Archive for febbraio, 2016

domenica, febbraio 28th, 2016

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Per gentile concessione della signora Olivia Labate, ho potuto scattare la foto della targa collocata all’interno dello stabile dove Carlo Emilio Gadda è vissuto negli ultimi suoi anni fino alla morte. Un piccolo pellegrinaggio letterario in effetti ho compiuto ieri, recandomi in via Blumenstihl  19 a Roma sulle tracce del “Gran Lombardo”. Andiamo con ordine. Il sabato precedente, con tempo buono, avevo camminato “sulla catena di Monte Mario” (come il romanziere suggestivamente scriveva in merito al luogo dove abitava, appunto in via Blumenstihl, “a centotrenta metri sul mare e a ottanta sul fiume”). Ora nella serata di lunedì scorso, su RAI 5, per I Grandi della Letteratura Italiana, ecco la puntata dedicata proprio a Carlo Emilio Gadda, peraltro ben fatta (una delle migliori di tale programma che seguo con attenzione da mesi). A questo punto da parte mia il passo è stato breve per riprendere in mano un capolavoro della forza di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana. Sempre riferendomi alla suddetta trasmissione di RAI 5, non nascondo la mia emozione per il modo in cui Eugenio Montale parlava di Gadda; ossia con vera ammirazione neppure in parte contenuta. Un’ammirazione ricambiata appieno dallo scrittore-ingegnere (come rammenta Pietro Citati nel suo bellissimo Ricordo di Gadda quale premessa all’edizione del Pasticciaccio in mio possesso): Gadda che del grande Genovese amava soprattutto i versi delle Notizie dall’Amiata a suggello delle Occasioni (costituendo essi  innegabilmente un vertice di quel muovere della poesia verso la prosa senza diventar prosa, secondo quanto teorizzato da Montale stesso). Carlo Emilio Gadda muore nel 1973 ascoltando fino all’ultimo la lettura dei Promessi sposi, il romanzo adorato. Ma una cosa ancora, all’atto di concludere questa breve nota. Riandando al suindicato e bellissimo Ricordo di Pietro Citati, apprendiamo che il Pasticciaccio non piaceva a Pasolini. Trovo quindi opportuno citare qui la conclusione delle pagine dedicate dal poeta delle Ceneri al Pasticciaccio in Passione e ideologia (1958): “sicché, se per caso questo libro fosse rimasto nel cassetto dell’autore e fosse uscito fra trenta o quarant’anni, la sua attualità sarebbe stata identica, proprio perché in questo momento esso è un po’ inattuale, ma si presenta già come un valore assoluto -prodotto di un grandissimo cervello e di un cuore grandissimo- oggetto non già, idealmente, di critica militante, ma ormai di esame storiografico o di venerazione”.

lunedì, febbraio 22nd, 2016
La fontana di Piazza della Repubblica a Roma coperta da ghiaccio dovuto alle basse temperature, oggi 17 dicembre 2010. ANSA/ CLAUDIO PERI

La fontana di Piazza della Repubblica a Roma coperta da ghiaccio dovuto alle basse temperature, oggi 17 dicembre 2010. ANSA/ CLAUDIO PERI

 

ALL’ INVERNO MANCATO

 

neppure di un’aspra tramontana

ti sei degnato stavolta! ohi, verno,

di Marzo folle potresti servirti ora

per sorprenderci a stento? ma l’onta

ti si ascrive dei Giorni della Merla

con primaverile vampa: dove ti sei

cacciato? tu come pungente ricordo?

noi, per le polveri sottili, a salmodiare

intanto ad petendam pluviam giocando

alla bisogna a pari e dispari e blocchi

totali; ché l’emergenza è l’anima del rock!

