Archive for gennaio, 2013

martedì, gennaio 29th, 2013

Tramonto1

Ecco una poesia che ieri sera, alla lettura, mi ha colpito molto per la sua limpidezza estrema. Una di quelle poesie che ci lasciano, credo, con un sentimento di gratitudine nei confronti di chi ha saputo incisivamente esprimere la nostra pena durevole, dalla nascita fino al momento in cui…e qui veniamo alla plastica, concreta chiusa della lirica in oggetto:

il paese oscuro

il paese oscuro te lo ritrovi dentro
è un labirinto di pensieri impenetrabili
le numerose cadute non servono
per imparare a districarti

quando nasci è già lì
col tempo vi accendi delle piccole luci
è come un presepe dell’anima con cui convivi
ma non ci sono angeli che annunziano la buona novella

l’aurora ne avvolge i confini
circonda la sua cupa aura ma non la penetra
unica salvezza lasciarlo
abbandonarlo per fabbricare il presente

(poesia di Rosaria Di Donato)

Assertiva, volevamo dire, la chiusa della lirica, al pari -oserei affermare- di uno “stacco” beethoveniano; come un potente faro in grado di squarciare la palude Stigia nella quale brancoliamo. Tale poesia è inclusa nell’ultima silloge di Rosaria Di Donato, dal titolo LUSTRANTE D’ACQUA, Genesi Editrice (con prefazione di Sandro Gros-Pietro). La forte ispirazione della Di Donato, risulta affidata a una scrittura consapevole e moderna, estremamente raffinata nell’uso dell’allitterazione; come si può vedere soprattutto nella prima quartina de IL PAESE OSCURO, egemonizzata, è proprio il caso di dire, dalla consonante liquida vibrante “erre”: a suggerire, sul piano fonematico del discorso poetico, il nostro doloroso vagare intrappolati “nel labirinto di pensieri impenetrabili”. Rosaria Di Donato è nata a Roma, città dove vive e insegna in un liceo statale. Laureata in Filosofia, ha pubblicato diverse raccolte poetiche note anche all’estero, premiate e recensite, tra gli altri, da Giorgio Barberi Squarotti. La foto qua sopra, infine, è mia, ed è stata scattata giorni addietro nel parco romano di Villa Doria Pamphilj.

domenica, gennaio 27th, 2013

Tramonto2

Senza volerlo, forse, questa mia foto scattata ieri pomeriggio a Villa Doria Pamphilj , nel momento più intenso di un tramonto romano, può umilmente rappresentare il doveroso spirito di riflessione nella Giornata della Memoria. Un uomo, nella foto, siede su una panchina, circondato dal verde e dai pini quasi incendiati dalla luce solare… viene davvero voglia di silenzio, in una giornata come questa, di rileggere Se questo è un uomo di Primo Levi, di abbracciare fino in fondo, nella vacuità odierna, quel valore primario che consiste nel principio della responsabilità personale; per interrogarci sulla “matta bestialitade” umana capace dell’Olocausto.

