivo immagini e storie che custodivo gelosamente.                                                         Nel tempo della scuola e in quello successivo ho continuato a dare alla parola una grande importanza: mi aiutava con gli altri, a relazionarmi, ma soprattutto ad accettare la realtà, adeguarla al mio sentire. Negli anni, una forte passione per lo studio, la letteratura, la lettura di poeti laureati (di montaliana memoria) e non, ha evidenziato una mia attenzione contemplativa, poi anche espressiva, verso la realtà e sono quindi arrivati i miei scritti che ho raccolto in otto sillogi di poesia.

E’ un hobby o un’attività a tempo pieno?

Non è un hobby, non è un’attività a tempo, è una necessità. La poesia oltre che un grande nutrimento dello spirito, mezzo di conoscenza, è anche il tentativo di dare un senso all’esistenza, peso ai silenzi, forza alla parola, attenzione al mistero come pure alla totalità che ci contiene e sempre ci supera. E’ un’esperienza interiore, è incontro con l’essenzialità, è viaggio nell’ignoto con continue piccole resurrezioni.                                                                                  Ricordando le parole del grande poeta Rainer Maria Rilke, essa è  “… un progresso che deve venire dal profondo, non può essere in alcun modo incalzato o affrettato. Tutto è condurre a termine e poi partire, lasciare che ogni impressione e ogni germe di un sentimento si compia tutto dentro, nell’ombra, nell’indicibile, nell’inconscio e inattingibile alla propria ragione e, con profonda umiltà e pazienza, attendere la nascita di una nuova chiarezza”.

C’è un tema particolare che predilige?

Pare che ogni poeta abbia un tema dominante lungo il filo del proprio immaginario, tema che nel tempo approfondisce e perfeziona. Io sento in modo particolare quello della parola, del mare, dell’Amore Universale.                               Al riguardo, mi fa piacere ricondurmi al pensiero della scrittrice e poeta Fausta Genziana Le Piane, che da molti anni dedica una certa attenzione alla mia poesia; recentemente,  ha  pubblicato una raccolta di riflessioni critiche sulla stessa, dal titolo ‘Sconfinare Tra Parole Dormienti’ (il titolo è un verso di una mia poesia).”… i temi dominanti vengono indagati con  acuta visione d’insieme e raffinatezza psicologica frutto anche di una misura sobria, ponderata, sottile  che, da sempre, la nostra, ha scelto di imprimere ai suoi scritti”.  Nella sua prima intervista pubblicata sulla rivista CORUS – trimestrale di Arte e Cultura – tra le altre domande, mi chiese spiegazioni  sulla poesia  “La Parola Screziata“: spiegazioni che qui ricordo “… ho usato  il termine ‘screziato’ per alludere ai molti colori della parola … per me la parola  è suggestione, magia in cui molta della mia emotività si rigenera con valenze  totalizzanti. Con il suo fluire, risuona e, abbracciata alla fantasia, alleggerisce ‘il male di vivere’ … ho fiducia nelle sue vibrazioni di fondo, nel suo messaggio. Spesso  lacerazioni  interiori ed esteriori possono essere tenute a bada dalla parola che, in altra poesia, definisco ‘ultima pelle tatuata  sulle labbra del mondo’.

Posso chiederle qual è la sua visione  sull’essere umano?

La mia visione sull’essere umano si muove  nella consapevolezza di una certa fragilità  creaturale che si deve confrontare con il continuo, impercettibile mutamento di sé e del mondo in un processo infinito ordinato da una intelligenza superiore. Con questo stato d’animo, la mia ricerca ha poche esitazioni, anzi riannoda i diversi rapporti con la vita:                                               sempre la nebbia                                                                                            porta via qualcosa

e viene meno l’assillo di un esilio desolato

s’apre il tempo per un gioco d’aria fresca                                                                               per un

buon ricamo                                                                                        ogni trina una memoria  o un’attesa                                                                remando nel

velo                                                                                            

unico padrone.

