Dalla Realtà al Sogno – e viceversa…

 

LA BALLATA DI GINEVRA

 

Per Tina Emiliani e il suo romanzo “avveniristico”

sul tempo perduto – che è in fondo futuro ritrovato

 

 

 

 

Colpisce con quanta sicurezza e quale eleganza stilistica una poetessa di ruolo e di percorso come Tina Emiliani, abbia insomma cercato e sùbito trovato il romanzo con scelta felice, equilibrio brioso e profondo assieme… Colpisce la facilità della resa narrativa, che invece snoda e rivela un ordito complesso, un’aura onirica continuamente rispecchiata in una ricapitolazione urgente e saggia della mera Realtà (dialogata con filosofica compostezza, o arresa viceversa a un intimo, smottante flusso di coscienza – non ne cambia la sorgente profonda, densa e introiettata!):

 

Gli anni non avevano riempito quel vuoto e quell’uomo lo aveva intuito subito e fu una bambola il suo primo regalo, ma il tempo era inesorabilmente scaduto e lei l’aveva distrutta in mille piccoli pezzi quella bambola perché ormai la malinconia si era insediata nei suoi occhi e non sarebbe mai più scomparsa e aveva da tempo capito quanto sua madre l’avesse amata comunque anche se a modo suo, ma ormai la malinconia era entrata nei suoi occhi e anche in quelli di sua madre, inesorabile, e tutto per una stupida bambola dai riccioli biondi.

 

C’è una pagina decisiva della lunga conversazione/intervista di Marguerite Yourcenar con Matthieu Galey, Ad occhi aperti, in cui la grande autrice delle Memorie di Adriano e de L’opera al nero parla del “romanzo” come evento fulcro non solo della nostra, ma di ogni epoca:

 

Lei ha scritto da qualche parte che in questa nostra epoca si ricade sempre, fatalmente, nel romanzo, nel “solco del romanzo”. Perché? Perché scrivere un romanzo, e non un trattato o un libro di storia?

 

   Perché volevo esprimere un certo punto di vista, offrire una certa immagine del mondo, una certa descrizione della condizione umana che può passare solo attraverso un uomo, o degli uomini…

 

Il libro parte come un buffo, strano e suadente film hollywoodiano (Il paradiso può attendere? – o magari una vecchia commedia “surreale” di Frank Capra col miglior James Stewart, dinoccolato e angelico, probo cittadino sull’orlo della bancarotta e del suicidio: La vita è meravigliosa… Attenzione, edificante parabola del 1946, dopo la Guerra Mondiale, i genocidi e la Bomba Atomica)…

La luce è bianca e assoluta, il luogo improbabile e fatato, fatale… Come in un falansterio avveniristico di matrice buzzatiana, si avvera un “hereafter” (aldiqua? aldilà?) che chiama a colloquio la nostra eroina come puro spirito con puri spiriti…

 

Lei osservò l’ambiente con attenta curiosità. Le pareti erano bianche e nude. Notò che i divani, rivestiti in una tonalità molto chiara di beige, sembravano appena usciti di fabbrica e che la luminosità di cui era invasa la stanza non proveniva da una fonte visibile.

 

Gli eventi sono solo narrati, o meglio ripercorsi, ripensati come nell’alveo neutrale, nella tregua feconda d’un retroscena teatrale… Ma tutta la vita di Ginevra scorre in rewind e forward sul piccolo schermo della pagina, come non soltanto la sintesi, ma molto di più l’essenza – il quid inesprimibile e finalmente romanzato – di un’intera vita, spinosa o efflorescente come ogni concreta storia o vicenda di realtà.

Una realtà che, come la stessa poesia che vive e scrive Tina Emiliani, ha bisogno dei corpi e dell’anima allo stesso modo… Ma guai a farne retorica! – ecco la più bella dote che qui agisce e s’intride:

Le loro anime ebbero un lieve sbandamento…

Si rese conto che il suo corpo stava rispondendo ad un richiamo esterno…

 

La fantasia – ecco la bella trovata di Tina Emiliani – si annulla perché sovrasta, accelera, allaga, ricopre e annette, ogni via o viottolo della propria esistenza, ogni radura felice o scoscendimento ostile, obbrobrioso del nostro esserci, ed esserci stati. Tutto è fantasioso, tutto è fantasticabile – dunque tutto è vero.

