Archive for ottobre, 2014

venerdì, ottobre 24th, 2014

Leopardi

E’ sicuramente da ringraziare, Mario Martone, per il suo ultimo film  Il giovane favoloso, sugli schermi dal 16 ottobre scorso. I tre “capitoli” dell’esistenza di Giacomo Leopardi proposti dal regista napoletano (Recanati, Firenze e Napoli), riservano spunti significativi per lo spettatore. Ma non è possibile fare a meno di esprimere, innanzitutto, un convinto apprezzamento per la prova dell’attore Elio Germano nei panni del grande Recanatese; giacché Germano, per così dire, “buca lo schermo”, con il suo portamento ingobbito e tuttavia non melodrammatico; per tacere del suo sguardo sovente attraversato da lampi di sottile ironia chissà quante volte immaginata, da noi lettori di Leopardi al cospetto, poniamo, dei versi iniziali della Palinodia al Marchese Gino Capponi: “Errai, candido Gino; assai gran tempo,/ e di gran lunga errai”. Non poco ha giovato naturalmente a Martone la possibilità di filmare il “capitolo recanatese” del Giovane favoloso all’interno di Palazzo Leopardi; talché gli anni dello “studio matto e disperatissimo” di Giacomo davvero si materializzano davanti ai nostri occhi: consentendoci quindi la liquidazione d’ogni stereotipo di libresca memoria. Si è detto, a proposito del film in oggetto, d’una sua stretta somiglianza con il celebre Amadeus di Milos Forman (1984), in merito all’intenso e ambivalente rapporto tra Giacomo e il padre Monaldo (vero e proprio leitmotiv del suddetto “capitolo recanatese”); ma tale somiglianza, pur innegabile, non limita a mio avviso il valore del Giovane favoloso. Tant’è che egregiamente il regista napoletano ricostruisce il maldestro tentativo di fuga da Recanati di Giacomo del luglio del 1819; sventato facilmente dal padre nell’anno stesso di una grave oftalmia del poeta (malattia cupamente accompagnata dal desiderio di morte; e vale, al riguardo, la lettera di Giacomo a Leonardo Trissino del 27 settembre 1819). Sappiamo bene, del resto, come Leopardi giunga comunque a realizzarla, la sua evasione dal “carcere recanatese” in quel fatidico 1819: scrivendo il sublime idillio L’Infinito, suggestivamente pensato più che declamato, da Elio Germano, in una bellissima sequenza del film. Siamo ormai alle porte del “secondo capitolo” dell’esistenza leopardiana, nel Giovane favoloso; quello fiorentino, con l’ingresso in scena degli attori Michele Riondino nel ruolo di Antonio Ranieri e di Anna Mouglalis nei panni di Fanny Targioni Tozzetti. Ebbene qui, proprio qui, il film di Mario Martone finisce per rivelare a parer mio un omissis non di poco conto. Come non fosse infatti bastato aver discutibilmente taciuto del periodo pisano, volendo riferirsi da parte nostra ai pochi mesi in sintesi sereni (incredibile dictu!) vissuti da Leopardi nella città toscana (dal primo novembre 1827 fino alla tarda primavera del 1828), periodo in cui non a caso rinascerà la poesia del grande Recanatese dopo anni di sostanziale silenzio (con i versi soprattutto di A Silvia; primo esempio, cronologicamente parlando, di canzone libera o leopardiana); come non fosse bastato ciò, stavamo dicendo, grave è risultato ai nostri occhi nel Giovane favoloso non aver mostrato allo spettatore la scena del definitivo congedo di Leopardi da Recanati: congedo avvenuto il 30 aprile del 1830 e strettamente connesso alla stesura appena ultimata (a mezzo di uno strenuo labor limae durato non pochi mesi) di quel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia solo fugacemente rammentato, nel film di Martone, in un “notturno” fiorentino (laddove Giacomo, in compagnia di Pietro Giordani, esprime la sua cocente disperazione amorosa cagionata dalla Targioni Tozzetti). Troppo bene sappiamo come il suddetto Canto notturno rappresenti in effetti il vertice altissimo, forse insuperato, di tutta la poesia leopardiana (uno studioso del peso di Pier Vincenzo Mengaldo non fa che ribadirlo con nettezza, nel suo recente e acutissimo saggio Leopardi antiromantico; Bologna, Il Mulino, 2012); e anche chi scrive, pur appassionato in sommo grado della poesia leopardiana post-recanatese culminante nella Ginestra, non scopre certo l’America riconoscendo l’altezza suprema del Canto notturno: poesia di “greca” levità, nel suo scolpire le eterne domande poste dal poeta  intorno alla condizione umana e dettate da un vigile, implacabile pessimismo che tutto investe( risultando il frutto della poderosa riflessione in prosa dell’autore dello Zibaldone e delle Operette morali). Così dicendo, ecco chiarirsi meglio il peso di quell’omissis sopra accennato, nel Giovane favoloso; film in cui si passa -con salto troppo brusco e lacunoso- dall’idillica e “giovanile” luna della Sera del dì di festa al Leopardi “fiorentino” polemico e appassionato, prosatore più che poeta; tagliando fuori, soprattutto, la nascita di quei canti pisano-recanatesi del 1828-30 cronologicamente suggellati (e non solo