Archive for Luglio, 2019

domenica, Luglio 28th, 2019

 

NATURA E INCOSCIENZA

 

E così si piange una giovane di ventisette anni morta nelle prime ore di questa domenica per una tromba d’aria a Focene (non molto distante dall’aeroporto di Fiumicino), con la sua Smart letteralmente risucchiata dal vortice per poi essere scagliata con violenza a terra. Evidente che rispetto alla insopportabile estate del 2003 (come dimenticarla per quel caldo feroce e ostinato durato mesi, che poi incrementò l’acquisto dei condizionatori?), ogni volta che oggi soffriamo per il caldo cosiddetto africano, paghiamo subito dopo e inevitabilmente il prezzo di un biglietto molto salato, in termini di sicurezza delle persone. Le città sembrano quasi venir meno alla ragione necessitante per la quale sorsero in tempi lontani, aggredite come sono dalla natura infuriata. Penso a questo punto ad una nostra stampa becera e avvilente che non poco ha ironizzato negli ultimi mesi su Greta, la ragazza che ha suonato l’allarme su scala mondiale, quest’ anno. Ecco, sperando di non venire a noia, mi sento di fare qualche riflessione. Purtroppo non stupisce la succitata tragedia di Focene in quanto elevatissima è la temperatura dei nostri mari, dopo il maggio quasi invernale che abbiamo avuto. Insomma quando vediamo oggi un cielo nero come la pece dobbiamo veramente preoccuparci, rimandando all’ occorrenza i nostri impegni se non seriamente motivati. Aggiungo che ieri l’altro io mi sono recato in escursione verso il monte Tranquillo, da Pescasseroli, seguendo un sentiero lungo ma davvero alla portata di tutti, se confrontato con il severo e ripidissimo monte Amaro di cui ho qui parlato in precedenza. Ebbene, giunto a quota 1600 metri dove sorge un santuario oggetto di devoti pellegrinaggi, ho veduto in alto una nuvola che non mi è piaciuta. Per raggiungere la cima del monte Tranquillo, soltanto una mezz’ora ancora di cammino… ma ho desistito, dicendomi che non avevo nulla da dimostrare a me stesso dopo il Monte Amaro di mercoledì scorso, godendomi quindi il panorama niente male che si poteva osservare dal santuario. Sulla via del ritorno (ore 13,45), un concerto sempre più ostinato di tuoni e il cielo rabbuiato (ironia della sorte sul sentiero del monte Tranquillo…). Dopo un’ora di cammino a passo spedito, l’incontro sconfortante con un gruppetto di persone formato da moglie, marito e due bambini. Li ho invitati gentilmente a desistere dal salire a quell’ora e con quei tuoni premonitori al santuario, dilatando a domanda ad arte i tempi dell’ascesa. Niente da fare. A questo punto mi sento di dire quanto segue. Fermo restando che auguro a tutti di portare a casa la pelle (ci mancherebbe!), è pur vero che non se ne può più di questi gitanti della domenica altamente irresponsabili. Qualora beneficiari di un salvataggio senza gravi danni per la propria salute, e dunque oggettivamente deplorevoli per una incoscienza che può aver messo a rischio gli “angeli” che li hanno soccorsi, ecco che vanno successivamente toccati con pesantezza nella tasca, propongo, l’unica lingua che di sicuro conoscono in un paese come il nostro (” L’ intelligenza non avrà mai peso, mai, / nel giudizio di questa pubblica opinione“; P.P. Pasolini, da Poesia in forma di rosa, 1962). Detto ciò, e tornando al mio ritorno a Pescasseroli di venerdì scorso dal santuario, nei pressi della mia macchina in alto un fulmine pauroso che mi ha fatto toccare con mano il perché del primato di Zeus nella mitologia classica (proprio ieri la notizia di una sportiva morta folgorata nei pressi di Bolzano in una competizione d’alta montagna che forse poteva essere disdetta, considerando il maltempo che da giorni gravava in Alto Adige dopo il caldo eccessivo). Concludo sottolineando che vicino è il primo anniversario della tragedia delle Gole del Raganello (Parco del Pollino), dove nel Ferragosto scorso persero la vita (se non rammento male) più di dieci persone del tutto irresponsabili nel fare trekking nel letto ristretto di un torrente dopo copiose piogge. Ricordo la mia particolare amarezza nell’apprendere lo scorso anno tale notizia, dopo la tremenda sciagura del Ponte Morandi di qualche giorno prima (metafora calzante dello stato attuale del nostro paese, per tanti versi?). Come dire che, se è pur vero che sulle nostre spalle c’è un cartellino con la data della nostra fine, è ragionevole su questa terra non andarsele a cercare. C’è fatalismo e fatalismo, e quello spicciolo non suscita le mie particolari simpatie, a fronte di fenomeni naturali sempre più violenti con i quali il nostro paese si sta drammaticamente confrontando da qualche anno.

