Archive for aprile, 2016

martedì, aprile 26th, 2016

Preghiera per Cernobyl

A trent’anni esatti dalla catastrofe del 26 aprile 1986, leggere o rileggere Preghiera per Cernobyl di Svetlana Aleksievic, Premio Nobel per la Letteratura 2015…altro sul momento non so dire, di fronte ad un evidente, forse umano meccanismo di rimozione di massa di cui ci siamo giovati al cospetto dell’impensabile che pure è accaduto trent’anni fa, non nella notte dei tempi…

(inizio del Capitolo primo del libro della Aleksievic, intitolato La terra dei morti:

Monologo sul perché la gente ricorda

” E lei s’è messa a scrivere su quest’argomento? Proprio su questo! Io invece non voglio che si sappia di me…Di quel che ho provato laggiù…O meglio: da un lato ci sarebbe anche la voglia di aprirsi, di raccontare tutto fino in fondo, ma dall’altro mi rendo conto che ciò significherebbe mettersi a nudo e questo non lo vorrei…”)

lunedì, aprile 25th, 2016

2014-03-15 11 26 37 (2)

 

Morte del Partigiano

 

Dorme nei suoi capelli, vegetali

fili che il sole e il vento scioglieranno

vivi all’alba: una buia sventagliata

di mitra lo sferzò tra capo e collo

come brusca manata di un amico:

così cadde supino, per voltarsi

a riconoscerlo e a scambiare il colpo.

Non sentì allontanarsi per la riva

i passi dei fucilatori, dopo

che gli diedero un calcio per saluto

gridandogli: “Carogna!”, e dentro il fiume

scaricarono l’arma e un più avanti

graffiarono rabbiosamente il ponte

di bombe a mano: troppo poco a fare,

anche se così complice od assente, 

che la notte straripi di terrore

per un sol sparo secco. Dorme, dorme

lungo disteso, stretto il gonfio collo

nella sciarpa di sangue larga e morbida

sempre più gelida; e il lungo cappotto

indurito di brina è il suo sepolcro.

E sono la sua sporca patria

i pidocchi da terra e le formiche.

 

Corrado Govoni

 

giovedì, aprile 21st, 2016

foto 2 per blog

Con vivo piacere -dopo la presentazione del numero 63 dei Fiori del Male (quaderno quadrimestrale di poesia, cultura letteraria e arte) avvenuta martedì scorso 19 aprile a Roma- propongo ai visitatori del blog uno scritto di Monica Martinelli, poetessa e redattrice della Rivista, incluso nel suddetto numero (gennaio-aprile 2016):

Un viaggio dis-umano nei labirinti dell’in-giustizia: Ero nato errore di Nina Maroccolo e Anthony Wallace.

 

Ci sono incubi dove qualcosa di orrendo e terribile sembra avere il sopravvento e ci fa precipitare sopraffatti dalle tenebre. Ma ci sono realtà peggiori di qualsiasi incubo, proprio come quella di Anthony Wallace, il protagonista di questa storia ipereale ma poco realista. Come giustamente osserva la coautrice Nina Maroccolo nella quarta di copertina, il protagonista sembra provenire da uno dei romanzi del “sottosuolo” di Dostoevskij o Kafka, con lo stesso dolore estremo, inciso dalla durezza della realtà, stesso stare sospesi tra essere e nulla per affrontare l’angoscia quotidiana nella sfida del mondo. Viene da pensare anche alle dramatis personae dei romanzi sul ciclo dell’inettitudine di Svevo e Tozzi.  Quando l’intoppo, il precipizio costringono a toccare con mano il dolore e né i colori né la musica riescono a dare sollievo al cuore, lì si comprende la storia di Anthony…