 

poesia inedita di Andrea Mariotti, febbraio 2016

 

 

 

 

lunedì, febbraio 15th, 2016

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Esattamente novant’anni fa moriva Piero Gobetti. Sullo spessore politico-intellettuale dell’uomo, doveroso riflettere in modo adeguato. Ma Gobetti ci è caro anche in qualità di primo Editore di Eugenio Montale, riferendosi agli Ossi di seppia pubblicati nel 1925. L’occasione è dunque propizia per presentare ai visitatori del blog il mio scritto in onore del grande Genovese (che in Gobetti riconobbe un maestro di sofferenza “affinché il filo della verità non fosse spezzato”) apparso sul numero 62 (settembre-dicembre 2015) della Rivista I fiori del male:

 

OMAGGIO A MONTALE

 

Il 23 ottobre 1975, è il giorno dell’annuncio ufficiale del Premio Nobel per la Letteratura a Eugenio Montale; eccoci giunti, quindi, in questo 2015, a ricordare con viva emozione quel 10 dicembre 1975 in cui il grande Genovese ebbe a ricevere a Stoccolma dal re di Svezia l’alto riconoscimento. Sia detto subito: volendo scrivere su Montale (a prescindere da tale ricorrenza imminente) si sentono tremar le vene e i polsi, a fronte d’una imponente e prestigiosa letteratura critica cresciuta da quasi un secolo intorno all’opera di quello che rimane, oggettivamente, il massimo poeta del nostro Novecento. Bene. Spesa l’inevitabile  excusatio d’uopo nella fattispecie, confido in un minuscolo varco tra le fitte maglie dei suddetti studi sul nostro grande poeta, aspirando perlomeno alla plausibilità delle mie argomentazioni (volume di riferimento il Meridiano Eugenio Montale, TUTTE LE POESIE  a cura di Giorgio Zampa, Arnoldo Mondadori Editore: Meridiano basato sul testo critico del 1980 curato da Rosanna Bettarini e Gianfranco Contini dal titolo L’Opera in versi, Giulio Einaudi Editore).

