Archive for novembre, 2012

venerdì, novembre 30th, 2012

Intendo qui esprimere con pacatezza tutta la mia soddisfazione per la storico riconoscimento, deciso ieri presso l’ONU, della Palestina quale “Stato osservatore” all’interno delle stesse Nazioni Unite: un riconoscimento, com’è stato giustamente osservato da più parti, che rafforza moltissimo Abu Mazen agli occhi di Hamas, se non si pecca troppo d’ottimismo. Sicché sopportiamo pure il muso lungo di Israele nei nostri confronti; considerando per esempio il vergognoso baciamano dell’Unto del Signore a Gheddafi del marzo di due anni fa, ecco che stavolta ci troviamo a registrare un atto dignitoso e doveroso dell’Italia in chiave di politica estera, avendo a cuore la pace nel martoriato Medio Oriente non solo a parole. Parole che invece vanno spese per ricordare con commozione l’operaio Francesco Zaccaria, il cui corpo è stato purtroppo ritrovato nel mar Grande a Taranto, all’interno della gru spazzata via mercoledi scorso dalla tromba d’aria che si è abbattuta sugli stabilimenti dell’ILVA (le condizioni allucinanti di lavoro e di salute degli operai tarantini a prescindere dal ciclone di ieri l’altro non dovrebbero lasciarci indifferenti , in quanto a presa di coscienza di un paese, il nostro, che dovrà rifare i conti al più presto con il sentimento della solidarietà; senza del quale non si va da nessuna parte). La foto qua sopra ci permette infine di ammirare un famoso dipinto del Guercino, il San Girolamo (immagine che mi è venuta improvvisamente alla mente all’atto di scrivere queste poche righe).

lunedì, novembre 26th, 2012

Ebbene sì, sono nato e morirò mozartiano! è da qualche mese, infatti, che sono stato per l’ennesima volta “rapito” dal genio di Salisburgo (nulla togliendo all’amore profondo che porto a Bach e Beethoven; volendo a questo punto citare, per quanto mi riguarda, i tre “sommi” della musica classica). “Classico dei classici”, Mozart -secondo la lapidaria definizione di Fedele D’Amico- è in grado con la sua musica di esprimere i sentimenti più profondi ed anche inquietanti senza alzare la voce; non retoricamente (e qui mi avvalgo di una felice osservazione del grande musicologo Massimo Mila): si pensi, per esempio, al sommesso ostinato a doppio coroSalva me, fons pietatis” che suggella il Rex tremendae, nell’incompiuto Requiem K626. Mozart è “leggero”, anzi alato; riferimento ad hoc per quella “gravità senza più peso, ossia la leggerezza” (che non è la superficialità!), meditata da Italo Calvino nei suoi ultimi anni nelle celebri LEZIONI AMERICANE. Mi piacerà, in questo articolo, dopo decenni di appassionato ascolto della musica di Mozart, indicare ai visitatori del blog le partiture a mio avviso più elevate del Salisburghese; scegliendone “traumaticamente” soltanto dieci, al cospetto di tanto ben di Dio (laddove il seguente elenco non sarà basato su gerarchie di merito):