 

Conosciuto e sconosciuto”, le aveva fatto venire in mente la sua doppia vita, quella reale e quella onirica. Si soffermò su alcuni stralci di scritti, lettere – forse poesie – che risaltavano sulle pareti. Parole di Chagall in bianco e nero che ben esprimevano la sua anima colorata. Parole scaturite da uno dei massimi poeti del colore. (…) Le sue tinte forti erano le grida di un’anima che, seppur sofferente, esaltava con lussuria il senso della vita. Urla viola, verdi, azzurre, rosse, di cui era possibile sentire il suono, attraverso il colore.

 

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L’inferno è un limbo – ma anche il paradiso ora è un limbo, il paradiso può attendere: mentre Ginevra parla e dialoga, con Signori sconosciuti o redivivi in sogno, parla di sé e di loro, e finalmente capisce, diagnostica tutto ciò che allora sembrava magari solo un brillìo rapinoso – o la jattura del dolore, quando giunge inesplicabile, e inesplicato resta, ferisce, rivendica quel capitolo di romanzo come l’unica trama che ci riguardi:

 

La follia non esiste. Esistono i margini del dolore che possono cedere. Dimenticare tutto e andare oltre la montagna prima di schiantarcisi contro definitivamente. Eppure questa carica di violenza di desiderio ha una sua vita propria che è preponderante ad ogni ragione. Nessun argine regge. Provoca spasmi terribili di giorno e di notte per trovare un suo territorio, un suo spazio, una sua luce.

 

Prima parlavo en passant della luce: una luce bianca, abbacinante, come una amplissima precognizione spirituale… Una chiamata più dolce che ammonitoria, ma in ogni caso ineludibile, inarginabile – come una melodia salvifica, un lenimento totale:

 

Le sensazioni non sono convinzioni sono solo pensieri che vagano, partoriti da una mente senza pace. Musica. La musica sì placa respinge il dolore o meglio no lo penetra fino in fondo, ne assorbe lo spessore lo esalta e poi lo satura fuoriuscendone e per un breve attimo il dolore cede, abbandona le armi, è sconfitto. Finalmente brevi attimi di tregua. Quasi un orgasmo.

 

Una luce d’incanto che Tina dipinge parola dopo parola, con la sua prosa libera e netta, sinuosa e fulgida, contornata o sfumata d’eleganza:

 

Iniziò a chiamarlo, seduta sul terrazzo, di fronte alle piccole rose rosse che scendevano sul muro ricoperto di edera. Finalmente erano fiorite anche le rose e l’edera continuava imperterrita la sua invasione lungo il muretto, con tenacia e perseveranza. Quell’edera incredibile che da una minuscola piantina si era estesa nel tempo per metri e metri, scevra di cure particolari, le cui foglie cambiavano colore dall’atto della nascita allo sviluppo, trasformando il verde tenero striato di latte in un verde sempre più intenso e omogeneo.

 

Una luce che, paradossalmente, non ci giunge affatto mediterranea ma nordica – albare, immota, ancestrale come un film di Bergman, ma i primi, quelli rapinosi all’estate (Monica e il desiderio, 1953; Sorrisi di una notte d’estate, 1956), dannati in beltà come la giovinezza, prima che sia resa esperta da troppi Sussurri e grida (1972), troppe Scene da un matrimonio (1973)…

 

La luce che Proust trovava in certi capolavori di Rembrandt – ma anche in quei quadri di Chardin dove anche una natura morta o una scena d’interno raggiunge il più alto grado d’intensità spirituale: “… Da Chardin abbiamo imparato che una pera è altrettanto vivente di una donna, che un volgare recipiente è altrettanto bello di una pietra preziosa. Il pittore ha proclamato la divina eguaglianza di tutte le cose davanti allo spirito che le considera, davanti alla luce che le abbellisce…”.

 

La ballata di Ginevra irride i generi e li scompagina, li ingolosisce, li assaggia tutti: è romanzo ma sua ipotesi, è racconto, certo – ma delle trame profonde del far poesia, ed esserle allievi, in lirica prosa ragionativa… È Vita nuova, dantesca reminiscenza ed explicatio dove la prosa spiega, instaura il regno della poesia, ma anche la poesia abdica luce e canto, li riporta coi piedi per terra, chiede alle ombre, giustamente, di parlarci della Luce e delle sue leggi, insiste che sia il cuore a romanzarci il sogno e bisogno dell’Amore: vero e in maiuscolo.

