Archive for aprile, 2015

giovedì, aprile 30th, 2015

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Eccomi a presentare quest’oggi con viva gratitudine una testimonianza preziosa, sul filo della memoria più intima. Marta Dal Zuffo aveva allora otto anni

 

Il volo della stella rossa

 

 

Impossibile cancellare certi eventi della vita. Per nostra inclinazione, amiamo ricordare esperienze, successi che ci hanno resi felici, oppure viaggi emozionanti, date importanti che hanno impresso una certa svolta alla nostra esistenza, come un matrimonio, l’arrivo di un figlio.

Mentre guardo dritto nell’occhio del sole al tramonto sopra la campagna romana, mi accorgo ancora quanto disperato sia il mio tentativo di oscurare un certo periodo della storia scritto sulle pagine della mia vita; magari spero anche di sentire il mio cuore pulsare col ritmo regolare, placato ormai dalla quella ragione che spiega, che fa comprendere, che fa diventare saggi.

 

Avevo otto anni compiuti, il privilegio di essere cittadina italiana che consisteva in un cognome strano ed inusuale di due parole, incomprensibile per gli ungheresi, motivo di orgoglio per me, ed un malessere, perché non capivo nulla di ciò che diceva mio padre quando mi parlava.

 

1956, un anno strambo… in primavera doversi congedare dalla mia amica permanente, dalle compagne di classe, da altri amichetti, figli di amici stretti della mia famiglia. Finalmente avrei fatto un lungo viaggio senza ritorno. Dal treno un ultimo sguardo sul muro, dietro il quale c’erano gli animali in gabbia dello Zoo. A Budapest mia madre trovò del tempo per comprarmi un bel vestito rosso. A Vienna, alla stazione dell’Ovest, la Croce Rossa ci fece accomodare nella sua sala tra un treno e l’altro. Quando mia madre si esauriva a causa delle mie preghiere struggenti, mi permetteva di avvicinarmi alla scala mobile e di guardarla. Solo guardarla. A Tarvisio per qualche ragione passammo delle ore in una piccola stanza. A Padova mi innamorai del trenino regionale e del cappello del controllore. La macchina si arrestò davanti alla palazzina dei nostri parenti, e da una finestra ci investì uno stupefatto “Gesù Maria!”.

Prima della chiusura estiva della scuola, eravamo già di ritorno a Budapest. Riecco Maria, le compagne di scuola; la sera potevo ormai rispondere a mia padre nella sua lingua, quando si rivolgeva a me.

L’estate passò veloce. Le visite di amici e vicini si moltiplicavano. Venivano di sera, nel buio, suonavano il campanello dopo cena. Si sedevano intorno alla radio e ascoltavano assorti.

Discorsi che parlavano di libertà, di occupazione, di democrazia, di benessere garantito all’estero.

Tanto  presi erano gli adulti da non accorgersi nemmeno se ero presente nel salone, o se pendevo dal ramo di una delle due acacie davanti alla casa. Quei due tronchi conoscevano i corpi di tutti i bambini, le forze dei muscoli delle loro gambe, le loro mani sporche, e le loro risate felici. Cosa importava a noi dell’Europa Libera? Se fossero venuti salvarci gli americani, o se fossero arrivati a farlo i russi? Mica venivano a impedirci di fare e portare in testa coroncine di margherite, o a fare a gara a chi riusciva a mangiare i fiori d’acacia, o nelle sere d’estate giocare a nascondiglio!

Arrivò poi un altro primo di settembre, il tanto atteso primo giorno della scuola dopo la febbrile compera dei libri e dei quaderni, rivestiti di carta blu per la protezione, etichettati secondo la materia. Ci volevano anche delle matite nuove nere e quelle colorate per affrontare le terza. Magari un’altra cartella, tasche permettendo. Chissà chi sarebbe stato il futuro insegnante?  E come sarebbe stato? Severo? Tollerante? Gentile? Punitivo? Anche i bambini di 8 anni hanno i loro problemi, non solo gli adulti. Perché non posso giocare con la mia amichetta?  perché devo ascoltare gli adulti che parlano di cose strane, tipo: valutazione di soldi, mancanza di cibo, i paesi intorno che hanno  cessato di fornire carbone ed io che non potrò più andare a scuola per mancanza di riscaldamento? Perché mi dovrebbe stupire quella signora che aveva investito tutti i suoi averi comprando tutte le scope dei grandi magazzini in quanto non vi era più rimasto niente? O l’altra che aveva ritirato tutti i soldi dalla banca per nasconderli nel materasso? O il contadino, che aumentava il prezzo dei suoi prodotti tutti i giorni? O mia madre, che tornava dal negozio sempre più preoccupata, perché sugli scaffali si contava su una mano la roba rimasta? Io, forse, non avrei potuto andare a scuola per tutte queste preoccupazioni, non avrei visto le mie compagne di scuola per tanto tempo; e, peggio, non avrei più potuto giocare per una certa rivoluzione che doveva arrivare.

