Archive for marzo, 2014

martedì, marzo 11th, 2014

Con altrettanto piacere do notizia dell’evento previsto a Roma per domani:

 

CIRCOLO  UFFICIALI DELLE FORZE ARMATE PALAZZO BARBERINI

Via XX settembre, 2

TERSICOREM  VERGINESQUE  MUSAS

READING “OMAGGIO ALLA POESIA”

MERCOLEDI’ 12 MARZO 2014 ORE 19

 

 

“ I poeti lavorano di notte”

 

I POETI LAVORANO DI NOTTE

QUANDO IL TEMPO NON URGE SU DI LORO, QUANDO TACE IL RUMORE DELLA FOLLA

E TERMINA IL LINCIAGGIO DELLE ORE.

 

 

I POETI LAVORANO NEL BUIO

COME FALCHI NOTTURNI ED USIGNOLI DAL DOLCISSIMO CANTO

E TEMONO DI OFFENDERE IDDIO.

 

 

MA I POETI, NEL LORO SILENZIO FANNO BEN PIU’ RUMORE

DI UNA DORATA CUPOLA DI STELLE.

ALDA MERINI

 

 

 

 

 

 

lunedì, marzo 10th, 2014

Copertina

 

Con piacere do notizia del seguente evento previsto per domani, 11 marzo 2014:

Comunicato Stampa

INVITO

alla presentazione del libro

 

“I cavalcavia di Roma

Itinerario tra storia, arte, leggenda “

di Antonio Venditti

(Edilazio)

martedì 11 marzo 2014

alle ore 19.00

Sala Multimediale

Biblioteca Rispoli di Roma

(Piazza Grazioli n. 4)

 

Intervengono:

 

Antonietta Pasanisi

filmaker

Giuseppe Sanzotta

giornalista

 

Sarà presente l’Autore

 

 

 

Per vivere Roma nella sua vera essenza, per conoscerla un po’ meno superficialmente – come ha scritto Silvio Negro – “non basta una vita”. Roma non è solo fatta di grandiosi monumenti, ma soprattutto di inestimabili dettagli.

Da questa premessa scaturisce l’opportunità che a molti studi e a ricorrenti ricerche sulle forme architettoniche e artistiche più solenni si affianchino trattazioni sull’architettura minore civile, espressa spesso in manufatti modesti come le case di comune abitazione, talvolta unite per mezzo di cavalcavia. Perché attraverso la loro catalogazione si può comprendere anche l’evoluzione dell’economia cittadina.

Osservazioni, queste,  alla base della nascita  di un libro che vuole essere piacevole lettura, guida e strumento per invogliare i romani di buona volontà, ma anche i tanti turisti, a conoscere gli aspetti minori del tessuto edilizio della Città eterna, di cui i cavalcavia sono una parte  integrante.

 

 

Dall’Arco dei  Borgia a quello dei Cenci, di piazza Sempione, di Grottapinta, del quartiere Coppedè, di San Callisto, Santacroce, al cavalcavia del Muro Torto, alla Madonna dell’Archetto, al Passetto di San Giovanni Decollato: Edilazio propone un nuovo itinerario suggestivo per sopralluoghi e indagini sui misteri e i segreti di Roma. Storie di strane percezioni e inspiegabili fenomeni visivi e uditivi, fantasmi la cui origine è sepolta nella memoria e nel ricordo di vite infelici o maledette: anche questo sono i cavalcavia storici di Roma.

Tutto un mondo sospeso tra leggenda e realtà, fra paure ancestrali ed entità riposte dalla tradizione in un immaginario collettivo sommerso. Ma anche un percorso alla ricerca delle espressioni più genuine di fede e arte popolare che trovano una degna collocazione nelle edicole mariane. La catalogazione effettuata ha portato a rilevare 55 sottopassaggi superstiti: molti sono stati sacrificati – dalla fine del sec. XVIII al sec. XIX – per motivi urbanistici spesso ingiustificati. Di alcuni resta il ricordo negli acquerelli fine Ottocento di Ettore Roesler Franz.