 

Andrea Mariotti

 

 

sabato, Luglio 27th, 2019

Propongo qui nel blog un mio scritto apparso giorni addietro sulla mia pagina Facebook dopo una splendida escursione in montagna…a/m:

 

Chi ha compiuto l’ ascesa che dalla Val Fondillo porta fin sulla vetta del Monte Amaro (nel cuore del Parco Nazionale d’ Abruzzo) sa che “brutto cliente” è tale monte, con i suoi 750 metri di dislivello piramidali e concentrati, e quindi ripidissimi. Salendo quest’ oggi, pensavo sorridendo fra me e me al messaggio che le montagne abruzzesi mi stavano trasmettendo (e non è la prima volta che mi capita) dopo un soggiorno al cospetto delle venerate Dolomiti: “guarda che anche noi non scherziamo in quanto a bellezza e impegno!”. Non toccavo la vetta del Monte Amaro dal 2004, e ne sentivo la mancanza. Oggi tre ore per salire e due per scendere, e a sessantaquattro anni suonati non mi sembra poi tanto male. Ero da solo quest’oggi in montagna, e so perfettamente da camminatore non alle prime armi quanto ciò sia da evitare. Ma oggi è andata così, e pur non avendo avvistato il camoscio d’ Abruzzo, camminando con grande concentrazione e prudenza, devo dire di essere penetrato in una dimensione di silenzio percepito come musica degli astri (non trovo altre parole per esprimere quanto ho provato, non incontrando se non una persona che scendeva in una montagna che ad agosto prevede un numero chiuso di prenotazioni per sovraffollamento). Sì, oggi è stata una giornata di grande soddisfazione in quanto, non avendo un tutta evidenza la baldanza del 2004, sono salito con l’avvertenza di tante piccole soste che mi hanno consentito di toccare la vetta del Monte Amaro non sovraffaticato, considerando la discesa insidiosa che mi aspettava al ritorno…sicché con meno forze rispetto a un tempo, ho esercitato e accresciuto in me la virtù della pazienza, così latitante nel nostro vivere odierno…e di pazienza oggi c’era tanto bisogno, perché chi è salito su questo monte sa, che conquistata con sforzo l’anticima, occorre scendere di colpo e salire ancora per l’ ultimo strappo anche ” esposto”! Ma la vista sulla Camosciara e lo svettante Monte Petroso che si vede in foto d’ogni fatica ripaga, in effetti! Sappiamo che la Rete conserva tutto: ecco, vorrei che queste mie righe toccassero il cuore di un giovane che non conosco, affinché il suo eventuale disagio esistenziale possa essere curato da madre montagna che ci insegna pazienza ed equilibrio e il contrario dell’ improvvisazione (per dirne prosaicamente una, dalla settimana scorsa assumevo i sali minerali per le silenti e insidiose disidratazioni da caldo cittadino). E in ultimo, essendo un poeta e studioso, pensavo quest’ oggi che il Monte Amaro del 24 luglio 2019 sarà custodito dalla mia memoria anche per consolidare una poetica cui sto lavorando in silenzio da tempo…per dire come il camminare non sia secondo alla scrivania, talvolta!…Monte Amaro per me molto dolce, oggi, che hai rafforzato il mio sentirmi sempre più lontano dagli affollati salotti…è che oggi ho percepito troppo silenzio, in senso positivo, vero e proprio esercizio di meditazione trascendentale, ben oltre la paura della solitudine. Di questo oggi intendo fare un piccolo dono a chi mi segue con affetto e stima non di protocollo.