cronologicamente!) dal citato Canto notturno. Ché, procedendo come avviene nel film di Martone e cioè omettendo uno sguardo indispensabile sui suddetti canti del 1828-30 -veramente al centro di tutta la grande poesia leopardiana-, ecco che finiamo per ritrovarci fra le mani il filo spezzato di una esperienza poetica in cui la radicale commistione di musica e pensiero (tuttora indigesta per crociano retaggio?) si dà per compiuta proprio grazie al “miracolo” dei suindicati canti (prediletti, guarda caso, da uno studioso talvolta discutibile ma non estetizzante come Alberto Asor Rosa); canti (i pisano-recanatesi) dunque strategici per intendere  in profondità Giacomo Leopardi nella sua integrità poetico-umana ( si pensi come in precedenza Leopardi fosse invece tornato da “filosofo” nello Zibaldone del 1820 in merito al tema dell’infinito; quindi, un anno dopo la composizione del celebre idiliio). Sguardo d’autore,  si dirà, in favore del regista napoletano (amante soprattutto delle Operette morali); giacché a conti fatti Martone è stato capace di donarci un film che francamente mancava, considerando il peso e l’attualità di Leopardi; ma nel momento in cui mi sento di accettare in qualche modo da spettatore tale considerazione, non posso rinunciare – così come ho fatto- a puntualizzare la portata di una omissione che rimane (credo non soltanto per me) tutt’altro che irrilevante. Ciò specificato, anche all’interno del “capitolo fiorentino”, nel Giovane favoloso, sono presenti a mio avviso momenti significativi; ripensando per esempio allo sguardo ironico di Elio Germano (lodevolmente immedesimato con il grande Recanatese) nella scena credo ambientata presso il Gabinetto Vieusseux:  uno sguardo animato da quel “pericoloso” pessimismo (in chiave politica) percepito con inquietudine dai sostenitori delle “magnifiche sorti e progressive”. Qui Martone risulta a parer mio felice nel far pronunziare a Germano gli enunciati più corrosivi del Dialogo di Tristano e di un amico; Dialogo al cui interno la posizione leopardiana si fa acutissima diagnosi socio-politico-antropologica sul presente e sul futuro, fino ai giorni nostri. Peraltro, sempre in questo “capitolo fiorentino”, come non apprezzare la puntuale citazione figurativa inerente al raffinato vestito color viola indossato dalla Mouglalis nella parte della Targioni Tozzetti (“…del color vestita/ della bruna viola, a me si offerse/ l’angelica tua forma, inchino il fianco/ sovra nitide pelli, e circonfusa/ d’arcana voluttà”; Aspasia, versi 16-20)? Confesserò inoltre d’essermi non poco commosso nell’assistere, verso la conclusione del “capitolo fiorentino”, alla scena del povero corpo del poeta rattrappito (a causa della disperazione più atroce) presso il bordo torbido e limaccioso dell’Arno, dopo un amoroso convegno negatogli dalla Tozzetti (intravista poco prima fra le braccia del prestante Antonio Ranieri)… corpo squassato dal dolore e veduto dall’alto con innegabile effetto di potenza espressiva, direi.  Nel “terzo capitolo” dell’esistenza di Leopardi (l’ultimo) ambientato a Napoli, Mario Martone come si suol dire “gioca in casa”: innegabilmente rimarchevoli -senza manierato folclore- risultano infatti alcune scene di miseria e superstizione, calore popolare e ottusità dei letterati locali; forze eterogenee con doppio effetto d’attrazione e repulsione sul Recanatese sempre più stanco e malato. Il giovane favoloso si chiude sui versi della Ginestra suggestivamente sorretti da immagini ad hoc (belle soprattutto per quanto mi riguarda quelle d’una funerea Pompei nel momento in cui echeggiano versi di tale supremo canto come “E nell’orror della secreta notte/ per li vacui teatri,/ per li templi deformi e per le rotte/case, ove i parti il pipistrello asconde…”280-3). Sicché, in conclusione -pur delusi come lettori della grande poesia leopardiana dal film del regista napoletano (giova ricordare una vera e propria presa di posizione nel felliniano Amarcord (1973) : ”Dante è così, e Leopardi…”; volendo alludere naturalmente all’altezza poetica del Fiorentino e del Recanatese appena una spanna più in basso) -credo che Il giovane favoloso vada visto da spettatori  critici e attenti evitando eccessi di sulfureo accademismo evidenti nella astiosa recensione di Emanuele Boffi del 7.9.2014 (www.tempi.it). In fondo, a pensarci bene, qualcuno prima o poi doveva mettere in bocca in un film su Leopardi ad Adelaide Antici (madre del poeta) la gelida esortazione a lodare Iddio per essersi  ripreso anzitempo l’anima di Teresa Fattorini morta di tisi (rammentando al riguardo una pagina terribile dello Zibaldone sui fratellini di Giacomo morti in tenerissima età; pagina che vale come indimenticabile ritratto materno dell’autore del Dialogo della Natura e di un Islandese (giustamente e felicemente ricordato, tale Dialogo, nel Giovane favoloso; laddove il volto dell’indifferente Natura ha i tratti della madre di Giacomo).

