Archive for marzo, 2011

sabato, marzo 19th, 2011


Ecco, stasera che la luna è vicinissima alla terra (qui, da Roma, la si vede incombente sulle nostre confuse teste) e che da ore, ormai, è scattata l’operazione militare ODISSEA ALL’ ALBA contro il dittatore libico; sarebbe facile, credo, stasera, dando la parola a Leopardi, farlo attaccare con il suo celeberrimo “Che fai, tu, luna, in ciel? dimmi, che fai?”; meno scontato, forse, far pronunciare al grande Recanatese direttamente la seconda lassa del suo CANTO NOTTURNO (non a caso ho scelto, a suggello visivo, il celebre VECCHIEREL di Gustave Dorè, con cui l’artista francese ha illustrato a suo tempo il canto leopardiano):

Vecchierel bianco, infermo,
mezzo vestito e scalzo,
con gravissimo fascio in su le spalle,
per montagna e per valle,
per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
al vento, alla tempesta, e quando avvampa
l’ora, e quando poi gela,
corre via, corre, anela,
varca torrenti e stagni,
cade, risorge, e più e più s’affretta,
senza posa o ristoro,
lacero, sanguinoso; infin ch’arriva
colà dove la via
e dove il tanto affaticar fu volto:
abisso orrido, immenso,
ov’ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
è la vita mortale.

Giacomo Leopardi, dai CANTI, CANTO NOTTURNO DI UN PASTORE ERRANTE DELL’ ASIA

Sopra questo nostro angolo di mondo comunque sconvolto dalla catastrofe giapponese e con la guerra alle porte (dopo un grottesco baciamano di cui abbiamo già parlato), stasera la luna splende gigantesca e bellissima. “Il vecchierel canuto et biancho” del sedicesimo sonetto della prima parte del CANZONIERE petrarchesco, filtrato e ricreato dolorosamente da Giacomo Leopardi nel suo CANTO NOTTURNO, credo parli a tutti noi (non da oggi) con accenti di vibrante verità.

domenica, marzo 13th, 2011

Nel presentare il sonetto che fulmineamente l’amico poeta Claudio Porena mi ha dedicato in occasione del mio compleanno (che ricorre effettivamente il 16 di marzo), dopo esserci salutati ieri notte, lasciatemi soprattutto tèssere un elogio dell’arte di camminare a passo svelto (arte raccomandata per vivere meglio e più a lungo). Ieri sera, infatti, preso congedo dagli amici nella piazza principale di Ariccia (Roma) Claudio ed io, a passo di marcia, abbiamo ben presto raggiunto la stazione ferroviaria di Albano, dov’era parcheggiata la mia macchina. Ebbene, che aiuto mi ha propiziato a conti fatti la vigorosa e peripatetica camminata condivisa con Claudio! Infatti, presso un posto di blocco della polizia municipale nel centro di Albano, ecco che, soffiando dentro l’etilometro, ho avuto disco verde da parte di un agente (che pareva la sardonica reincarnazione di Alberto Sordi nel celebre ruolo cinematografico del VIGILE di Luigi Zampa); e dico questo perché, a tavola, con gli amici, c’era scappato un bicchiere di vino rosso e relativo amaro (quindi, col rischio concreto di un superamento dei limiti previsti riguardo al tasso alcolemico, da parte mia; verosimilmente smaltito grazie alla camminata marziale cui sopra ho accennato). Circa la fotografia qui riportata, essa propone un piccolo busto leopardiano alla cui vigile presenza ho riletto ieri, nel primo pomeriggio a casa mia, per l’ennesima volta la GINESTRA, a fronte del catastrofico sisma giapponese. Coi versi iniziali della GINESTRA (estremo canto leopardiano che prende le mosse dalla distruzione di Pompei nel 79 D.C. a seguito della disastrosa eruzione vesuviana) mi sono in effetti congedato ieri notte da Claudio, fine poeta e glottologo, che ringrazio per il dono ricevuto (lieto di ospitarlo coi suoi scritti per la seconda volta sul blog):

DCCXCVII.