Premesso  che il Montale “sublime” (dagli OSSI alla BUFERA attraverso LE OCCASIONI) risulta per me come per tanti memorabile e caro al massimo grado, è anche vero che il poeta storicamente al di là dello sbarco sulla luna -ossia quello della “svolta” di SATURA (1971) fino al QUADERNO DI QUATTRO ANNI (1977)- poeta “basso” e sorprendentemente facondo, non può non esser letto, ritengo, con attenzione estrema, considerando la consolidata statura etico-letteraria di Montale (a valere lungo tutto il corso del secolo alle nostre spalle). Puntualizzato ciò in odor di banalità (quando poi ti accorgi invece che l’ultimo Montale è poco conosciuto dai più –Xenia a parte- rileggendo le numerose “perle” incluse nelle raccolte della vecchiaia); precisato anche questo, stavo dicendo, mi avvicinerò ora senza indugio al cuore di quanto mi preme osservare in merito al poeta più rappresentativo del nostro Novecento. Terreno della mia riflessione forzosamente concisa sarà il terzo grande libro di Montale, il già citato LA BUFERA E ALTRO (1956); in quanto in esso non è esagerato ravvisare una vera e propria polifonia poetica. Si pensi, intanto, alla sezione iniziale del libro dall’allusivo titolo Finisterre; sezione celebre nata in partenza come “fascicoletto” di poesie pubblicato a Lugano nel 1943 grazie a Gianfranco Contini (impareggiabile esegeta di Montale); volendo peraltro rammentare qui-circa tale sezione- l’acuta e densissima analisi dedicata nel 1965 da D’Arco Silvio Avalle agli Orecchini, un’altra delle elegantissime e ardue liriche del suddetto “fascicoletto” (così lo chiamò Montale in una lettera a Contini alla vigilia della pubblicazione in terra straniera per storica necessità). La suindicata sezione della BUFERA racchiude com’è noto alcune delle poesie più alte e “classiche” di Montale, a partire da quella eponima (laddove rimane indimenticabile lo stupendo ossimoro “eternità d’istante”); ma, nella raccolta in questione, ben presto ci si imbatte nella più rimarchevole poesia di “svolta” all’interno di essa, riferendosi a Ballata scritta in una clinica (terza poesia della seconda sezione, Dopo; dedicata a Drusilla Tanzi, la non angelica “Mosca”, comunque compagna vincolante del poeta fino all’ultimo). Intendiamoci subito:  neppure in questa poesia è carente un ars ricercatissima (undici strofe di ottonari e novenari in “crescendo” fino alla sesta; poi decrescenti); sennonché il proverbiale Tu montaliano risulta in essa incarnato da una donna malata “in un manichino di gesso”; per tacere degli oggetti “bassi”, quotidiani che irrompono in un ductus  consolidato e come ben sappiamo imperniato sulla elencazione ellittica delle cose (stupendamente attiva nelle OCCASIONI del 1939, con un vertice a parere di molti costituito in detta raccolta dalla poesia Nuove stanze). Ma tornando alla novità tematica della suddetta Ballata, diamo ora voce a Giovanni Macchia, che nel 1947 ebbe a scrivere le seguenti parole nella Nota acclusa ad un’altra importante lirica pubblicata in Rivista prima di far parte della BUFERA, ossia Voce giunta con le folaghe:  ”… (Montale si apre)…a una realtà più esposta alla storia, più cocente…Chi oserà rimproverare ad un poeta di essere meno universale, se si accosti a toccare un uomo ferito, un uomo, cioè, che soffre per un male reale e visibile? Se egli entri nella corsia di una clinica, invece che declamare alle stelle il dolore cosmico?”. Sarà ora opportuno per le esigenze della riflessione in corso riferirsi al Pasolini di PASSIONE E IDEOLOGIA (prima ed.1960), acuta raccolta di saggi critici sulla letteratura italiana del Novecento (nonché dialettale e popolare); all’interno della quale è possibile leggere una breve e penetrante recensione (1957) proprio della BUFERA di Montale. Si avverte certamente nello scritto di Pasolini una lettura troppo pascoliana del già rammentato procedimento di elencazione ellittica degli oggetti tipico della tecnica compositiva di Montale (specialmente dalle OCCASIONI in poi); fatto sta che giustamente si osserva “una riduzione del mondo esterno ad alcuni suoi dati”; poi oggetto di “una dilatazione…a simboleggiare la parte non sensibile del mondo, sì che (quei dati) da minimi divengano enormi, da quotidiani cosmici ecc”. La suddetta forzatura -giusto precisarlo- è stata da me percepita in relazione alla raffinata ars di matrice indubbiamente pascoliana (costituita da ottonari e novenari) in atto nella montaliana Ballata di cui sopra si è detto (e sappiamo, tesi di laurea a parte, quanto Pasolini abbia amato e considerato Pascoli scrivendo pagine memorabili sul poeta romagnolo leggibili anch’esse in PASSIONE E IDEOLOGIA). Ma veniamo al dunque: nel testo pasoliniano su Montale in questione, viene individuata una poesia per così dire nevralgica della BUFERA, e non soltanto per la sua posizione “forte” a chiusura del libro (alludendo ovviamente al Sogno del prigioniero). Ascoltiamo Pasolini: “In Ballata scritta in una clinica e in Voce giunta con le folaghe, Montale non è più in rapporto con un frammento del mondo, ma con il mondo visto in sintesi, in una sua interezza che coincide con un intero modo di essere dell’umanità…e specialmente nel Sogno del prigioniero, Montale si pone in rapporto…con un mondo circostanziatamente storico, con la società…nel Sogno del prigioniero la protesta ha una violenza e una universalità mai riscontrate prima in Montale”. Com’è stato osservato da più parti, gli oggetti elencati nel Sogno appaiono meno ricercati, umili perfino; e l’attualità della poesia è, direi -in questo 2015 segnato dal dramma epocale di una migrazione di bibliche proporzioni- stringente se non sconvolgente: ”…La purga dura da sempre, senza un perché./ Dicono che chi abiura e sottoscrive/ può salvarsi da questo sterminio d’oche;/ che chi obiurga se stesso, ma tradisce/ e vende carne d’altri…”. E poi, in chiusa: “e i colpi si ripetono ed i passi, / e ancora ignoro se sarò al festino/ farcitore o farcito. L’attesa è lunga,/ il mio sogno di te non è finito”. Ai lettori di Montale, naturalmente, non da oggi il compito di decodificare a più livelli la stupenda polisemia dei versi appena citati: l’ultimo dei quali da riferire evidentemente non solo alla donna salvifica ma alla stessa poesia; per tacer d’altro, come mi sento di aggiungere qui immerso nel drammatico contesto storico che ci riguarda. Per tornare un attimo ai rapporti fra Montale e Pasolini -senza mancare di sottolineare l’ovvia funzione di “cerniera” del Sogno rispetto a SATURA– sappiamo della negativa recensione pasoliniana del libro di Montale del 1971 (l’anno che vide anche la pubblicazione di TRASUMANAR E ORGANIZZAR); il grande Genovese replicò con una sdegnata e corrosiva Lettera a Malvolio (alias Pasolini) inclusa nel DIARIO DEL’71 e del ’72 (1973), non avendo ovviamente digerito le velenose accuse (di borghese conservatorismo) subìte. Tant’è. Nella notte fra il primo e il due novembre del 1975 Pasolini viene barbaramente ucciso all’Idroscalo di Ostia, mentre Montale di lì a poco (10 dicembre dello stesso anno, come rammentato all’inizio del presente scritto) riceverà un Nobel meritatissimo quale interprete ineludibile della poesia del Novecento non soltanto italiano. A distanza di quarant’anni dal Premio assegnato al grande Genovese mi chiedo, infine: quale l’insegnamento più importante che Egli ci ha lasciato -volendo tacere delle sue “fulgurazioni” (Contini), della sua memorabile densità di pensiero-? senz’altro l’indicazione dell’impegno morale del poeta coerentemente praticato, mi sento di dire.

