Archive for agosto, 2011

lunedì, agosto 15th, 2011

Ai visitatori del presente blog, dopo aver augurato buon Ferragosto, intendo fare un dono: presentando una recente, inedita poesia del mio carissimo amico Franco Campegiani, poeta e filosofo; la cui assidua presenza sul mio sito risulta, credo, contributo prezioso e autentico in merito all’esercizio del pensiero (e, dunque, riguardo a quella umana crescita collettiva che non può essere stata veramente dimenticata -speriamo!- nonostante i segni sconfortanti dei nostri tempi). Non a caso, pertanto, dal work in progress del poeta Franco Campegiani, ho estrapolato, col consenso dell’autore, IL MALE D’OGGI, la poesia che mi accingo a presentare; cui ritengo si attagli la riproduzione qua sopra della celeberrima incisione di Albrecht Durer, Melenconia I. Stavo dicendo che non a caso ho scelto questa poesia di Franco, appunto perché reputo che i suoi versi possano confortare, più che consolare; nel momento in cui, raffigurando mirabilmente “l’aer nefando” che respiriamo (mi sia concessa la citazione leopardiana dalla canzone ALLA SUA DONNA) irradiano -detti versi- stimoli potenti acciocché ci si scuota, si riprenda il cammino; non amoreggiando troppo con la selva oscura dalla quale siamo strettamente avviluppati. Ma precisato -sia pure in sintesi estrema- tutto il valore dell’emissione di senso di questa poesia di Franco Campegiani, non posso non richiamare l’attenzione di chi vorrà leggerla in merito al plus-valore stilistico di cui questa stessa poesia si serve, per arrivare dritta come freccia all’intelligenza del cuore. Vediamo brevemente perché. Bellissimo, intanto, l’iperbato, atto ad evidenziare gli “spiragli di luce” (versi 3-4); come, del resto si dimostrano efficaci i raddoppiamenti consonantici di “una notte senza sbocchi” (verso 10); a significare, già sul piano fonematico del discorso poetico, una porta che sbatte in faccia alle nostre residue speranze. E che dire della suggestiva, spontanea allitterazione “dall’urlo muto/ delle viti che potavi” (versi 26-7), ad esprimere per l’appunto col suono delle parole (prima ancora che sul piano letterale) il taglio a qualcosa di vivo? Certi inflessibili custodi dell’endecasillabo canonico (a prescindere, evidentemente, dalla potenza della Musa e dagli sviluppi della buona poesia contemporanea) perdoneranno, spero, a Franco Campegiani il magnifico, terz’ultimo verso della sua poesia: “nuovo e bello dalle brume invernali” (endecasillabo -seppure non canonico nello schema accentuativo- ispirato e suggestivo; più volte impugnato, d’altronde, dai grandi del Novecento; per esempio da parte di Giorgio Caproni). Ma basta coi dettagli! Grazie, piuttosto, Franco, da parte mia; sto per darti la voce:

IL MALE D’OGGI

Il male d’oggi è chiuso in un recinto
di plastificate muraglie,
ghetto refrattario in una cupola
agli spiragli di luce.
E solo tenebre incontri
senza più coscienza delle tenebre,
case nere lungo i viali asfaltati
senza più finestre,
un dolore inconsapevole,
una notte senza sbocchi
che rifiuta l’impasto con le aurore,
un nulla radicale in estinzione,
un nero che più non genera nero,
un incubo, un’oscura follia
superba e paga di se stessa
che rifiuta il bacio dell’alba
e si occulta all’amplesso lievitante,
al groviglio fremente della vita,
e muore…
Quanti gridi di dolore nelle notti
si schiudevano all’alba in battiti d’ali!
Mai mi dicesti
che c’è un male che fa bene,
ma lo capivo dai tuoi gesti,
padre contadino,
dall’urlo muto
delle viti che potavi,
dal sudore vivo della fronte,
dalle doglie della terra partoriente
che con amore coccolavi
affinché tutto risorgesse
nuovo e bello dalle brume invernali.
Quanti gridi di dolore nelle notti
esplodevano all’alba in battiti d’ali
.

Poesia inedita di Franco Campegiani

mercoledì, agosto 10th, 2011

Dedicato ai miei amici F. ed A.; coi quali ho condiviso le due ultime traversate in montagna. Con F., raggiungendo da Moso, in Val Pusteria (Bolzano), la base delle Tre Cime di Lavaredo, per toccare infine il rifugio Auronzo dietro di esse (versante bellunese di tali perle dolomitiche); con A., risalendo il selvaggio vallone di Cervara sotto il monte Marcolano (Parco Nazionale d’Abruzzo) fino al Passo del Diavolo, non distante da Pescasseroli. Dedicato a questi due amici, il presente scritto, per ribadire tutto il valore della compagnia, in montagna; laddove le diversità si armonizzano spontaneamente, nella condivisione anzitutto del buon senso (vedi, con A., la decisione di non salire sul monte Marcolano, considerando le nuvole minacciose; nuvole a conti fatti di passaggio; ma è di ieri la notizia di due escursionisti tedeschi letteralmente inceneriti da un fulmine proprio in Val Pusteria, causa un violentissimo temporale). La foto delle Tre Cime, qua sopra, mia -se vogliamo scontata- oltre a ricordarmi le ore liete trascorse con F. circondati da vette sublimi, intende essere, per me, anche una piccola rivalsa rispetto a sabato scorso. Quando, con A., raggiunto come già detto il Passo del Diavolo, all’interno del Parco Nazionale d’Abruzzo, mi sono trovato al cospetto del rifugio chiuso, sigillato, e questo il 6 di agosto! Niente male, come immagine del nostro Paese allo sbando, con la Borsa a picco, la precarietà del lavoro o peggio ancora la sua crescente mancanza! Tuttavia A. ed io, per non deprimerci troppo, abbiamo lasciato presto il suddetto Passo, facendo l’autostop: un gentile signore, infatti, ci ha offerto un passaggio fino a Pescasseroli, con un bel sorriso.

