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Eccomi a presentare quest’oggi con viva gratitudine una testimonianza preziosa, sul filo della memoria più intima. Marta Dal Zuffo aveva allora otto anni

 

Il volo della stella rossa

 

 

Impossibile cancellare certi eventi della vita. Per nostra inclinazione, amiamo ricordare esperienze, successi che ci hanno resi felici, oppure viaggi emozionanti, date importanti che hanno impresso una certa svolta alla nostra esistenza, come un matrimonio, l’arrivo di un figlio.

Mentre guardo dritto nell’occhio del sole al tramonto sopra la campagna romana, mi accorgo ancora quanto disperato sia il mio tentativo di oscurare un certo periodo della storia scritto sulle pagine della mia vita; magari spero anche di sentire il mio cuore pulsare col ritmo regolare, placato ormai dalla quella ragione che spiega, che fa comprendere, che fa diventare saggi.

 

Avevo otto anni compiuti, il privilegio di essere cittadina italiana che consisteva in un cognome strano ed inusuale di due parole, incomprensibile per gli ungheresi, motivo di orgoglio per me, ed un malessere, perché non capivo nulla di ciò che diceva mio padre quando mi parlava.

 

1956, un anno strambo… in primavera doversi congedare dalla mia amica permanente, dalle compagne di classe, da altri amichetti, figli di amici stretti della mia famiglia. Finalmente avrei fatto un lungo viaggio senza ritorno. Dal treno un ultimo sguardo sul muro, dietro il quale c’erano gli animali in gabbia dello Zoo. A Budapest mia madre trovò del tempo per comprarmi un bel vestito rosso. A Vienna, alla stazione dell’Ovest, la Croce Rossa ci fece accomodare nella sua sala tra un treno e l’altro. Quando mia madre si esauriva a causa delle mie preghiere struggenti, mi permetteva di avvicinarmi alla scala mobile e di guardarla. Solo guardarla. A Tarvisio per qualche ragione passammo delle ore in una piccola stanza. A Padova mi innamorai del trenino regionale e del cappello del controllore. La macchina si arrestò davanti alla palazzina dei nostri parenti, e da una finestra ci investì uno stupefatto “Gesù Maria!”.

Prima della chiusura estiva della scuola, eravamo già di ritorno a Budapest. Riecco Maria, le compagne di scuola; la sera potevo ormai rispondere a mia padre nella sua lingua, quando si rivolgeva a me.

L’estate passò veloce. Le visite di amici e vicini si moltiplicavano. Venivano di sera, nel buio, suonavano il campanello dopo cena. Si sedevano intorno alla radio e ascoltavano assorti.

Discorsi che parlavano di libertà, di occupazione, di democrazia, di benessere garantito all’estero.

Tanto  presi erano gli adulti da non accorgersi nemmeno se ero presente nel salone, o se pendevo dal ramo di una delle due acacie davanti alla casa. Quei due tronchi conoscevano i corpi di tutti i bambini, le forze dei muscoli delle loro gambe, le loro mani sporche, e le loro risate felici. Cosa importava a noi dell’Europa Libera? Se fossero venuti salvarci gli americani, o se fossero arrivati a farlo i russi? Mica venivano a impedirci di fare e portare in testa coroncine di margherite, o a fare a gara a chi riusciva a mangiare i fiori d’acacia, o nelle sere d’estate giocare a nascondiglio!

Arrivò poi un altro primo di settembre, il tanto atteso primo giorno della scuola dopo la febbrile compera dei libri e dei quaderni, rivestiti di carta blu per la protezione, etichettati secondo la materia. Ci volevano anche delle matite nuove nere e quelle colorate per affrontare le terza. Magari un’altra cartella, tasche permettendo. Chissà chi sarebbe stato il futuro insegnante?  E come sarebbe stato? Severo? Tollerante? Gentile? Punitivo? Anche i bambini di 8 anni hanno i loro problemi, non solo gli adulti. Perché non posso giocare con la mia amichetta?  perché devo ascoltare gli adulti che parlano di cose strane, tipo: valutazione di soldi, mancanza di cibo, i paesi intorno che hanno  cessato di fornire carbone ed io che non potrò più andare a scuola per mancanza di riscaldamento? Perché mi dovrebbe stupire quella signora che aveva investito tutti i suoi averi comprando tutte le scope dei grandi magazzini in quanto non vi era più rimasto niente? O l’altra che aveva ritirato tutti i soldi dalla banca per nasconderli nel materasso? O il contadino, che aumentava il prezzo dei suoi prodotti tutti i giorni? O mia madre, che tornava dal negozio sempre più preoccupata, perché sugli scaffali si contava su una mano la roba rimasta? Io, forse, non avrei potuto andare a scuola per tutte queste preoccupazioni, non avrei visto le mie compagne di scuola per tanto tempo; e, peggio, non avrei più potuto giocare per una certa rivoluzione che doveva arrivare.

