Archive for dicembre, 2017

sabato, dicembre 30th, 2017

 

FINE  DEL  ’68

 

Ho contemplato dalla luna, o quasi,

il modesto pianeta che contiene

filosofia, teologia, politica,

pornografia, letteratura, scienze

palesi o arcane. Dentro c’è anche l’uomo,

ed io tra questi. E tutto è molto strano.

 

Tra poche ore sarà notte e l’anno

finirà tra esplosioni di spumanti

e di petardi. Forse di bombe o peggio,

ma non qui dove sto. Se uno muore

non importa a nessuno purché sia

sconosciuto e lontano.

 

 

EUGENIO  MONTALE

 

 

P.S. Buon Anno a tutti i visitatori del blog da parte di Andrea Mariotti

 

 

martedì, dicembre 26th, 2017

 

Osservando a Roma lo spettacolo indecente dei cassonetti dai quali in questi giorni di festa trabocca di tutto, non solo buste d’immondizia per intenderci (e pensare che lo paghiamo è il caso di dire profumatamente il disservizio in questione) mi è tornata in mente ancora una volta la poetica apostrofe di Pasolini a proposito di Roma: “stupenda e misera città”…ma soprattutto mi sono rammentato di un film di Federico Fellini rivisto qualche settimana fa, Roma (1972). Ebbene di questo film intendo ora parlare brevemente, per ribadire dal mio punto di vista tutto il bene possibile di un’opera del Maestro che non esito a definire un profetico capolavoro forse un tantino sottovalutato. In sostanza Roma sta ad Amarcord (1973) come La dolce vita (1960) ad Otto e mezzo (1963) a pensarci un attimo; secondo un movimento interiore della creatività del Riminese in base al quale agli affreschi storici dell’Urbe seguono le vette oniriche e memoriali del 1963 e 1973. Ma veniamo al film Roma più nello specifico. Esso è più “sporco” della Dolce vita e in fondo più disarmante, ripensando al fatto che talvolta vediamo nelle sue sequenze Fellini stesso, senza bisogno dell’alter ego Marcello Mastroianni come nei capolavori del decennio precedente. Chi ha visto Roma ricorderà bene il capitolo (diciamo così) dell’ingorgo notturno sul Grande Raccordo Anulare, dove si muovono a passo d’uomo sotto un cielo minaccioso macchine e bestie, vera e propria acme del famigerato “caos” felliniano per tacer d’altro. Fellini nel film tenta di capire i primi anni Settanta, si confronta brevemente coi “capelloni” che bivaccano sulla scalinata di Trinità dei Monti, in un andirivieni incessante fra presente e passato (il teatro d’avanspettacolo, le case di tolleranza del tempo della giovinezza). E davvero, dico, si può dimenticare in Roma l’ultima apparizione cinematografica di Anna Magnani che rivolgendosi al Maestro lo apostrofa con un “…a Federì…va a dormì!” in occasione della Festa de’ Noantri? Ma non basta. La sequenza finale, ossia il “notturno” fatto dei centauri in sella alle proprie moto rombanti in una Capitale deserta è di valore altissimo, con la cinepresa che dalla loro altezza finisce per “puntarsi” sui grandi obelischi romani quasi impazzendo in una sorta di delirio vorticoso che allegoricamente esprime lo smarrimento del Maestro di fronte ai tempi futuri insondabili e minacciosi. Chi legge avrà compreso che sto rivedendo tutto Fellini con devota e rigorosa attenzione, consapevole della superiorità del Riminese su due pur grandi registi che molto ho amato in gioventù e che tuttora amo, parlo di Bergman e Pasolini. Essi però si “appoggiano” nei loro film alla letteratura, alla filosofia, alla musica classica. Fellini no. Il Fellini segnatamente maturo dispone di un purissimo linguaggio cinematografico, senza rimandi d’alcun tipo. E il Maestro non è soltanto pittore della vita onirica e delle intermittenze del cuore come ad esempio in Amarcord; è anche e non secondariamente osservatore profetico e graffiante del futuro; basti citare al riguardo -oltre a quanto già rammentato in Roma -la sequenza crudele nella Dolce vita dei “paparazzi” appostati per fotografare in esclusiva lo strazio della moglie ancora ignara del suicidio del marito-intellettuale morto assieme ai figli.

 

 

Andrea Mariotti

 

 

 

lunedì, dicembre 25th, 2017

 

 Caravaggio, Adorazione dei pastori, 1609, Messina, Museo Regionale

 

Notte, fammi guardiano!

 

Si va lontano nell’inverno…

a cercare una scorza di bene.

Notte, fammi guardiano!