 

Andrea Mariotti

 

 

lunedì, Luglio 15th, 2019

 

A Bruno Nacci, valente francesista e scrittore, si deve questo bellissimo ricordo dell’amico Lucio Felici apparso su Paragone…a/m:

 

In ricordo di Lucio Felici

 

 

Da pochi mesi è uscita la monumentale e meritoria edizione critica dei 2.279 sonetti del Belli: I Sonetti (Einaudi / I Millenni 2018, 4 voll.), a cui, insieme a Pietro Gibellini ed Edoardo Ripari, ha messo mano negli ultimi anni della sua vita Lucio Felici (1935-2017), eccezionale figura di studioso e dirigente editoriale. Allievo di Giuseppe Ungaretti e Giacomo Debenedetti, esordì svolgendo ricerche sei-settecen- tesche sotto la guida di Walter Binni, diventando membro dell’Arcadia e dell’Istituto Nazionale di Studi Romani, nonché del Centro Studi Giuseppe Gioachino Belli e in seguito del Centro Nazionale di Studi Leopardiani di cui fu a lungo presidente del Comitato scientifico. All’attività di studioso, mai dismessa, affiancò una intensa carriera editoriale durata quarant’anni e coronata dalla direzione delle Redazioni Garzanti prima, in seguito come direttore editoriale della Giunti e della Newton&Compton. Collaborò ad alcune delle maggiori imprese editoriali del dopoguerra, per citarne due tra le molte: l’Enciclopedia Europea Garzanti e la Storia della letteratura italiana di Emilio Cecchi e Natalino Sapegno. Dette inoltre impulso e diresse con fermezza e competenza le Opere di Gadda, a cura di Dante Isella e la prima edizione critica dello Zibaldone di pensieri di Giacomo Leopardi a cura di Giuseppe Pacella. Sua la fortunata edizione Newton&Compton, in collaborazione con Emanuele Trevi, di Tutte le poesie e tutte le prose di Leopardi (1997), mentre nei Meridiani della Mondadori curò con Claudio Costa Tutte le poesie di Trilussa (2004). I suoi saggi leopardiani sono raccolti nei volumi L’Olimpo abbandonato. Leopardi tra ‘favole antiche’ e ‘disperati affetti’ (Marsilio 2005), La luna nel cortile. Capitoli leopardiani (Rubbettino 2006) e L’italianità di Leopardi e altre pagine leopardiane (Maria Pacini Fazzi Editore 2015, con una presentazione di Luigi Blasucci), che gli valsero il Premio La Ginestra (2009) e il Premio Giacomo Leopardi (2012).

 

 

 

Lucio Felici fu un intellettuale a tutto tondo impegnato nel mondo dell’editoria, anche se, con ironia e vantando con modestia le sue doti organizzative, amava definirsi semplicemente ‘un uomo d’ufficio’. Di carattere determinato, si batté costantemente all’interno dell’industria editoriale, ora per realizzare un’impresa che riteneva della massima importanza, come l’edizione nella collana I Libri della Spiga dello Zibaldone a cura di Pacella o l’avvedutezza con cui mise in salvo autografi gaddiani destinati alla dispersione nei vecchi uffici garzantiani o, più tardi, imponendo una fortunata collana di classici alla Giunti, in una sorta di ideale prosecuzione dei Grandi Libri Garzanti, ora per assicurarsi collaboratori validi, spesso ai massimi livelli di competenza, garantendo loro autonomia e dignitose condizioni economiche. Non fu mai uno Yes Man, prono al volere o ai capricci della proprietà e dei suoi più duttili funzionari. Sostenne scontri durissimi, con ragionevolezza e caparbietà, tutte le volte che vedeva o sospettava un intrigo, o anche l’ombra di un interesse personale o di parte al posto dell’idea comune di un progetto da avviare o portare a termine. Pagò per questo. Ma ciò che faceva di lui un punto di riferimento costante per scrittori e studiosi, non era solo la sua capacità di trattare con loro alla pari, nella sua veste di critico e storico letterario stimato e autorevole, ma anche la fiducia che in lui riponevano di non venire sacrificati a ragioni diverse da quelle in cui li aveva coinvolti. E si tenne sempre in secondo piano, senza rivendicare, anche quando avrebbe potuto, ruoli maggiori o almeno il nome in copertina, come accadde per i Grandi Libri, che non recarono mai la sua firma editoriale pur dipendendo in tutto e per tutto dalla sua cura, sia nella scelta dei collaboratori, sia in quella dei temi, sia nella più modesta revisione delle bozze, a cui non si sottraeva nelle lunghe e operose giornate. Studioso, sì, ma anche tecnico competente, e quando compilò il famoso Manuale di stile (Giunti), vera Bibbia per chi vuole conoscere e rispettare le norme redazionali che presiedono all’uniformazione, lo mise a disposizione di tutti, senza reclamare diritti d’autore. Modesto lo fu sempre, anche nell’accettare sistemazioni che altri avrebbero respinto indignati (la mania di tutti i dirigenti di avere una collocazione logistica adeguata al rango), come l’ufficetto angusto e perennemente odorante di pipa che si affacciava sulla Via della Spiga a Milano, e questo in apparente contrasto con il carattere, a tratti irascibile, che al contrario di tanti piccoli despoti preda dei loro scatti d’umore, non ne diminuiva la stima agli occhi dei suoi collaboratori come dei più celebrati accademici. Perché le sue sfuriate, per altro di breve durata, avevano sempre come oggetto la sciatteria, l’imprecisione, l’ignoranza di chi non aveva fatto o non sapeva proprio fare il suo lavoro, ma erano al tempo stesso una lezione su come ravvedersi e migliorarsi. Non fu mai ingiusto, né prese di mira i più deboli, ebbe sempre un rispetto sommo per il lavoro altrui, dal più umile al più titolato, e l’interesse con cui si informava presso ciascuno delle vicende famigliari, la partecipazione sincera alle piccole e grandi gioie o dolori lo rendevano un amico sincero.