1): mottetto AVE VERUM CORPUS, K618 (tre minuti di musica sacra celestiale e universalmente conosciuta; del 1791, anno della morte di Mozart; l’ultima sua “maniera” di rarefatta purezza e “semplicità”);
2): dramma giocoso in due atti DON GIOVANNI, K527 (vertice di tutto il repertorio operistico non soltanto mozartiano, secondo molti, fra cui Goethe; tre ore di musica tenebrosa in cui il Salisburghese realizza, su libretto di Lorenzo Da Ponte, “una pienezza di vita veramente shakespeariana”, per dirla in sintesi con il già citato Massimo Mila);
3): sinfonia n. 40, K550: chi non conosce questa somma, tagliente sinfonia il cui primo movimento, “cantabile” a tutti gli effetti, si complica ben presto all’ascolto in una trama concisa di cupezze e inquietudini?;
4): divertimento per archi GRAN TRIO, K563, per violino, viola e violoncello (per un grande musicologo come Einstein, “Il Trio più bello e più perfetto che sia mai stato scritto”);
5): sonata n. 42 per pianoforte e violino K526, impeccabile nella forma ma vibrante di “soggettivismo romantico”; molto amata, fra gli altri, da un grande e discusso biografo di Mozart come W. Hildesheimer, (fine degli anni Settanta);
6): quintetto per clarinetto STADLER-QUINTETT K581 (clarinetto, due violini, viola e violoncello); indimenticabile per intimità espressiva e meraviglioso impasto degli strumenti; fra i quali spicca, senza eccessi, il clarinetto: strumento al quale Mozart dedicherà il poeticissimo concerto K622, nell’ottobre del 1791;
7): quartetto per archi “Haydn” n.2 in re minore K421, risalente al 1783; uno dei saggi supremi della scienza compositiva mozartiana, in onore del venerato maestro J.Haydn, a sua volta autore di stupendi quartetti per archi di geometrica purezza (sono ben noti i rapporti di reciproca stima fra i due grandi contemporanei, Haydn e Mozart);
8): marcia funebre massonica MAURERISCHE TRAUERMUSIK in do minore K477: pagina lacerante e profondissima, scelta, tanto per capirci, da Pier Paolo Pasolini assieme a quelle dell’adorato Bach per il suo Vangelo secondo Matteo del 1964 (indimenticabili davvero, nel film, le note mozartiane nel momento in cui Cristo viene crocifisso e davanti alla croce si tocca con mano la disperazione di Susanna Pasolini, madre di Pier Paolo, nel ruolo della Madonna); in ogni caso, detta marcia funebre rimane un robustissimo documento della profonda meditazione sulla morte del non più giovanissimo Mozart, provato dalle vicissitudini terrene;
9): concerto n. 20 per pianoforte K466 in re minore, creatura altissima dell’ispirazione mozartiana; giacché, a un primo movimento d’inaudito scavo, per i tempi (1785, eseguito presso la corte asburgica a Vienna; dall’orecchio fino sì, ma poco disposta, tale corte, alle novità ardite) segue l’incantevole “romanza”, cioè il movimento centrale d’una intimità espressiva senza pari; davvero trattandosi, qui, della dolcezza e della poesia che Mozart ha donato all’umanità (per intenderci, questo movimento lo ascoltiamo mentre scorrono i titoli di coda del celebre film Amadeus di Milos Forman). Non a caso, soprattutto per il primo movimento, il concerto in oggetto fu prediletto da Beethoven, fra tutti quelli mozartiani;
10): fantasia per pianoforte K475, in do minore; pagina fulminante, fra gli esempi più evidenti del genio mozartiano; in quanto, in uno spazio ridotto, melodia e dissonanze si sovrappongono in modo nervoso e concitato; tant’è che la critica d’ogni tempo ma anche gli ascoltatori più sprovveduti hanno ravvisato in questa partitura già in atto e non soltanto in potenza il pianismo beethoveniano.

I visitatori del blog amanti della musica di Mozart avranno notato le esclusioni “dolorose” da me decise per offrire la lista dei “magnifici dieci” in oggetto (“e il Requiem? e il Flauto Magico?”, si chiederanno…). Tuttavia, con una punta di presunzione da parte mia, se vogliamo, prendendo in esame le varie forme musicali tramite le quali si è espresso il genio mozartiano, ecco che, da ascoltatore attento e radicale, mi sono sentito di indicare nelle suddette partiture le vette della ispirazione del Salisburghese (mia la foto qua sopra, la classica effigie di Mozart; stampata sul contenitore dei 170 cd che raccolgono ogni nota del compositore).

