Archive for maggio, 2016

domenica, maggio 29th, 2016

images

Con vivo piacere do notizia dell’evento previsto a Roma martedì prossimo 31 maggio:

 

Edizioni Empiria

Libreria  – via Baccina 79 – 00184  Roma

Tel. fax 06 69940850 – www.empiria.com – info@empiria.com

 

***************

 

martedì 31 maggio alle ore 18

Luigi  Fontanella

presenta

PLINIO PERILLI – IL CUORE ANIMALE   

saggio dedicato ad Alfredo de Palchi

Empiria 2016

Stefano Amorese leggerà alcune liriche di Alfredo De Palchi

 

 

Amici cari,

a volte non è vero che la presentazione di un nuovo libro sia solo e semplicemente la presentazione di un nuovo libro… Nel senso che viene anche il momento in cui in un libro si getta, si condensa, si rischia qualcosa che riguarda in toto la propria idea di esito letterario, di metodo – e perfino, fra le righe, di etica intellettuale (comunque di deontologia). Gli si affida insieme la propria gioia, scommessa nella scrittura, e il turbato travaglio che ne consegue, ci convive. Eliot lo scrisse, lo sancì fra anima e Storia com’altri mai: “… E l’azione giusta / È pur libertà dal passato / E futuro.”…

Nella storia di Alfredo de Palchi ho intravisto a un certo punto l’enigma, le ombre lunghe, trame o ferite: l’eccesso e il difetto stesso del Novecento. Un Novecento che spesso ha occultato sé medesimo, si è nascosto, rimosso, ha avuto paura – razionalmente, strategicamente – del proprio Cuore Animale.

Leggere, postillare, recuperare le opere, i travagli, perfino le intemperanze di questo grande poeta sconosciuto ai più, mi ha dunque consentito di romanzare l’esegesi stessa del nostro secolo – che è insieme trascorso, archiviato, e perfettamente in atto, per linfa profonda di radici, l’eterno sospeso in progress di tempo perduto e ritrovato.

 

*********

 

In perfetta e vitale controtendenza, Alfredo de Palchi, classe 1926, veronese esulato negli USA dopo una balda, scapestrata giovinezza, ha risalito e scontato la Storia come il personaggio di un romanzo che non sapeva o voleva essere. Schieratosi diciassettenne dalla parte sbagliata, si è ritrovato repubblichino nelle Brigate nere, arrestato e torturato, accusato di un delitto mai commesso.

La sua Isola di Arturo dolentemente fantastica è stato il penitenziario di Procida dove tracciò sui muri i suoi primi versi, lesse e amò Cardarelli quando era in voga l’ermetismo, poi anelò il simbolo quando vinceva il neorealismo, o corteggiò seducenti brume esistenzialiste quando tutto e tutti dovevano essere sperimentali… Surrealista, Alfredo lo è stato dopo, uscito di prigione, affrancato di libertà, a Parigi o in Spagna, quando in un incontro hemingwayano si unì a Sonia. Insieme vissero vent’anni a Manhattan, en artiste, traducendo dalle rive dell’Hudson il nostro ’900 poetico, e dirigendo “Chelsea”, una rivista che divenne un altro, trasparente Ponte di Brooklyn…

Uomo del suo tempo, De Palchi non lo è stato insomma coi versi auratici di Quasimodo, ma coi ruvidi Strumenti umani di Sereni. Lo conobbe anni dopo, nei suoi brevi, fervidi ritorni in Italia, assieme ad Erba, Cattafi, Ferrata e altri felici pochi. Pubblicò nel ’67 da Mondadori un libro, Sessioni con l’analista, che fu scambiato per un frutto “informale” della voga psicanalitica, genere Male Oscuro & dintorni. La critica non lo capì, non riusciva ad accettarlo. Morto Sereni e arenatesi le vecchie amicizie, dovette aspettare trent’anni nel dimenticatoio.