Una sera di un ottobre ormai fresco, finita la nostra cena frugale mio padre prese il suo cappotto e disse che usciva a fare la solita passeggiata. “Posso venire anche io?”, domandai elettrica. Rispose subito mia madre: “Certo, se ti metti anche la sciarpa!”.

Infilare la mia mano nella mano destra di mio padre e camminargli accanto, era parte della mia gioia più grande. Non abitavamo lontano dal centro. Per arrivarci, si doveva attraversare la piazza, dove di giorno si teneva il mercato, e dove c’era il negozio di alimentari. Poi s’imboccava la strada animata dal negozio del parrucchiere, di quello che aggiustava le biciclette (sul muro era esposto il programma del Teatro Nazionale con tutti i  nomi degli attori ed attrici). Da lì, si aveva la vista della Chiesa Riformata, e dietro, dall’altra parte della strada i bagni pubblici, lasciati in eredità dai turchi, altro luogo di divertimento. Mentre mia madre si rilassava seduta nella piscina rotonda dell’acqua calda, passata una certa porta, si poteva entrare nella piscina di quella fredda. Era troppo grande per me, che non sapevo nuotare. Ma metterci metà del piede in quell’acqua fredda, per me era la libertà, era la certezza che un giorno vi avrei nuotato anch’io…

 

Avvicinando il crocevia  di due vialoni, si percepiva uno strano silenzio, malgrado la presenza di centinaia di persone. Ferme, in silenzio, guardavano in alto senza muovere la testa, senza parlare gli uni con gli altri. L’edificio della Direzione delle Ferrovie Ungheresi era illuminato. In cima c’era una grande stella rossa. Intorno si notavano della piccole teste, delle braccia in movimento.

”La stanno smontando” ci disse uno accanto a noi. “Fra poco finiscono il lavoro”, aggiunse lo sconosciuto.

Mio padre alzò la testa e cosi feci anch’io. Contemplavo la grande stella, una delle tante che si vedevano in giro per la città sugli edifici delle istituzioni statali. Era proprio grande, molto più alta degli uomini che la stavano circondando.

Improvvisamente, ci fu un fuggi fuggi, e dunque uno spazio largo davanti all’edificio. E la stella apparve in tutta la sua grandezza, poggiata sul vuoto. E volava. Si frantumò in migliaia di pezzi, e questo rumore scatenò l’applauso di tutti gli presenti, e gridi di singoli e di gruppi: “Viva la patria! Viva la patria!”. Si formò una fila per venti che si mise in marcia. “Russi a casa!”, “Russi a casa!”; l’urlo all’unisono riempì il vialone. Anche noi due ci mettemmo in marcia, ma senza pronunciare una parola. E la mia mente lavorava veloce: “Perché urlano Russi a casa? Siamo parte della Russia? Non li ho sentiti arrivare, e allora perché dicono che i russi devono andare a casa? Forse non sono più italiana, ma russa”. Camminai con questo dubbio atroce al fianco di mio padre. Quasi quasi, speravo avesse voglia di finire la passeggiata. Volevo tornare da mia madre. Magari stava piangendo, perché diventata russa… e tutto ciò in quanto la stella rossa aveva fatto un volo.

Marta Dal Zuffo

 

 

P.S.

Nata in Ungheria da genitori italo-ungheresi, Marta Dal Zuffo ha studiato nella Scuola di Musica, poi nel Liceo Endre Ságvári di Szeged. Ha condotto gli studi universitari presso  La Sapienza di Roma, laureandosi in Lingue e Letterature Straniere e Moderne con Angelo Maria Ripellino. E’ diplomata presso la Scuola di Traduttori ed Interpreti di  Via Mercadante.

Ha lavorato come interprete e traduttrice all’Accademia d’Ungheria, a Roma. E’ stata traduttrice di testi tecnici e di filosofia e da molti anni traduce invece la letteratura ungherese.