venerdì, agosto 5th, 2011

Col permesso dell’autore, ho il piacere di presentare oggi una lirica inedita del poeta Sandro Angelucci, la cui ultima silloge pubblicata è stata da me a suo tempo recensita sul blog (vedi la pagina “sui poeti che incontro”, 2010). Non posso fare mistero della stima crescente nei riguardi del lavoro di Sandro, leggendo e rileggendo le sue poesie; ascoltandolo peraltro, osservandolo nel suo essere poeta. Sì, a proposito di Sandro Angelucci è doveroso sottolineare la ricchezza ontologica, umana -in estrema sintesi- della sua vocazione letteraria, e sentite perché. Accogliendo il suo invito, il Primo Maggio scorso sono stato suo ospite nella bella casa di Rieti, dove egli vive con la sua famiglia. Ebbene, con quale stupore da parte mia ho visto Sandro, con candore estremo, tirare fuori i suoi foglietti di versi inediti che un domani, in base ad una selezione rigorosa (conoscendo la statura critica di questo mio amico) andranno a formare il suo prossimo libro di liriche! Altro che esibizione di “muscoli letterari” da parte sua! essendo, Sandro, persona misurata, nei pressi del mistero delle cose; capace d’acuta coscienza critica e nel contempo in grado di “volare basso”, in poesia, con sicuro istinto antiretorico e spirito di presenza, nel lavoro letterario d’oggi. Sandro Angelucci, in tutta evidenza, rifiuta nei suoi versi la facile rima o comunque il suo rassicurante “ombrello”; scegliendo di contro il gioco sottile delle allitterazioni, delle “false” rime, delle assonanze e consonanze, degli a-capo pregnanti dal punto di vista semantico. Così dicendo, non faccio che riconoscere a Sandro la sua piena cittadinanza all’interno della buona poesia contemporanea, nel senso di un asciuttezza d’eloquio quanto mai apprezzabile. E veniamo alla lirica in oggetto. Anche il lettore meno accorto non potrà trattenere la propria meraviglia, credo, di fronte a un “incipit” così potente e naturale ad un tempo, in “medias res”; tale da immetterci nel corpo fluidificato di una versificazione stringente ed elevata; eppure misurata, sorvegliata; fino allo splendido endecasillabo di chiusa, dai suoni non concilianti, mobilitati a connotare un potente fiotto allegorico col quale la poesia si conclude. La foto qui mostrata, infine, è mia, e intende essere un ulteriore omaggio a questo mio caro amico: essa ci permette infatti di osservare il monumentale FAGGIO DI SAN FRANCESCO, sopra Rivodutri, non lontano da Rieti; visibile manifestazione di bellezza e di sacralità della natura. Ma ecco la poesia di Sandro Angelucci:

IL BATTESIMO

Quella limpidezza:
la trasparenza sorgiva della polla.
Sotto la volta del salice gigante,
dentro il suo tempio
mi sono battezzato
con l’acqua nuova
con l’acqua benedetta dalla terra.
Io, povero cristo,
chino sulla sorgente
del mio Giordano
e gli altri: gli amici, gli innamorati
tutti lì
ad accogliere lo Spirito
nella conca delle mani
a pregare
a pochi passi dalla reggia
dove banchetta Erode e la sua stirpe.

Poesia inedita di Sandro Angelucci

lunedì, agosto 1st, 2011

Era da tempo che non ascoltavo la Quinta Sinfonia di Gustav Mahler, il cui quarto movimento è costituito dal celeberrimo Adagietto, scelto da Luchino Visconti quale colonna sonora del suo splendido film Morte a Venezia del 1971 (dal racconto di Thomas Mann). Ebbene, nel centenario della morte di Gustav Mahler (mia la foto del bronzo che lo ritrae, dovuto allo scultore Bojan Kunaver; bronzo collocato nel centro di Dobbiaco, dove il compositore ebbe a tracorrere le sue ultime vacanze estive); nel centenario della morte di Mahler, stavo dicendo, non posso dimenticare un altro anniversario; in quanto dieci anni fa scompariva Giuseppe Sinopoli, il grande direttore d’orchestra fulminato da un infarto sul podio della Deutsche Oper di Berlino (è lui a guidare la Philharmonia Orchestra nella Quinta di Mahler da me ascoltata). Che dire comunque a proposito di Mahler, di questo grande musicista boemo d’origine, la cui fama si è imposta qui da noi nel dopoguerra, per i palati più raffinati? Che davvero una partitura come quella della Quinta Sinfonia esprime a mio avviso nel modo più efficace l’ansia, la malinconia, il colore tragico e insieme farsesco delle cose; ossia, in altri termini, le nubi più o meno oscure del nostro tempo (evidentemente, nubi non troppo dissimili da quelle osservate e ricreate da Mahler all’inizio del secolo scorso, con grande perizia e sensibilità). Sì, va veramente ascoltato con appassionata dedizione Mahler, che ha fatto grande assieme a Freud, Klimt, Gropius e Musil (per tacere degli altri) la cultura viennese del primo Novecento. Aggiungo a quanto detto un preciso ricordo: per le sue esequie, Enzo Tortora volle essere accompagnato proprio dal suddetto Adagietto di Mahler.