Ebbe un nuovo, definitivo amore in Rita, una giovane italoamericana uscita forse da un racconto struggente di Soldati: e che gli diede in dono una bimba cui tributarono un nome futurista, Luce… Ma nell’autunno del 1999 nella loro casa di Manhattan a Union Square, si ritrovarono tre, quattro generazioni di poeti a stringergli la mano, e brindare insieme.

Animoso e dolcissimo, ho subito stimato di Alfredo, in pari grado, l’umiltà e la fierezza, l’estro leale, naturale – quest’impennato, istintivo Cuore Animale che lo ha sempre spinto a mettersi controcorrente, di taglio, libero come il volo d’un gabbiano che taglia d’ali il suo cielo, taglia d’aria l’azzurro, e poi l’azzurro sempre gli s’imporpora, perché quel cuore vero, pulsa e trema, svanisce o si ferisce di sogno.

 

Roma, 29 Maggio 2016

Plinio Perilli

venerdì, maggio 20th, 2016

 

 

untitled

Nel sesto anniversario della scomparsa del poeta Renato Filippelli, propongo ai visitatori del blog la mia recensione della sua opera pubblicata sul numero 63 della Rivista I Fiori del Male (gennaio-aprile 2016):

 

Renato Filippelli, Tutte le poesie, con pref. di Emerico Giachery,  Gangemi editore, Roma, 2015

 

Dopo essermi confrontato nel corso della lettura del volume in oggetto con quanto è stato scritto nel tempo da vari e autorevoli studiosi in merito alle liriche di Renato Filippelli, indicherò senza indugio la silloge di questo nostro caro e verace poeta che più mi ha colpito. Senza voler far torto alle altre raccolte incluse nel libro, la silloge in questione è Plenilunio nella palude, del 1997. Nella riflessione di Fiammetta Filippelli susseguente ad essa, viene rammentato l’arco di tempo piuttosto lungo che separa la sua pubblicazione dalla precedente raccolta intitolata Requiem per il padre (1981). Nel mezzo, nella vita del poeta, la grave malattia che lo colpì nel 1996; talché, da quel momento fino alla morte avvenuta nel 2010, tutto cambiò per Filippelli, segnato nel corpo come nell’anima. “Ora la poesia è un vasto colloquio con Cristo” osserva Fiammetta, figlia di Renato (e curatrice del volume) nella suddetta riflessione; dunque di una vera e propria mutatio animi in senso petrarchesco si potrebbe a questo punto parlare -aggiungo io- riferendosi alla purezza e spontaneità di uno stile di colpo come increspato. A me pare, in effetti, sul filo dell’analisi metrico-stilistica, di avere individuato -eloquente già dal titolo- la lirica che all’interno di Plenilunio nella palude fa da spartiacque fra il “prima” e il “dopo”: I segni. Così, infatti, a metà di essa: “Elci immensi fiancheggiano la strada/ che sale alla spelonca di Subiaco;/ hanno radici sparse sulle rocce:/ nere radici, mani/ aperte con tentacoli di piovre/ ingorde di quel sacro…”. Splendore di stile e forte spinta interiore risultano un tutt’uno nei versi citati. Non può sfuggire, intanto, il rilevante fonosimbolismo attivo nel secondo di essi, ottenuto per allitterazione; a mezzo della fricativa dentale che di fatto egemonizza il suono del verso al punto di suggerire la discesa a picco verso quelle “nere radici, mani”: mirabile settenario staccato, ossia semanticamente qualificato dalla frequenza degli oggetti; quindi ripudiante una rassicurante sinalefe congeniale di contro al bel canto. La strada risulta ormai per il lettore delle più espressive, in virtù dell’endecasillabo successivo “aperte con tentacoli di piovre” di pronunzia scabra e con ictus di “sesta” su parola sdrucciola; nonché bellissima inarcatura col verso che lo incalza: “ingorde di quel sacro…”; a dire, splendidamente in quanto a resa artistica, il rapporto non univocamente armonioso del poeta col divino, dagli abissi al cielo. Di conseguenza, ecco a parer mio la lirica in Plenilunio nella palude più rilevante, ossia La tua dolcezza: “Non dai riposo: la Tua grazia è il filo/ del vomere che passa sulla terra./ Dio feritore,/ mi scavi con le mani crocifisse..”. In questi versi, la proverbiale “dolcezza” di un poeta fieramente indipendente si fa complessa e conflittuale relazione col sacro, fino al vertice indimenticabile di “Dio feritore”; quinario potente, di forza arcana, oserei dire veterotestamentaria. Sì, all’altezza di questa lirica fatta di “parole di terra” ma del tutto focalizzata sul paesaggio interiore del poeta noi troviamo un’eco dei SALMI (“giardino di simboli e dell’immaginazione”per Eliot). Dicendo sinteticamente: la grazia evasiva e autoreferenziale percepibile talvolta nelle precedenti raccolte di Filippelli, risulta a partire da qui radicalmente superata; avendo egli trovato il suo vero e definitivo oggetto, la sua  -nel senso più nobile del termine- ossessione (“mi scavi con le tue mani crocifisse”). Torna alla memoria una definizione del Montale-critico relativa ad Andrea Zanzotto: ”poeta percussivo”; una definizione credo valida in qualche modo anche per Renato Filippelli, con riguardo alla sua stagione artistica più matura e travagliata che si conclude con la raccolta postuma Spiritualità (2012). Lo spazio naturalmente qui è tiranno, a fronte di una esperienza poetica, quella di Filippelli, estesa per diversi decenni e di gran lunga oltrepassante per umanità d’accenti e nitore di stile confini ai quali una lettura superficiale potrebbe banalmente ascriverla. In piena concordanza con le valutazioni critiche leggibili nel volume a proposito del nostro poeta memorabile soprattutto come cantore religioso, mi sentirei in ultimo di fare il nome di un altro autore che ho ripreso a leggere guarda caso subito dopo Filippelli: David Maria Turoldo.