 

Andrea Mariotti, settembre 2015

 

P.S. il testo in oggetto è stato da me letto il 23 ottobre 2015 presso la Biblioteca Pasolini di Roma (a.m.)

 

giovedì, febbraio 11th, 2016

Mozart

Il 27 gennaio scorso ho dato conto nel presente blog di una importante ricorrenza, coincidente con il Giorno della Memoria: quella dei 260 anni dalla nascita di Wolfgang Amadeus Mozart. In tale occasione mi sono permesso di suggerire l’ascolto di un celebre adagio mozartiano, vale a dire il movimento centrale del Concerto per clarinetto e orchestra K622. Quest’oggi il mio piccolo suggerimento è focalizzato sull’adagio della sonata per pianoforte K570 del geniale compositore. Detto adagio va debitamente centellinato, per una sua nobiltà di scrittura particolare: evenienza tutt’altro che rara trattandosi della musica di Mozart; eppure occorre qui insistere sulla squisita fattura di esso….e dunque buon ascolto a chi si sentirà incuriosito al riguardo.

 

mercoledì, febbraio 10th, 2016

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Nei “Mammut Gold” ritornano “Tutte le poesie e tutte le prose” di Giacomo Leopardi, edizione integrale diretta da Lucio Felici, a cura di Felici e di Emanuele Trevi, Roma, Newton Compton, 2016, pp. 1465.

 

Detta notizia si legge sul sito Leopardi.it (fra i “Link amici” del presente blog) in data di ieri, 9 febbraio 2016. Ma quest’oggi il prof. Lucio Felici amichevolmente mi ha spedito la seguente “noticina” che tale non è, trattandosi piuttosto di una interessante ricostruzione relativa ad una fatica editoriale di notevole spessore alla vigilia del bicentenario leopardiano (pubblicazione cui si riferisce l’immagine qua sopra… a.m.):

 

Questa raccolta, diretta da Lucio Felici per la collana “I Mammut” della Newton Compton, ha una sua piccola storia editoriale. Uscì nel 1997, alla vigilia del bicentenario della nascita di Leopardi, in due volumi: Tutte le poesie e tutte le prose (incluse le lettere) a cura di Felici (per le poesie) e di Emanuele Trevi (per le prose); lo Zibaldone secondo il testo di Giuseppe Pacella, introdotto da Trevi e corredato dagli Indici filologici di Marco Dondero e dall’Indice tematico e analitico di Dondero e di Wanda Marra.

L’opera batté sul tempo le innumerevoli iniziative editoriali che affollarono il bicentenario (nessuna, del resto, con l’ambizione di riproporre un “tutto Leopardi”), e ciò fu possibile anche perché in quello stesso anno Felici stava curando l’ informatizzazione di tutti i testi leopardiani per un cd-rom della Lexis Progetti Editoriali di Pasquale Stoppelli (edito nel 1998).

Critica e pubblico di lettori premiarono l’audace impresa, che venne presentata in varie sedi da noti studiosi. Il 7 febbraio 1998, nella Sala delle Conferenze del Centro Nazionale di Studi Leopardiani (Recanati), fu oggetto di un incontro presieduto da Franco Foschi (presidente del Centro) con la partecipazione della contessa Anna Leopardi: insieme con i due curatori, intervennero Giulio Ferroni e Gennaro Savarese.