 

Pubblicazioni:

Spiragli, poesie, Firenze libri 1984

La bottega della notte, poesie, Edizioni Tracce, 1994

Libertà e Amore, Antologia di poeti ungheresi, Editore Lithos, 1997

I fioretti della prosa ungherese, Antologia di scrittori ungheresi, Editore la Sapienza, 2013

                         

 

 

lunedì, aprile 27th, 2015

brunelleschi

Dalla piccola (in quanto a numero delle poesie) ma preziosa raccolta di Marzia Spinelli intitolata Nelle tue stanze e dedicata alla memoria della madre, mi piace estrapolare la seguente lirica, capace a parer mio di riassumere magistralmente il filo conduttore della silloge:

 

l’amo della memoria

è una corda pendula, il gancio

su un’attesa da riempire,

pestando a terra come fosse uva.

 

se agronomi della vita o geometri dell’aria

lo sapremo alla fine. Ora so che è semina il Tempo,

porta tutto a vendemmia, anche le stelle.

 

(poesia di Marzia Spinelli, tratta da Nelle tue stanze, Edizioni Progetto Cultura, 2012)

 

 

…difficile trattenere -credo- un moto di profonda emozione di fronte agli accenti di verità dei suddetti versi, peraltro scanditi da una “misura certa…nel rigore”, come avverte giustamente Alberto Toni nell’introduzione alla raccolta. Mi limiterò qui a sottolineare il bagliore stilistico-strutturale del secondo verso, un novenario degno del miglior Pascoli (con gli accenti più significativi di terza e di quinta): novenario in grado di imprimere alla poesia una scossa potentemente centrifuga; fino alla chiusa di essa, come sospesa fra terra e cielo. In breve: la lirica in oggetto “viaggia” con estrema nettezza in direzione della buona poesia contemporanea, tenendo però finemente conto della nostra grande tradizione letteraria (proponendosi  di conseguenza quale perla di umanità e di stile, a mio avviso). Marzia Spinelli è nata a Roma, città dove vive e lavora. E’ stata tra i fondatori e redattrice della rivista Lìnfera. Attualmente fa parte della redazione di Fiori del male e Polimnia. Suoi testi poetici sono presenti in varie antologie edite da Bagatto, LietoColle, Lepisma, Aletti, ArteScrittura e alcuni tradotti e inseriti nella rivista rumena Conta. Nel 2009 ha pubblicato il libro di poesie Fare e disfare (LietoColle Editore).

sabato, aprile 25th, 2015

Ingrao

Oggi si festeggia in tutta Italia il settantesimo anniversario della Liberazione. Un mese fa, esattamente il 30 marzo, Pietro Ingrao è diventato centenario. Di lui ho letto nel frattempo la sua autobiografia, dal titolo Volevo la luna, di cui mi piace citare il seguente passo (morta la madre subito dopo la liberazione di Roma dai tedeschi, nel 1944): “Venne depositandosi in me la coscienza di un lato di incalcolabilità che mi allontanò da un Assoluto: mi sospinse sempre più a un rispetto del fragile, e a un dubbio sulle leggi e sui saperi. Costretto a decisioni dure e ineluttabili, e a fedi imperiose, mi trascinai dentro -come un ricordo perenne dell’incalcolabile- una prudenza, un rispetto di fronte alla debolezza. Mi portai nel petto a lungo -direi per sempre- quella domanda cocciuta di fronte all’altro. Ma che so io, davvero, di lui? Che conosco del suo andare, della sua vicenda?” (corsivi dell’autore). Ecco: a distanza di pochi giorni dall’ecatombe del Canale di Sicilia che con la sua portata getta una luce di amarezza sulla giornata di oggi, le parole di Ingrao ci invitano a riflettere intorno all’autoriduzione dell’ego e quindi, per logica conseguenza, sul sentimento dell’Altro che dovremmo poter provare (il che non vuol dire buonismo di cui abbiamo piene le tasche). Ci siamo compresi, immagino, di fronte a un movimento epocale di migranti da un continente all’altro che attualmente sta cambiando la Storia e all’interno del quale tutti siamo coinvolti, ci piaccia o meno. Registriamo per intanto la grande vocazione all’accoglienza e allo spirito di solidarietà della Perfida Albione (leggi gli inglesi, sic!) e i toni più sfumati della Merkel di giovedì scorso all’incontro urgente degli Stati Membri voluto da Renzi, dopo la tragedia in mare di sabato scorso. Ma dall’indimenticabile libro di Primo Levi Se questo è un uomo, estrapoliamo le seguenti parole, in conclusione:…”abbiamo imparato che la nostra personalità è fragile, è molto più in pericolo che non la nostra vita; e i savi antichi, invece di ammonirci ricordati che devi morire, meglio avrebbero fatto a ricordarci questo maggior pericolo che ci minaccia. Se dall’interno dei Lager un messaggio avesse potuto trapelare agli uomini liberi, sarebbe stato questo: fate di non subire nelle vostre case ciò che a noi viene inflitto qui.”. A noi come agli altri, ribadisco, come elemento perlomeno di riflessione. E comunque, Buona Festa, oggi: l’antifascismo per me come per tanti resta acquisizione storico-personale inalienabile.