 

In occasione della presentazione del libro verrà inaugurata nella galleria espositiva della sala Multimediale la mostra fotografica “I cavalcavia di Roma”, a cura di Cinzia Dal Maso.

 

domenica, marzo 9th, 2014

 

2013-02-03 17.15.11

 

Di nuovo l’Oscar per un film italiano, quindici anni dopo il successo di Roberto Benigni! ma il film La grande bellezza (da me non visto al cinema), in prima televisiva il 4 marzo scorso su canale 5 con tanto di spot pubblicitari, non mi è piaciuto. Rimando il visitatore del blog al seguente link, mymovies.it/film/2013/lagrandebellezza/, per una lucida e dettagliata analisi di Dario Zonta a sostegno delle mie riserve. Quello che mi sento di aggiungere qui da parte mia, a proposito degli evidenti debiti “felliniani della Grande bellezza, è che nella Dolce vita (1960) la solida e geniale sceneggiatura (ad opera di Federico Fellini, Ennio Flajano, Tullio Pinelli, Brunello Rondi), sorretta dal realismo visionario del regista riminese, fece sì che una potente intuizione artistica cogliesse nel corpo della società italiana (agli albori del boom) i sintomi di una profonda e malsana decadenza. Laddove il corpo morto di questa stessa società (pesantemente regredita a livello antropologico negli ultimi decenni) risulta a parer mio troppo a lungo sottoposto a noiosa e compiaciuta autopsia nella Grande bellezza -mi perdonerà, Paolo Sorrentino, il termine forte-; risultando peraltro debitore, Sorrentino, con la sua opera, nei riguardi del film forse più grande di Fellini, e cioè Otto e Mezzo, 1963; volendomi riferire alla presenza, nella Grande bellezza, di un alto prelato che altro non è se non il figlioccio involgarito del curiale personaggio avvolto nei vapori termali del capolavoro felliniano. Mi si dica pure passatista, a questo punto: risponderò che un minimo di cultura cinematografica non può venir meno, nel momento in cui sfuggono di bocca (non tanto in Italia) lodi sperticate  per La grande bellezza…lo stesso Servillo, poi, che rimane un grande attore (l’ho seguito anche in teatro per non avere dubbi sul suo spessore), comincia a stancarmi con quella sua immancabile maschera flemmatica (di film in film sempre la stessa!); sicché, mi viene naturale come minimo non mitizzarlo. La perla della serata del 4 marzo, rimarrà comunque lo spot pubblicitario (a interrompere naturalmente la visione del film) con Sorrentino a bordo di una FIAT 500 e alquanto cogitabondo sul senso della Bellezza da riscoprire (“…COMPLIMENTI, PAOLO!”). Tutto al suo posto, nella serata del 4 marzo, quando insomma tornano i conti (quelli degli introiti pubblicitari, soprattutto).  Ahi, questa Roma della Grande bellezza così stupendamente vuota e silenziosa, non penalizzata dalla “mercantile aria privata”, per citare un verso dello splendido poemetto Aria pubblica incluso nella silloge Pigre divinità e pigra sorte  (2006) di una poetessa d’alto valore come Patrizia Cavalli! Mia la foto qua sopra delle parti restanti del complesso termale annesso alla basilica romana di Santa Maria degli Angeli. La battuta conclusiva del presente e breve scritto, è affidata a un celebre aforisma di Ennio Fajano, sopra chiamato in causa: “Il meglio è alle nostre spalle”…

 

 

 

venerdì, marzo 7th, 2014

2013-08-16 15.02.56

 

DALLA CONTEMPLAZIONE DELL’INFINITO ALLA IMMERSIONE COSMICA DELLA GINESTRA NEI CANTI DI GIACOMO LEOPARDI

 

