Archive for marzo, 2013

mercoledì, marzo 27th, 2013

Cresta Cervia

Nell’augurare ai visitatori del blog una serena Pasqua, eccomi a presentare i versi da me scritti ieri sera.
“Sorelle montagne”, il loro titolo iniziale; ma, scrivendo, come un rovesciamento della situazione poetica, fino a perdere metri e metri di quota. Del resto il “fondovalle” lo si indovina anche nella foto qua sopra (mia), tutta rivolta a cogliere la candida maestà del lontano Gran Sasso
:

FONDOVALLE

Mirarvi dopo più di un mese
sabato scorso nel tempo
del disgelo, o cime candide
d’Abruzzo! i venti tiepidi
di cresta lo scacciano,
il tossico dal sangue;
le primule, d’infinita
tenerezza…ma oggi
in ufficio han scherzato,
saputo di un collega
suicidatosi a distanza
d’anni luce da una falla
di pietà.

Andrea Mariotti, poesia inedita, 26 marzo 2013

lunedì, marzo 18th, 2013

Immagine 063

Nel dicembre dello scorso anno, ho avuto occasione di presentare (15.12.2012) una poesia inedita di Loredana D’Alfonso, scrittrice e giornalista da me stimata per la qualità della sua prosa. E’ dunque con piacere, dietro consenso dell’autrice, che propongo oggi un racconto di Loredana, a mio avviso suggestivo e compiuto sul piano narrativo nonostante la sua brevità (meglio sarebbe dire la sua concisione). Prima di dare la parola alla D’Alfonso, vorrei tuttavia richiamare l’attenzione di chi legge su una gemma formale del racconto (forse non soltanto formale, bensì strutturale). Verso la metà della narrazione leggiamo infatti, a proposito della protagonista in terza persona: “E scoprì anche che Marsiglia era dei gatti. E delle urla stridule dei gabbiani. E delle tante ragazze del Nord Africa che…”; ebbene, la gemma sopra accennata (di natura microsintattica) è il polisindeto in questo caso a “tre bracci” (E scoprì…E delle urla…E delle tante): capace di produrre una presa tentacolare atta a tenere ben strette le “maglie” della vicenda, senza dispersione di energia narrativa. Anche in virtù del suddetto, felice polisindeto potremmo spiegarci, credo, la concisione (non la brevità!) del racconto che ora senz’altro propongo all’attenzione dei visitatori del blog:

IL MARE DI MICOL

Micol era tornata a Marsiglia dopo un anno di assenza.
Forse un anno era abbastanza, era la giusta distanza emotiva per poter rivedere quei luoghi, quel mare, senza percepire il vento incessante come dei colpi di frusta.
Il vento del porto, che faceva cantare senza sosta i mille alberi delle barche a vela ormeggiate.
Era come una mano invisibile che toccava le corde di un’arpa riuscendo a far venire fuori suoni acuti e struggenti.
Era quella musica che l’aveva accolta un anno prima, quando l’emittente televisiva dove lavorava l’aveva mandata lì per sei mesi, a curare la collaborazione con una tv francese per realizzare un documentario sulla città.
Alloggiava in una casa sul porto, Micol, una donna che sembrava poco più di una ragazza, con i capelli biondi e fini, assolutamente non a suo agio in quella città selvaggia, così diversa dalla sua Firenze. La sua competenza professionale di giornalista le spianò la strada, non era facile avere a che fare con i partner francesi, un po’ supponenti e convinti di avere sempre ragione. Mentre andavano in giro per le riprese e le interviste, visi neri, mulatti, senza tempo, non sembravano fare loro caso e restavano ad intrecciare le reti da pesca e ad osservare l’eterno mutare del colore dell’acqua del mare.
A Marsiglia Micol si stupì di scoprire che il mare era dovunque, nel sale della Camargue venduto sulle bancarelle, sui panni stesi ad asciugare sui balconi del Panier, nei bicchieri, misto al Pastis sui tavolini dei bar, nel profumo salmastro che si mischiava all’odore della bouillebaisse fragrante di pesce.
Sulle scale ripide che portavano dal porto al Panier, nel sole che filtrava tra le case come una lingua di luce dorata.
E scoprì anche che Marsiglia era dei gatti. E delle urla stridule dei gabbiani.
E delle tante ragazze del Nord Africa che camminavano con il mento alto, il busto eretto, come a portare immaginarie anfore di terracotta piene d’acqua, appartenute alle loro madri. Seguendo la realizzazione del documentario, visitò anche il quartiere arabo: le si aprì davanti a sorpresa, in vicoli odorosi di cous cous e di kebab, abiti pieni di lustrini e perline che ammiccavano dalle vetrine.
Quando arrivarono, dopo una lunga salita, alla chiesa di Santa Maria de la Garde, le sembrò di toccare con mano la presenza del sacro che proteggeva il genere umano dal mare, quando era furioso. Nell’interno, appesi come giganteschi rosari, velieri di ogni tipo e dimensione, ex voto di pescatori graziati dalla tempesta.
La sera, la città era della movida, dei ragazzi e delle ragazze sfrontate, metà francesi, metà del mare.
Con mezzi guanti neri, minigonne, tacchi audaci.
Marsiglia le sembrò la bandiera del cambiamento, del movimento, sullo sfondo del mare blu cobalto sferzato dal vento che lo infrangeva in mille creste di perla.
Con la sua troupe girò con loro la città palmo a palmo e, quando il progetto a cui lavorava fu portato a termine, Micol era un’altra persona.
Ed era la persona che incontrò Francois, collega della tv locale.
Le sembrò timido e nello stesso tempo sfacciato, fragrante di sensualità, persino nella camicia che portava, non fresca di bucato, con il suo odore appiccicato sopra. Lo paragonò mentalmente ad una rosa in piena fioritura, ma nella seconda fase, quando i petali cominciano a cadere dalla corolla troppo carica. Scoprì che era più giovane di lei, ma sembrava avesse vissuto già tante vite. Gli occhi erano bacche di sambuco, sottolineati da occhiaie scure. Il poco sonno lasciava tracce ma gli regalava un fascino aggiuntivo, come di un purosangue dal mantello nero. Una sensualità prepotente ma pigra, come di una giornata di agosto, immobile nel sole velato dall’afa, stordita dal frinire delle cicale.
Francois era riluttante ad aprirsi, e apparentemente poco espansivo.
Ma dopo un pastis, dopo le riprese, cominciarono a parlare.
Più lei di lui, in verità.
Micol in Italia aveva una vita solitaria ma tranquilla, a lui non faceva piacere parlare di un divorzio feroce da cui stava cercando di uscire con fatica.
Poi i pastis divennero cene, e le cene passeggiate al porto di notte, e le passeggiate momenti che la catturarono, senza rimedio.
Ma mentre facevano l’amore, lui restava solo e distante, con la mente altrove.
Forse anche lui si era innamorato, lo si capiva dalle parole e dai gesti che gli sfuggivano come granelli di sabbia dalle dita, senza che riuscisse a trattenerli.
Ma il sentimento era rimasto incagliato in un posto del cuore che lui non voleva vedere, non voleva illuminare.
Micol non era una più una ragazzina, e conosceva le dinamiche della vita.
La decisione di ripartire senza salutarlo equivalse a strapparsi il cuore, ma lei lo fece perché sentiva che in quel momento non avrebbe potuto fare altro.
Ora era lì, un anno dopo.
Lui l’aveva chiamata e le aveva dato appuntamento dopo mesi che avevano perso i contatti.
Nelle loro passeggiate, un anno prima, erano rimasti a guardare una casa, al Panier.
Se la ricordava bene, non era bella ma particolare, con le persiane dipinte di celeste, e mazzetti di lavanda messi fuori a seccare.
Francois gli aveva dato appuntamento proprio lì sotto e quando si rividero, fu chiaro dagli occhi ora limpidi che i fantasmi non c’erano più.
Era libero.
Micol non sapeva ancora se lo era per lei, solo per lei, e se quella casa li avrebbe accolti. Ma seppe, in quel preciso momento, che, comunque fosse andata, lei non sarebbe più tornata indietro.
Lui era lì, silenzioso, commosso, con quella immensa tenerezza, con la sua prepotente sensualità che adesso non la spaventava più.
Non la turbava più Marsiglia, e nemmeno quel mare senza pace.
Ora l’aveva conquistata.
Era diventato il mare di Micol.