giovedì, aprile 23rd, 2015

Con piacere do notizia dell’evento previsto per domani a Roma, 24.4.2015:

Tea

mercoledì, aprile 22nd, 2015

Con piacere do notizia dell’evento previsto per domani 23 aprile a Roma:

 

Centro di Mostre e Studi sull’Arte Contemporanea        

Via G. Mompiani, 1/A (Viale delle Milizie)

-Metro Ottaviano- 00192 ROMA Tel. 39. 34735109

 

Il Centro di Mostre e Studi sull’Arte Contemporanea diretto da Carla Mazzoni

ha il piacere di invitare la S.V. alla presentazione della rivista

 

I Fiori del male N. 60 gennaio-aprile 2015

Quadrimestrale di poesia, cultura letteraria e arte

Presiede Antonio Coppola

Giovedì 23 Aprile 2015, ore 17,30

 

Interverranno: Marzia Spinelli, Monica Martinelli e Robertomaria Siena

L’Attore Salvatore Puntillo leggerà le poesie pubblicate

Saranno graditi interventi esterni dal pubblico

 

 

martedì, aprile 21st, 2015

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Di fronte all’ecatombe del Canale di Sicilia di domenica scorsa, lascio al mondo dell’informazione commenti e riflessioni in merito. Colpito per il momento da radicale afasia al cospetto dell’immane tragedia, rammento comunque la disponibilità del presente blog nei confronti dei visitatori.

 

martedì, aprile 14th, 2015

 

 

 

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Si fa quasi fatica a pronunziare il titolo della breve ma intensa lirica di Fiorella D’Ambrosio che mi accingo a presentare ai visitatori del blog. Una fatica cagionata, credo, dalla pregnanza del fonosimbolismo attivo nel suddetto titolo. In esso, infatti, è difficile non percepire la signoria della vocale chiusa palatale (“i”) tale da suggerire al lettore per via innanzitutto subliminale il senso di un “amore/ stagnante” paragonato a immoto lago:

 

Gli effimeri fili del nulla

 

In questo

amore

stagnante

 

come l’acqua

inerte

di un lago

 

raccolgo

gli effimeri fili

del nulla

 

(poesia di Fiorella D’Ambrosio, tratta dalla raccolta Gocciole di pensieri, Ibiskos Editrice Risolo, 2007)

 

…una lirica, quella in oggetto, da me decisamente apprezzata all’interno della citata raccolta per il suo nichilismo gentile (non per questo meno corrosivo!); nichilismo metricamente potenziato dalla frequenza del ternario (e comunque ben al di là del “fermo immagine” d’una contingente delusione d’amore sul piano semantico). In conclusione, eccoci di fronte a dei versi limpidi in superficie e apparentemente semplici.  Forti però di quella semplicità da intendere come conquista, sicurezza d’eloquio poetico di sé consapevole. Fiorella D’Ambrosio, divenuta negli ultimi mesi puntuale e preziosa commentatrice degli articoli proposti nel presente blog, vive a Chieti. Laureata in Lettere Classiche, ha insegnato Letteratura Italiana e Storia. Ha pubblicato i romanzi La via del ritorno (1989), adottato anche come testo di narrativa nelle scuole medie, Era il maggio odoroso (2001), vincitore del premio “Areopago”-Ostia, L’ultima estate di Carolyn (2003), vincitore del Premio “Città de La Spezia”. Ha ricevuto molti premi e riconoscimenti in ambito poetico (tra cui il Premio “Cesare Pavese”-2005, il Conferimento Accademico dall’Accademia Internazionale “F. Petrarca”-2003). Sue poesie figurano in diverse antologie.