 

Quella notte si riconciliò con il ricordo del marito. Non più penombre offuscate di grigio, non più espressioni accigliate, non più sensazioni penose di allontanamento e di distacco. Il trauma aveva fino a quel momento impedito loro di ritrovare l’armonia della loro unione, per un malcelato senso di reciproco rimprovero, l’una di averlo visto morire nel giro di pochi giorni, l’altro di non averlo seguito, ma quella notte si ritrovarono sulla vetta del loro amoroso delirio.

 

Dunque anche e più ancora il bisogno di Dio, necessario e loquace anche quando sottaciuto, occultato, pudìco di Sé…

 

  • Non lo so. Ovvero, sì, credo che qualcosa esista, ma non so se è un Dio, uno solo o più di uno, oppure un’energia, una luce. Può essere tutto. O niente. Solo il caso. Il Big Bang. È difficile credere che tutta la perfezione che abbiamo intorno sia stata creata dal caso, come è difficile credere che ci sia un Dio che permetta tante cose orribili. Io ho bisogno di credere in qualcosa di superiore e mi rivolgo al cielo ogni giorno. Ma non ho risposte, non ne avrò mai.
  • Tina Emiliani ha avuto il coraggio di rischiare, di arrischiarsi. Ma l’armonia l’ha ripagata, l’armonia sempre inseguita, fin da ragazza, studentessa, allieva del Dio Amore, svogliata o fervida… L’armonia che si fa scrittura, prosa, immagine – e giunge d’istinto alla poesia fors’anche solo per svelarsi i colori del vento, la malinconia impensabile di un grande arcobaleno…L’armonia che le diventa amica e diffida di chi vorrebbe piegarla, costringerla a formule facili, stilemi abusati…
  • Meglio entrare, patire con eleganza il senso, il solco del romanzo, perché appunto come un vecchio film di Capra, convoca James Stewart quale angelo umanato (o uomo da angelicare) per dimostrarci –  nonostante tutti i travagli, le guerre, ignominie, e altri gironi e malebolge – che La vita è meravigliosa, e che ogni cosa, da sempre e per sempre accade perché ogni Ginevra, di ieri e di sempre, torni oggi a vivere, a spiegarci l’amore, figurarci un bacio, le peripezie noiose o fulgide di ogni amplesso…
  • E allora quanti anni avevi quando lo hai fatto?
  • Ventitré, quasi ventitré.
  • È stato bello?
  • Non so se bello sia l’aggettivo giusto. È stato qualcosa che volevo fare e che ho fatto. La verità è che l’avrei voluto fare anche prima.
  • Alle scrittrici donne va riconosciuto questo coraggio, questo ruolo, questo piccolo eroismo quotidiano. Di salvare e incorniciare, ingloriare anche le ragioni del quotidiano, la sottomissione della prosa alle illusioni della poesia – ai zanzottiani automatismi o fosfeni della Fantasia… Denudante vestizione del semplice lessico, senza teorizzazioni o voli pindarici. Lessico di corpi, sintassi d’anima:
  •  … Nella realtà ascoltavano storditi i messaggi che arrivavano dai loro corpi…
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  •  L’Amore è una luce – massima o minima: tramonta perché fu alba, ma sempre resta un lucore, una certezza radiosa irradiante. Resta in noi, e di noi anche quando torna il buio, e perfino nella Torre che a un tratto ci convoca, ci richiamerà al 4° livello… Lui, Loro, non sanno in realtà che farsene di quei plasticati altoparlanti d’anima, di quelle altisonanti e sterili voci metalliche, celestiali e procedurali, di quella suprema burocrazia dell’azzurro che forse ha perso l’Azzurro in maiuscolo, e resta come un bianco incupito, adombrato, un abbaglio lattiginoso che conquista tutto, e ci reclama e ci annulla…
  • La poesia che anela l’altissimo -come sempre fa e onora Tina- nella piccola scala e dimensione di un fiore. Un fiore come breve verso del mondo, della vita che canta, solfeggia la sua ballata:
  • Se si può essere felici
  • al solo ricordo
  • di un amore
  • io lo sono

 

 

 

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 LA BALLATA DI GINEVRA

 

2

 

Altri sogni e concreta irrealtà.

Altri viaggi del nostro unico viaggio.

 

 

 

 

 

A due anni esatti dal suo primo testo narrativo, o romanzo breve che dir si voglia (La ballata di Ginevra, Empirìa, Roma, 2015), l’amica Tina Emiliani è riuscita a fare la cosa più inquieta e insieme pacificatrice che accada a ogni trepido autore: continuare il suo libro, completarlo; non tanto riscriverlo, quanto soprattutto consentirgli d’evolversi, lievitare dentro e verso il suo, nostro unico viaggio – il volo della vita.

