Archive for settembre, 2010

domenica, settembre 26th, 2010

Immag000 Alberto Moravia: “… Io vorrei invece salvare tutte le complicazioni, cioè le contraddizioni del reale e al tempo stesso mostrarle con chiarezza e precisione.”…così, a pag.104 del libro VITA DI MORAVIA, di Alberto Moravia e Alain Elkann, Bompiani, III ed.2007. Ricorre infatti oggi il ventesimo anniversario della scomparsa del grande scrittore, ” il romanziere più romanziere del nostro secolo”, secondo una recente definizione di Franco Cordelli, riportata ieri dal quotidiano LA STAMPA (in TUTTOLIBRI). Non possiamo con tutta evidenza dimenticare il folgorante esordio narrativo di Moravia con GLI INDIFFERENTI (1929), primo libro di un giovanissimo autore capace di prendere nettamente le distanze dalla “prosa d’arte” trionfante in quegli anni; così come, in poesia, quattro anni prima aveva fatto Eugenio Montale coi suoi OSSI DI SEPPIA, nei confronti di poetiche cariche di retorica. Ma per tornare allo scrittore romano, mi permetto di raccomandare a chi non lo avesse letto il libro sopra citato, notevole nel mostrare un Moravia a tutto campo: schietto, capriccioso, viaggiatore curioso e anche coraggioso; e, in ogni caso, attraversato costantemente dal rovello dello scrittore autentico: quello di caricarsi -novello Atlante- sulle proprie spalle la realtà, con le sue infinite contraddizioni…

Ma chi pensasse il ponderoso tema
e l’omero mortal che se ne carca,
nol biasmerebbe se sott’esso trema
:”

Paradiso, XXIII, 64-66.

sabato, settembre 18th, 2010

Sironi
La foto qui sopra, tratta dal sito Arts blog.it (Fondazione Stelline-Milano 10/22) permette di farsi un’idea del bellissimo dipinto di Mario Sironi, COLLOQUIO, del 1944. Tale immagine può servire allo scopo: rendere pubblica una e-mail da me inoltrata giorni addietro al poeta e filosofo Franco Campegiani, mio ottimo amico. Nella suddetta e-mail, mi trovo a riflettere sul libro da lui pubblicato nel 2001 (FRANCO CAMPEGIANI, LA TEORIA AUTOCENTRICA-ANALISI DEL POTERE CREATIVO, ARMANDO EDITORE). Un libro che ho letto con vivo interesse lo scorso agosto, nel pieno delle mie ultime prove poetiche
:

Caro Franco, eccomi finalmente a parlare del tuo libro, da me letto con piacere e attenzione. Sì, il piacere del testo: non essendo semplice -lo sappiamo bene- esprimere in campo filosofico concetti che possono sovente risultare astrusi, agli occhi del lettore non edotto. Ebbene, nel caso del tuo libro, la tua vocazione di scrittore mi è parsa davvero un valore aggiunto, il sostrato di chiarezza in base al quale poter cucire la trama dei tuoi ragionamenti. Ma, a parer mio, sarebbe riduttivo parlare nella fattispecie di divulgazione filosofica, come le mie parole potrebbero magari lasciare intendere. E ti dico subito il perché. Tu, caro Franco, animato dal sentimento della complessità delle cose, getti su di esse, senza banalizzarle mai, uno sguardo nitido, cartesiano e, nel contempo, plastico, vivo; in virtù -a mio avviso- del tuo buon senso di sapore antico che, già valore antropologico rilevante, viene ad acquisire, nel tuo libro, una dignità speculativa tale da elevare a “proposta filosofica” quanto scrivi. Ciò premesso, devo dirti che mi ha colpito molto, a pag.14, la sorvegliata categoricità con la quale affermi: ” Dio è l’intelligenza sovrana del cosmo. Come tale è inconoscibile e non può essere scambiato col Tutto, né ridotto a Persona. Dio è semplicemente equilibrio, amore. Egli è il Vertice e il Vertice è verso il tutto, è l’armonia del tutto e del nulla, è riunione”…leggendo queste parole, caro Franco, ecco che sono infatti affiorate alla mia memoria certe figure possenti ed enigmatiche di Mario Sironi, in questo caso intente a conficcare vigorosamente nella sabbia del nulla gli ombrelloni al cui riparo è dolce potersi ristorare; bandendo gli assolutismi spiritualistici come pure le scorciatoie in deroga al pensiero (il ben noto credo quia absurdum!): in sostanza, proprio le parole suddette esprimono una posizione forte del tuo spiritualismo critico, argomentato e ragionevole (in quanto costantemente alimentato dal citato buon senso). Ma è a pag.22, a proposito “…del modo di essere creativo dell’eterno, il suo essere sorgente della vita universale. Dico espressamente sorgente, e non causa, perché la sorgente è misteriosa (si vede dove sorge, ma non si sa da dove), mentre la causa è un punto fermo illusoriamente preteso dalla razionalità…”; stavo dicendo, è all’altezza di questa pagina che il lettore può sentirsi stimolato ad uno sguardo rigenerato nei confronti di una razionalità sempre più asfittica e superata, qualora impugnata in modo grossolano. Proseguendo nella lettura del libro, non posso tacere il mio compiacimento a fronte del tuo ricordare, con spirito rigorosamente kantiano (pag.27), la necessità di “affidarsi ragionevolmente, alla ragione, la quale non possiede alcuna verità, ma è uno strumento per tentare di capirla”. Non ti posso infatti nascondere il mio amore per l’autore delle Critiche, colui che più limpidamente di tutti ci ha ricordato che “l’illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro”. Talché, con spirito sempre rigorosamente kantiano tu, Franco, a pag.31, puoi stendere il manifesto della creatività, in base ai presupposti del tuo spiritualismo critico: ” Intesa in questo senso, ovviamente, la creatività è qualcosa di più della pura e semplice capacità inventiva, o della cosiddetta fantasia. E’ il battito della verità individuale universale, che scuote l’uomo di passaggio sul pianeta in cui sta compiendo esperienze fondamentali. La creatività coglie ciò che nell’uomo c’è di elementare, di essenziale: l’archetipo, la sua umanità di sempre, il suo spirito, capace di rinnovarsi in ogni attimo, come in ogni età storica, per le proprie esigenze evolutive”. Il filosofo tedesco sorriderebbe compiaciuto, credo, nel sentire così efficacemente riproposto, oggi, l’assunto essenziale della sua Critica del giudizio! Coraggioso da parte tua, inoltre, Franco, affermare (pagg.37-8): “E se fossi stato io…ad avere scelto di venire a questo mondo?”; giacché, di seguito (pag.39), quando deplori la fuga di responsabilità rispetto ai nostri mali, mi hai fatto pensare a un libro da me molto amato e costantemente meditato, e cioè Malattia e destino (sul valore e il messaggio della malattia, testo esimio in mezzo a tante banalità della “vulgata” new-age). Superfluo osservare l’efficacia ergocentrica della tua critica al lamento sartriano (pag.40), tramite la quale ti apri la strada alla disanima dirompente del “nero materialismo” (così come lo chiami); nutrito non poco di quell’egoismo che non è amor di sé (senza di cui, come ci ricorda l’Aquinate, non è possibile “nessun amore per un Dio percepito o pensato, e, per conseguenza, nessun dono d’amore agli altri”). In sintesi, caro Franco, sono davvero parole di verità quelle che scagli contro le “filosofie contemporanee” intese “come odi funebri” tali da “estirpare nell’uomo la sfera del profondo…La spiritualità viene ignorata e il risultato è per l’appunto questo assolutismo del frammento, del limitato, del relativo”. L’artista che è in te, Franco, poi, viene fuori alla grande nel rivestire con una bellissima immagine il concetto della dualità del dubbio e della fede (pag.73): “Bisogna cavalcare un solo cavallo, non due: il cavallo della dualità, il cavallo dai due fianchi armoniosi” (suggestiva metafora erotica, a sancire il fuoco filosofico di Amore). Sempre superfluo sottolineare quanto mi trovi d’accordo la tua critica alla globalizzazione, quale “affermazione di una cultura piatta e priva di valori” (pag.75). Però qui ti chiedo, caro Franco, a proposito di quel popolo “che non c’è più” (pag.76), e che già Marx non considerava più tale dalla Rivoluzione Francese in poi (nella sua Critica dell’ideologia tedesca, laddove il filosofo parla esplicitamente di masse, come termine post-rivoluzionario più adeguato); dicevo, qui ti chiedo, Franco: siamo davvero sicuri che l’individuo abbia ancora qualche carta da giocare contro il feticcio tecnologico? Penso, così dicendo, a quei fenomeni di massa a quanto pare ricorrenti nella storia (fascinazioni dittatoriali in primis: come non ricordare, al riguardo, un testo come Psicologia di massa del fascismo, di W. Reich?); per tacere di quella società liquida lucidamente indagata dal sociologo polacco Bauman, negli ultimi anni… Mettiamola così, dal mio punto di vista: pessimismo della ragione e ottimismo della volontà! ma il tuo libro, caro Franco, sicuramente imprime una scossa a chi abbia la pazienza di leggerlo e meditarlo un poco. Esso, così ben scritto, “lavora” secondo me a livello subliminale, risultando apportatore discreto ma costante del fuoco del pensiero.

