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Esattamente novant’anni fa moriva Piero Gobetti. Sullo spessore politico-intellettuale dell’uomo, doveroso riflettere in modo adeguato. Ma Gobetti ci è caro anche in qualità di primo Editore di Eugenio Montale, riferendosi agli Ossi di seppia pubblicati nel 1925. L’occasione è dunque propizia per presentare ai visitatori del blog il mio scritto in onore del grande Genovese (che in Gobetti riconobbe un maestro di sofferenza “affinché il filo della verità non fosse spezzato”) apparso sul numero 62 (settembre-dicembre 2015) della Rivista I fiori del male:

 

OMAGGIO A MONTALE

 

Il 23 ottobre 1975, è il giorno dell’annuncio ufficiale del Premio Nobel per la Letteratura a Eugenio Montale; eccoci giunti, quindi, in questo 2015, a ricordare con viva emozione quel 10 dicembre 1975 in cui il grande Genovese ebbe a ricevere a Stoccolma dal re di Svezia l’alto riconoscimento. Sia detto subito: volendo scrivere su Montale (a prescindere da tale ricorrenza imminente) si sentono tremar le vene e i polsi, a fronte d’una imponente e prestigiosa letteratura critica cresciuta da quasi un secolo intorno all’opera di quello che rimane, oggettivamente, il massimo poeta del nostro Novecento. Bene. Spesa l’inevitabile  excusatio d’uopo nella fattispecie, confido in un minuscolo varco tra le fitte maglie dei suddetti studi sul nostro grande poeta, aspirando perlomeno alla plausibilità delle mie argomentazioni (volume di riferimento il Meridiano Eugenio Montale, TUTTE LE POESIE  a cura di Giorgio Zampa, Arnoldo Mondadori Editore: Meridiano basato sul testo critico del 1980 curato da Rosanna Bettarini e Gianfranco Contini dal titolo L’Opera in versi, Giulio Einaudi Editore).