 

Le aveva udite veramente quelle parole o erano solo frutto della sua fantasia? Il suo sguardo si allargò sulle nuvole, i suoi occhi si abituarono docilmente alla luce abbagliante, emise un profondo respiro di sollievo, profondamente appagata da quella vista, l’impulso la spingeva fuori, verso di loro, si sentì sollevare, come se fosse trascinata da una calamita. Avevano l’aspetto di giganteschi fiocchi di neve candida, trasparente, dove i raggi del sole si infiltravano creando splendenti segmenti colorati di rosa e d’oro.

 

Morbido, ben immerso e quasi nascosto (occultato) tra i fumi della scienza onirica, il libro procede infatti lancia in resta verso altri due capitoli che in qualche modo chiudono il conto e rinsaldano emozioni: “Il cobra sul cuscino” e “Altrove”…

 

Narratrice elegante, suadente – Tina ha letto tanto (anche, e si sente, i grandi classici, italiani e stranieri) e non è certo nuova a una vena borghese, una verve femminile, che dispiega insieme Lessico famigliare (il riferimento è alla Natalia Ginzburg) e Il coraggio delle donne (Anna Banti), Angelici dolori (Anna Maria Ortese) e La penombra che abbiamo attraversato (Lalla Romano)… Esempi grandi e celebrati.

Diversamente però dal fulgore, dall’epica visionaria e magniloquente d’un’Elsa Morante, ambasciatrice suprema d’ogni Menzogna e Sortilegio, sia esistenziale che sentimentale, qui Tina Emiliani conduce il gioco in punta di penna, con umile, educata impazienza, sempre su un discrimine di felice confusione (o contaminatio tutta autobiografica) tra realtà e irrealtà:

 

È accaduto che Ginevra non voleva uscire dalla mia testa. Per mesi ho sentito il suo alito su di me di giorno e di notte. Chiedeva, pretendeva, supplicava di continuare a scrivere la sua storia, insistentamente, senza tregua.

   Mi sembrava quasi di vederla, accovacciata di fronte a me, con un’espressione di disappunto sul viso.

 

Tra elegante viaggio onirico e psicologismo, Tina Emiliani fa dunque romanzo di quest’incertezza conoscitiva, di questo perenne, leggermente infebbrato stato di veglia:

 

Adorava la parola vita, anche se ormai sentiva che il tratto del suo futuro si era abbreviato e oscurato. Allungava lo sguardo verso un oltre dove forse poteva scorgere ancora un po’ di luce. Disperata ottimista, l’amore per la vita la rendeva infedele all’amore per gli uomini. Sì, adorava la parola vita, solo nel pronunciarla si sentiva invadere da una carica di energia, una specie di leggera scossa elettrica che rimetteva in movimento ogni sua cellula.

 

Abbiamo detto: viaggio onirico, e non semplicemente sogno, o fuga onirica, o… Il viaggio è qualcosa di più, in cui confluisce il vissuto e l’ansia tutta ancora da viversi, desiderio e realtà, materia sognante e architettura d’irrealtà…

Dunque per raccontarlo – raccontare “Ginevra” – ci vuole un ossimoro, una “coincidentia oppositorum”…

 

Questo forse il più dolce incanto del libro, specie dell’edizione nuova, aumentata o completata che dir si voglia. Se è vero, come intonava Shakespeare ne La tempesta, che noi uomini, i nostri desideri – l’anima e tutto il nostro vissuto – siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, qui Ginevra parla a se stessa, ergo a noi lettori, come ci si confessa alle radici stesse della Scrittura:

 

Ginevra si era sempre fatta tante domande sulla nascita delle parole. Si era sempre chiesta chi avesse deciso un giorno, nella notte dei tempi, che una rosa si chiamasse rosa, un albero albero, la terra terra, il fuoco fuoco, la vita vita e la morte morte. E quando era accaduto?

 

*********

 

Ansia, morbidezza, fantasia d’irrealtà allora confluiscono in un arazzo impalpabile e coloratissimo. Tutto il dialogo, la narrazione stessa, restano allora sospesi (e del resto, fin dalle pagine iniziali, la convocazione in quel luogo/nonluogo, cigolava o ferveva di metafisica…).