Contenti dei deserti

(ad Andrea Mariotti)

Nel giorno in cui il mio caro Andrea Mariotti
festeggia il compleanno, io me lo abbraccio
così teneramente al seno ghiaccio
da sciogliere il mio cuore affinché sbotti.

Siamo adusi al fior fiore, siamo ghiotti
della vera poesia. Lui parla, io taccio.
Lui scava nei miei occhi, ed io, pagliaccio,
sorrido lì per lì, poi… piango a fiotti.

Se gli occhi suoi lui sgrana, i miei li aggriccio;
ma, unisoni, stupiamo come matti
davanti ad uno sbaglio o ad un capriccio

di quella rea Natura che ci ha fatti
di frale carne, odor di sudaticcio,
biondi demonî, chèrubi scarlatti.

Claudio Porena, Ostia Lido,
Domenica 13/03/2011 a.m.
h. 04:22-04:40

domenica, marzo 13th, 2011

Ieri sera, in Ariccia (Roma), presso il Teatro Comunale G.L. Bernini, per la rassegna letteraria VOCI DAL TERRITORIO (TRA FORZA TELLURICA/ E NULLA CELESTE/ IL LIEVITO ROMANESCO), ho ascoltato le letture poetiche di Franco di Carlo, Porfirio Grazioli e Franco Campegiani, nel contesto di una degna cornice organizzativa (con un pubblico interessato e attento). Ora, non sono un mistero per i visitatori del blog la stima e l’amicizia profonda che mi legano a Franco Campegiani; presente spesso su questo sito con le sue riflessioni filosofiche, dettate da un suo stringente nucleo di pensiero -quello della TEORIA AUTOCENTRICA- a proposito del quale ho avuto occasione di parlare a lungo con lui nel settembre scorso (vedi “Archivi” 2010). Ma Franco è nel contempo un poeta, oltre che un filosofo. Un poeta letto e recensito da grandi nomi come quelli di Giuliano Manacorda, Aldo Onorati, Mario Petrucciani, Vito Riviello e Cesare Vivaldi, fra gli altri. Sicché, nell’articolo di oggi, eccomi a presentare una bellissima, travolgente poesia di Franco, con cui il mio amico ha concluso ieri sera la lettura delle sue liriche (poesia inclusa nella raccolta, peraltro premiata, dal titolo VOLO RADENTE):

Don Chisciotte

Non ricordo come né quando
dal grembo della terra
uscii un giorno a volare
– volere è potere, mi dicevo –
verso cieli di plastica
su di un bardato legnoso ronzino.
A millanta intorno
di cartapesta morivano hidalgos
e rinascevano tra ghigni beffardi
i denti digrignando
contro i mulini a vento
contro i vili felloni sciabolando
trionfali sull’eroico cammino.
Sancio Panza sulla radura intanto
correva e soccorreva
con un somaro a perdifiato,
al raglio di guerra. Fummo salvi
quando sfiancato alfine
noi esaltati fantocci lo vedemmo
che sottecchi in disparte
tristemente sorrideva di noi.
Fummo salvi.
Ma i cieli dov’erano i cieli?
Dovevano pur esserci i cieli
se qui c’era la terra,
dico i cieli quelli veri!
Così vidi lassù
che ero io stesso il cielo
e io quaggiù la terra
e Don Chisciotte e Sancio Panza,
a guarire dalle mie illusioni.

Poesia di Franco Campegiani

giovedì, marzo 10th, 2011

Questo particolare del monumento di Maria Cristina d’Austria,
opera altissima di Antonio Canova, credo non abbia bisogno di particolari commenti. E’ un piccolo dono che faccio ai visitatori del blog, a fronte dei tempestosi tempi che stiamo vivendo (la fotografia è mia, scattata nel 2007 nella chiesa degli Agostiniani a Vienna, dove si trova il marmo).