Premesso  che il Montale “sublime” (dagli OSSI alla BUFERA attraverso LE OCCASIONI) risulta per me come per tanti memorabile e caro al massimo grado, è anche vero che il poeta storicamente al di là dello sbarco sulla luna -ossia quello della “svolta” di SATURA (1971) fino al QUADERNO DI QUATTRO ANNI (1977)- poeta “basso” e sorprendentemente facondo, non può non esser letto, ritengo, con attenzione estrema, considerando la consolidata statura etico-letteraria di Montale (a valere lungo tutto il corso del secolo alle nostre spalle). Puntualizzato ciò in odor di banalità (quando poi ti accorgi invece che l’ultimo Montale è poco conosciuto dai più –Xenia a parte- rileggendo le numerose “perle” incluse nelle raccolte della vecchiaia); precisato anche questo, stavo dicendo, mi avvicinerò ora senza indugio al cuore di quanto mi preme osservare in merito al poeta più rappresentativo del nostro Novecento. Terreno della mia riflessione forzosamente concisa sarà il terzo grande libro di Montale, il già citato LA BUFERA E ALTRO (1956); in quanto in esso non è esagerato ravvisare una vera e propria polifonia poetica. Si pensi, intanto, alla sezione iniziale del libro dall’allusivo titolo Finisterre; sezione celebre nata in partenza come “fascicoletto” di poesie pubblicato a Lugano nel 1943 grazie a Gianfranco Contini (impareggiabile esegeta di Montale); volendo peraltro rammentare qui-circa tale sezione- l’acuta e densissima analisi dedicata nel 1965 da D’Arco Silvio Avalle agli Orecchini, un’altra delle elegantissime e ardue liriche del suddetto “fascicoletto” (così lo chiamò Montale in una lettera a Contini alla vigilia della pubblicazione in terra straniera per storica necessità). La suindicata sezione della BUFERA racchiude com’è noto alcune delle poesie più alte e “classiche” di Montale, a partire da quella eponima (laddove rimane indimenticabile lo stupendo ossimoro “eternità d’istante”); ma, nella raccolta in questione, ben presto ci si imbatte nella più rimarchevole poesia di “svolta” all’interno di essa, riferendosi a Ballata scritta in una clinica (terza poesia della seconda sezione, Dopo; dedicata a Drusilla Tanzi, la non angelica “Mosca”, comunque compagna vincolante del poeta fino all’ultimo). Intendiamoci subito:  neppure in questa poesia è carente un ars ricercatissima (undici strofe di ottonari e novenari in “crescendo” fino alla sesta; poi decrescenti); sennonché il proverbiale Tu montaliano risulta in essa incarnato da una donna malata “in un manichino di gesso”; per tacere degli oggetti “bassi”, quotidiani che irrompono in un ductus  consolidato e come ben sappiamo imperniato sulla elencazione ellittica delle cose (stupendamente attiva nelle OCCASIONI del 1939, con un vertice a parere di molti costituito in detta raccolta dalla poesia Nuove stanze). Ma tornando alla novità tematica della suddetta Ballata, diamo ora voce a Giovanni Macchia, che nel 1947 ebbe a scrivere le seguenti parole nella Nota acclusa ad un’altra importante lirica pubblicata in Rivista prima di far parte della BUFERA, ossia Voce giunta con le folaghe:  ”… (Montale si apre)…a una realtà più esposta alla storia, più cocente…Chi oserà rimproverare ad un poeta di essere meno universale, se si accosti a toccare un uomo ferito, un uomo, cioè, che soffre per un male reale e visibile? Se egli entri nella corsia di una clinica, invece che declamare alle stelle il dolore cosmico?”. Sarà ora opportuno per le esigenze della riflessione in corso riferirsi al Pasolini di PASSIONE E IDEOLOGIA (prima ed.1960), acuta raccolta di saggi critici sulla letteratura italiana del Novecento (nonché dialettale e popolare); all’interno della quale è possibile leggere una breve e penetrante recensione (1957) proprio della BUFERA di Montale. Si avverte certamente nello scritto di Pasolini una lettura troppo pascoliana del già rammentato procedimento di elencazione ellittica degli oggetti tipico della tecnica compositiva di Montale (specialmente dalle OCCASIONI in poi); fatto sta che giustamente si osserva “una riduzione del mondo esterno ad alcuni suoi dati”; poi oggetto di “una dilatazione…a simboleggiare la parte non sensibile del mondo, sì che (quei dati) da minimi divengano enormi, da quotidiani cosmici ecc”. La suddetta forzatura -giusto precisarlo- è stata da me percepita in relazione alla raffinata ars di matrice indubbiamente pascoliana (costituita da ottonari e novenari) in atto nella montaliana Ballata di cui sopra si è detto (e sappiamo, tesi di laurea a parte, quanto Pasolini abbia amato e considerato Pascoli scrivendo pagine memorabili sul poeta romagnolo leggibili anch’esse in PASSIONE E IDEOLOGIA). Ma veniamo al dunque: nel testo pasoliniano su Montale in questione, viene individuata una poesia per così dire nevralgica della BUFERA, e non soltanto per la sua posizione “forte” a chiusura del libro (alludendo ovviamente al Sogno del prigioniero). Ascoltiamo Pasolini: “In Ballata scritta in una clinica e in Voce giunta con le folaghe, Montale non è più in rapporto con un frammento del mondo, ma con il mondo visto in sintesi, in una sua interezza che coincide con un intero modo di essere dell’umanità…e specialmente nel Sogno del prigioniero, Montale si pone in rapporto…con un mondo circostanziatamente storico, con la società…nel Sogno del prigioniero la protesta ha una violenza e una universalità mai riscontrate prima in Montale”. Com’è stato osservato da più parti, gli oggetti elencati nel Sogno appaiono meno ricercati, umili perfino; e l’attualità della poesia è, direi -in questo 2015 segnato dal dramma epocale di una migrazione di bibliche proporzioni- stringente se non sconvolgente: ”…La purga dura da sempre, senza un perché./ Dicono che chi abiura e sottoscrive/ può salvarsi da questo sterminio d’oche;/ che chi obiurga se stesso, ma tradisce/ e vende carne d’altri…”. E poi, in chiusa: “e i colpi si ripetono ed i passi, / e ancora ignoro se sarò al festino/ farcitore o farcito. L’attesa è lunga,/ il mio sogno di te non è finito”. Ai lettori di Montale, naturalmente, non da oggi il compito di decodificare a più livelli la stupenda polisemia dei versi appena citati: l’ultimo dei quali da riferire evidentemente non solo alla donna salvifica ma alla stessa poesia; per tacer d’altro, come mi sento di aggiungere qui immerso nel drammatico contesto storico che ci riguarda. Per tornare un attimo ai rapporti fra Montale e Pasolini -senza mancare di sottolineare l’ovvia funzione di “cerniera” del Sogno rispetto a SATURA– sappiamo della negativa recensione pasoliniana del libro di Montale del 1971 (l’anno che vide anche la pubblicazione di TRASUMANAR E ORGANIZZAR); il grande Genovese replicò con una sdegnata e corrosiva Lettera a Malvolio (alias Pasolini) inclusa nel DIARIO DEL’71 e del ’72 (1973), non avendo ovviamente digerito le velenose accuse (di borghese conservatorismo) subìte. Tant’è. Nella notte fra il primo e il due novembre del 1975 Pasolini viene barbaramente ucciso all’Idroscalo di Ostia, mentre Montale di lì a poco (10 dicembre dello stesso anno, come rammentato all’inizio del presente scritto) riceverà un Nobel meritatissimo quale interprete ineludibile della poesia del Novecento non soltanto italiano. A distanza di quarant’anni dal Premio assegnato al grande Genovese mi chiedo, infine: quale l’insegnamento più importante che Egli ci ha lasciato -volendo tacere delle sue “fulgurazioni” (Contini), della sua memorabile densità di pensiero-? senz’altro l’indicazione dell’impegno morale del poeta coerentemente praticato, mi sento di dire.