Tengo così il cuore sempre aperto, per favorire una costante maturazione dello sguardo, un adattamento al nuovo, al confronto, ai linguaggi diversi: solo sentendosi anche parte dell’alter  si è veramente vivi.  Le continue esperienze diverse sono una tappa fondamentale per la scoperta, la costruzione di sé stessi e del mondo anche quando dette esperienze possono essere negative, dolorose.                                                                                                                              nell’abbandono                                                                                     nei traguardi perduti                                                                                               lì sono centro                                                                                         lì sono casa                                                                                                          

non più margine in ombra                                                                      o piccola storia di un istante                                                                                   ma punto vivo sull’eterno

                                                                      e colgo una spiga                                                                                                  e contemplo aurore                                                                           

senza disturbare.

Ultimamente l’abbiamo vista presente a diverse manifestazioni, ama l’Arte?    

               

Sì, la poesia e la musica hanno accompagnato la mia infanzia.                        Nella mia Famiglia si seguivano sempre le opere alla radio e si faceva l’abbonamento al teatro dell’Opera nella stagione invernale e in quella estiva. Più tardi, ho curato maggiormente la musica sinfonica e ho dedicato molta attenzione all’Arte Figurativa frequentando Musei, Gallerie d’Arte, Mostre, comprese le diverse biennali di Venezia.                                                                  Nel corso di un reading  di poesia,  ho incontrato il cantautore  Patrick Edera  che mi ha proposto la traduzione musicale  per tre mie poesie: Gerusalemme, Re per Caso, Improvviso. E’ nata così una felice collaborazione che ha visto la pubblicazione della silloge  di poesie ‘Quel Tanto di Rosso’   (Ed. Terre Sommerse, 2007) integrata da un CD con le tre canzoni, in rete da diversi anni.  La prima, Gerusalemme, integrata da un video e trasmessa più volte dall’emittente ROMA UNO, ha partecipato alla giornata di studi filosofico-teologica – proposta dalla Prof. Claudia Melica e dal Direttore del CIU Dott. James Puglisi – dedicata alla Città Santa  e tenuta presso il CIU-Centro Pro  Unione, Sala Conferenze del Collegio Innocenziano in Roma.                                   Recentemente, nel 2016, il cantautore Amedeo Morrone ha realizzato la traduzione musicale e l’arrangiamento per la mia poesia  “Respiro Verde-Celeste” (inserita nel CD allegato all’antologia Poesicanzone, Ediz. EscaMontage, 2016, presentato all’interno della rassegna culturale “San Lorenzo in Piazza” e  all’Estate Romana-Isola Tiberina, 2016).                                                                    Per il corrente anno, sono stata invitata all’Edizione 2017 del Festival della Poesia – Tramontana di Versi, organizzata dall’AISU-Associazione Interculturale per lo Sviluppo Umano, che realizzerà una installazione sul lungo lago di Luino (Varese) nel periodo 15 Giugno – 16 Luglio.

Impegni attuali e prossimi?

Per quanto attiene agli impegni del momento, costante la lettura  di giornali,  libri, soprattutto di poesia, perché la parola, da sempre, come ho detto poco prima,  mi seduce, si  fonde alla mia essenza, al mio esserciLa parola                                                                                                       ha comunque un dopo                                                                                 per i pescatori di luce…                                                                               Nel fango, velato il senso                                                                         tiene d’occhio                                                                                               le amputazioni penitenti e gli dei.                                                                         Partecipazione a diversi incontri letterari fissati sul calendario, cercare di scrivere quando le vibrazioni del cuore lo chiedono e la mente si illumina stimolata da ciò che ci circonda.  Tutto quanto avviene intorno a noi si deposita nel nostro spirito, anche inconsciamente… la memoria nulla trascura, all’improvviso pesca un particolare, un dettaglio minimo e, soavemente,  lo ripropone, destando meraviglia e, forse,  anche dando l’avvio per una nuova avventura poetica.                                                                                              Per il futuro, ho in programma  una raccolta di scritti – tanto di qualche tempo fa che nuovi -: ma tutto è da decidere  e, quindi, su questo, desidero essere prudente, riservata, lasciando all’istintività ed alla mancanza di una precisa programmazione il piacere della sorpresa verso i miei Lettori ed i miei Estimatori, al pari dei Critici che, con le loro parole, mi sono sempre e comunque di stimolo. Ai quali, tutti, va il mio grazie! più caro per il loro inestimabile sostegno al mio impegno, alla mia passione!