Il libro Ero nato errore scritto a quattro mani da Nina Maroccolo e Anthony Wallace, edito nel 2014 da Pagine – Roma,  non è né un diario, né una biografia, né un romanzo, bensì la speranza di una nuova vita, e quindi di una nuova nascita, di un uomo perseguitato da un destino infausto, condannato a vivere nella solitudine del suo corpo per la crisi identitaria dovuta al suo stato civile registrato all’anagrafe che lo ha fatto sentire perennemente inadeguato e sbagliato. Il libro è composto da due parti che si intrecciano, due voci ugualmente e diversamente drammatiche e vibranti, quella scritta in un italiano stentato piena di sobbalzi e cruda intensità da Anthony, e quella più lirica scritta in modo struggentemente empatico da Nina Maroccolo, che dà anima e voce al protagonista  e che sembra aver realizzato con lui un folgorante transfert. Nina è scrittrice sensibile e densa che conosce le aporie psicologiche e sa bene che anche nell’inferno l’animo si può muovere con grazia e agilità per ardere di meno, seppure le ustioni lasciano cicatrici.

Confusione, umiliazione e disperazione sono padroni della vita di Anthony. Soffocato all’interno di una situazione di razzismo da cui consegue il suo disagio sociale, dove ormai l’indifferenza degli altri, o meglio l’esasperazione, nei confronti di chi è meno fortunato o più povero rappresenta l’intolleranza che scaturisce da altrettanta ignoranza e arroganza. Ma Anthony è diverso, lui è Lord Anthony Wallace, ha una tristezza nobile e gentile. E’ una creatura che muove a simpatia e tenerezza, sarà perché “ha un canto di gioia nelle tasche” o per questo suo spaesamento identitario (cioè essere uomo a tutti gli effetti, con tratti somatici maschili ma registrato all’anagrafe come femmina: Antonella Casaluci).  Indubbiamente la faccenda è a dir poco spiazzante e questa è la sua colpa, il suo peccato originale!  Anthony dice: “Ero nato errore. Dentro e fuori il vocabolario Zingarelli. Ero nato senza sesso.”  Non appartiene alla schiera dei balordi né tantomeno a quella dei delinquenti. Però è stato condannato a diciassette anni di carcere e detenuto a Rebibbia per la reiterazione del reato di furto (n.b.: piccoli furti in qualche supermercato e bed & breakfast fatti esclusivamente per sopravvivere).  All’età di 6 mesi viene affidato alle cure della zia Ann in Scozia, l’unica persona positiva che gli ha voluto veramente bene e a cui lui è stato fortemente legato. I ricordi belli e le sensazioni di felicità sono proprio quelli provati nei suoi primi anni di vita, ammirando i prati verdi, i colori e gli odori della Scozia, e soprattutto la presenza della amata zia che Nina descrive per lui: “Stanotte Mom mi rincalzerà le coperte, l’umido scomparirà improvvisamente. Sentirò per sempre il suo amore, il suo calore di lana. L’odore di talco tra le lenzuola, il suo viso di seta. Sì Mom, nel tuo bacio notturno riconoscerò la mia pelle. Nel tuo pianto commosso – la mia acqua.” Ma nel momento in cui i genitori tornano a prenderlo, all’età di quattro anni, costringendolo a seguirlo sebbene sia lui che la zia Ann non vogliano, lì comincia il suo calvario. Questa è solo la prima violenza della lunga serie che Anthony subirà.  La sfortuna si accanisce nei suoi confronti anche quando riesce  a scappare dalla terribile famiglia di origine, da quel padre Mostro come lui stesso lo chiama. Non riesce a trovare lavoro a causa  della sua (non) identità, nessuno ha cura di lui, né si interessa a lui per aiutarlo e procurargli del cibo. Lo cacciano i preti e anche quelli dell’Arcigay che anzi sfruttano il caso per farsi pubblicità, solo il suo cane Max a cui è tanto legato gli fa compagnia. C’è una coppia che lo prende a benvolere e cerca di aiutarlo, Domenico e Rossana, che Anthony non dimenticherà mai e a cui affiderà il suo amato cane. Persino la morte lo respinge, e per ben due volte! Dal suicidio quando in fondo al tunnel non riusciva più a vedere la minima luce, e dall’esplosione di un  tumore al cervelletto.. Miracolo del suo corpo-anima che si ribellava. Una vita sempre in fuga da una città all’altra dormendo per strada o dentro una macchina, ai limiti della sopravvivenza, mangiando avanzi per cani che chiedeva alle macellerie, oppure dentro e fuori dagli ospedali per chemioterapia e altre cure.