Dovendo riassumere il mio lungo intervento “a braccio” del 16 agosto 2013 a Toffia (Rieti) -cittadina gemellata con Recanati- in occasione della X rassegna della mostra itinerante di poesia dal titolo POESIA IN LIBERTA’, a cura di Paolina Carli, non potrò che essere forzosamente sommario, senza per questo trascurare, spero, alcuni punti nevralgici sui quali ho insistito nel suddetto intervento (in onore di Walter Binni, l’illustre critico leopardiano di cui ricorreva nel 2013 il centenario della nascita). Ebbene, nonostante il trascorrere dei decenni che ci separano, in merito al grande Recanatese, dalla famosa “svolta” critica del 1947 proprio ad opera di Walter Binni (La nuova poetica leopardiana) e del filosofo Cesare Luporini (Leopardi progressivo) -essenziale rivalutazione, tale svolta, dell’ultimo Leopardi (quello post-recanatese, per intenderci)- inveterata risulta tuttora, direi, una visione riduttivamente “idillica” del poeta più importante della nostra modernità. Ora il lettore intellettualmente onesto non potrà negare l’esistenza di una evidente frattura nei CANTI leopardiani, fra IL SABATO DEL VILLAGGIO (XXV) e IL PENSIERO DOMINANTE (XXVI); nel senso, però, che non è pensabile, oggi, farsi ancora condizionare dalla critica di matrice crociana bollando come non poesia i versi leopardiani successivi, nei CANTI, al citato SABATO. Nei fatti Leopardi, “lo spettatore alla finestra”, aveva per sempre abbandonato Recanati, il “natio borgo selvaggio” nel 1830, accettando l’invito “degli amici di Toscana” a stabilirsi a Firenze, generosamente sovvenzionato da essi. La vita a questo punto, la calda vita, irrompe nelle tetre giornate del poeta; in quanto a Firenze Leopardi inizierà nel novembre di quello stesso 1830 il suo sodalizio con l’esule napoletano Antonio Ranieri; per tacere dell’incontro con Fanny Targioni Tozzetti, assai in vista nella Firenze letteraria del tempo e della quale il Recanatese si innamorerà perdutamente, non ricambiato. Né si dovrà dimenticare l’assidua e coeva frequentazione da parte di Leopardi della cerchia di Giampietro Vieusseux, volendo alludere alle polemiche acri sorte con gli spiritualisti e liberali fiorentini capeggiati da Gino Capponi e Niccolò Tommaseo. Ecco. Se è vero, in chiave di esegesi letteraria, che il cosiddetto metodo biografico non ci porterà mai di per se stesso a un fondato e intrinseco giudizio di valore intorno a una determinata poetica, è altrettanto plausibile che il suindicato metodo risulterà utilissimo, nella fattispecie, per sentir vibrare una ragione umana -prima ancora che stilistica- del brusco passaggio di pronuncia poetica sussistente, nei CANTI, fra i versi del SABATO (“Garzoncello scherzoso,/ cotesta età fiorita…”) e quelli del PENSIERO DOMINANTE, dal folgorante incipit (“Dolcissimo, possente/ dominator di mia profonda mente”). Un Leopardi, quello del PENSIERO, non più petrarchesco; di contro scabro, dantesco (com’è stato giustamente riconosciuto non soltanto da Binni): un poeta di fatto incamminato verso l’approdo supremo della GINESTRA. Una breve parentesi andrà aperta a questo punto sulla nuova poetica leopardiana, citando alla lettera il titolo del famoso saggio binniano del 1947 (poi confluito più largamente nella Protesta di Leopardi, 1973). In sintesi, la parola poetica del grande Recanatese, a partire dallo snodo espressivo in oggetto, eccola farsi più asciutta, essenziale; denotativa più che connotativa, direi; a conti fatti non più indefinita e vaga (secondo una lunga teorizzazione e sperimentazione di essa da parte dello stesso Leopardi) e del tutto refrattaria, pertanto, alle possibili interpretazioni di tipo spiritualistico. Se consideriamo inoltre il poderoso lavoro in prosa di Leopardi fiorito tra la composizione del celebre L’INFINITO (1819) e il definitivo congedo da Recanati del 1830 (riferendoci ovviamente allo ZIBALDONE e alle OPERETTE MORALI), finiremo per stupirci ancor meno della possente e compiuta maturazione, nell’ultimo Leopardi, del cosiddetto pensiero poetante (titolo di un fondamentale saggio del 1980 di Antonio Prete sullo ZIBALDONE); pensiero poetante già attivo e ben riconoscibile -questa la fondamentale lezione di Binni- nei versi del suddetto PENSIERO DOMINANTE e persino esplosivo, potentemente cosmico, nella scabra e materialistica GINESTRA. Così dicendo, ovviamente, nulla vogliamo togliere al valore alto del Leopardi “idillico”, che proprio nell’INFINITO raggiunge un’acme di ineffabilità; ma, appunto, una volta di più, sarà il caso di rammentare gli umani passi, oltre che poetico-ideologici, fatti da Leopardi per trovarsi al cospetto, infine, del “formidabil monte”, ossia il Vesuvio, all’altezza della GINESTRA: dove il poeta risulta sprezzatore del suo tempo, portatore di un duro ma elevato materialismo e propositivo; caldeggiante un vincolo solidaristico fra gli uomini, da opporre alla Natura “matrigna” distruttiva e indifferente alla nostra sorte. Non più la poeticissima “siepe” dell’ INFINITO, dunque, in quella vera e propria musica sinfonica che è LA GINESTRA; piuttosto il qui e ora; in chiave anti-idillica e frutto d’una immersione cosmica da parte di un poeta maturo e sommo prossimo a morire. Un poeta quasi all’atto di scagliare una parola poetica incandescente e, ripetiamo, netta: “corpo dell’idea”(Zib., pag.aut.1657); non consolante ma stimolante al massimo grado. Soprattutto lontana anni luce da quella effusività servile e cortigiana storicamente connotata come pezzo forte dei “nipotini” al ribasso di Petrarca. No, il Leopardi della GINESTRA, nell’annunciare come ha sottolineato Binni la sua “scomoda novella” (“E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce”) in epigrafe al canto (ricreazione negativa del vangelo giovanneo), ci ricorda nella prima strofe di esso i “giardini e palagi,/ agli ozi de’potenti/ gradito ospizio”, ora ridotti in “ceneri infeconde” dal “formidabil monte/sterminator Vesevo”. E non sarà superfluo, in ultimo, ricordare -come faceva spesso Walter Binni- il passo dello ZIBALDONE ( agosto del 1823) laddove il grande Recanatese osserva che la poesia “ci dee sommamente muovere ed agitare e non già lasciar l’animo nostro in riposo e in calma”. Osservazione, vediamo bene, espressa dal cantore dei “sovrumani silenzi”: quasi un monito per noi a non sentire riduttivamente la grande poesia leopardiana al netto di un pensiero acuto da subito e negli ultimi anni totalmente in atto, dal punto di vista artistico, sino al culmine della GINESTRA.