sabato, gennaio 26th, 2013

Immagine 007

Personalmente non sono d’accordo con quella forma di snobismo sempre più diffusa in base alla quale il contatto con il mezzo televisivo è comunque il Male, a prescindere. Non a caso ho detto il mezzo televisivo: cui devo, recentemente, la lettura di un romanzo breve di Colette quale Chéri. Ma andiamo con ordine. Circa due settimane fa, su RAI 5, se non ricordo male, ho seguito per l’appunto il film Chéri di Stephen Frears del 2009, tratto dal romanzo di Colette, con una bravissima e sempre bella Michelle Pfeiffer nel ruolo della protagonista della vicenda, Léa. Chi è Léa? una matura e affascinante prostituta d’alto bordo ritiratasi a vita privata nella Parigi d’inizio Ventesimo secolo. Ora questo accade: che una donna pur avveduta del suo stampo -per compiacere una sua “collega” di un tempo, Madame Peloux- vada ben oltre il previsto “svezzamento” di Peloux figlio, ossia Chéri, portando avanti con il diciannovenne “pupo cattivo” e bellissimo, una relazione della durata di sei anni. Il dolore tocca profondamente il cuore di Léa quando il ragazzo sposa la figlia diciannovenne di un’amica di Madame Peloux (peraltro anche Chéri -questo l’appellativo materno con cui viene chiamato il “pupo cattivo” e arrogante e fin troppo compiaciuto della sua grande bellezza- soffre, e non poco, per il distacco dalla sua matura amante). I due si rivedranno, per una notte d’amore che dovrebbe sancire il ritorno definitivo di Chéri da Léa, eppure…non avevano fatto i conti, essi, con quello che potremmo definire il Convitato di Pietra della vicenda, e cioè il Tempo; che quella stessa notte e poi la mattina successiva emette il suo inesorabile verdetto. La pur seducente, saggia e ancor bella Léa, cinquantenne, dovrà infatti lasciare andar via il “pupo cattivo” in quanto marito ancora acerbo ma comunque non più disposto a farsi guidare dalla sua materna amante di un tempo. Cosa dire a questo punto? Che il film di Frears è più che godibile ed elegante; laddove il romanzo di Colette, da me letto nei giorni successivi, è veramente bello. Sappiamo che Colette è stata, in Francia come in Europa, la scrittrice più famosa del Novecento. Una “penna” facile, la sua, troppo popolare? Ma io leggo nell’ Enciclopedia Europea (della Garzanti) dell’istinto sicuro di una autrice capace di muoversi con eleganza in un mondo poetico fatto di sensazioni (i suoi personaggi guidati quindi dalla “morale sensitiva”, così chiamata da Rousseau, Confessions, IX, 7; si potrebbe aggiungere). Sempre nell’Europea il giudizio di valore conclusivo sulla scrittrice francese è dunque quello del riconoscimento di un raggiunto equilibrio, nella sua prosa, fra gusto voluttuoso della parola e classica sobrietà dello stile nel suo insieme. Tornando alla mia lettura di Chéri, vorrei qui sottolineare che netta è stata la mia percezione, a conti fatti, di una chiarezza espressiva “cartesiana” alla base del breve romanzo, che si “divora” tutto d’un fiato; ma non per la sua futilità -badiamo bene- piuttosto per lo sguardo lucido che Colette rivolge alle sue creature romanzesche, nessuna esclusa. Tant’è che per precisare più efficacemente ancora quanto vado dicendo, trovo opportuno citare le battute iniziali della terza delle Lezioni Americane di Italo Calvino (Garzanti, 1988), sull’ Esattezza. “Esattezza vuol dire per me soprattutto tre cose: 1) un disegno dell’opera ben definito e ben calcolato; 2) l’evocazione d’immagini visuali nitide, incisive, memorabili…3) un linguaggio il più preciso possibile come lessico e resa delle sfumature del pensiero e dell’immaginazione”. Ecco, la Colette di Chéri è a me risultata mirabilmente esatta nel rendere le sfumature dei pensieri e delle fantasie di Léa, del “pupo cattivo”, di Madame Peloux ed altri personaggi del romanzo…quando insomma una fortuna letteraria di stampo europeo è ben radicata nell’arte di saper scrivere e narrare: come nel caso di Colette, in definitiva. Il romanzo di Colette Chéri, è stato da me letto nella bellissima traduzione dal francese di Giulia Arborio Mella (Adelphi Edizioni); la foto qua sopra, infine, mia, è stata scattata presso il Musée D’Orsay di Parigi anni addietro, e ci permette di osservare un dipinto famoso e stupendo di Edgar Degas, L’absinthe (1876).