Mi ha colpito il fatto che Anthony raccontandosi nel libro non parla mai né di amori né di donne, solo di disperazione, solitudine e prevaricazione, e ne parla sempre con rassegnata fierezza. Così mi è venuto da pensare che non avesse mai conosciuto l’amore, almeno quello con la A maiuscola. Invece nell’intervista alla giornalista Susanna Schimperna ha affermato di essere un romantico, che l’amore è una cosa bellissima e in una donna cerca soprattutto la complicità e il rispetto.

Nina Maroccolo e Plinio Perilli, con il laboratorio di scrittura e poesia tenuto settimanalmente presso il carcere di Rebibbia, svolgono un compito delicato e socialmente utile: aiutano i detenuti a riappropriarsi delle loro esistenze, a identificare un proprio passo e un proprio posto rispetto a sé stessi e alla società; è un modo per uscire fuori dal recinto di quelle mura dentro le quali sono costretti. Paradossalmente Anthony ha trovato proprio in carcere una possibilità di catarsi e di tornare a rivivere, anche se in modo doloroso, la sua vita e tutte le sofferenze che ha sopportato, ma soprattutto lì ha ottenuto un po’ di quell’affetto, rispetto e dignità  che aveva sempre cercato invano. A cominciare dalle sue compagne di sventura del carcere (essendo detenuto nella sezione femminile, altra anomalia…): Daniela, Maria, Michela, Antonella, e tutte quelle menzionate nei ringraziamenti, le persone che lavorano lì, Nina Maroccolo che è stata la sua voce e la sua penna in questo libro coraggioso e forte e che ha deciso di raccontare la sua storia. Nina insiste e condanna, giustamente, la sproporzione fra la pena comminata e i furti di lieve entità da lui commessi e punta il dito contro la macchina della giustizia (che in tanti casi come questo si dovrebbe chiamare ingiustizia) italiana.

Leggendo questo libro mi sono sentita ferita, ci sono momenti e descrizioni molto toccanti, da far venire i brividi: la spietatezza del padre mostro, l’indigenza, la paura, la malattia. Mi sono chiesta come Anthony sia riuscito a farcela contro tutte queste avversità che la vita gli ha regalato. Avrei voluto abbracciarlo stretto per dimostrargli che non è solo, che il suo caso ha trascinato Nina, la giornalista Susanna Schimperna che ha scritto un articolo risoluto e si è appassionata alla vicenda, e le tante persone che come me hanno letto la sua storia e si sono commosse, emozionate e indignate per questa società civile così ingiusta e matrigna. Se c’è uno più debole che subisce, c’è per forza qualcun altro che è più forte e vuole esercitare il suo potere. Anthony conosce bene la violenza. La prima persona a perpetrarla contro di lui è stato il padre-Mostro che lo picchiava selvaggiamente quando non gli ubbidiva e lo torturava fino a lasciargli lividi sul corpo e nell’anima.  Lo stesso che gli aveva regalato la sua identità sbagliata  – doppio danno! – dopo essere stato messo al mondo senza volerlo: “Mi conciliava umano  pensarmi cane. Poco più di un cucciolo”, scrive Nina per lui. E ancora lei nell’ultimo capitolo intitolato UN’OSCILLAZIONE CHIAMATA GIUSTIZIA (prima di un’Appendice dove sono state minuziosamente raccolte la lunga serie di sentenze che hanno ripetutamente condannato Antonella Casaluci), abbandonati i “panni” di Anthony, scrive: “Mi sento vuota e inadeguata, perpetuamente immersa in un’ampolla notturna, là dove i sogni si apparentano con gli inganni, i conflitti, l’irreversibilità del nostro destino.  La notte, la notte ha un ritmo rallentato.. Ci finiamo dentro sognando di tornare indietro nel tempo, con quel gesto disperato e ultimo che è il risalire dei fragili..”.

Con la speranza che l’avvocato che ha preso a cuore il suo caso lo possa aiutare quanto prima ad abbreviare il periodo di detenzione e che la macchina tritapersone della giustizia si renda conto dell’abnormità della pena inflittagli.