Ristampata più volte, dal 2010 la raccolta è in un volume unico di 2654 pagine in carta sottile (simil-india) e stampa di apprezzabile nitore, rilegato con una copertina cartonata e plastificata che sfoggia un’immagine del poeta giovinetto secondo l’interpretazione bizzarra, stile cartoon, dell’illustratore spagnolo Mikel Casal (sono suoi tutti gli altri “ritratti” dei “Mammut” in nuova veste editoriale) .

Nel corso delle varie ristampe o ri-edizioni sono stati apportati emendamenti testuali e aggiornamenti bibliografici. L’edizione 2013 (terza in volume unico) si avvale di ulteriori miglioramenti, grazie soprattutto alle segnalazioni che Felici ha ricevuto da suoi amici studiosi, in particolare da Luigi Blasucci e da Nicola Merola. Il nuovo aggiornamento bibliografico, condizionato dallo spazio disponibile, è una selezione di titoli usciti fino al 2012.

Nel febbraio 2016 Tutte le poesie e tutte le prose sono tornate disponibili anche  separatamente dallo Zibaldone, in un volume della serie “Mammut Gold”.

 

lunedì, febbraio 8th, 2016

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Ricordo dello scultore Giglio Petriacci

 

Il 26 novembre scorso lo scultore Giglio Petriacci, il maestro, l’amico, ci ha lasciati. Un uomo semplice, schietto, allergico verso ogni retorica, verso ogni sentimentalismo. Era così in ogni aspetto della sua vita. Così con gli amici, così in famiglia, così nella sua vita di artista schivo, riservato, ed era così nel suo impegno professionale, nel suo lavoro di Preside e di educatore di tante generazioni di giovani indirizzati verso le materie artistiche. Ricordiamo la sobrietà, il rigore e direi l’austera dolcezza con cui guardava la vita, unita a quella sottile e sorridente ironia che era sempre stampata sul suo volto. Nessuna sbavatura, nessun fronzolo, un senso della realtà ruvido ed essenziale, che non gli impediva di essere fresco e vivace, gioioso. Un uomo di grandi sentimenti, ma sempre dominati, contenuti. Un uomo fierissimo, anche, ma mai superbo o arrogante. Voleva bene a tutti e sapeva farsi benvolere.

Concepiva l’esistenza come un dare, come un servizio. Per se stesso non cercava gratificazioni. Era un uomo rigido, incapace di cedere ai compromessi, nonostante la sua professione di Preside di Istituti d’Arte (ne ha girati tanti in tutta la penisola) lo ponesse nell’occhio del ciclone. Si è dedicato con grande passione all’educazione artistica, vuoi a livello nazionale, vuoi nei Castelli Romani, dove era nato il 9 giugno del ’36. Marino e Velletri lo hanno visto animatore strenuo di questa promozione, tesa a plasmare eccellenti operatori artistici che hanno saputo imporre la propria professionalità in ambito nazionale ed oltre. Tutto ciò nel dopoguerra, nel clima fecondo della ricostruzione civile. E’ stato anche un ottimo artista. Ha lavorato tantissimo, ma rifiutava i palcoscenici, i riflettori. Rifiutava di apparire, non amava che si parlasse di lui. Gli sembrava che le ribalte togliessero all’arte quel silenzio, quell’interiorità e quella sacralità che le sono peculiari.

Intendiamoci: di mostre ne ha fatte, Giglio, ma non moltissime, anche se quelle che ha fatto hanno lasciato un segno e sono state molto significative (come quella del ’95, allestita nelle sale di Palazzo Colonna a Marino, sotto la regia dell’Architetto Pietro Di Bernardino). Tuttavia, lo ripetiamo, a Giglio non piacevano i riflettori. Gli piaceva lavorare, questo si. Ed ora che non c’è più, continueremo ad immaginarlo chiuso nel suo studio, nel bel mezzo di quel bombardamento di colpi che risuonavano nell’aria con accanimento epico, dando vita a suoni sferraglianti, ad arditi e guerreschi motivi orchestrali. Un’operazione temeraria, ogni volta, che lo impegnava in un furioso corpo a corpo con la materia trattata. Una battaglia all’ultimo sangue, potremmo dire. Era un guerriero, Giglio, eppure era un uomo di pace. Un faber di meraviglie civilissime, un costruttore di opere inneggianti alla coralità, alla solidarietà tra gli umani.