 

Romano di nascita, anzi ‘testaccino’, altra definizione che dava volentieri di se stesso, con il vezzo di una nobiltà popolare che rivendicava, mentre taceva dell’altra, quella genealogica, ignota ai più, che certo non divulgava e di cui un poco credo si vergognasse, il carattere spontaneo e gioviale ne faceva un commensale alla mano, prodigo di aneddoti, battute pungenti, riflessioni ironiche, ammiratore della bellezza femminile, ammirazione che esprimeva con il garbo e la finezza di chi diceva di sé di avere un solo difetto, una fortunata monogamia. E attorno, come baluardo di una vita non solo operosissima, ma anche movimentata, aveva una famiglia a cui era legato in modo sollecito e affettuoso, largamente ricambiato, anche durante le non brevi assenze per motivi di lavoro nella sua vita di pendolare delle lettere. Era dotato di una memoria straordinaria, e poteva citare indifferentemente lunghissime poesie in italiano, in dialetto o in latino, nomi, circostanze, fatti avvenuti nel passato, lemmi dai dizionari, luoghi, date e dettagli. Melomane appassionato e competente, negli ultimi anni gli studi di una nipote violoncellista lo rendevano visibilmente orgoglioso e non si perdeva una prova, una esibizione, un esame.

 

 

 

Chi non ha avuto occasione di leggere i suoi finissimi commenti alle poesie di Leopardi (quelli ad esempio della sua edizione dei Canti, 1974) o la brillante introduzione al Trilussa e l’esemplare saggio biografico, ora riediti in plaquette (Vita breve di Trilussa 2018), o i saggi leopardiani, può farsi un’idea del suo stile elegante, nutrito di sagacia interpretativa e di una erudizione che lasciava appena trasparire lontano da ogni birignao pseudo accademico e dalla stucchevole terminologia delle teorie letterarie, leggendo i commenti ai sonetti del Belli nella presente edizione einaudiana magistralmente curata da Pietro Gibellini. Inizialmente avrebbe dovuto occuparsi di metà dei sonetti, dividendosi il lavoro con l’amico Gibellini, ma traversie varie e non ultime le condizioni di salute che resero improbo il lavoro, si limitò a curarne 416 (1039-1455), profondendo in loro e nella più complessiva organizzazione del lavoro la sua vasta cultura e la sua esperienza editoriale. Da essi traspaiono i caratteri fondamentali del suo stile: la puntigliosa attenzione filologica e il gusto, non antiquario o pedante, ma narrativo, per la ricostruzione storica di vicende e personaggi, da ultimo l’eleganza di una scrittura tersa ed essenziale, che tutti gli riconoscevano come dono affinato in decenni di studi e attività saggistica.

 