 

Andrea Mariotti

 

 

 

 

 

domenica, maggio 15th, 2016

Leopardi

Con vivo piacere do notizia del seguente evento, previsto presso La Sapienza di Roma venerdì 20 maggio, a cura del Laboratorio Leopardi:

 

Seminario Lessico (10)

 

Il lessico del commiato

 

Aula “La Ginestra” – Facoltà di Chimica (I piano)

Ore 15:00 – 19:00

 

Venerdì 20 maggio 2016

 

Venerdì 20 maggio si tiene il seminario “Il lessico del commiato”, in occasione della lezione conclusiva dell’ultimo corso di Letteratura Italiana di Novella Bellucci. Intervengono numerosi ospiti quali Luigi Blasucci, Antonio Prete, Margaret Brose, Christos Bintoudis, Valerio Camarotto, Franco D’Intino, Marco Dondero, Martina Piperno. La giornata si incentra sul lessico del commiato in Leopardi e anche in altri autori della letteratura europea dell’Ottocento e del Novecento.

 

 

 

sabato, maggio 14th, 2016

Gianicolo1

Particolarmente interessante si è rivelata questo pomeriggio la conferenza di Cinzia Dal Maso svoltasi a  Roma, presso il Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina, sui “Busti del parco della rimembranza al Gianicolo”. Dell’evento avevo dato conto nel presente blog martedì scorso 10 maggio, ma davvero la relazione della Dal Maso, storica agguerrita della Repubblica Romana ha suscitato quest’oggi in me il desiderio di una bella passeggiata all’interno del parco. La foto scattata (“cliccare” per ingrandire) intende essere un piccolo pensiero rivolto ai giovani, acciocché custodiscano nel proprio animo, nell’epoca digitalizzata delle immagini, la forza dell’immaginazione “…primo fonte della felicità umana. Quanto più questa regnerà nell’uomo, tanto più l’uomo sarà felice” (Giacomo Leopardi, Zibaldone, 168). E in effetti la dottoressa Mara Minasi, responsabile del suddetto Museo, ha riferito al pubblico della intensa attività didattica indirizzata alle scuole e ai giovani sulla storia della Repubblica Romana, pagina fondamentale del nostro Risorgimento.