Vari cicli è dato riscontrare nella sua produzione scultorea. C’è un primo periodo, che potremmo definire plastico, evocativo, dove già s’annuncia il leitmotiv della sua ricerca artistica: una monumentalità antiretorica e priva di intenti eccentrici, spettacolari, ma ricca di straordinaria forza umana. Sono gruppi di figure volteggianti che si sprigionano da un nucleo centrale, da una forza cui restano tuttavia collegate. Un intreccio di spinte centrifughe e centripete, un rimando circolare che sta a significare la ricerca di valori essenziali, permanenti, strettamente legati alla mobilità e alla mutevolezza delle cose. Unità e molteplicità, identità e diversità fuse in un solo respiro. Il mistero dell’essere immerso nel divenire tumultuoso.

Il momento successivo è costituito da una stilizzazione composta di strutture elementari, immagini primordiali ed arcaizzanti, protostoriche, a volte vagamente antropomorfe, altre geometrizzanti ed archetipe. Forme elicoidali, cilindriche, sferiche, con effetti architettonici intriganti ed un brulichio vertiginoso di microcosmi interni. Le strutture esterne, di contenimento, sono maestose e nitide, ispirate all’Ordine, mentre all’interno prende corpo un groviglio magmatico di vitalità vorticosa. Una città immersa nella natura, dove scultura e architettura sono sapientemente intrecciate tra di loro. Una città archetipa, sorta dalle viscere della terra ed altamente tecnologizzata, ma lontana dai paradisi artificiali in cui oggi viviamo.

Una città neolitica e avveniristica nello stesso tempo, legata a visioni atemporali e mitiche, ma guizzanti e metamorfiche, in divenire. Sono forme archetipe che alludono ad una primigenia ed immutabile armonia del mondo. Opere per lo più cilindriche, con varianti spiraliformi, elicoidali, circolari, dove le forme flessuose vengono forzate da un moto vorticoso interno, che tuttavia non riesce ad annientare la sensazione rassicurante di un disegno armonico, provvidenziale. Molti conoscono il grande obelisco sito nel giardino dello studio del Maestro a Marino: una struttura cilindrica, alta otto metri, realizzata con materiali tecnologici; un’evocazione dell’Uno, dell’Unisono, della Cooperazione.

Un terzo momento ha inizio più o meno sul finire degli anni Ottanta e coincide con un ritorno alla figurazione. Non più, tuttavia, nella forma plastica iniziale, ma in forme massicce e corpulente, appesantite dall’influsso di una sempre più deludente cronaca giornaliera. Questa terza maniera, che potremmo definire esistenziale, sorge indubbiamente dal confronto di quell’umano, che l’artista sente vivo dentro di sé, con il disumano che sempre più dilaga a livello collettivo. Sono scoppi di amarezza e di sdegno che sfiorano i toni della denuncia civile, ed è una nota insolita per artisti fondamentalmente legati agli archetipi, come lui. Le forme tuttavia sono ancora cilindriche, a testimoniare l’indistruttibilità del nucleo e dei valori fondamentali, anche se si chiudono a tronco e dal tronco schizzano teste urlanti, angosciate, disperate. Molto spesso il tronco allude al corpo femminile, altre volte alla coppia umana e altre ancora al gruppo familiare.

E veniamo all’ultimo ciclo, anche se dobbiamo avvertire che questa suddivisione in cicli è necessariamente schematica, in quanto tutte le pulsioni sono compresenti e si intrecciano nei vari momenti di questa ricca e complessa personalità artistica. Il nuovo ciclo è perlopiù caratterizzato da lamine in ferro sbalzato, come quella recentemente donata dal Maestro alla Città di Marino, di ascendenze materico-informali. Superfici screpolate e straziate, bucherellate, che registrano il farsi e disfarsi delle cose, il loro struggersi e logorarsi, il tutto ottenuto con un bombardamento di martellate che piegano la lamina alle esigenze dell’estro creativo. Un’epopea della distruzione e del caos che deve far luce sul valore del dramma esistenziale proprio dello scultore, la cui poetica è ossimorica, problematica, con un bifrontismo oltremodo interessante e innovativo.