È inchiostro buio la terra:

solo i dubbi danno luce al prodigio.

Tenda di stelle che s’apre in cielo ….

Resta sospeso nell’oro del vento

l’abbraccio che non ha nome.

Dio è impronunciabile: lo si ama

come padre, ma anche figlio.

Viaggio fino al silenzio della luce.

Sono nato pastore, tra cani e rugiada,

a cercare l’ombra tra biscotti d’infanzia,

carezza quotidiana, agnello di sole.

Tra fiati d’animali, il vento nuovo

dell’amore sarà il miglior calzare.

 

Notte, fammi guardiano d’ogni

ramo spezzato o dipinto di neve!

 

 

Copyright 2017 © Paolo Carlucci

 

 

domenica, dicembre 24th, 2017

 

BUON NATALE

di cuore, con forza

di fede e letizia,

luce profonda…

Caramente, Plinio

 

Natale in Diagnostica

 

 

Sempre intensi e accaniti di luce,

gli alberelli di Natale negli Ospedali.

Questo a Radiologia, chiede ai suoi

ciuffi d’aghi verdi e ai festoni rossi di

ricordarci il dovere, la gioia della festa.

 

Neve finta, soffice bianco cotone – ma

tutto è vero più del vero… Diagnostica

per Immagini. C’è chi pazienta una TAC

e chi accompagna chi attende… Nina

e la sua total body… Scienza di verità.

 

Fuori scorre grande il fiume del mattino,

limaccioso d’oro – e anche dentro di noi.

“È allergica allo iodio!?”… Ma il vero

mezzo di contrasto, resta l’anima. Ombra

radiosa, intermittente, quietata anch’essa.

 

Nomi e lucette, cuore che pulsa, si specchia

linfa, sangue, mondo, il segreto di tutti.

 

 

 

Buon Natale 2017

 

                                         Plinio Perilli

 

 

lunedì, dicembre 18th, 2017

 

Auguri di Buon Natale a tutti i visitatori del blog con questo celebre sonetto del Belli…a/m:

 

 

ABBACCHIO, OLIVA E PESCE

 

Ustacchio, la viggija de Natale

Te mmettete de guardia sur portone

De quarche mmonziggnore o ccardinale,

E vvedrai entrà sta priscissione.

 

Mo entra una cassetta de torrone,

Mo entra un barilozzo de caviale

Mo er porco, mo er pollastro, mo er cappone,

E mmo er fiasco de vino padronale.

 

Poi entra er gallinaccio, poi l’abbacchio,

L’oliva dolce, er pesce de Fojjano,

L’ojjio, er tonno, l’anguilla de Comacchio.

 

Inzomma, inzino a nnotte, a mmano ammano,

Te lli tt’accorgerai, padron Ustacchio,

Cuant’ è ddivoto er popolo romano.

 

 

GIUSEPPE  GIOACHINO  BELLI

 

 

 

 

 

 

sabato, dicembre 16th, 2017

 

 

Ricevo con piacere dal LABORATORIO LEOPARDI  la seguente mail…a/m:

 

Siamo lieti di annunciare che

martedì 19 dicembre 2017, ore 15

Aula IV piano terra (Facoltà di Lettere e Filosofia)

gli autori

Antonio Moresco e

Susi Pietri

discuteranno il libro

Il fronteggiatore.

Balzac e l’insurrezione del romanzo

Bompiani 2017

con

Andrea Del Lungo

coordina

Franco D’Intino

*   *   *

Opere principali di Antonio Moresco:

Narrativa

  • Clandestinità, Bollati Boringhieri, Torino, 1993
  • La cipolla, Bollati Boringhieri, Torino, 1995
  • Gli esordi, Feltrinelli, Milano, 1998
  • Canti del caos, Mondadori, Milano, 2009
  • Gli incendiati, Mondadori, Milano, 2010
  • Il combattimento, Mondadori, Milano, 2012
  • La lucina, Mondadori, Milano 2013
  • Gli increati, Mondadori, Milano 2015
  • L’addio, Giunti, Firenze 2016

Saggistica

  • Lettere a nessuno, Bollati Boringhieri, Torino, 1997/2008
  • Il vulcano, Bollati Boringhieri, Torino, 1999
  • L’invasione, Rizzoli, Milano, 2002
  • Lo sbrego, Rizzoli, Milano, 2005
  • Scritti insurrezionali, Effigie, Milano, 2014
  • L’adorazione e la lotta, Mondadori, Milano, 2018

Antonio Moresco ha fondato

Il primo amore (http://www.ilprimoamore.com)

Repubblica Nomade (http://www.repubblicanomade.org)