 

Andrea Mariotti, settembre 2015

 

P.S. il testo in oggetto è stato da me letto il 23 ottobre 2015 presso la Biblioteca Pasolini di Roma (a.m.)

 

2 Responses to “”

  1. Fiorella D'Ambrosio ha detto:

    Ricordo di aver letto con molto interesse, Andrea, il tuo “Omaggio a Montale” scritto e pubblicato sulla rivista “I fiori del male” nell’anniversario del Conferimento del Premio Nobel per la Letteratura ad Eugenio Montale, una delle piu’ alte figure della poesia novecentesca. Il tuo testo, con argomentazioni ampie e articolate, attraverso una esaustiva analisi del pensiero e delle opere di Montale, coglie appieno le caratteristiche della sua arte: oggettivare gli stati d’animo nel paesaggio, illuminare con un lampo zone oscure della coscienza, allargare all’infinito orizzonti spirituali e materiali. In questo consiste la dimensione cosmica della poesia montaliana. Per quanto riguarda Piero Gobetti, di cui ricorre quest’anno il novantesimo anniversario della morte, ammiro il giovane intellettuale, animatore di importanti iniziative culturali e fondatore -tra l’altro- della rivista letteraria il “Baretti” su cui, se non ricordo male, vide la luce la prima raccolta di poesie di Montale “Ossi di seppia”. Ammiro la sua lucida visione dei rapporti tra cultura e politica, due attivita’ concepite in stretta connessione e la sua scrittura dal taglio deciso e problematico. Un caro saluto. Fiorella

  2. andreamariotti ha detto:

    Mi è sembrato opportuno non avendolo fatto finora, Fiorella, proporre il mio testo su Montale nella ricorrenza dei novant’anni dalla morte di Gobetti. Mi permetterò qui, al riguardo, di citare un passo de Il disagio della libertà di Corrado Augias, Rizzoli, 2012 (con gradita dedica dell’autore): “Negli scritti di Gobetti si trovano passaggi di stupefacente lucidità. Uno in particolare interessa il tema di questo libro, è la sua analisi della natura del fascismo. Nel breve saggio Elogio della ghigliottina scrive: Il fascismo in Italia è una indicazione di infanzia perché segna il trionfo della facilità, della fiducia, dell’entusiasmo. Si può ragionare del ministero Mussolini come di un fatto d’ordinaria amministrazione. Ma il fascismo è stato qualcosa di più, è stato l’autobiografia della nazione“. Indimenticabile davvero, tale passo. Aggiungerò che proprio in questi giorni ho rivisto il meraviglioso film di Ettore Scola del 1977, ossia Una giornata particolare: mirabile, perfetta fusione di intimità e storia, quest’ultima concretata dal regista in riferimento alla visita di Hitler a Roma del 6 maggio 1938, che sembra davvero suggellare dal punto di vista cinematografico quella “autobiografia della nazione” di cui memorabilmente ha parlato Gobetti. Per tornare a Montale e al suo antifascismo senza cedimenti, varrà la pena di rammentare almeno Il Verbale di Adunanza del Gabinetto G.P. Vieusseux del primo dicembre 1938, a mezzo del quale:” Ritenuto come il signor Montale Eugenio, attuale direttore del Gabinetto, nonostante i suoi meriti letterari e lo zelo e competenza fin qui dimostrati…non sia fornito dei requisiti speciali…DELIBERA…di dispensare il dottor Eugenio Montale dall’ufficio di Direttore”. Ovviamente al poeta veniva rimproverata senza tanti complimenti la mancata appartenenza al P.N.F. Un caro saluto a te, Fiorella, ringraziandoti per il tuo ampio e significativo commento.

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