 

N.B. per gentile concessione di Giuseppe Bellantonio (http://storiacostumeculturasocieta.blogspot.it/2017/06/cinque-domande-e-piu-iole-chessa.html)

 

domenica, giugno 18th, 2017

 

IL VIAGGIO FINISCE QUI

 

Il viaggio finisce qui”…così il verso incipitario della montaliana Casa sul mare: nel senso che oggi ho compiuto l’atto finale di quel “laico pellegrinaggio” relativo alla mia recente riflessione sulla tragedia di Aldo Moro (“pellegrinaggio” al quale accennavo proprio un mese fa nel presente blog): recandomi quest’oggi -dopo via Fani e via Caetani, nonché via Pio Foà 31- con un caro amico a Torrita Tiberina, nel cui cimitero è sepolto lo statista assassinato. Se vale l’assunto antropologico di impronta psichica, ebbene non posso tacere di un cupo dolore aleggiante attorno alla tomba che si vede nella foto; giacché lo spirito di Moro reclama tuttora verità e giustizia a noi tutti, a “…questo popolo ormai dissociato/ da secoli…”, per citare un verso famoso di Pasolini. Come ha scritto limpidamente Ferruccio de Bortoli nel suo recente volume Poteri forti (o quasi), “la memoria non è solo un omaggio, ma un dovere civile”, e questo enunciato dice tutto, a parer mio; risultando un piccolo e prezioso lume per me, oggi, in piena disperazione intellettuale e morale a fronte della nostra società lacerata e folta di guitti (non solo Grillo!); non a governarla, bensì colpevolmente ad inseguirla. Torniamo strettamente ad Aldo Moro. Sulla pietra tombale il suo nome e cognome in modo semplice ed eloquente. Ribadisco che al cospetto di questa tragedia noi non possiamo esteticamente consolarci come nei riguardi dell’atroce morte di Pasolini; in quanto, a seguito dell’uccisione di Moro, per dirla con Leonardo Sciascia, è fin troppo chiaro che “L’Italia è un Paese senza verità. Bisogna rifondare la verità se si vuole rifondare lo Stato. Se non riusciamo ad arrivare alla verità sul caso Moro, siamo davvero perduti… (agosto 1978)”. Parole lapidarie e attualissime, quelle dello scrittore siciliano, giustamente riportate da Paolo Cucchiarelli nel suo libro-inchiesta Morte di un Presidente (2016), la cui lettura due mesi addietro non poco mi ha scosso (come del resto riferito nel precedente mio scritto del 18 maggio scorso). Non si scappa. Lo statista assassinato è il Convitato di pietra con il quale fare i conti per la losca e putrida partita a più mani giocata sulla sua pelle e su quella della sua famiglia nonché su quella della scorta; e, a ben guardare, storicamente anche sulla nostra; di sudditi che protestano oggi su Facebook e Twitter (per quanto può valere ciò). Basta. Al mare ci sono andato nei giorni precedenti. Oggi, con il caldo più sopportabile, ho cercato “diversi porti/ per lo gran mar de l’essere” (PARADISO, I, 112-3).

 

Andrea Mariotti

 

 

sabato, giugno 17th, 2017

Oggi ho riaperto dopo tanto tempo le pagine di un libro prezioso, ossia Il bestiario di Aloys Zötl (testo di Julio Cortazar, con una Presentazione di André Breton), Franco Maria Ricci editore in Parma (1972). Un libro che, a prescindere dalla raffinatezza della veste editoriale e la fantastica originalità delle immagini, conserva per me un valore particolare; essendomi stato donato da una zia di parte materna per il mio compleanno nel 1997 in memoria della figlia Antonietta, scomparsa prematuramente. Tra “le cose belle” che aveva mia cugina c’era per l’appunto il libro di cui sto parlando, come ho riletto nella dedica di mia zia…i parchi versi che seguono ebbi a scriverli nel giugno 1995, ad un anno esatto dalla morte di Antonietta (a/m):

 

ANTONIETTA

 

agonizzando in orca

pensavi alla tua idea:

spuntare piccola orchidea

quasi non vista, in vetta

 

poesia di Andrea Mariotti, dalla silloge Lungo il crinale, Bastogi, 1998