Osservando a Roma lo spettacolo indecente dei cassonetti dai quali in questi giorni di festa trabocca di tutto, non solo buste d’immondizia per intenderci (e pensare che lo paghiamo è il caso di dire profumatamente il disservizio in questione) mi è tornata in mente ancora una volta la poetica apostrofe di Pasolini a proposito di Roma: “stupenda e misera città”…ma soprattutto mi sono rammentato di un film di Federico Fellini rivisto qualche settimana fa, Roma (1972). Ebbene di questo film intendo ora parlare brevemente, per ribadire dal mio punto di vista tutto il bene possibile di un’opera del Maestro che non esito a definire un profetico capolavoro forse un tantino sottovalutato. In sostanza Roma sta ad Amarcord (1973) come La dolce vita (1960) ad Otto e mezzo (1963) a pensarci un attimo; secondo un movimento interiore della creatività del Riminese in base al quale agli affreschi storici dell’Urbe seguono le vette oniriche e memoriali del 1963 e 1973. Ma veniamo al film Roma più nello specifico. Esso è più “sporco” della Dolce vita e in fondo più disarmante, ripensando al fatto che talvolta vediamo nelle sue sequenze Fellini stesso, senza bisogno dell’alter ego Marcello Mastroianni come nei capolavori del decennio precedente. Chi ha visto Roma ricorderà bene il capitolo (diciamo così) dell’ingorgo notturno sul Grande Raccordo Anulare, dove si muovono a passo d’uomo sotto un cielo minaccioso macchine e bestie, vera e propria acme del famigerato “caos” felliniano per tacer d’altro. Fellini nel film tenta di capire i primi anni Settanta, si confronta brevemente coi “capelloni” che bivaccano sulla scalinata di Trinità dei Monti, in un andirivieni incessante fra presente e passato (il teatro d’avanspettacolo, le case di tolleranza del tempo della giovinezza). E davvero, dico, si può dimenticare in Roma l’ultima apparizione cinematografica di Anna Magnani che rivolgendosi al Maestro lo apostrofa con un “…a Federì…va a dormì!” in occasione della Festa de’ Noantri? Ma non basta. La sequenza finale, ossia il “notturno” fatto dei centauri in sella alle proprie moto rombanti in una Capitale deserta è di valore altissimo, con la cinepresa che dalla loro altezza finisce per “puntarsi” sui grandi obelischi romani quasi impazzendo in una sorta di delirio vorticoso che allegoricamente esprime lo smarrimento del Maestro di fronte ai tempi futuri insondabili e minacciosi. Chi legge avrà compreso che sto rivedendo tutto Fellini con devota e rigorosa attenzione, consapevole della superiorità del Riminese su due pur grandi registi che molto ho amato in gioventù e che tuttora amo, parlo di Bergman e Pasolini. Essi però si “appoggiano” nei loro film alla letteratura, alla filosofia, alla musica classica. Fellini no. Il Fellini segnatamente maturo dispone di un purissimo linguaggio cinematografico, senza rimandi d’alcun tipo. E il Maestro non è soltanto pittore della vita onirica e delle intermittenze del cuore come ad esempio in Amarcord; è anche e non secondariamente osservatore profetico e graffiante del futuro; basti citare al riguardo -oltre a quanto già rammentato in Roma -la sequenza crudele nella Dolce vita dei “paparazzi” appostati per fotografare in esclusiva lo strazio della moglie ancora ignara del suicidio del marito-intellettuale morto assieme ai figli.

 

 

Andrea Mariotti

 

 

 

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