Si veda, a mo’ di esempio, proprio il primo dei sonetti commentati da Felici (Er grann’accaduto successo a Pperuggia), dove il commentatore risale all’episodio di cronaca nera che sta all’origine del sonetto, per ricostruirlo sulla base delle fonti giudiziarie (qui come altrove, Felici s’imbarcava in ricerche minuziose e di prima mano, sotto l’impulso di una genuina curiosità che si traduceva in sapido racconto) e infine colloca la prospettiva belliana all’interno di un più vasto orizzonte culturale europeo (i Goncourt e Zola). Poteva capitare che un personaggio citato dal poeta, Maria Malibran (La musica de Libberti, La Ronza), eccitasse la sua passione musicale ma anche quella del segugio, e lo spingesse a ricerche sulla scomparsa dal ridotto della Scala di Milano del busto della famosa cantante… ricerche che la disciplina dello studioso – e dell’uomo d’ufficio – sconsigliavano poi di riprodurre sulla pagina! In molti casi Felici si avventura in gustosi fuori pista: La morte der Zenatore o Li croscifissi der Venardì-ssanto, vero saggio storico di tre fitte pagine, che tra cronache dell’epoca e aneddoti illumina il lettore sul contesto del sonetto; Li fochetti, in cui il recupero di un’antica tradizione serve al commentatore per mettere in risalto il particolare modo di procedere del Belli, che scompagina i piani temporali o meglio se ne serve liberamente, con l’aiuto dell’editore principe del poeta romano, Giorgio Vigolo, di cui Felici è stato valente studioso. Ma per saggiare la sottigliezza interpretativa e la dottrina che regge questi commenti, basta leggere quello che Felici scrive a proposito di uno dei sonetti più alti e tragici del Belli, Li du’ ggener’umani, in cui l’asse ermeneutico raccorda il più lontano passato medioevale alle più recenti disposizioni ecclesiastiche, costruendo un microsaggio di assoluta levatura. L’acribia documentaria si sposa facilmente con la ricerca erudita come nel caso del commento a La Compaggnia de Santi-petti, o in quello a Santa Filomena, la santa apocrifa, che dal ritratto ilare del Belli rimbalza in quello non meno divertito e divertente di Felici. Miniere di racconti, i suoi commenti spaziano dagli archivi giudiziari, come in La Causa Scesarini, alla narrazione di personaggi come il Michele di Braganza di Don Micchele de la Cantera, la principessa Zinaida Aleksandrovna Belosel’skaja di 3 Gennaio 1835, o l’ambigua figura di un arrivista di nome Lorenzo Mencacci dileggiato in L’anima der Curzoretto apostolico. Si tratta di autentici cammei biografici che attingono sia alle fonti note al Belli, sia ad altre in grado di dare profondità di prospettiva alle maschere messe in scena dal grande poeta romano.

La strada scelta da Felici permette al lettore di muoversi dal testo poetico al commento e viceversa, non solo per esigenze di stretta comprensione e di puntualizzazione linguistica, ma per assaporare, nel più puro spirito letterario della contaminazione, pagine godibili per la verve narrativa, che, come in tante di Benedetto Croce, sanno essere fedeli al referto storico conservando al tempo stesso la felice libertà del racconto. Non è cosa da poco, far rivivere l’oscuro palinsesto a cui attinse il poeta e permetterci di accostarlo con maggiore consapevolezza, senza per questo intimorire con il peso di apparati indigesti. Un’occasione dunque, leggendo Belli in una delle poche grandi imprese editoriali di questi tempi, per leggere le ultime pagine di uno dei petits maîtres che hanno fatto e fanno onore alla cultura italiana.

 

 

 

Bruno Nacci

 

 

domenica, Luglio 14th, 2019

 

In foto il Forte ” Tre Sassi” nei pressi del passo di Valparola, non distante da quello più famoso del Falzarego. Tale Forte fu costruito dagli Austriaci negli ultimi anni dell’ Ottocento in previsione di una possibile invasione italiana. Nel 1915 venne cannoneggiato dalle postazioni italiane, ragion per cui fu abbandonato dalla guarnigione austriaca che lo occupava. Ma l’ esercito autro- ungarico non disdegnò lo stratagemma di illuminarlo di notte per far sprecare al nemico italiano munizioni su munizioni. Dal 2003, nel Forte è allestito un suggestivo Museo della Grande Guerra. In particolare sono rimasto toccato dalla lettura del “testamento spirituale” del sottotenente Mario Fusetti di Milano medaglia d’oro al valore militare, caduto sul Sasso di Stria (sopra il passo Falzarego) il 18 ottobre del 1915, e cioè due giorni dopo averlo scritto. Il giovane, di soli 22 anni, presentendo la sua fine, eccolo a scrivere una pagina intrisa di un amor di Patria tutt’altro che retorico, ispirata da profonda spiritualità davvero inaudita per la sua età. Due giorni dopo, come detto, Mario Fusetti periva per una pallottola in fronte dopo aver conquistato la vetta del Sasso di Stria con un manipolo di quindici uomini, in attesa dei rinforzi che non sopraggiunsero. Le sue spoglie disperse sono custodite dalla montagna, come rammenta una targa sul passo Falzarego. Le Dolomiti, a parte la loro grande bellezza, sono in effetti anche e non secondariamente questo, un viaggio nella nostra storia, l’occasione per riflettere sugli ideali e i valori dell’uomo nella tragica gravità di quel momento.

 

Andrea Mariotti