C’è il rovescio della medaglia in ogni situazione, per cui la guerra non può che condurre ad innamorarsi della pace. Ed infatti la lamina in ferro sbalzato, intitolata Deflagrazione, venne donata dall’artista alla Città di Marino, il 2 febbraio 2013, a ricordo degli orrori della guerra, per scongiurarla in nome della pace. Sta qui, in questo magma incandescente di Ordine e Caos, di Storia e di Arché, in questo incrocio di spinte contrastanti, la poetica di Giglio Petriacci, dominata dal mistero dell’armonia dei contrari. Non a caso egli ha avuto due Maestri insuperabili nella poesia dell’equilibrio: lo scultore Lorenzo Guerrini al Liceo artistico, proveniente dall’esperienza minimalista (anzi, antesignano della stessa); e Pericle Fazzini all’Accademia di Belle Arti, proveniente dall’espressionismo plastico. Due Maestri dell’arte contemporanea antitetici tra di loro, ma entrambi affascinati dal tema dell’equilibrio.

Tutti credo conoscano i grandi monoliti in pietra albana che Guerrini venne a scolpire direttamente nelle cave di Marino negli anni Cinquanta (e fu per questo che nell’Ottanta gli venne conferita la cittadinanza onoraria). Sono delle forme primordiali, dei blocchi statici che sembrano sul punto di squilibrarsi e sconnettersi, ma che invece restano perfettamente stabili. Al contrario, in Fazzini (chi non conosce la Resurrezione della Sala Nervi in Vaticano?) assistiamo ad un moto vorticoso e plastico di figure che sembrano volare sfidando la forza di gravità, alla quale restano comunque ancorate. In entrambi i casi assistiamo ad una sfida dell’equilibrio, ad un turbamento dell’armonia, che tuttavia rimane integra e non viene intaccata. Ebbene, Giglio eredita dai suoi Maestri questa visione del mondo. O meglio, si riconosce in essa, la fa sua. Una poetica dell’equilibrio giocata sulle opposte tensioni del moto e della stasi.

 

Franco Campegiani

 

P.S. la foto dell’artista che precede il suddetto scritto mi è stata  donata assieme ad altre dall’architetto Simone Petriacci, figlio del grande scultore. Di ciò lo ringrazio unitamente a Franco Campegiani, avendo da parte mia più volte condiviso negli anni passati con il Maestro scomparso il piacere conviviale (A.M.)

 

 

 

 

 

domenica, febbraio 7th, 2016

Monica

Con grande piacere do notizia dell’evento previsto per venerdì prossimo 12 febbraio a Roma:

 

Associazione Aleph

vicolo del Bologna, 72 – Roma

 

venerdì 12 febbraio – ore 18,00

Presentazione dei libri:

 

 

 L’abitudine degli occhi, ed. Passigli, di MONICA MARTINELLI

Le stanze inquiete, ed. La vita felice, di LUCIANNA ARGENTINO

 

 

Relatori: MARZIA SPINELLI e FRANCESCO DE GIROLAMO

mercoledì, febbraio 3rd, 2016

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Ascoltando quest’oggi il giornale radio, eccola una ricorrenza credo non risibile: esattamente il 3 febbraio del 1957 iniziava in tivù Carosello, con attori e cantanti di prestigio a reclamizzare in modo sobrio ed anche fantasioso questo o quel prodotto…l’immagine qua sopra dice tutto, in merito. Anch’io sono stato in quei tempi  lontani uno dei tanti bambini che andava a letto dopo Carosello. Il fortunato e popolare “intermezzo” andò in pensione nel 1977; e mi piace qui ricordarlo per il suo spirito diciamo così non aggressivo: se non si tratta soltanto di una velatura di memoria, di un moto di tenerezza verso la propria infanzia.

martedì, febbraio 2nd, 2016

Con vivo piacere do notizia dell’evento previsto per venerdì 5 febbraio a Roma presso l’Associazione Culturale in Trastevere ALEPH:

 

 

vicolo del Bologna, 72 – Roma

venerdì 05 febbraio 2016, ore 17,30

 

Antonio Coppola

Maschere, pelle e Dio

(E. S. S. Editorial Service Sistem – Roma 2014)

 

Relatori: Francesco Dell’Apa e Sabino Caronia

 

Leggeranno: Monica Martinelli, Giulia Perroni, Salvatore Puntillo e Marzia Spinelli

 

L’autore darà in omaggio il libro insieme con

Fuori del circuito

 

www.associazionealeph.it