 

venerdì, aprile 10th, 2015

 

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RIPENSARE AL PROGRESSO NEL POSTMODERNITA’

 

di Ninnj Di Stefano Busà

 

E’ tempo di ripensare, di ripensare e ancora ripensare al percorso fatto, dove dobbiamo andare, come arrivarci. La nostra civiltà è arrivata ad una svolta letale: continuare così a brancolare nel buio di una perenne contraddizione, di una inamovibile incapacità di proseguire, appare peggio. E’ più che evidente che siamo in una impasse secolare, vaghiamo, persi in una nebbia che ci ostruisce le facoltà mentali, c’inaridisce lo spirito; disorientati e increduli annaspiamo in una palude che non ci fa vedere la luce di domani, il percorso da fare per raggiungere mete precise, finalità di salvezza.

La svolta che ci ha trasferiti alla postmodernità è di stampo paradossale, ci ha condotto attraverso un percorso impervio e difficoltoso ad uno sbocco dal quale non sappiamo più uscire. La filosofia, la scienza, la tecnica, le trasformazioni scientifico-sperimentali dei secoli appena trascorsi ci hanno catapultati troppo in fretta  e troppo lontani da una realtà umana che davvero i ns. limiti non ci consentono.

Si è andati troppo oltre, nell’ansia spasmodica di allontanarci dalla civiltà medievale, si è perso ogni facoltà di discernimento, ogni senso della misura. Per alcuni secoli, la spinta propulsiva del progresso ha svolto, per così dire, una fase mediatrice tra la scienza e la coscienza, la civilizzazione e il progresso sono andati avanti quasi alla pari: tot programmi di ampliamento, di rinnovamento, di scoperte e tot in risultati umani, in termini di progresso, di libertà, di garanzie sociali.

Ora il meccanismo si è inceppato, non corrisponde più, o quanto meno, si è allontanato troppo dall’obiettivo dei popoli, delle genti che hanno confuso tutto: progredire non vuole significare mai andare oltre l’umano, danneggiare il progresso ottenuto, inquinarlo, mistificarlo.

Le aspettative dell’individuo sostanzialmente sono rimaste immutate, quel che è cambiato è il volto del mondo, si è trasfigurato, ha assunto contorni repellenti, ha innescato il sistema del libero arbitrio fatto a suo completo piacimento, senza più interpellare la morale, che è decaduta, si è spenta, sono venuti meno i principi sacrosanti, le verità inconfutabili.

Tutte le contraddizioni religiose, culturali, storiche, sociali sono venute alla luce in un sistema di vasi comunicanti che è impossibile ormai arginare: ad ogni contatto avviene un’esplosione, il clima risulta talmente incandescente da provocare asfissia, degenerare in lutto e disperazione per gli abitanti del pianeta.

 

Oggi è proprio questa faglia a presentare la più grave pericolosità, non è nulla chiaro, tutto continua a scivolare in un terreno melmoso, infondato, senza via d’uscita,

di conseguenza ogni giorno la situazione diventa più confusa e complessa.

Da una parte la cultura postmoderna va compiendo la sua opera di nichilismo: università, arte, giornalismo, scienza, letteratura per giungere alle masse si fanno perentori, abusati, pronti ad offrire sempre più luccichio di specchi per le allodole, che valori e significati atti a rinnovarci, a rassicurarci sul progetto-uomo.

Ma oggi, alla luce dei fatti, le grandi narrazioni su come eravamo e come saremo, non hanno più senso. Scivoliamo ogni giorno di più: dove finirà la nostra storia? E avremo una storia? Il ritornello continua a ripetere che la storia non possiede verità assolute, e l’unica verità è quella che non c’insegna “nulla”, nient’altro che le grandi favole, qualche volta le più grandi fandonie, fallaci e (ir)ripetibili.

Si va senza alcun senso direzionale, in un tempo ciclico di naturalismo permissivo e mordace, e perciò sostanzialmente privo di principi, di valori, insensato e becero, pronto a prendere qualunque direzione errata, a invadere ogni più piccolo frammento di lealtà, di coraggio, di buon senso.