 

P. S. il testo in oggetto è stato da me inoltrato in data odierna a Paolina Carli, per la prossima pubblicazione nella antologia POESIA in LIBERTA’ (X edizione).

Andrea Mariotti

 

 

 

 

martedì, marzo 4th, 2014

2014-03-04 16.34.42

Mia la foto qua sopra di questo pomeriggio, grazie alla quale vediamo all’opera non propriamente L’ALBATROS di Baudelaire, piuttosto un crapulone originale nella sua ingordigia (aperto pure il sabato e la domenica)…

 

 

 

 

 

 

domenica, marzo 2nd, 2014

2014-02-23 13.36.05

Con vivo piacere presento l’intervista rilasciata da Ninnj Di Stefano Busà a Sandra Evangelisti, responsabile, assieme a Giorgio Linguaglossa, di un notevole blog (all’indirizzo ladistensionedel verso.wordpress.com). Tale intervista va evidentemente ad integrare l’interessante testo della Busà qui proposto il 5 febbraio scorso sulla Poesia (mia la foto qua sopra, scattata in montagna in presenza del sempreverde agrifoglio ricco di rosse drupe):

 

INTERVISTA rilasciata da Ninnj Di Stefano Busà

 

a Sandra Evangelisti blogger di Distensione del verso

 

D: Lei ha seguito la parola alta dei grandi maestri della poesia, il linguaggio novecentesco della grande produzione lirica. Cosa trova in essi che sia appartenuto alla tradizione attraverso le varie stratificazioni linguistiche? e se poesia di identificazione vi ha trovato, chi è stata più affine alla sua sigla personale?