 

P.S. in data 25.10.14 ho ricevuto ad altro indirizzo di posta elettronica l’apprezzamento per me gratificante dell’articolo in oggetto da parte del prof. Lucio Felici, Presidente del Comitato Scientifico del Centro Nazionale di Studi Leopardiani di Recanati.

domenica, ottobre 19th, 2014

Con piacere do notizia del seguente evento, previsto a Roma per giovedì prossimo 23 ottobre:

La Federazione Unitaria Italiana Scrittori (FUIS) ha il piacere di invitare la S.V.

alla presentazione della Rivista

 “I Fiori del male” n° 58 maggio-agosto 2014 Quadrimestrale di poesia, cultura letteraria e arte

Giovedì 23 ottobre 2014  – 0re 17,00

 

Introdurrà il Prof. Francesco Mercadante

 

Interverranno: Paolo Carlucci, Monica Martinelli, Robertomaria Siena

interventi esterni di F. Dell’Apa, S. Caronia e P. Perilli Leggeranno i loro testi gli Autori presenti per gli assenti

si alterneranno Salvatore Puntillo e Marzia Spinelli

 

Interventi di Antonio Coppola e Natale Antonio Rossi

 

Roma, piazza Augusto Imperatore, 4 – 00187 Roma

 

 

domenica, ottobre 12th, 2014

Immag031

Proprio il 12 ottobre 1896 nasceva a Genova Eugenio Montale. Alla città ligure ferita in questi giorni a distanza di tre anni per una nuova, disastrosa alluvione (e non secondariamente per l’incuria dell’uomo e relative lungaggini della burocrazia sulla pelle delle persone); alla città cantata da poeti come Dino Campana e Giorgio Caproni, intendo dedicare questo prezioso mottetto tratto dal secondo, indimenticabile libro di Montale (premio Nobel nel 1975), e cioè  Le occasioni (1939):

 

Molti anni, e uno più duro sopra il lago

straniero su cui ardono i tramonti.

Poi scendesti dai monti a riportarmi

San Giorgio e il Drago.

 

Imprimerli potessi sul palvese

che s’agita alla frusta del grecale

in cuore…E per te scendere in un gorgo

di fedeltà immortale.

 

Eugenio Montale

 

 

martedì, ottobre 7th, 2014

Massenzio

 

Svanirono le nevi, tornano già le erbe

nei campi, agli alberi le chiome;

la terra muta vicenda, e i fiumi

decrescendo scorrono fra le rive;

 

La Grazia, con le Ninfe e le sue gemine

sorelle, osa guidare ignuda le danze.

Ma l’anno e l’ora che rapisce i fecondi giorni

ti ammoniscono a non nutrire speranze immortali.