Sono situazioni – illuminazioni – sempre molto care a Borges, queste del Sogno che ci parla, ci confida e anzi ci svela la Realtà più vera, resa nuda e ancor più bella proprio di fronte alle grazie della propria coscienza. Anche la “psicologia archetipica” di James Hillman, attinge e celebra le gesta buie o trasparenti del nostro inconscio: nella visione del grande filosofo junghiano statunitense, la fantasia è la forza primordiale dell’anima, tanto che l’individuo non può volere, o amare o comprendere, senza che entrino simultaneamente in scena delle fantasie immaginali…

I tempi e i luoghi, nell’ovunque senzatempo, come in un quadro simbolico (Odilon Redon?) capace di far fiorire l’irrazionale; oppure in una tela resa astratta dalla totale ricezione della luce, vaporosa appunto come un sogno (Turner che dipingeva – dissero – con del vapore dipinto!), ci conducono nel continente stesso della fantasia, che resta agli squisiti antipodi della Realtà…

L’Australia di cui Tina ci parla nelle ultime pagine, è chiaramente un mito della mente, un’alchimia dell’anima:

 

Aspettavo una donna come te, sei arrivata e non ti voglio perdere, sono disposto a tutto, pur di non perderti. Qui non ti posso offrire niente, in Australia sì, mia figlia dice che lì ci sono mille opportunità, potrò permettermi di lasciarti vivere senza preoccupazioni

 

L’Australia – ma anche Minorca, l’isola bella per definizione, concreto luogo di sogno e di vacanza (spiagge stupende… porticcioli pittoreschi… natura mozzafiato…) dove Ginevra sogna d’andare, ma come s’organizza un viaggio vero, preparando forse già il bagaglio, e la data di partenza (ma non quella del ritorno).

 

La realtà è un dono (1987) scrisse Francesca Sanvitale in uno de suoi racconti più belli: “Sì, oggi ne era convinta: chi entra nella realtà, deve abbandonare molti universi. Ma che cosa significava sul serio ciò che andava dicendosi?”… Lei, che conosceva a perfezione gli intrecci, le ombre in luce d’ogni Cuore borghese (suo primo importante romanzo del ’72, prima del grande successo di Madre e figlia, ’80), scrisse negli ultimi anni un libretto di favole bello, inesorabile e lucido come un testo di storia: “Tre favole dell’ansia e dell’ombra”…

 

Tra i sogni e la realtà non ci fu più differenza. Ciò che vedeva nei sogni lo vedeva anche nella realtà e viceversa.”…

 

Peraltro la Sanvitale amplificava in fantasia anche le historie, le istanze della romanzeria vera e propria: Il figlio del’Impero (sulla triste sorte dell’unico figlio di Napoleone), lungo, orchestrato testo del 1993, capace in un certo senso di riscrivere la Storia partendo da dentro, dal tribunale o dall’ostello delle Coscienze…

 

Ecco: potrebbe, dovrebbe essere forse proprio questo il modo migliore per uscire dall’impasse d’una realtà, e d’un futuro in atto, che alle nuove generazioni fa oramai scrivere dei treatments golosi, più spesso maldestri, da sceneggiati televisivi, degli instant-books (o meglio instant-novels) da “neo-neorealismo”, trame in realtà per film mancati, sbrodolati…

E forse per questo le scrittrici più intriganti sono, restano quelle che escono ed entrano dalla Realtà al Sogno come si passa dalla porta girevole d’un albergo: e non si sa se la Ginevra o la Laura del caso rientra nel castello, nell’hotel del suo coltivato malessere, o esce viceversa infra la gente… per tornare a rendersi soggetto e non oggetto di poesia, creatura e corpo d’amore (titolo indimenticabile, e filosofico, di Norman O. Brown).

 

Le ultime pagine della Ballata di Ginevra restano misteriosamente sospese, fertili e rapinose. La protagonista alter-ego, che ha chiesto alla sua autrice in specchio di continuare a narrarla, a romanzarla (come i personaggi di Pirandello l’assillavano e carezzavano, guatavano come Autore), alla fin fine forse si sveglia non più in cerca né dell’autore né di se stessa.

“Sù, svegliati, Artù!” – era il finale de L’Isola della Morante. “L’isola non si vedeva più.”

L’Isola di Tina/Ginevra, se è l’Australia, è certo troppo grande per sembrare isola – ma continente, deserto immenso abitato, civilizzato un po’ ai bordi (e quanta energia, quanti miti rifulgono, s’annidano in quei fortilizi anche mentali degli aborigeni!) .