 

R: Ho sempre considerato il poeta come soggetto del mondo, in quanto microcosmo di un “unicuum” con ascendenze mito-storiche.

In quanto microcosmo, tende ad unirsi al macrocosmo, cioè, all’unità di misura universale che abbracci la gamma completa dei singoli, le loro emozioni, le occasioni, le significazioni precursori di una valenza del pensiero tout-court. Il sentiero percorso non ha la minima importanza, l’essenziale è percorrerlo, andare oltre, fissare le parole come una narrazione che nel suo “iter” sublimi la coscienza, istruisca un dialogo tra sé e gli altri, si rapporti alle pulsioni profonde della vita come ad un “mantra”; se poi sia espressione di un classicismo, di un neorealismo, di un orfismo o quant’altro non importa.

Mi trovo più affine a Montale, a cui spesso sono stata associata, senza averne merito. Montale è un mito, un nome prestigioso dell’Olimpo della Letteratura, il suo è uno stile che ha avuto diversi seguaci: moderno, asciutto, simbolicamente riconoscibile dall’indagine storica, direi inequivocabile; egli è unico nel suo genere. Essere paragonata a lui può essere svantaggioso per me e imbarazzante, data la mia pochezza; è una grossa sfida, qualcosa di davvero incommensurabile, poiché vi è una faglia tra me e lui.

 

D: Lei è considerata il poeta-donna che meglio ha saputo porre l’accento su un linguaggio moderno, senza il presidio classicheggiante o non, delle varie tendenze un po’ obsolete.  Il che sta come dire: Lei è a se stante, non mostra le caratteristiche dell’omologazione. La sua è una formula scrittoria versata al simbolismo? Ritiene che essa sia la caratteristica peculiare e ineludibile dell’assetto poetico che persegue?

 

R. Se il far poesia deve necessariamente porsi in un contesto comparativo la distensione del verso (come lei ha titolato il suo blog in maniera azzeccata)  tra il vecchio e il nuovo modello, opterei per il moderno, ma l’ispirazione detta le regole, non è mai il poeta a decidere “a priori” su cosa voler rappresentare, o sul dover essere. Vi è una ragione al di là. L’ispirazione  istruisce un modulo lessicale che di volta in volta decide la poesia da seguire, riguardo al modello a cui tendere, semmai,  è la pulsione profonda di un io individuale a colpire l’esatto obiettivo (oppure a mancarlo, a seconda dei casi). L’ orientamento in cui muoversi è la perfetta conseguenza del proprio destino di poeta, che  può percepire la poesia come un organigramma, di cui  l’immersione lirica è la funzione vitale del suo stesso sentire . Mai, però, in tono precostituito  o prefigurato, né tanto meno, alieno o estraneo alle tendenze individuali di un soggetto poetico che ne verifichi ogni intendimento. Mi spiego meglio: la poesia è mistero, sempre. È altro persino da se stessa, finanche nella complessa vicenda del suo porsi in essere. Non si può fare poesia, senza l’individualità “assoluta” della propria pulsione profonda, a muoverla è il segnale che, dall’occasionalità, transiti poi e l’avvicini a quella “perfettibilità”, di cui ogni poeta ha bisogno e a cui tende per sua stessa natura.

 

D: Come si colloca il poeta nel mondo moderno?

 

R: E’ uno come tanti, un individuo normale travestito da <poeta> con quel quid in più nel poter dire o nel “saper” dire la parola più alta e diversa dal linguaggio comune, abituale, frusto. Il poeta usa le parole come lame, o se si preferisce, bulini per il cesello: quel termine e non altro, quell’aggettivo e non un altro. Ogni poeta rappresenta la vita che pulsa, che si commuove, che lotta, che patisce. Quindi: il sarcasmo, la pietà, l’incanto, la suggestione, l’emozione, la rabbia, lo smarrimento, l’amore, la magìa, la solitudine, il dolore e, tutta la vasta gamma di ogni processo umano  è alla sua portata: può colpire i tasti giusti e realizzare  una melodia sublime (il testo); può non toccare mai la misura d’immenso, le infinite corde della Bellezza. Il transfert è anch’esso un mistero, una sorta di ecosistema di linguaggio criptato, dal quale il poeta deve saper decifrare i caratteri, formulando un processo linguistico. Qualsiasi “parola” convenzionale o non, perfetta o perfettibile è lì, a portata di mano, può essere usata da tutti. Solo il poeta però sa trasfigurarla, fin quasi a reinventarla col suo stile, col suo linguismo; può modularla o espanderla col suo imprinting, darle nuova vita o esautorarla con una sclerotizzazione che non ha ragion d’essere: in quel caso è meglio rivolga la sua attenzione ad altro, non alla poesia.