 

Il freddo si mitiga agli Zefiri, la primavera

cede all’estate che morrà appena

il fruttuoso autunno avrà effuso i frutti,

e presto torna l’inerte inverno.

 

Il danno del cielo tuttavia riparano veloci lune;

noi, come cademmo

dov’è il padre Enea, e dove il ricco Tullo e Anco,

polvere e ombra siamo

 

Orazio, Carmina IV, 7, 1-16 (nella traduzione di Luca Canali, scomparso quest’anno)

venerdì, ottobre 3rd, 2014

2014-09-04 13.43.53

Oggi, 3 ottobre 2014, è il primo anniversario della immane sciagura di Lampedusa, con 368 corpi di migranti raccolti in mare a formare poi quella sinistra necropoli di bare allineate che tutti abbiamo avuto occasione di osservare grazie alle immagini televisive. Ricordiamo pure che proprio Lampedusa è stata visitata da Francesco nel suo primo viaggio papale. Oggi, peraltro, vigilia della festa di San Francesco patrono d’Italia, è il giorno preciso in cui il Poverello di Assisi chiuse gli occhi giacendo sulla nuda terra della Porziuncola (3 ottobre 1226): “ e al suo corpo non volle altra bara” (Paradiso, XI, 117). Questo verso dantesco riproponiamo (vedi articolo del 3.10.2013 del presente blog), pensando con dolore al tremendo naufragio di un anno fa.

giovedì, ottobre 2nd, 2014

Immag000

Piagnucoloso no, ma lacunoso sì, a parer mio, il film Pasolini di Abel Ferrara (sugli schermi dal 25 settembre scorso). Non che esso non abbia un suo fascino (penso alla credibilità della muscolare e nervosa magrezza dell’attore Willem Dafoe -non al suo doppiaggio!- nei panni del grande scrittore e regista; nonché a un momento alto e toccante come l’urlo soffocato dl Adriana Asti nel ruolo di Susanna Colussi, madre di Pier Paolo, nell’apprendere la notizia della fine atroce del figlio). Ma urge chiedersi subìto: può il film di Ferrara essere utile per un giovane d’oggi intenzionato a conoscere almeno in parte Pasolini? qui risponderei del tutto negativamente; in quanto il Pasolini di Ferrara risulta a mio avviso troppo schiacciato senza forza retroattiva su opere pur fondamentali di Pier Paolo come Salò e Petrolio; e, per altri versi, sulla sua omosessualità (non a caso, nel film in oggetto, il massacro dell’Idroscalo è dovuto a ignoti aguzzini decisi a dare una lezione coi fiocchi al “frocio”; con Pino Pelosi a completare l’opera -nel modo che ci hanno ufficialmente raccontato- e cioè passando con l’Alfa Gt sul corpo ormai esanime dello scrittore). Nel suo voler rispettare, Abel Ferrara, il mistero degli umani (ma con frequenti rimandi -guarda caso!- al “dentro” di Pier Paolo, in quel primo giorno di novembre del 1975, in cui Pasolini incontrò persone, rilasciò una memorabile intervista a Furio Colombo e via dicendo), ecco che il regista americano finisce per consegnarci un prodotto di lusso innegabilmente professionale ma in sostanza estetizzante e confuso. A Marzia Gandolfi che nella sua recensione su Mymovies.it ha lasciato ampiamente intendere l’apprezzamento per uno stile personale anche elevato nel raccontare l’ultima giornata di vita di Pasolini, vorrei obiettare una cosa, fra le tante che mi vengono in mente dopo aver veduto il film di Ferrara: pur non attendendo ovviamente da esso chissà quali rivelazioni circa la morte atroce del poeta, perché non dare -dico io- un altro taglio alla “diversità” di Pier Paolo, fin troppo epidermica e scontata nell’opera di Ferrara? perché non suggerire con finezza e autentico spirito di ricerca che proprio l’omosessualità di Pier Paolo può avere spinto per decenni il grande scrittore e regista a guardare ben oltre le apparenze, a parte l’innegabile e proteiforme suo talento? purtroppo, nel film di Ferrara, detta omosessualità di Pasolini non è conoscenza integrata e radicata in uno spirito corsaro e luterano; piuttosto un notturno, scandaloso braccio slegato dell’esistenza di Pier Paolo, che continua così a morire “com’altrui piacque” (Inf., XXVI; 141)… da trentanove anni, ormai.