racconto inedito di Loredana D’Alfonso

N.B. Il racconto in oggetto è risultato finalista al concorso “Speciale Donna 2013” bandìto dalla Associazione MAREL; inoltre si è classificato al quinto posto al concorso ALBEROANDRONICO 2013, nella sezione dedicata al tema “mare e montagna”.

P.S. La foto qua sopra, mia, è stata scattata nel 2006 in Portogallo, nei pressi di Oporto; di fronte al “respiro” dell’oceano Atlantico.

sabato, marzo 9th, 2013

2012-07-06 20.37.19

Già a dicembre scorso, nel presente blog, ho avuto occasione di presentare una lirica di Ninnj Di Stefano Busà (saggista, polemista ma, innanzitutto, voce alta della nostra poesia) tratta dalla raccolta LA TRAIETTORIA DEL VENTO; Napoli, Kairòs Edizioni, 2012, con prefazione di Davide Rondoni. Giustamente Rondoni osserva in essa, a proposito della Busà: “…la presenza di Ninnj Di Stefano Busà è forte. Troppo spesso invece molta poesia è scritta come se fosse un morto ben composto che ci viene presentato poi durante le esequie -libri, festival, premiazioni etc-…La poesia di Di Stefano Busà ha, al contrario, la qualità del medesimo vivente in cui si getta a capofitto, per così dire, in una furia percettiva e interpretativa che sgomenta. Accade, misteriosamente”. A beneficio dei visitatori del blog, rimando anche a una mia recensione della poetica della Busà, così come l’avevo percepita ne IL SOGNO E LA SUA INFINITEZZA; Tracce Edizioni, Pescara, 2011, (vedi “archivi di settembre 2012”); laddove sottolineavo la forza di una “corrente poetica”che dagli umani passa alle altre forme di vita senza divario ontologico. Ebbene, tale “corrente poetica” l’ho ritrovata intatta -salutare messaggio di autoriduzione dell’ego!- all’interno della silloge in oggetto, ossia LA TRAIETTORIA DEL VENTO, dalla quale mi permetto di estrapolare la seguente poesia (finissima e umanissima ad un tempo):

Lasciati andare, anima,
so che si può precipitare
e ritornare a galla come nuovi.
Un concetto di energia ci chiama
ad un prima e un dopo,
Lasciami incrociare il precipizio
e poi la pace,
respirare i silenzi dopo fragile gioia.
Qualcosa mantiene
labbra rosse che sfumano in violetto,
l’asperità o il flagello delle unghiate.
Potrei innamorarmi della morte,
e avere affinità alla vita,
presagire lucente e trascorrente
la dolcezza che innamora.

poesia di Ninnj Di Stefano Busà

P.S. La foto qua sopra è mia, e risale alla scorsa estate (durante il mio soggiorno estivo a Campigna, ai piedi del crinale tosco-romagnolo; luogo peraltro rievocato da Dino Campana nei suoi CANTI ORFICI).