 

D: Per tornare alla critica, perché diversi suoi critici estimatori l’hanno avvicinata a Montale? Lei ritiene davvero di avere qualche affinità col grande poeta o è solo un modus critico di assembrare poeti della stessa matrice o filone biografici.

 

R: Non saprei dare una risposta al riguardo. La cosa mi ha sempre messo un certo imbarazzo. Non saprei individuare tra le nostre due realtà la “comunanza”.

In ogni modo, ora è certo, qualcosa di similare i miei critici devono avvertirla, se continuano ad associarmi al grande Maestro. Bontà loro, non posso che ringraziali. La critica è  stata per me l’espressione più sollecitante del mio iter letterario, il termometro col quale mi sono sempre confrontata, per misurare la temperatura lirica, una temperatura supportata da grandissimi critici quali quelli che io ho avuti merita il più grande rispetto. Mi sento onorata di avere avuto l’attenzione di critici come Carlo Bo, Giovanni Raboni, Marco Forti, Attilio Bertolucci, Walter Mauro, Plinio Perilli, Arnoldo Foà, Davide Rondoni, Alda Merini, Dante Maffìa, Giorgio Bàrberi Squarotti, Emerico Giachery, Francesco d’Episcopo, Antonio Spagnuolo, Giuliano Manacorda, Arnoldo M. Mondadori, Nazario Pardini e altri.

 

D: In tempi di crudo disincanto, di incertezze, di violenze, di caos, come vede la Poesia?

 

R: La Poesia denota il suo referente nella ipotesi del suo immaginifico status “orfico”

Qualcosa che potremmo chiamare “introspezione” si trasfonde all’anima che emette i dati architettonici del pensiero. Ogni poeta ne interpreta il ruolo, la fantasia, la riflessione. L’opera d’arte riflette non solo l’idea dell’artista, ma il suo spasimo aurorale, la sua armonia di fondo, tra stile e creatività, tra presente e passato.

In questo intervallo, in questa frazione di celebrazione un po’ astratta si colloca la Poesia, quella che deve essere una rievocazione tra l’io privato e il mondo, tra la Bellezza e il valore dell’arte, detta le regole. C’è poi il responso critico della Storia, il futuro della pagina scritta, il suo cercare oltre le tenebre più fitte, la via della salvezza. la capacità di armonizzare tutte le avventure possibili nel far Poesia.

 

D: Per Ninnj Di Stefano Busà la Poesia è nel mondo? Essa è lo sguardo che l’attraversa e la nutre di dolore? Oppure, è l’accadimento momentaneo che determina la condizione di poeta?

 

R: L’una e l’altra ipotesi possono coesistere. E’ il luogo, il viaggio e la vita stessa con le esperienze di stupore, di meraviglie, di emozioni in un empito di trasformazione, di transfert  nell’altrove, di un concetto “altro” che tutto descrive e rinnova con la fantasia. Per il poeta, la Poesia è l’alimento.

Il distacco dalla realtà in un luogo a procedere della fantasia, in cui l’ultimo fiore a dischiudersi è il caos.

E dunque, la connotazione più vicina al suo vissuto, all’esperienza del suo dolore, al fatto quotidiano che a volte ne banalizza il reale apprendistato.

Tutto è poesia. Da qui, ha inizio la sua avventura: dall’incontro con lo strazio del mondo, con l’occasione e il desiderio di superamento: la vita è la distanza tra il grido e la ferita, nel mezzo c’è la Poesia.