martedì, gennaio 22nd, 2013

Boccaccio

Prima che finisca il mese e prima della Giornata della Memoria ormai prossima (27 gennaio, peraltro coincidente con il giorno della nascita di W.A.Mozart, più di una volta ricordata, quest’ultima, nel presente blog), vorrei rammentare l’importanza cruciale dell’anno in corso per alcuni Anniversari. Intanto, nel 1813, nascevano due geni musicali del calibro di Giuseppe Verdi e Richard Wagner. Ma, soprattutto, verso la metà del 1313, vedeva la luce a Firenze (più probabilmente che a Certaldo, paese della famiglia, secondo Vittore Branca) Giovanni Boccaccio, uno dei padri della lingua e della letteratura italiana, con Dante e Petrarca. Per quanto mi riguarda, andando indietro con la memoria ai miei studi universitari, tocco ancora con mano la passione in me suscitata dallo studio rigoroso del Decameron, cui dedicai due annualità dell’esame di Letteratura Italiana; maturando in quel tempo l’intenzione di una tesi di laurea su tale capolavoro della narrativa occidentale. Poi, l’amore di una vita per Giacomo Leopardi, mi riportò al mio progetto di fondo, nel senso che la mia tesi di laurea finì per concentrarsi su una delle tante e lucidissime tematiche presenti nello Zibaldone del grande Recanatese. Tornando a Giovanni Boccaccio, superfluo ribadire la qualità insigne della sua prosa: scattante, fluida, modernissima, celebrante soprattutto la “borghesia attiva e operosa dei nostri Comuni, dopo il tramonto dell’età imperiale”, per citare ancora Vittore Branca, forse lo studioso italiano del Novecento più autorevole in merito al grande narratore toscano. Quando ci si riferisce al piacere prodotto dal testo letterario, ebbene punto di riferimento obbligato è proprio il Decameron: “dico dunque…”; questo il felice incipit tramite il quale ognuno dei giovani dell’allegra brigata si accinge a raccontare la sua novella, nella pace non del tutto rassicurante del “contado” non distante da Firenze, dove infuriava la tremenda pestilenza iniziata nel 1348 e che in pochi anni avrebbe stroncato innumerevoli vite nell’Europa di allora. Ben note sono le tante, salaci novelle in lode dell’ amor profano, nel Decameron; ma, a distanza di tanti anni, ormai, da quei fervidi studi sopra accennati, non posso che esprimere, qui, tutto il mio amore per la famosa novella nona della “Quinta Giornata”, della quale riporterò il cappello introduttivo: “Federigo degli Alberighi ama e non è amato, e in cortesia spendendo si consuma e rimangli un sol falcone, il quale, non avendo altro, dà a mangiare alla sua donna venutagli a casa; la qual, ciò sappiendo, mutata d’animo, il prende per marito e fallo ricco”. Il visitatore del blog che magari non avrà letto questa novella, rimarrà senza fiato al cospetto di una narrazione squisita, in questo caso intrisa d’amor cortese, in grado di toccare davvero il cuore. E parlando di cuore, mi piace concludere questo mio articolo ricordando un altro Anniversario: cinquant’anni fa, Giovanni XXIII, prima di morire, emanava infatti l’enciclica Pacem in Terris, senz’altro da leggere o rileggere, al tempo d’oggi.

P.S. La foto qua sopra l’ho scattata questa sera, di fronte all’edizione Einaudi del capolavoro del Boccaccio.

domenica, gennaio 13th, 2013

Alberese5

Buon Anno ai visitatori del blog, ché siamo ancora in tempo. Doveroso, però, cominciare oggi col ricordare il primo anniversario del disastro della Costa Concordia (13/1/2012), con più di trenta vittime e due persone tuttora mancanti all’appello. Su questa grande sciagura che si poteva e si doveva evitare, ho già avuto modo di dire la mia (vedi archivi di gennaio 2012 del presente blog). Mi limiterò ad aggiungere, qui, che non posso che concordare con Massimo Gramellini il quale, sul quotidiano La Stampa di oggi, ribadisce il carattere fortemente simbolico di quella immensa carcassa ormai arrugginita che sfiora l’isola del Giglio; nel senso che ci parla, essa, del degrado italiano a più livelli e da più anni in essere. E la nave va…questo il titolo di un film di Federico Fellini del 1983; ebbene no, la nave resta, è quel puntino che si distingue forse nella mia foto (“cliccandovi” sopra due volte) scattata l’estate scorsa vedendo in lontananza l’isola del Giglio. La Costa Concordia deve restare nella nostra memoria collettiva come occasione inderogabile di severa riflessione. E’ la mia piccolissima goccia di presenza civile versata nell’azzurro e tragico mare visibile nella foto.