venerdì, maggio 13th, 2016

Consorti

 

È venuto uno che mi annuncia

che ho un figlio in pancia

Penso a uno sberleffo

e mi viene da dargli uno schiaffo

Tanto più che si presenta con due ali

e improvvisa un po’ di voli

Gli spiego che ho sempre difeso il mio argine

e che sono ancora vergine

ma lui ripete che gli devo credere

che è una cosa che ha a che fare con la fede

Penso di chiuderlo nella cassapanca

ma d’improvviso una finestra si spalanca

L’alba rischiara tutto

e fa scappare un gatto

Le sue ali si sciolgono al sole

perché è Icaro ed è carnevale

 

poesia e fotografia di Simone Consorti, da Finestra d’Italia (eBook n.198, aprile 2016; www.ebook-larecherche.it)

 

Simone Consorti è nato a Roma, dove insegna in un Istituto

Superiore. Ha pubblicato i romanzi “L’ uomo che scrive sull’ acqua

‘aiuto’” (Baldini e Castoldi,1999, Premio Linus), “Sterile come il tuo

amore” (Besa editrice, 2008), “In fuga dalla scuola e verso il mondo”

(Hacca, 2009), “A tempo di sesso” (Besa, 2011) e “Da questa parte

della morte” (Besa, 2016). Ha raccolto le sue poesie in “Perché ho

smesso di scriverti versi” (Aletti, 2010) e “Nell’antro del

misantropo” (L’arcolaio,2014), oltre che nell’ebook “Gli amanti

bendati” (LaRecherche.it, 2013). Da alcuni anni si occupa di

fotografia e, in particolare, di street photography. Ha realizzato

diverse mostre personali e collaborato con Sandro Sansone a video

fotografici, l’ultimo dei quali dedicato alla città di Roma:

www.youtube.com/watch?v=KWdUpsvpCDw

Alcuni suoi lavori recenti sono visibili nel sito:

simoneconsorti.wix.com/simoneconsorti

 

giovedì, maggio 12th, 2016

Mauro

Già in data 11 maggio 2014 ho avuto occasione di scrivere sul presente blog una breve nota su Mauro Camponeschi. L’artista, venerdì scorso 6 maggio 2016 a Roma, in via Ferdinando Martini 7, presso la Galleria Talent Art, ha inaugurato una sua nuova mostra dal titolo Silenzi. “A volte la distanza fra quello che vogliamo e quello che temiamo ha lo spessore di una ciglia”, è il titolo del grande olio su tela proposto qua sopra all’attenzione dei visitatori del blog (dipinto intorno al quale è utile leggere le riflessioni di Alessia Paionni in www.nonsolomostre.it; Galleria Talent Art). Innegabilmente detto dipinto risulta come il più significativo della mostra di Camponeschi aperta al pubblico fino al 15 maggio. Nel silenzio introflesso si dischiude in effetti la polisemia del grande olio in oggetto… campeggia in esso la figura della donna-violoncello, in tutta evidenza (non distante una suggestiva luna, per tacere del resto). Ma la donna-violoncello, con il suo possente ed arcaico bacino trasmette a parer mio soprattutto una suggestione che riconduce alla profondità del mito; quello di Demetra in particolare, dea connessa con la maternità della terra e con la vegetazione (non a caso alle spalle della fascinosa figura femminile il cui volto, elegante e distante, rimanda a stilemi preraffaelliti). Chiaramente molto si potrebbe dire in merito al dipinto, ed il mio non vuol essere altro che il conciso resoconto di molteplici risonanze suscitate nell’osservatore dal bacino-cassa armonica della suddetta figura. Figura sì centrale nel quadro di Camponeschi, ma non al punto di oscurare il sapiente dosaggio di personali intuizioni nonché estetiche citazioni dell’autore, che qui ringrazio per il godimento assicurato ai miei occhi (quelli della mente, soprattutto). L’artista è in Rete all’indirizzo www.maurocamponeschi.com.