martedì, marzo 5th, 2013

orfeo

Con il consenso dell’autore, eccomi a proporre oggi una densa, serrata riflessione di Franco Campegiani destinata alle stampe. Essa, prendendo le mosse da questioni strettamente filosofiche, si dilata fino alla stimolante conclusione riguardante il tema essenziale dell’ispirazione artistica; vissuta, è il caso di dire, in maniera tutt’altro che astratta da parte di questo mio ottimo amico, poeta e filosofo ad un tempo ( mi permetto di indicare a tale proposito la lettura della mia recente recensione alla silloge poetica di Campegiani intitolata VER SACRUM, del 2012; visibile in “Sui poeti che incontro, 2013”, home page del presente blog). La foto qua sopra, infine, non mia, ci permette di ammirare lo splendido dipinto ORFEO di Giorgio De Chirico, in omaggio al mio amico Franco, intensamente impegnato da decenni anche nel campo della critica d’arte:

ARS, TECHNE, SPIRITO CREATIVO

Kant, nella Critica del Giudizio, distingue l’intelletto archetipo, divino, cui si addice l’attività creativa, dall’intelletto ectipo, umano e finito, non creativo, cui si addice l’attività discorsiva. La distinzione mi trova d’accordo a metà, in quanto ritengo che i due intelletti, totalmente diversi tra di loro, appartengano comunque entrambi alla natura umana. Troppo allegramente si sorvola, a mio parere, sulla considerazione della scintilla divina che l’uomo ha con sé. Se egli fosse ad una sola dimensione, infatti, chiuso negli orizzonti razionali-emotivi della sua personalità, non avrebbe la possibilità di porsi allo specchio, né di potersi giudicare, scindendosi (giudicato e giudicante) pur restando misteriosamente unito dentro di sé. Si dirà che l’uomo non fa quasi mai autocritica (e sta indubbiamente qui l’origine di tutti i suoi mali), ma la possibilità gli è stata data e lui comunque la esercita, quando e come vuole o può.
L’uomo ha la facoltà di pensare sia in fotocopia che in originale. Se si affida al proprio intelletto arcano e attinge alla propria più originale identità, egli diviene indubbiamente creativo. Se invece si affida al proprio ego razionale-emotivo, tende a divenire convenzionale e discorsivo, sempre più livellato sul piano orizzontale della praticità. Si dirà pertanto che l’optimum sta nel trovare un equilibrio tra i due poli, ma l’equilibrio è possibile solo attivando l’intelletto arcano con un lavoro autocritico sull’ego razionale, teso ad aprire varchi alla rivelazione dell’alter ego, dell’essere alare che vive nell’uomo al di fuori di tutti gli schemi, depositario delle valenze più originali ed autentiche della personalità. L’intelletto archetipo, consapevole della dualità dell’essere, non chiede l’annullamento dell’intelletto razionale, ma semplicemente ne chiede la verginità: la liberazione ossia dalle panie, dalle storture e dalle malie da cui si lascia facilmente avviluppare nella sciocca pretesa di poter viaggiare nell’unidimensionalità.
La creatività è l’epifania del divino. Essa non appartiene solo al grande Vertice, come per pigrizia siamo portati a pensare, magari riservando agli umani una sorta di creatività minore, dedita alla ricerca del bello formale, dell’arido e vanesio tecnicismo o della commozione fantastico-emotiva. Dio crea l’universo, o meglio scopre l’universo che nella sua mente c’è già. L’uomo crea scoprendo le proprie coordinate divine, la propria umiltà, la propria figliolanza e la propria fratellanza cosmica: quei meccanismi mentali, ossia, capaci di farlo girare secondo ingranaggi universali. Ci troviamo comunque nel territorio dello scavo interiore e della profondità. Nessuno crea dal nulla, neppure il grande Artefice, che non è un illusionista e tira fuori le cose dal profondo di se stesso, dal proprio abisso interiore, dove il nulla e l’essere coabitano in serena armonia.