 

 

Monica Martinelli

 

domenica, aprile 17th, 2016

005

La foto qua sopra, da me scattata nel pomeriggio a L’Aquila, dà conto delle condizioni attuali della cupola di una chiesa famosa, quella del Suffragio, nel centro cittadino, a sette anni dal sisma del 6 aprile 2009. Una sentita coincidenza cosmica ha voluto che proprio oggi io abbia potuto osservare coi miei occhi (trovandomi nelle vicinanze) il faticoso, tribolato ritorno alla vita della città abruzzese; e di coincidenza parlo in quanto non più tardi di ieri pomeriggio un terremoto di magnitudo 7,8 ha duramente colpito la costa settentrionale dell’Ecuador, con un bilancio di più di 230 vittime e 1.500 feriti (bilancio destinato in tutta evidenza a crescere). In Ecuador e precisamente a Quito vive da più di dieci anni mio fratello, il papà della cara nipotina Tiziana (dedicataria nel giugno 2015 di una mia poesia in occasione della sua prima visita in Italia). Mio fratello si trovava ieri pomeriggio con la famiglia in un supermercato di Quito nel momento della potente scossa, riuscendo fortunatamente ad allontanarsi con i suoi cari mentre il tetto del locale cominciava a crollare.

martedì, aprile 12th, 2016

Con piacere do notizia della presentazione del numero 63 de I Fiori del Male (quaderno quadrimestrale di poesia, cultura letteraria e arte) prevista a Roma per martedì prossimo 19 aprile alle ore 17,30 in via G. Mompiani, 1/A  (“cliccare” per ingrandire):

invito presentazione rivista I fiori del male aprile 2016 new

 

lunedì, aprile 11th, 2016

Compleanno

Nuvola che fa capolino da un fitto bosco…a Fiorella D’Ambrosio, autorevole e preziosa collaboratrice del presente blog, dedico questa mia foto di alcuni anni addietro. Solo mezz’ora fa ho avuto la notizia del suo compleanno; tardivamente pertanto ma pur sempre in tempo, cari e affettuosi auguri a Fiorella, docente e poetessa di rango autrice dei seguenti versi:

 

Mi piacerebbe

risalire alle origini

della mia vita

 

tornare nel grembo materno

che mi accolse amorevole

fino a quell’11 aprile

 

quando vidi la luce

irradiarsi per la prima volta

sul mio fato antropico

 

(prime tre terzine della poesia “11 Aprile” di Fiorella D’Ambrosio, dalla raccolta “Come in un dipinto” Gabrieli-International Editor-Roma, 2008)

domenica, aprile 10th, 2016

Mattorre

In data odierna, presso la Sala del Mosaico annessa alla chiesa di San Bartolomeo (Isola Tiberina, Roma), presentazione della silloge di Adriana Mattorre dal titolo Avvolta nel mio respiro (Nuove Edizioni Barbaro di Caterina Di Pietro). Propongo qui, della poetessa, il suo  scritto di saluto al pubblico assieme ad una lirica scelta dalla suddetta raccolta (ampie notizie sulla Rete):

 

UN PENSIERO PER VOI

 

Anche il momento storico giova alla presentazione di questo mio libro, infatti un leggero vento di simpatia comune verso i disabili illumina la notte dei diritti negati.

Della mia nuova opera in versi, “Avvolta nel mio respiro”, posso dire che all’origine della mia poetica è l’oppressione dell’handicap che spezza lo sguardo verso gli altri, che determina l’incapacità di guardare al futuro.

Silenziosamente rimango con me stessa.

Ma abbandono i muti pensieri funebri, mi rinnovo guardando alle speranze di opportunità, dialogo con il mondo e con la natura, suscitando freschi sospiri di sollievo per l’anima e la mia poetica evolve in libertà e leggere emozioni.

Essere stati testimoni della mia diversa visione del sospirato futuro, sollecita ad investire anche nei disabili.

Vorrei concludere con un umile pensiero al popolo dei profughi, rinnegati dalla civiltà moderna.

Livore e dura repressione dominano i violenti pensieri dell’oltraggiosa umanità mondiale. Siamo tutti uguali. Domani potrebbe accadere pure a noi.