 

Andrea Mariotti

mercoledì, maggio 11th, 2016

Con vivo piacere do notizia di un interessante evento previsto per venerdì 13 maggio a Roma (“cliccare” per ingrandire):

:Antonietta

martedì, maggio 10th, 2016

 

colle-del-gianicolo

Con vivo piacere do notizia dell’evento previsto a Roma per sabato 14/5/16:

 

Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina Sabato 14 maggio – ore 16.00

I BUSTI DEL PARCO DELLA RIMEMBRANZA SUL GIANICOLO

CONFERENZA DI CINZIA DAL MASO

 

Il 2 giugno del 1882 Giuseppe Garibaldi moriva a Caprera e quello stesso giorno il Parlamento italiano e il Comune di Roma deliberavano di erigere un monumento all’eroe sul Gianicolo, il colle che aveva visto nel giugno del 1849 la disperata resistenza del difensori della Repubblica romana all’assedio delle truppe francesi comandate dal generale Oudinot: uno dei momenti più alti e significativi del nostro Risorgimento.

Fu così che nel maggio del 1883 il Comune acquistava dal principe Corsini l’area di 43  mila  metri quadrati sulla sommità del colle per destinarla a passeggiata pubblica e, con delibera dell’anno seguente, “ai busti dei patrioti che s’illustrarono per la difesa e per la liberazione di Roma”. Le prime erme furono collocate tra il 1885 e il 1888 e altre vennero realizzate intorno al 1895, anno dell’inaugurazione del monumento a Garibaldi. Alcune sono opera di illustri scultori, come Giovanni Nicolini, Ettore Ximenes, Publio Morbiducci, Ettore Ferrari, Adolfo Pantaresi. La sistemazione dei busti proseguì intensamente per tutta la prima metà del Novecento, giungendo fino ai nostri giorni, con il busto del bulgaro Petko Voyvoda (2004), che ha portato il numero delle erme a 84.

L’appuntamento del 14 maggio 2016 è promosso da Roma Capitale-Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali in collaborazione con l’Istituto Internazionale Giuseppe Garibaldi

Cinzia Dal Maso è una giornalista romana, laureata in Lettere (Archeologia) e in Scienze della Comunicazione pubblica e d’impresa. Nel 2004 e nel 2012 ha ricevuto in Campidoglio il premio “Personalità Europea”. Tra le sue pubblicazioni: Le città degli Etruschi (Bonechi), gli Etruschi nel Lazio (Bonechi),  Colomba Antonietti. La vera storia di un’eroina (Edilazio). È membro del Comitato scientifico dell’Istituto Internazionale di Studi “Giuseppe Garibaldi”. Per la pagina settimanale “Specchio romano” ha curato una serie di articoli sui romani protagonisti delle vicende risorgimentali e sulla partecipazione femminile alla difesa della Repubblica Romana.

Introduce Mara Minasi, responsabile Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina e Mausoleo Ossario Garibaldino

 

Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina Largo di Porta San Pancrazio

Info 060608 – Ingresso libero fino ad esaurimento posti www.museodellarepubblicaromana.it

 