lunedì, novembre 19th, 2012

Tutto è nato da una puntata recentemente riproposta in televisione (non ricordo neppure il canale digitale sul quale è apparsa) della riduzione televisiva della CERTOSA DI PARMA da parte di Mauro Bolognini, risalente ai primi anni Ottanta (con l’attore Andrea Occhipinti nel ruolo di Fabrizio del Dongo, il protagonista del capolavoro di Stendhal). A questo punto ho cercato invano sulla Rete, archivi RAI, le puntate della suddetta riduzione televisiva, peraltro arricchita dalla musica di Mozart…per dirmi, in brevissimo tempo: “che stupido! rileggi il romanzo di Stendhal!”; e così ho cominciato a sfogliare le pagine iniziali dell’edizione Feltrinelli acquistata in libreria, nella bella e raccomandabile traduzione dal francese di Gianni Celati. Ebbene, non rileggendo da decenni la CERTOSA DI PARMA, romanzo chiave della narrativa europea, è proprio il caso di riconoscere di aver riassaporato in questi giorni il piacere supremo della lettura; amando, per quanto mi riguarda, Stendhal in modo profondo (e del resto chi non ravvisa nello scrittore di Grenoble un maestro perenne di giovinezza spirituale, risultando riduttivo parlare, in questo caso, semplicemente, di “freschezza narrativa”?). L’infortunio leggero di cui sono rimasto vittima una settimana fa (frattura di un dito della mano sinistra) ha peraltro reso ancor più favorevoli le condizioni per una vera e propria fuga della mia immaginazione nei luoghi evocati da Stendhal, in compagnia dei protagonisti del suo romanzo. E’ noto, credo, il “miracolo” della stesura del romanzo in oggetto: Stendhal lo portò a termine in appena 52 giorni, a partire dal 4 novembre 1839 (Minerva nata adulta dal cervello di Giove, che altro dire?). Ora, riallacciandomi a un felicissimo articolo sulla CERTOSA DI PARMA dello scrittore Alessandro Piperno (Premio Strega di quest’anno), apparso sul Corriere della Sera del 18.2.2008, vorrei sottolineare, innanzitutto, come la CERTOSA (con la sua misteriosa dettatura da parte di una superiore ispirazione, al romanziere) costituisca un esempio evidente di maturità artistica nella sua assolutezza; quando, cioè, per dirla con l’espressione felice di Piperno, “la forma si piega all’interiorità, e non più l’interiorità alla forma”. Sempre Alessandro Piperno nel citato suo articolo parla incisivamente di “un poveruomo (Stendhal) con la mente ingolfata di patacche romantiche…in preda a un delirio immaginativo…E’ formidabile come nella Certosa sia riuscito a distillare l’essenza prelibata di quelle fantasticherie adolescenziali, pulendole da qualsiasi stucchevolezza. Celebrandole sì, ma senza più crederci, rendendole vive come tutte le cose che abbiamo perso. Come ogni uomo ispirato e vicino alla morte Stendhal si tuffa in se stesso”. I visitatori del presente blog che hanno letto il capolavoro stendhaliano non potranno che riconoscersi in queste parole; giacché davvero LA CERTOSA, al pari di altri grandi romanzi del XIX secolo -penso, in economia di citazioni, alla EDUCAZIONE SENTIMENTALE di Flaubert e alle ILLUSIONI PERDUTE di Balzac, per rimanere in terra di Francia- possiede un potere di suggestione narrativa