Una sera di un ottobre ormai fresco, finita la nostra cena frugale mio padre prese il suo cappotto e disse che usciva a fare la solita passeggiata. “Posso venire anche io?”, domandai elettrica. Rispose subito mia madre: “Certo, se ti metti anche la sciarpa!”.

Infilare la mia mano nella mano destra di mio padre e camminargli accanto, era parte della mia gioia più grande. Non abitavamo lontano dal centro. Per arrivarci, si doveva attraversare la piazza, dove di giorno si teneva il mercato, e dove c’era il negozio di alimentari. Poi s’imboccava la strada animata dal negozio del parrucchiere, di quello che aggiustava le biciclette (sul muro era esposto il programma del Teatro Nazionale con tutti i  nomi degli attori ed attrici). Da lì, si aveva la vista della Chiesa Riformata, e dietro, dall’altra parte della strada i bagni pubblici, lasciati in eredità dai turchi, altro luogo di divertimento. Mentre mia madre si rilassava seduta nella piscina rotonda dell’acqua calda, passata una certa porta, si poteva entrare nella piscina di quella fredda. Era troppo grande per me, che non sapevo nuotare. Ma metterci metà del piede in quell’acqua fredda, per me era la libertà, era la certezza che un giorno vi avrei nuotato anch’io…

 

Avvicinando il crocevia  di due vialoni, si percepiva uno strano silenzio, malgrado la presenza di centinaia di persone. Ferme, in silenzio, guardavano in alto senza muovere la testa, senza parlare gli uni con gli altri. L’edificio della Direzione delle Ferrovie Ungheresi era illuminato. In cima c’era una grande stella rossa. Intorno si notavano della piccole teste, delle braccia in movimento.

”La stanno smontando” ci disse uno accanto a noi. “Fra poco finiscono il lavoro”, aggiunse lo sconosciuto.

Mio padre alzò la testa e cosi feci anch’io. Contemplavo la grande stella, una delle tante che si vedevano in giro per la città sugli edifici delle istituzioni statali. Era proprio grande, molto più alta degli uomini che la stavano circondando.

Improvvisamente, ci fu un fuggi fuggi, e dunque uno spazio largo davanti all’edificio. E la stella apparve in tutta la sua grandezza, poggiata sul vuoto. E volava. Si frantumò in migliaia di pezzi, e questo rumore scatenò l’applauso di tutti gli presenti, e gridi di singoli e di gruppi: “Viva la patria! Viva la patria!”. Si formò una fila per venti che si mise in marcia. “Russi a casa!”, “Russi a casa!”; l’urlo all’unisono riempì il vialone. Anche noi due ci mettemmo in marcia, ma senza pronunciare una parola. E la mia mente lavorava veloce: “Perché urlano Russi a casa? Siamo parte della Russia? Non li ho sentiti arrivare, e allora perché dicono che i russi devono andare a casa? Forse non sono più italiana, ma russa”. Camminai con questo dubbio atroce al fianco di mio padre. Quasi quasi, speravo avesse voglia di finire la passeggiata. Volevo tornare da mia madre. Magari stava piangendo, perché diventata russa… e tutto ciò in quanto la stella rossa aveva fatto un volo.

Marta Dal Zuffo

 

 

P.S.

Nata in Ungheria da genitori italo-ungheresi, Marta Dal Zuffo ha studiato nella Scuola di Musica, poi nel Liceo Endre Ságvári di Szeged. Ha condotto gli studi universitari presso  La Sapienza di Roma, laureandosi in Lingue e Letterature Straniere e Moderne con Angelo Maria Ripellino. E’ diplomata presso la Scuola di Traduttori ed Interpreti di  Via Mercadante.

Ha lavorato come interprete e traduttrice all’Accademia d’Ungheria, a Roma. E’ stata traduttrice di testi tecnici e di filosofia e da molti anni traduce invece la letteratura ungherese.

 

Pubblicazioni:

Spiragli, poesie, Firenze libri 1984

La bottega della notte, poesie, Edizioni Tracce, 1994

Libertà e Amore, Antologia di poeti ungheresi, Editore Lithos, 1997

I fioretti della prosa ungherese, Antologia di scrittori ungheresi, Editore la Sapienza, 2013

                         

 

 

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