 

Non poteva permettersi di lasciare quell’immagine davanti ai suoi occhi, le sue braccia che si agitavano, le parole captate dalle labbra, no, era assurdo, doveva assolutamente pensare che era stata frutto della sua fantasia. Se non ci fosse riuscita… pensò con terrore all’eventualità che il suo sonno in Australia potesse essere disturbato da quella visione

 

Il terrore dei serpenti, spalanca, si sa, simbolismi contraddittori… L’uroboros che si morde la coda, circolare, mima l’eterno ritorno dell’eternità. E svolge funzione d’iconografia alchemica… Presagio prevalentemente negativo, in terra d’Occidente, e che invece per l’esoterismo asiatico s’irradia positivo: il serpente Kundalini avvinto alla base della colonna vertebrale è aureo simbolo dell’energia vitale, da risvegliare con la meditazione…

Oppure l’isola le si fa romanzo – Minorca della pagina (perla delle Baleari, fu cartaginese, romana, araba, aragonese, inglese, occupata dai francesi e definitivamente ceduta alla Spagna): e allora resta ancora troppo piccola e docile per trasferirci, traslocarci tutta la trama di sogno dei nostri amori, As you like it, direbbe Shakespeare, che viveva, scriveva i drammi e le comnmedie del gran teatro del Mondo, allo stesso modo… Orlando e Rosalind s’innamorano, ma Rosalind è bandita da corte e si rifugia nella foresta…

Per questo amiamo di questo libro – Tina Emiliani non abbia dubbi – in egual modo la dolcezza e la caparbietà, carezze di sguardo e dialogo affilato:

 

Accompagnandola alla porta, il medico le aveva raccomandato: “Abbia molta cura di sé, signora, lei a che il suo cuore è molto provato…”.

   Avviandosi verso l’auto, lei ripeté quelle parole al suo cuore: “Hai sentito? Dobbiamo avere molta cura di noi, tu sei molto provato?”.

   Il cuore restò stupefatto, e si ripromise di consultare un dizionario per verificare il significato esatto del termine provato.

 

*********

 

In un brevissimo spunto di Borges nel suo Libro di Sogni il grande autore de L’Aleph citava – reinventava – la storia di un fabbricante di tappeti, Moisé Neman, di Teheran, che ha il negozio – ci dice – di fronte a piazza Ferdousi, secondo cui la parte in vista del tappeto (il cui disegno non si ripete mai) è lo schema dell’esistenza terrena; il rovescio della trama, l’altro lato del mondo (soppressione del tempo e dello spazio oppure oltraggiosa o gloriosa esaltazione di ambedue); e la trama, i sogni.

Dunque La Ballata di Ginevra è questa trama, queste 145 pagine anche rovesciabili, proprio come un bel tappeto, a indovinarne la trama e insieme confonderne, nuovamente profetarne l’ordito…

 

La casa, il lago, i serpenti (precisa entità psicanalitica che è fin troppo facile lasciare all’interpretazione estensiva della psicocritica)…

 

Un’isola dove nessun vento poteva arrivare a trascinarli via. Al riparo, finalmente.

   Questo era stato il loro amore, ora racchiuso a metà nel corpo e nell’animo di quella donna seduta in panchina accanto a sua figlia. L’altra metà era nelle sue mani e si spargeva nell’aria nel compimento del suo viaggio verso l’infinito.

 

L’amore per la vita – costante inestinguibile, in Ginevra (e naturalmente in Tina): “Morire di vita, questo avrebbe voluto, assaporare ogni attimo fino all’esaurimento, fino alla naturale consunzione”…

Un viaggio inestinguibile verso l’infinito… E un rispetto continuo, affascinato per la nascita delle parole, o l’idea di un altrove perennemente vitale…

Tutto il libro è anzi questo viaggio verso l’Altrove, “pennellata grigia in un cielo tutto azzurro”, ma anche viceversa: cifra, arabesco azzurro dentro un cielo tutto grigio e plumbeo…

 

Vorrei ritrovare tutti, tutti lì insieme ad aspettarmi, nella luce, in fondo al tunnel.”

 

Melodrammatica, eterna fanciulla – le diceva il Padre – con “la testa piena di farfalle”. Sempre a ricostruire tutti i momenti vissuti come una terra nuova… E a voler disvelare sempre il futuro in ato come “un grande interrogativo senza risposte”…

 

Che spettacolo magnifico queste nuvole!

 

 

Plinio Perilli

 

 

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