lunedì, maggio 9th, 2016

Argentina

Nel giugno del 1965 Pasolini aveva conosciuto in occasione della “Prima mostra internazionale del nuovo cinema” di Pesaro il celebre semiologo Roland Barthes, come riferisce Nico Naldini nella sua Cronologia inclusa nel Tomo primo di: Pier Paolo Pasolini, TUTTE LE POESIE (Meridiano a cura di Walter Siti, Arnoldo Mondadori Editore). Rammentare ciò non mi pare trascurabile in relazione al dramma CALDERÓN del grande scrittore e regista (dramma iniziato nel 1966 e rielaborato fino al 1972). Sabato scorso presso il Teatro Argentina di Roma ho potuto finalmente assistere alla rappresentazione di tale opera pasoliniana per la regia di Federico Tiezzi. Devo subito dire di avere apprezzato la drammaturgia di Sandro Lombardi, Fabrizio Sinisi e dello stesso Tiezzi, nonché gli attori, le scene e i costumi. Ma veniamo al cuore della questione. CALDERÓN  è l’ultimo dei sei drammi scritti da Pasolini, un testo “serenamente antinaturalistico”, come osserva giustamente Fabrizio Sinisi; al punto -aggiungo io- di presentare un raffinato, complesso slittamento dei significanti verbali rispetto alle “cose” significate (ed ecco dove a parer mio -pur non avendo riscontri indiscutibili- entra in gioco la suggestione barthesiana, considerando la “spugnosità” del proteiforme e grandissimo talento di Pasolini). Però mi chiedo: quale la fruibilità per lo spettatore medio (supponiamo all’oscuro del testo) di un dramma così stratificato in cui Pasolini concentra tutto, forse troppo e troppo a lungo? passione civile, squisito gusto figurativo (alludendo in questo caso a Velásquez), dilatazione onirica, critica serrata nei confronti dell’ ”entropia borghese” alla vigilia e nello sviluppo del Sessantotto italiano…occorre in sostanza conoscere bene l’opera del grande scrittore e regista per confrontarsi con la messa in scena del CALDERÓN, questo il punto. Tant’è che da parte mia (lettore diversi anni addietro del testo in oggetto) l’altra sera ho individuato soprattutto nel XIII EPISODIO del dramma il “luogo” strategicamente più rilevante e chiaro: laddove Sandro Lombardi, nei panni di Basilio Re, allude foscamente alla “gattopardesca” strumentalizzazione dei figli rivoluzionari da parte dei padri che incarnano lo spirito borghese ben intenzionato a durare. Le date non ingannano, riguardo al “farsi” del complesso lavoro di Pasolini. Si è detto sopra di una rielaborazione del CALDERÓN  fino al 1972; ebbene, nel 1971 il poeta aveva pubblicato l’ultima sua silloge dal dantesco titolo Trasumanar e organizzar (una raccolta tuttora sottovalutata ma in realtà bellissima e significativa); all’interno della quale specialmente un ipertrofico ma indimenticabile testo, La poesia della tradizione (“Oh generazione sfortunata!”, il verso incipitario di essa) tutto spiega circa la posizione polemica, corrosivamente critica del grande scrittore e regista rispetto ai giovani sessantottini che al pensiero hanno anteposto l’azione. Pasolini poi condenserà limpidamente la critica radicale al Potere nell’ultima sua formidabile stagione di saggista, dagli Scritti corsari alle postume Lettere luterane. Una stagione talmente fertile e felice da costituire per molti, oggi, l’eredità sua forse più preziosa: sicuramente e soprattutto per i giovani che vogliano avvicinarsi all’opera di uno scrittore tuttora vittima di una vera e propria damnatio memoriae, spirito celebrativo del “quarantennale” a parte.

 

Andrea Mariotti

  •  

sabato, maggio 7th, 2016

Con vivo piacere do notizia dell’evento previsto  a Roma per mercoledì 18 maggio:

Simbolo

 

I FIORI DEL MALE

 

quaderno quadrimestrale di Poesia, Cultura letteraria e Arte

 

promuove

 

 

LA SOSTA ED IL VIAGGIO

 

ricordo del poeta Gianni Rescigno

a un anno dalla scomparsa

 

 

L’evento si svolgerà mercoledì 18 maggio, alle ore 17,30

presso la Sala Il Primaticcio

della Società “Dante Alighieri” in Piazza Firenze (Roma)

alla presenza dei familiari

 

 

Conduzione di Monica Martinelli

 

Relazione di Antonio Coppola, Direttore della rivista “I fiori del male”

 

Interventi critici di Sandro Angelucci e di Franco Campegiani

 

Letture a cura di Salvatore Pontillo