D’altra parte però il percorso da fare diventa ogni giorno più ostico, soprattutto per quanto riguarda morale e politica (più in particolare), imperversa la becera cultura dell’utile che utilizza strumenti letali e tristemente illegali per giungere ai suoi lucrosi fini. La società continua ad utilizzare le categorie del progresso, a suo uso e consumo, tende ad un modello che non è più in auge: quello dello sviluppo, della crescita, del benessere comune, senza mai più trovare la sostanza che li renda attuabili, soprattutto senza ben delineare quali sono i presupposti.

Tutto è diventato senza regole, senza luce di programmazione. Quali allora i sistemi per progredire, andare avanti? Quali le condizioni fondamentali di un possibile progresso, avanzamento o rallentamento in generale?

A questo quadro mancano le capacità orientative, mancano le visioni in prospettiva, i numeri di fondo per essere credibile.

 

Ecco perché la società del ventesimo secolo è così malata, così ottusa, senza remore, sfilacciata e presuntuosa, reagisce alla sua fine imminente con sarcasmo e perfidia, con scatti di pauroso lassismo e (apparente) disinvoltura, ma in realtà è disperata, annoiata, tragicamente oppressa da una pseudolibertà che non detiene, da una morale che non rispetta, da un credo che non è corrisposto da Dio perfino nella religione. Ecco perché non ha più orientamenti, stimoli, simboli o miti da ostentare e voci autorevoli e salde ad indicare itinerari e sventolare vessilli.

Restano gli strilli e gli strilloni a profetizzare la fine del mondo.

In ogni periodo storico abbiamo assistito ad un decadimento, ad una crisi d’identità: quando il motore umano è andato molto oltre le sue possibilità, c’è anche motivo di stanchezza, di rifornimento delle energie disperse, ad ogni arresto, può e deve esserci una ripresa, può accadere che si verifichi una sorta di fermata per fare il pieno, una sosta per raccogliere nuove forze vitali e proseguire con nuova energia.

Dovremmo fare un’operazione di revisione della mente, traendo le conseguenze che l’esperienza del passato ci ha messo dinanzi, cioé: che le spinte evolutive dell’era moderna passano sempre attraverso fattori distruttivi, per giustificare la presenza del male tra gli umani.

Soprattutto dovremmo prendere atto che queste forze fomentano la recrudescenza dell’uomo a comportamenti abietti.

Dobbiamo imparare a fermarci in tempo davanti a catastrofi imminenti, come l’inquinamento dell’aria, il buco dell’ozono, le risorse d’acqua che si esauriscono sulla terra, lo scioglimento dei ghiacciai, il clima che modifica l’assetto del pianeta, ridefinire le ricchezze planetarie, essere parsimoniosi, non incrementare sprechi che potrebbero essere letali per gli abitanti della terra, imparare a padroneggiare le risorse con oculatezza, a favore degli esseri umani, non a favore dell’edonismo e dell’egoismo più interessati e malvagi.

La sfida allora è ridefinire i contorni e i contenuti di un’umanità diversificata, ma pronta a progredire con nuovi parametri, con nuove regole e possibilmente con spinte evolutive diverse.

giovedì, aprile 9th, 2015

Giorgio Caproni

Ecco il mio scritto del maggio 2012 (riveduto e ampliato) su Giorgio Caproni, letto questo pomeriggio presso la Biblioteca Pier Paolo Pasolini (come comunicato ieri):

 

LA  POETICA DI GIORGIO  CAPRONI

 