Con stima e amicizia

Andrea

giovedì, settembre 9th, 2010

Immag000 “Settembre è il mese del ripensamento/ sugli anni e sull’età,/ dopo l’estate porta il dono usato/ della perplessità./ Ti siedi e pensi e ricominci il gioco/ della tua identità,/ come scintille brucian nel tuo fuoco/ le possibilità.”…così Francesco Guccini nella sua Canzone dei dodici mesi (primi anni Settanta). Meglio non si sarebbe potuto esprimere uno stato d’animo credo non soltanto mio, con l’autunno alle porte! Francesco Guccini, che ha compiuto da poco settant’anni, cantautore italiano tuttora molto amato da ascoltatori di tutte le età, ha pubblicato quest’anno Non so che viso avesse (quasi un’autobiografia), per la Mondadori. Con eleganza Guccini nel citato libro (che rimanda nel titolo all'”attacco” della sua canzone più famosa, ossia La locomotiva), affida all’amico Alberto Bertoni il compito di una radiografia dettagliata di decenni di carriera. Ebbene, a Bertoni, italianista, vorrei ricordare -sperando di non peccare troppo di accademismo- che a parte Guido Gozzano, sarebbe stato necessario fare il nome di Carducci a proposito della gucciniana canzone L’ Isola non trovata, laddove il cantautore modenese dice: “Svanì di prua dalla galea,/ come un’idea”; giacché, nella fattispecie, Guccini si abbandona ad una fin troppo scoperta memoria carducciana: “Sottil, lucida, acuta, in alto splenda/ Ella come un’idea” (versi 37-8 dell’ode Per Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti, vertice della poesia civile di questo nostro “scolastico” ma comunque grande poeta; Carducci, per l’appunto). Di carduccianesimo è infatti intrisa l’abilità versificatrice di Francesco Guccini, mi sentirei di dire; non a caso a suo tempo studente a Bologna ( città dove per decenni Carducci visse e si affermò come prestigioso docente universitario): la stessa celeberrima Locomotiva, in tutta evidenza, deve più di qualcosa non soltanto allo “scandaloso” A Satana, del Carducci; ma anche alla stupenda “barbara” Alla stazione in una mattina d’autunno, laddove “l’empio mostro”, cioè la locomotiva, “sfida lo spazio”; per dire di come la profondissima malinconia carducciana dominante in tale lirica risulti spunto non indifferente per “l’epica” ballata di Guccini. Al quale, in conclusione, devo dire grazie per avermi indotto a rileggere (in virtù della citata autobiografia) un poeta non soltanto scolastico ed enfatico, ma anche in diversi casi veramente grande come Giosuè Carducci (premio Nobel per la letteratura, peraltro, e maestro indiscusso di ars poetica). Ma poi, a parte tutti questi “distinguo”: grazie, soprattutto, Francesco, per la Canzone dei dodici mesi; ricordando la quale ho iniziato a scrivere questo articolo (quanto hai detto riguardo a settembre -ripeto- è terribilmente esatto!). Non posso però dimenticare che proprio oggi è ricorso il dodicesimo anniversario della scomparsa di Lucio Battisti, altra colonna sonora della mia generazione; agli antipodi, all’epoca, rispetto alla “canzone di idee” di Guccini, ma cantore originale e tuttora freschissimo dell’amore, nelle sue infinite sfumature.