Infine solo un ringraziamento a tutti voi che mi avete accolto tra le vostre letture.

Adriana Mattorre

 

Roma 10 Aprile 2016

 

PROVO TIMORE

 

Provo timore a essere felice

oltre la diversità

Posso esacerbare un sogno

diventare portatrice

di rispetto e di felicità

 

(poesia di Adriana Mattorre)

 

 

 

 

 

 

 

sabato, aprile 9th, 2016

Laga1

 

SIMILE

 

Ancora a tre quarti la luna d’aprile

non ha slegato le corrusche file

del verno; ancora trepida e sottile

ansima presso l’algido mantile

dell’alba e fra il suo proprio stile

di cielo e di terra mette altro monile

 

d’aria e di luce: quasi un cortile

fermo, stretto, se non covile

riposto, comodo e quasi vile

riparo…prosegue un tempo puerile

oltre

 

ogni giorno d’aprile

splende più largo e sottile

poco prima del vespero, febbrile

astro

 

aprile gira due diverse lune

e altre sfere stellari, basse tra le dune

di tenerissimo trapunto lume

che stende sopra il disastro.

 

Aprile fugge e lascia una gloria

di sé, lampante scoria

della propria fobia, sulfurea e ria

di lampi sottilissima grafia

 

dove il cavallo è più piccolo del cavaliere

sceso a inginocchiarsi: stupito e accorto vuol vedere

perché si lamenta e si toglie al reale piacere

di montarlo e di correre, perdere o trattenere

tutte intorno le alte, accostate sfere

per il suo quadrupede andare e le criniere

ondose e splendide acute sonagliere

dei finimenti e di tutte quelle altre schiere

di terra e di viandanti tra le pedestri miniere,

chiodi, quei piccoli maestri del paniere

tinto di ocre, e di altre azzurre e nere

tinture, di cuoio un angoloso forziere

alla cinta tra le piaghe e il penitenziere.

 

Aprile vuole apparire

sempre estenuato a spartire

se stesso in due: simile

a un agnello e a un puledro,

animale fino e gentile.

 

poesia di Paolo Volponi tratta da Con testo a fronte, Einaudi, 1986

 

giovedì, aprile 7th, 2016

BlasucciFelici

Con vivo piacere do notizia degli eventi previsti a Roma presso La Sapienza nella giornata di mercoledì prossimo 13 aprile a cura del Laboratorio Leopardi:

 

13 aprile 2016

 

LUIGI BLASUCCI (SNS Pisa)

Ancora sugli idilli leopardiani: da Teocrito a Werther

 

  • h 13 Aula Odeion, Facoltà di Lettere e Filosofia, La Sapienza, Roma

 

 

13 aprile 2016

 

PRESENTAZIONE DI DUE LIBRI SU LEOPARDI

 

PAOLA ITALIA (Sapienza) presenta L’italianità di Leopardi e altre pagine leopardiane di LUCIO FELICI (Lucca, Pacini Fazi, 2015)

 

MASSIMO NATALE (Verona) presenta Il libro dei ‘Versi’ del 1826: poesie originaliL’Ellisse 9/2 (2014), a cura di PAOLA ITALIA

coordina FRANCO D’INTINO (Sapienza)

 

  • h 17 Aula C, III Piano, Facoltà di Lettere e Filosofia, La Sapienza, Roma

 

 

mercoledì, aprile 6th, 2016

2 luglio

La foto qua sopra permette di osservare all’orizzonte il profilo sia pure sbiadito per l’afa e la lontananza del Corno Grande, massima elevazione del massiccio del Gran Sasso d’Italia. Lo scorso 6 aprile 2015 presentai qui una mia breve lirica per ricordare la tragica notte del 2009 in cui una fortissima scossa, preceduta da uno sciame sismico durato mesi, seminò morte e distruzione non solo nel capoluogo abruzzese ma anche nei paesi vicini rasi al suolo. La foto in oggetto, ripeto, risulta sbiadita: così come può sbiadire (ma non deve) il ricordo oggi, a sette anni esatti da quella ferita non rimarginata della nostra terra.