Nazione Indiana (https://www.nazioneindiana.com/)

 

 

venerdì, dicembre 15th, 2017

 

Nel proporre la seguente poesia di Iole Chessa Olivares, valorosa poetessa più volte ospitata nel presente blog, come non sottolineare la confidenza dell’autrice con spazi dilatati, vorticosi salti che spostano, allargano e moltiplicano i punti di vista di chi legge? peraltro nelle formiche (“l’assidua gente” della Ginestra e “rosse” nel Meriggiare di Montale ) ci imbattiamo leggendo i versi emozionanti e siderei della Olivares (per costante presenza di non imbellettate stelle)…a/m:

 

 

LO SCROSCIO

 

 

 

                                ( per FONTANA DI TREVI )

 

 

 

 

Fusione di gocce

 

nello scroscio dell’antica fontana

 

spirali

 

alterati suoni complici

 

per grazia di un mantra  lontano

 

vivo

 

un rumore di formiche

 

allineate a sanguinare

 

con o senza doni  celesti

 

da chissà quando.

 

 

Quale richiamo!

 

Forse pura attenzione

 

chiaro tocco di stella

 

sulle evanescenze del mondo.

 

Segretamente snebbia

 

quasi dissolve

 

il temersi poco o nulla

 

passa, ripassa le vene

 

soccorre utopie

 

lontane dai rimpianti

 

lascia nuova  provvisoria linfa

 

per un diverso respiro

 

nella vastità della sua eco

 

                                                              Iole Chessa Olivares 

 

 

giovedì, dicembre 14th, 2017

 

REPERTORIO DEI CIELI

salmodiato in Terra

 

(per Francesca Farina)

 

 

 

 

Quanto ardore, ansia e destino, nell’ultima testimonianza, vocazione poetica di Francesca Farina! Quanta fede, dedizione e adesione creaturale: che la stessa sua vena poetica pulsa e stringe e incanala in partitura lirica, scansione e immersione mistica…

 

È la pace del mondo, dura spoglia

Dei delitti del cuore, in cui dispero,

Ma lo sai che verrà alla tua soglia,

Che busserà d’incanto in pieno gelo…

 

Un salmodiare laico che nomina e convoca ovunque, comunque, la deità che ci guida, ci libera o ci imprigiona all’esistere…

 

E quando il sangue che ora ci divide

Si seccherà nel grembo d’ogni dio?

Quando l’infanzia regnerà sul mondo?

 

La perizia del verso, la misura quieta e finanche ossessiva le si fa strumento, regola, ordito, metrònomo lessicale e sintattico, per gesto supremo e insieme introiettato, inesorabile rito stilistico: eleganza, anche, e  ineluttabile perdizione, invocazione celestiale (quel celeste che lei ha messo, onorato in copertina: filigrana, essenza e materia del suo stesso titolo: color del Cielo, maiuscolo e in continuum…).

Ma brume e fiamme la tengono, la circondano, ne dilaniano e ritemprano, cauterizzano il Credo. Francesca infibra, rivive e incista ogni parola come sussurro, moto di canto, antifona verso il Sublime che le precipita – la precipita dentro, s’angustia in cento rime profetiche, profezie rimate…

 

Da qui in poi, inutile ogni pianto

e vana ogni preghiera, ogni sospiro,

benché l’Inferno al tocco del mio canto

intero si fermasse, ed io deliro

 

 

“Il Male”, L’ombra del male (il pascoliano, inesauribile “atomo opaco del male”) – certo, aleggia, vige, stride e ci asfissia…

 

E il male era l’ombra del mattino,

l’ombra, era il male, l’ombra,

era nell’ombra, soffiava,

gridando andava andava.

 

Ma qui la grande novità ci sembra proprio la voglia, l’intenzione di affrontarlo finalmente, cocciutamente ad armi pari, senza sospensione retorica, o peggio infingimento lezioso, glorioso… In pensieri, parole, opere e omissioni, per mia colpa… mia e nostra colpa…

 

In leucociti frenetici o infrolliti:

Scampa quello che puoi, oppure prega.