enorme; fatto di sapienza emotiva, declinata in mille finissime sfumature che sono poi i pensieri e le azioni dei personaggi vivi della narrazione (viene in mente, al riguardo, un regista come Truffaut, forse il più fedele traduttore in immagini del pudore, della pungente delicatezza di sentimenti che cogliamo in Stendhal). Balzac, pur entusiasta della CERTOSA, ebbe da ridire sulla “forma”; senza tuttavia turbare Stendhal, una sorta di Hemingway ante litteram; consapevole, con il suo stile apparentemente sciatto ma scattante ed incisivo, di porsi al servizio dei fatti e delle idee circolanti nel romanzo. Stendhal, amante del nostro paese, andrebbe letto e riletto oggi anche per le acute e attuali osservazioni sul “carattere degli italiani”, sia detto per inciso; e poi, da un punto di vista più strettamente stlistico, andrebbe studiato come maestro di quell’arte di “scorcio” -così come avverte Gianni Celati nell’introduzione alla citata edizione del romanzo- grazie alla quale, a un certo punto, lo scrittore prende congedo, nella CERTOSA (in modo memorabile e anche criticato per concisione) dai suoi personaggi chiave, che chiudono gli occhi a poca distanza di tempo l’uno dall’altro (Clelia Conti, Fabrizio del Dongo, la duchessa Sanseverina, zia di Fabrizio) in quanti legati da Amore (“ch’al cor gentile ratto s’apprende”, come dice Dante; Inferno, V, 100; tenendo ben presente, il Sommo Poeta, il trattato De Amore di Andrea Cappellano). Stendhal, a sua volta autore di un trattato sull’amore (il ben noto DE L’AMOUR, ove viene esposta la teoria della cosiddetta “cristallizzazione amorosa”) era peraltro letto con passione da Paolina Leopardi, sorella di Giacomo, nel tetro palazzo Leopardi a Recanati (come si desume dalla lettera indirizzatale da Firenze dal fratello il 31.8.1832: “Nuove non ho da darti, se non che ho riveduto qui il tuo Stendhal…”; in G.Leopardi, EPISTOLARIO; in TUTTE LE OPERE, a cura di W.Binni, con la collaborazione di E.Ghidetti, Firenze, Sansoni, 1983). E’ dolce per me ricordare qui che, visitando la prima volta Parigi, imperioso fu l’impulso di recarmi al Cimetière de Montmatre, dove riposa Stendhal, maestro della “gioventù del cor”, per dirla con un verso del suo grande contemporaneo Giacomo Leopardi. Il motivo di fondo per cui ho scritto questo articolo, al di là di un sia pure apprezzabile –spero- intento comunicativo con i visitatori del blog? il seguente: un tacito ringraziamento a mia madre scomparsa per avermi trasmesso a suo tempo l’insegnamento di questo supremo nutrimento della lettura, più che mai prezioso in tempi come gli attuali. In fondo, nel centenario della morte di Giovanni Pascoli, io mi riconosco come un “fanciullino” cinquantasettenne che in questi ultimi giorni ha dimorato felicemente all’interno della CERTOSA DI PARMA, di tutto diméntico; giacché la lettura dei classici antichi e moderni (che sono tali in quanto vivi e attuali) è un bene incomparabile che ci fa prendere le debite distanze dalle vuote ciance della nostra epoca (la foto qua sopra, mia, permette di ammirare il bellissimo rilievo della DEPOSIZIONE di Benedetto Antelami all’interno del Duomo di Parma).