C’è una poesia di Giorgio Caproni paradigmatica dalla quale converrà prendere le mosse nel presente scritto, intitolata Battendo a macchina: “Mia mano, fatti piuma:/ fatti vela; e leggera/ muovendoti sulla tastiera,/ sii cauta. E bada, prima/ di fermare la rima,/ che stai scrivendo d’una/ che fu viva e fu vera…”; più che sufficiente davvero, tale poesia, grazie a questa sua prima strofe (inclusa nei Versi livornesi, all’interno dalla raccolta IL SEME DEL PIANGERE, 1959) per comprendere il difficile e felice equilibrio tra spirito aristocratico e vena popolare raggiunto in modo esemplare da Caproni con la suddetta raccolta; per diversi studiosi il frutto più fine della sua storia poetica (e basterà citare al riguardo nomi come quelli di Biancamaria Frabotta e Pier Vincenzo Mengaldo; quest’ultimo prefatore del Meridiano Mondadori dedicato al poeta).  Difficile se non impossibile, naturalmente, negare la grazia affilata della poesia di Giorgio Caproni fino all’acme del SEME DEL PIANGERE, dagli esordi genovesi influenzati dalle correnti ermetiche e, in particolare, dalla presenza tutelare e costante di Camillo Sbarbaro. Del resto non andranno dimenticati, del nostro poeta (nato a Livorno nel 1912), i notevoli sonetti “monoblocco” inclusi nel PASSAGGIO D’ENEA (raccolta del 1956) fra i quali spicca per chi scrive Alba (1945), con endecasillabi tronchi in uscita non vocalica rafforzati da interiezioni sapienti ( a frantumare la musica consolidata di una forma dorata e “chiusa” della nostra grande tradizione letteraria). In ogni caso anche il peso del PASSAGGIO D’ENEA risulta evidente, nello sviluppo del lavoro poetico del grande Livornese, alludendo alle famose e bellissime Stanze della funicolare leggibili in tale raccolta. Sarà bene a questo punto rammentare – volendo giungere al cuore di quanto mi preme sottolineare più avanti su Caproni- la finissima attività di traduttore del poeta, ripensando soprattutto ai suoi Proust, Céline, per tacer d’altri; giacché tale attività ha dischiuso ovviamente al grande  Livornese, per sua stessa ammissione, lungo il corso degli anni, “zone” dell’affettività e della cognizione altrimenti insondate. Ma eccoci al punto: i lettori che amano il nostro poeta, e sono in molti, sanno di una innegabile, rilevante cesura fra un “primo” Caproni e un “secondo” Caproni, per così dire; cesura sulla quale sarà necessario insistere qui proprio per tentare di comprendere le ragioni di una voce poetica più che mai viva e incisiva nei tempi attuali. Così dicendo, ecco che non possiamo non individuare nel CONGEDO DEL VIAGGIATORE CERIMONIOSO & ALTRE PROSOPOPEE (1965), la suddetta cesura fra quanto precedentemente pubblicato da Caproni e la grande Trilogia compresa fra gli anni Settanta e Ottanta (IL MURO DELLA TERRA, 1975; IL FRANCO CACCIATORE, 1982; e IL CONTE DI KEVENHŨLLER, 1986). Basterà, in merito, rileggere la chiusa della poesia che dà il titolo alla citata raccolta del 1965 (dedicata all’attore Achille Millo): “Ora che più forte sento/ stridere il freno, vi lascio/ davvero, amici. Addio./ Di questo, sono certo: io/ son giunto alla disperazione/ calma, senza sgomento./ Scendo. Buon proseguimento”. Non posso negare, per quanto mi riguarda, di nutrire un sentimento quasi di devozione per tali versi: essi, infatti, nella loro disarmante semplicità, si fanno profondissima metafora della condizione umana; talché, a questo punto, la voce di Caproni conquista maggiore libertà tematica e formale rispetto alle precedenti e pur splendide prove (il pensiero torna, soprattutto, ai citati Versi livornesi  del SEME DEL PIANGERE e dedicati ad Anna Picchi, ricamatrice e suonatrice di chitarra, madre del poeta; poeta-violinista, questi, peraltro, diplomato in composizione giovanissimo a Genova). Sia come sia, con il CONGEDO del  1965 (l’anno di un traumatico intervento operatorio per il poeta, che da allora fino alla morte vivrà da “resecato gastrico”, per sua stessa definizione); sia come sia, stavamo dicendo, col CONGEDO, comincia il “viaggio metafisico” di Giorgio Caproni, in tutta evidenza. Il grandissimo cantore di Genova, sua città d’adozione, e della madre- fidanzata del poeta (che intuizione, quella di cantare la giovinezza materna!); cantore nel contempo antico e sottilmente sabotatore come già detto, della nostra grande tradizione metrico-stilistica; questo cantore, insomma, col CONGEDO, scopre le sue carte