 

La maxima culpa di questo retaggio, oltraggio… taglia a metà il libro e nettamente l’incide, a suo modo lo risana, come incisione terapica, divisione di un tessuto col bisturi (arte e parola taglientissimi, e abili a risanare circoscrivere, esorcizzare)… Sono i punti più forti e drammatici del libro, che spende, ribalta poi tutta l’ombra in messaggio, omeopatia della Luce… Perdimento e riacquisizione; guarigione inesausta; preghiera e perdono; esercizio spirituale…

 

Il Repertorio dei Cieli avviene, accade quaggiù in Terra, a partire appunto da quella che Arturo Onofri, trascurato grande lirico spirituale e teosofo anni ’20, titolava e invocava cone la Terrestrità del sole (1927)…

Ecco il nitido, cantilenato salmo responsoriale (risposta del coro al solista – ma anche viceversa…) con cui Francesca riassume su questa tavolozza di celesti e di cuori mezza Storia dell’Arte, dunque anche repertorio di Fede…

 

Il cielo di Raffaello – smeraldo opaco

Il cielo del Caravaggio – oscuro orrore

Il cielo del Canaletto – seta, farfalle e rose di languore

 

 

Ed è l’istante più denso e nitido del piccolo, prezioso, neorilkiano “Libro d’Ore” – laico, ripetiamo, che la Francesca Farina dona a questo primo fastidito e fastidioso ventennio tecnologico, iperdinamico, ultraprogredito del Nuovo Secolo, digitale allo stato brado, corrotto, contagiato ma non certo salvato dall’Informatica come Scienza d’Etere e forse immenso Cortocircuito… Male in nuvola di ioni, ed Io oramai senza più nomi…

 

Gli sconosciuti passati senza scampo

Lo stanco passeggero senza nome

E ti tormenta il fianco l’oppressione

Ignota, la nascosta malattia

La depressione, cane senza cuore.

 

Il Mito, poi, qui è convocato ovunque, tra alvei e alveoli, ferite trasparenti, cliniche ematologiche, iventari, sciarade e creature d quest’immenso, spesso atroce Giardino delle Delizie, che resta oramai la Fede. Fede radicata in se stessa, eppure anche persa, negletta, del giardino o paradiso perduto della sua origine, in un labirinto delle Beatitudini che è ansioso e difficile, arduo e ormai sogno ritrovare – perfino riaccettare:

 

beate le formiche ingenue dietro i chicchi,

nell’abbondanza di un granaio immenso …

 

Questa forse l’emozione massima. Ritrovare in purgatorio d’eterni viventi e anime in pena, noi stessi, tutti i nostri cari, ma anche i grandi nomi e miti o eroi della Storia e dell’Arte – Orfeo, Euridice, tutti i figli d’Abramo, il povero oscuro poeta curdo ma anche gli altri Senza Patria, o i paria, e i pastori, e soprattutto quel Fratello Perduto che le si fa a ogni svolta nome e segno di cielo, croce dei venti, crocicchio in terra, pena conoscitiva, dono del dolore che muta in seme di gioia:

 

Il tuo perenne, immobile dormire,

Senza più che la morte che ti avanza.

 

Gli “Ultimi sonetti” tornano anche i primi… Pace e Mattino, Inverno e Pagina Bianca… Maxima culpaE supplico la beata e sempre Vergine Maria

Se Alda Merini – l’ultima vera, come già abbiamo scritto, Usignola della Chiesa Cattolica – s’era volentieri assomigliata a una Sibilla (Cumana, Egiziaca…), michelangiolesca e modernissima… qui Rosafrancesca parla in qualità di Madonna Sistina, teatralizzandosi in prima persona, monologando tutta la sua ansia ritrosa (“Scontrosa io, ritrosa / Tutta chiusa in me stessa io”), il suo Credo che è insieme ansia e desiderio, chiamata dall’Umano al Cielo o forse viceversa…

 

Madre, figlia e sposa

Del Figlio dell’Uomo

Il Tremendo trionfante

Io, figlia di donna,

Donna.

 

Accade alla poesia di diventare allora (e lo capì Goethe, ne evocò acquatile, terracqueo, quello Spirito immenso!) lo stesso Deus Absconditus, un “Dio d’acqua”, un…

 

Tu nell’acqua, le nebbie

Con un Dio nascosto che esplode

In mille, mille soli

Io qua nella luce…

 

Poesia – noi stessi – che è – siamo ormai – solo tavolozza e cuore, colore e fondale, ansia e aria di cielo, bruma d’iperuranio, oro dello sfondo e silenzose parole d’anima che però vanno dette, pensate, pronunciate, iterate, mai più e solo sottaciute… Rimate, sì, salmodiate, cantilenate ovunque, “haiku del corpo” e prima, “Ultima preghiera”:

 

Fammi la mente lieve

                                        e così sia.