N.B. Per porre riparo a una mia colpevole omissione, puntualizzo qui che nella suddetta riduzione televisiva del regista Mauro Bolognini, la parte del conte Mosca, devoto alla duchessa di Sanseverina, fu affidata al grande attore Gian Maria Volonté (della mini-serie di quest’anno sulla CERTOSA andata in onda su Rai Uno, che dire?)

domenica, novembre 18th, 2012

Con vivo piacere oggi do nuovamente la parola nel blog a Ninnj Di Stefano Busà, che ieri mi ha inoltrato un suo lucido, bellissimo scritto sul significato della poesia (la foto qua sopra, non mia, ci permette di osservare la celebre NIKE DI SAMOTRACIA presso il LOUVRE di Parigi; immagine forse appropriata considerando lo spessore appassionato del pensiero della Busà):

La vita è fatta di poesia e la poesia è un itinerario complesso e variegato, una riflessione mnemonico-lirica, che tocca le corde del cuore e dell’intelletto, innesca il processo di scrittura che origina dal pensiero e si realizza nella sapienza del cuore e della poesia in particolare.
Di fatto non si hanno dubbi. La poesia è per il poeta quello che per il medico è la malattia, fatti salvi: l’estro, l’immaginazione, la fantasia, il verbo, il poeta indaga nell’espressione poetica come lo sciamano coi suoi aruspici. Ogni esistenza si avvale della poesia, come un pianista, un musicista con le note dello spartito. In verità studiare o leggere un poeta è come indagare e indugiare sulle occasioni che una fulminea espressione imprime alla scrittura. Nessuna poesia è uguale all’altra, nessun poeta può essere simile ad un altro, e tutti colgono nel loro intimo concetto la realizzazione di un piano di scrittura, che collochi la poesia nello scavo privatissimo della parola, dell’emozione o dell’immagine che ogni individuo riformula al suo esterno.
La poesia è un atto di puro coraggio; è un voler far emergere in superficie ciò che rimarrebbe oscurato o retrocesso al ruolo di “ latebra del pensiero”.
Il tentativo persistente di portare alla luce la percezione lirica che accompagna il mistero della parola, fatta luce essa stessa di una luce che trascende il mistero.
Poesia è ciò che ci pone ad auscultare con caparbia intuizione e capacità d’indagine il pensiero nelle sue estreme necessarie verità e, strenuamente, ne assolve, ne compone l’intellettualità che si pone a confronto della sua narrazione più intima e autentica. Scrivere poesia è come l’alba di un giorno nuovo su un terreno accidentato e sterile, da cui, come un astronauta su pianeti sconosciuti, deve estrarre il materiale che occorre per ritornare alla normalità della terra da cui proviene. Il terreno incolto e sconosciuto è battuto palmo a palmo nell’intenzione di poter capire o interpretare al meglio enigmi che lo oscurano.
E il frammento lirico è come l’estrazione di un nuovo minerale, di una nuova geofisica che gli impone una riflessione: saprà trovare la pietra filosofale? saprà individuare lungo il percorso terreno quella piccola, infinitesimale molecola di vita che l’esistenza propone? saprà capire l’universo invisibile? leggere in un libro scritto in una lingua sconosciuta? dare un senso alla storia? scoprirne i misteri del contingente.
La voce del poeta è forma immaginaria di un sistema di luci/ombre che scandaglia a 360° la realtà, spesso ai confini indefinibili tra il relativo e l’assoluto, con la consapevolezza di un linguaggio che aspira con tutto se stesso ad un’inconfondibile risorsa conoscitiva.

Ninnj Di Stefano Busà

P.S. Leggendo ieri il suddetto testo, mi è tornata alla mente una breve, felicissima poesia di Antonio Porta, inclusa nella raccolta INVASIONI (1984): in essa il poeta paragona la poesia a un vaso prezioso centrato in pieno dalla ispirazione di chi scrive; talché questo stesso vaso sprigiona da quel momento e per sempre la sua luce.

lunedì, novembre 12th, 2012

Quest’oggi intendo brevemente introdurre una “lettera eretica” dello scrittore Paolo Izzo, apparsa nell’edizione romana del CORRIERE DELLA SERA di sabato scorso, 10 novembre. Tale “lettera”, inerente alla statua di Giordano Bruno in Campo de’ Fiori a Roma, mi è molto piaciuta e, con l’assenso dell’autore, la presento quindi ai visitatori del blog. Paolo Izzo ( da me conosciuto di persona nel 2005, scrittore e attore dal talento poliedrico) è sulla Rete all’ indirizzo paoloizzo-wordpress.com. La foto qua sopra (non mia) in cui possiamo osservare il BIANCONE -bellissimo uccello predatore di cui mi sono già occupato nei mesi passati (vedi “archivi di febbraio” del presente blog)- mi è sembrata opportuna cornice visiva al mordente articolo di Paolo:

E così, dopo il dileggio, le torture, la lingua bucata da una punta di ferro e quel rogo finale che ancora dovrebbe carbonizzare le coscienze dei pronipoti dei suoi santi inquisitori, Giordano Bruno verrà messo anche in gabbia. Questa la decisione del I Municipio di Roma che, su proposta del Pdl e della devota Api, ha deliberato la costruzione di una cancellata intorno alla statua del filosofo nolano a Campo de’ Fiori. La scusa sarebbe quella di “proteggere” quel monumento dai giovinastri etilici che, di notte, si fronteggiano e vandalizzano la piazza senza che il sindaco e i suoi siano mai riusciti a placarli, ma che, in realtà, con Giordano Bruno non se la sono mai presa: al contrario, temono forse il suo sguardo eretico e lo rispettano, perché era di sicuro più “libero” di loro stessi. Non lo rispetta, invece, chi pensa di rinchiuderlo come uno scimmione allo zoo, alla mercè di tutti quei chierici, “li maggiori asini del mondo”, che passeranno di là per buttargli le noccioline, tronfi della loro consapevolezza che la fede in un dio vincerà sempre contro il libero pensiero di un essere umano.

Paolo Izzo

sabato, novembre 3rd, 2012

Ieri 2 novembre, trentasettesimo anniversario della tragica scomparsa di Pier Paolo Pasolini, ho visitato a Roma, in un silenzio quasi irreale, una bellissima mostra. A Palazzo Incontro, in via dei Prefetti 22, sono infatti esposte, fino al 23 dicembre, a cura di Flavio Alivernini, le opere di ventidue artisti -fra i più noti, come Michelangelo Pistoletto e Giosetta Fioroni, per tacere degli altri- che si sono ispirati a celebri poesie pasoliniane. Ebbene, senza voler fare torto a nessuno, devo riconoscere che, fra tutte le opere osservate, una in particolare mi è sembrata di folgorante efficacia e in qualche modo geniale: PASOLINI, di Franco Gulino (così come la si può vedere, almeno in parte, nella mia foto). Il pittore siciliano, ispirandosi ai versi di Pasolini dal titolo MARILYN, ecco svestire, nel suo dipinto, il poeta; poeta dal volto segnato per il trucco pesante; in giarrettiere e calze nere. Come dire una rappresentazione figurativa della “diversità” pasoliniana, quale sensibilissimo sensore per indagare il reale in molteplici direzioni; fino alla scrittura di un “testo per musica”, MARILYN, per l’appunto, del 1962 (anno della morte della diva americana), affidato alla voce di Laura Betti per un suo spettacolo:

MARILYN

Del mondo antico e del mondo futuro
era rimasta solo la bellezza, e tu,
povera sorellina minore,
quella che corre dietro ai fratelli più grandi,
e ride e piange con loro, per imitarli,
e si mette addosso le loro sciarpette,
tocca non vista i loro libri, i loro coltellini,

tu sorellina più piccola,
quella bellezza l’avevi addosso umilmente,
e la tua anima di figlia di piccola gente,
non ha mai saputo di averla,
perché altrimenti non sarebbe stata bellezza.
Sparì, come un pulviscolo d’oro.

Il mondo te l’ha insegnata.
Così la tua bellezza divenne sua.

Dello stupido mondo antico
e del feroce mondo futuro
era rimasta una bellezza che non si vergognava
di alludere ai piccoli seni di sorellina,
al piccolo ventre così facilmente nudo.
E per questo era bellezza, la stessa
che hanno le dolci mendicanti di colore,
le zingare, le figlie dei commercianti
vincitrici ai concorsi a Miami o a Roma.
Sparì, come una colombella d’oro.
Il mondo te l’ha insegnata,
e così la tua bellezza non fu più bellezza.

Ma tu continuavi ad essere bambina,
sciocca come l’antichità, crudele come il futuro,
e fra te e la tua bellezza posseduta dal potere
si mise tutta la stupidità e la crudeltà del presente.
Te la portavi sempre dentro, come un sorriso tra le lacrime,
impudica per passività, indecente per obbedienza.
L’obbedienza richiede molte lacrime inghiottite.
Il darsi agli altri,
troppi allegri sguardi, che chiedono la loro pietà.
Sparì, come una bianca ombra d’oro.

La tua bellezza sopravvissuta dal mondo antico,
richiesta dal mondo futuro, posseduta
dal mondo presente, divenne così un male.