decisive di “cerimonioso dicitore del nulla”, secondo quanto osservato da Italo Calvino (e non a caso il grande Livornese è stato accostato a Samuel Beckett). Il nostro poeta, austero e riservato, maestro elementare per tutta la vita, parlerà in effetti con la sua voce più alta nel 1975, dando alle stampe IL MURO DELLA TERRA, accolto con grande favore di critica e di pubblico. Con il MURO, infatti, tutto è mirabilmente al suo posto; nel senso che nel libro la densità metafisica di una evidente “ontologia negativa” (sempre per citare Calvino), è una cosa sola con una forma “frantumata e ellittica” (com’è stato osservato da più parti); la cui qualità più corrosiva, forse, consiste nella chiusa delle poesie: senza punti di domanda che possano favorire un rassicurante dialogo con il lettore. Detta qualità di Caproni, è stata individuata felicemente da Carlo Bo; senza stupirsene più di tanto da parte nostra; ché, in tutta evidenza, Carlo Bo ha avvicinato i grandi poeti del Novecento italiano più intensamente di altri; nel  senso umano del termine, prima ancora che dal punto di vista strettamente critico. Ma torniamo a Giorgio Caproni. Dopo IL FRANCO CACCIATORE del 1982 -laddove si può percepire un certo “manierismo” rispetto al libro precedente, come osserva a parer mio giustamente Pier Vincenzo Mengaldo in antitesi, nella fattispecie, agli eccessivi entusiasmi di Pietro Citati- eccoci al cospetto dell’ultimo grande libro di Caproni: IL CONTE DI KEVENHŨLLER, del 1986. Con tale raccolta la poesia di Caproni raggiunge una stoica, rarefatta scansione; con alte e attualissime punte di agnizione nell’indicarci l’inquietante ambivalenza fra l’Essere e il Nulla: quasi il poeta si fosse dotato di un misterioso periscopio grazie al quale scrutare la scaturigine tutt’altro che rassicurante di tutti gli ossimori, di tutte le ambiguità (senza dare cioè l’impressione di una pratica letteraria e forzata dei contrari, ossia a posteriori). Così, nel CONTE DI KEVENHŨLLER, il cacciatore è la sua preda; la Bestia, per la cui uccisione il Conte ha promesso bei soldoni alla popolazione, è sfuggevole e parte di noi; e si potrebbe continuare a lungo. Il poeta morì il 22 gennaio 1990; sul comodino (è stato riferito) la pagina della COMMEDIA laddove spiccano i famosi versi: “L’alba vinceva l’ora mattutina/ che fuggia innanzi, sì che di lontano/ conobbi il tremolar de la marina”; Purg. I, 115-7: il giorno successivo, 23 gennaio, il suo funerale, senza la presenza delle autorità (nel quartiere romano di Monteverde, dove abitava); in perfetto stile con la riservatezza e il distacco del grande Livornese, si potrebbe chiosare con amara asciuttezza (non mancarono però Walter Binni, Biancamaria Frabotta e Valerio Magrelli). D’altronde la poesia di Giorgio Caproni costituisce un patrimonio ricchissimo e attuale della mente e del cuore di numerosi lettori; e di chi scrive in modo particolare -mi sia concesso di dire- avendo io abitato dal 1969 al 1980 a trecento metri dal grande Livornese, nella piazza dove sbocca la salita di via Pio Foà (via lungo la quale, dal 2012- in occasione del centenario della nascita di Caproni- è visibile al numero 28 una targa che lo ricorda, assieme ai versi di Dopo la notizia, dal MURO DELLA TERRA). Mi piace concludere questo scritto citando di Caproni i versi in morte di Pasolini, suo grande amico (intitolati Dopo aver rifiutato un pubblico commento sulla morte di Pier Paolo Pasolini , ora inclusi nella raccolta postuma RES AMISSA, 1991, curata da Giorgio Agamben): “Caro Pier Paolo./ Il bene che ci volevamo/ -lo sai- era puro./ E puro è il mio dolore./ Non voglio pubblicizzarlo./ Non voglio, per farmi bello,/ fregiarmi della tua morte/ come d’un fiore all’occhiello.” Così era Giorgio Caproni, maestro elementare fino al 1973: un uomo riservato e fiero che insegnava ai suoi alunni invogliandoli a scrivere versi; non negandosi neppure a scuola la gioia del trenino elettrico.

 

 

Andrea Mariotti, aprile 2015

 

P.S. lo scritto in oggetto apparirà sul n.61 del quaderno quadrimestrale di poesia cultura letteraria e arte I FIORI DEL MALE, di prossima pubblicazione.

 

 

 

 

mercoledì, aprile 8th, 2015

Immagine news 7-11 aprile

Con piacere do notizia del mio intervento critico di domani, giovedì 9 aprile (alle ore 17) sulla POETICA DI GIORGIO CAPRONI, presso la Biblioteca Pier Paolo Pasolini (“cliccare”sull’immagine per ingrandire).