 

Con stima e affetto,

 

                                                           Plinio Perilli                           

 

 

 

lunedì, dicembre 11th, 2017

 

SCRIVERE TEATRO. MORAVIA DRAMMATURGO

Casa Moravia / Lungotevere della Vittoria, 1 – Roma

 

14 dicembre ore 19 Letture di Vittorio Viviani, attore

Introduzione e analisi di Eugenio Murrali, giornalista

 

Scrivere teatro. Moravia drammaturgo, un incontro-performance, un appuntamento speciale a Casa Moravia, prima della pausa natalizia. Letture da Dialogo tra Amleto e il principe di Danimarca (1928); Il teatro comico (1934); La tragedia (1935); Dialogo tra Gertrude e la Signora Stein (1984).

 

[…] “Fin da ragazzo ho avuto l’ambizione di scrivere teatro, e non romanzi. Le mie letture preferite, a 13- 14 anni, erano Shakespeare, Molière, Goldoni. Naturalmente divoravo anche i greci, i massimi teatranti esistiti. Lo penso ancora adesso. Drammi come l’Antigone o come l’Edipo re sono insuperabili. Però, a un certo punto scelsi il romanzo: mi piaceva raccontare. Anzi, mi venne l’idea di fondere la tecnica del romanzo con la tecnica teatrale, e da qui è nato “Gli indifferenti”. Tutti ne hanno parlato come di una critica alla borghesia. Non è vero. Non pensavo alla borghesia. Lavoravo col materiale disponibile. Le mie idee erano letterarie, non sociologiche”. Questa chiave teatrale ha influito anche in seguito? “Sì, assolutamente. Se si analizza meglio, i miei circa quindici romanzi poggiano su uno schema teatrale. Mi spiego: non esiste quello che si può definire il romanzo “proliferante” con annessi, connessi, cognati, agnati, parenti, società, eccetera. Finiscono sempre per restare quattro o cinque personaggi. Sono drammi mascherati da romanzi. E l’impianto rispetta le regole classiche, le unità aristoteliche. Tutto dipende da una mia convinzione: il teatro è luogo religioso per eccellenza dove si parla dei problemi del mondo. Invece il romanzo, l’ho detto e lo ripeto, è nato nelle stalle: racconta i fattacci, i fattarelli, la vita quotidiana, gli intrighi, le cose intime. Il teatro ha una dignità ben altrimenti alta, al punto che, se morisse, certe cose non si potrebbero più dire. E purtroppo temo che il teatro non sopravviverà”. […]

da un’intervista di Rodolfo Di Giammarco, La Repubblica 20 novembre 1984 [Ingresso libero fino a esaurimento posti]

 

www.fondoalbertomoravia.it www.facebook.com/CasaMuseoAlbertoMoravia Twitter @FondoMoravia

 

Ufficio Stampa

Silvia Barbarotta / email silvia@barbarotta.it / Cell. +39.339.3728738

Ilaria Campodonico / email ilaria.campodonico@gmail.com / Cell. +39.347.0819856

 

 

domenica, dicembre 10th, 2017

 

Note letterarie

 

Ricerca “anti-lirica” e ritorno alla “narrativita” poetica nell’opera letteraria di Attilio Bertolucci. La revisione critica dell’Ermetismo, l’adozione di uno stile poetico meno rarefatto, piu’concreto, trovano le prime significative espressioni nell’opera di Eugenio Montale e precisamente nelle sue ultime raccolte, tra cui “Satura” (1971) dove il poeta ligure al tradizionale discorso lirico-soggettivo sostituisce uno stile prosastico, colloquiale. Ma e’ in Attilio Bertolucci, come in Sandro Penna e in Giorgio Caproni che si evidenzia con maggiore chiarezza il rinnovamento post-ermetico: il superamento del soggettivismo lirico, il ritorno alla “narrativita’”poetica e alla migliore tradizione italiana, in virtu’ della scelta anti -novecentista di una poetica che si distanzia dall’epigramma “fulmineo ed evocativo” dell’Ermetismo e tende ad una adesione concreta alle cose e ad un più solidale colloquio con gli uomini. Da tale consapevole scelta hanno origine mirabili prove poetiche di A. Bertolucci, quali” La capanna indiana”(1951): elegia autobiografica raccolta intorno agli affetti familiari e ai luoghi dell’infanzia; “Viaggio d’inverno” (1971): monologo interiore con momenti di dialogo tra l’io e la natura; “La camera da letto” (1984): poema o romanzo in versi, come lo stesso autore definisce l’opera che si snoda tra realtà e fantasia.  Suggestivo l’incipit di “Fantasticando sulla migrazione dei maremmani”….Dalle maremme con cavalli, giorno/e notte, li accompagnavano nuvole/ da quando partirono lasciando si/dietro una pianura / e dietro la pianura il mare e l’orizzonte/ in un fermo pallore d’alba estiva…”

 

Fiorella D’Ambrosio