Ora i fratelli maggiori finalmente si voltano,
smettono per un momento i loro maledetti giochi,
escono dalla loro inesorabile distrazione,
e si chiedono: “ E’ possibile che Marilyn,
la piccola Marilyn ci abbia indicato la strada?”
Ora sei tu, la prima, tu sorella più piccola,
quella che non conta nulla, poverina, col suo sorriso,
sei tu la prima oltre le porte del mondo
abbandonato al suo destino di morte.

Pier Paolo Pasolini

Devo dire che mi trovo d’accordo (in merito alla suddetta mostra) con Achille Bonito Oliva che parla, in catalogo, del “sospetto di un futuro migliore”, così come esso può scaturire dalla “comunione tra il verbo poetico di Pasolini e il deposito iconografico degli artisti…in un momento così difficile”. Certo, i versi di MARILYN confermano una volta di più la statura del poeta civile (“la tua bellezza posseduta dal potere”)…come non pensare, infatti, ai sogni delle “veline” nostrane, a tutta una deprimente sottocultura che a lungo inquinerà il nostro paese nonostante il tramonto (pare) del Cavaliere? A Franco Gulino va il mio plauso per l’opera ammirata in mostra (dell’artista di Sciacca si può sapere di più naturalmente sulla Rete).

venerdì, novembre 2nd, 2012

Questa mattina, all’Idroscalo di Ostia, è prevista la commemorazione del trentasettesimo anniversario della tragica scomparsa di Pier Paolo Pasolini, ivi ucciso con ferocia disumana. Sarà presente anche quest’anno come in quello passato Pino Pelosi detto “la Rana”, che sottolinea la propria condizione di spettatore impotente -nella notte fra il primo e il due novembre del 1975- della spaventosa violenza di cui fu vittima il grande scrittore e regista? Pelosi , non a torto, insiste soprattutto dal 2005 sui mandanti tuttora “nascosti” di un omicidio così efferato; avendo lui, Pelosi, fatto i suoi bravi anni di galera in perfetto silenzio affinché non gli fossero uccisi i genitori per ritorsione, nel caso avesse parlato. Bene (si fa per dire). Rimane fortissima la riserva circa l’opportunità della presenza di Pelosi questa mattina all’ Idroscalo (essendo, il suo eventuale percorso di “ricostruzione”, comunque inquinato da una smaliziatissima attitudine alla reticenza, affinata negli anni a scopo auto-protettivo; e, chi scrive, non parla per sentito dire). In ogni caso, trentasette anni ci separano da quella notte all’Idroscalo di Ostia. Nello stato di profonda prostrazione in cui versa il nostro paese attualmente, la cosa peggiore sarebbe (come ho già osservato in passato nel presente blog) il piagnisteo circa la perdita prematura e violenta di uno dei più grandi intellettuali del Novecento (non soltanto italiano). Sicché, alla domanda tutto sommato ingenua “cosa direbbe oggi Pasolini, in merito a quanto sta accadendo nel nostro paese?” occorre semplicemente rispondere che il poeta è vissuto in un’altra epoca, gettando su quella attuale uno sguardo acutissimo e preveggente. Pensiamo, per esempio, tornando ai giorni nostri, alla misera “pagliacciata” del Cavaliere (per dirla con Eugenio Scalfari) che, la settimana scorsa, fa un passo indietro per “amor di patria” (sic!) salvo riaffacciarsi ventiquattr’ore più tardi con aspetto torvo a seguito della sentenza di condanna per frode fiscale da parte del Tribunale di Milano; minacciando, lo “statista”, di far saltare il governo Monti (solo più presentabile del suo, peraltro; ma autoritario e penalizzante di fatto i non abbienti). Ma per tornare più strettamente a Pier Paolo Pasolini, chissà se sapremo mai tutta la verità su quella tragica notte dell’Idroscalo di Ostia? d’altronde non viviamo, in tutta evidenza, in un paese democratico; paese, a ben guardare, di stragi impunite, di uomini-contro (Mattei, Pasolini, Albino Luciani) messi a tacere per sempre, giacché scomodi per i progetti di grandi manovratori che tutto avevano già previsto e poi di fatto hanno stimolato, negli anni, il nostro sottosviluppo antropologico. Ma è venuto il momento di dare la parola a Pasolini, per la precisione ai versi finali di un suo bellissimo poemetto del 1956, IL PIANTO DELLA SCAVATRICE, incluso nella raccolta che assicurò la celebrità al poeta, ossia LE CENERI DI GRAMSCI:

A gridare è, straziata
da mesi e anni di mattutini
sudori –accompagnata

dal muto stuolo dei suoi scalpellini,
la vecchia scavatrice: ma, insieme, il fresco
sterro sconvolto, o, nel breve confine

dell’orizzonte novecentesco,
tutto il quartiere…E’ la città,
sprofondata in un chiarore di festa,

-è il mondo. Piange ciò che ha
fine e ricomincia. Ciò che era
aerea erbosa, aperto spiazzo, e si fa

cortile, bianco come cera,
chiuso in un decoro ch’è rancore:
ciò che era quasi una vecchia fiera

di freschi intonachi sghembi al sole
e si fa nuovo isolato, brulicante
in un ordine ch’è spento dolore.

Piange cio che muta, anche
per farsi migliore. La luce
del futuro non cessa un solo istante

di ferirci: è qui, che brucia
in ogni nostro atto quotidiano,
angoscia anche nella fiducia

che ci dà vita…

Come si vede bene, i versi estrapolati dal citato poemetto -che erompe altrove in un reiterato grido d’amore per Roma, “stupenda e misera città”- ci trasmettono luce, la luce della consapevolezza con cui attraversare la “selva oscura” entro la quale oggi siamo intrappolati. Nel PIANTO DELLA SCAVATRICE, in effetti, l’occhio del poeta si muove come una cinepresa; da Trastevere a via Fonteiana (nel quartiere romano di Monteverde), dove la famiglia Pasolini abitò dal 1954 al 1959 al civico 86 (mia la foto qua sopra che ci mostra il palazzo al cui interno una targa ricorda ciò). Un occhio poetico, dicevamo, quello di Pasolini, che di lì a pochi anni avrebbe condotto lo scrittore al suo “cinema di poesia”. Come non sentire, in conclusione, l’attualità di una figura come quella di Pasolini, incompatibile con il nostro attuale stato da basso impero ma di esso lucido, inascoltato profeta?

giovedì, novembre 1st, 2012

Mesi addietro avevo scritto nel blog che in occasione del centenario della morte di Giovanni Pascoli sarei tornato a parlare di questo nostro grande poeta. Inesausto sperimentatore di metri e strutture strofiche, Pascoli non può e non deve essere circoscritto nel giudizio critico (e questo è scontato da tempo) entro i limiti delle sue notissime MYRICAE (il pensiero va, soprattutto, ai NUOVI POEMETTI, pubblicati nel 1909). Ma dopo essermi soffermato, a settembre scorso -nel presente blog- sui versi finali di X AGOSTO, inclusi in MYRICAE, sempre ad esse dovrò riferirmi adesso per presentare la lirica pascoliana a me più cara, definita “bellissima” dal Carducci:

NOVEMBRE

Gemmea l’aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l’odorino amaro
senti nel cuore…

Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.

Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. E’ l’estate,
fredda, dei morti.

Come vediamo la lirica poggia su tre strofe saffiche apparentemente descrittive; laddove occorrerà parlare di una pronuncia poetica volutamente denotativa; e proprio per questo in grado di comprimere, con grande resa evocativa, gli strati semantici più riposti del discorso. Fino al bagliore ossimorico della chiusa: “E’ l’estate, /fredda, dei morti”; preceduto da quel “cader fragile” a sua volta memorabile, per via dell’aggettivo riferito al verbo piuttosto che al sostantivo. Sì, aveva ragione Carducci, questa è una lirica davvero bellissima, dimostrazione evidente del “fascino economico” della poesia, in grado di dire molto con pochi versi (mia la foto qua sopra).