Creare pertanto non è altro che un trovare cose che già esistono nell’interiorità, un portarle alla luce (invenire nel senso etimologico, inventare). In pratica, per l’uomo, significa attingere al mistero universale che vive dentro di sé. Autocritica, dunque. Macerazione interiore, ricerca: è questo il presupposto del creare, come di ogni altra attivazione del sesto senso (veggenza in prima fila). Al bando, da un lato, l’intellettualismo spocchioso; ma al bando, dall’altro, anche il gratuito spontaneismo. La vera arte, come la veggenza più pura, non hanno nulla a che fare con la spontaneità. Esse attingono ai valori innati, ai principi e non ai pregiudizi, attraverso un lavoro autoanalitico, anamnestico, di particolare rilevanza e intensità. Il sesto senso non è il regno dell’arbitrio, come la perversione razionalistica indurrebbe a pensare (se mai è vero il contrario).
Esso è il faro che dà luce e senso alla realtà. Senza di esso, non potremmo vivere nell’equilibrio, se è vero che equilibrio è bilanciamento di pesi contrapposti. La ragione, da sola, non può garantire l’equilibrio, mentre il sesto senso è armonico ed include totalmente la ragione dentro di sé. La ragione, se umile, ha un sano ruolo da svolgere: quello di entrare in confidenza con il mistero per riceverne informazioni. Nessuno può aggredire il mistero con le armi presuntuose della razionalità, ma l’uomo può diventare amico del mistero attivando il sesto senso che vive dentro di sé. Se vogliamo, è il programma del conosci te stesso socratico, dove tuttavia alla conoscenza vengono attribuite valenze spiccatamente introspettive, anziché dialettiche. Ed è da qui, da questo risveglio interiore degli archetipi, che ha inizio la storia dello scibile.
Nei miti aurorali di qualunque processo storico (parliamo di mitopoiesi, non di mitologia) troviamo in nuce l’anticipazione dell’intero sapere: l’arte, la letteratura, la filosofia, la scienza, la religione, e quant’altro, il tutto racchiuso in formule semplici, elementari. Nei miti sorgivi si rivela il mistero delle origini, non intese nel senso storico o preistorico, bensì archetipo, metastorico: origini slegate dal tempo e come tali perennemente aleggianti nel tempo, nell’attualità. E’ da lì, da quella primitiva spinta che prende avvio ogni processo storico, ogni sviluppo della cultura razionale. Questa poi, gradatamente, se ne discosta, se ne allontana, se ne dimentica fino al massimo oblio che coincide con il risveglio inevitabile, dal momento che alla fine di un ciclo non si può che tornare al principio. E viceversa, in una pulsazione perenne che non ha il senso della ripetizione, bensì quello del rinnovamento dei valori dell’umanità.
Alle origini di qualunque processo storico troviamo sempre un’età dell’oro dove gli uomini vivono in saggezza, grazia ed armonia, immersi in quell’incanto che sa farsi carico del disincanto, senza escluderlo dai propri confini. Adamo, nell’Eden, non ha ancora separato il bene dal male, per cui ogni opposto può vivere con l’altro in armonia. E’ quello il momento del sesto senso e della creatività, dove l’arte, la religione, la scienza e la filosofia si presentano come un tutto armonico, non essendo ancora le varie branche entrate in conflitto egemonico tra di loro. Uscito dall’Eden e dalla padronanza autocritica, Adamo poi sprofonda nelle sabbie mobili del razionalismo critico, che tutto divide in modi irreparabili: il bene dal male, il maschile dal femminile, eccetera, fino a seminare zizzania nelle varie branche dello scibile a discapito dell’unità.
Tutto nasce dall’uomo, ma l’uomo finisce per farsi succube di quello che lui stesso crea, capovolgendo il sano rapporto tra i mezzi e i fini. Il fine della cultura è l’uomo, e non viceversa, ma le varie branche dello scibile esplodono in contrasti insanabili, istituzionalizzandosi in poteri contrapposti con il fine di asservire, anziché servire, l’umanità. Deve essere così, indubbiamente, affinché dall’oblio possa rinascere il risveglio di una nuova età dell’oro, di una nuova saggezza armonica e di una nuova creatività. Un’altalena di morte e rinascita che non appartiene soltanto alla storia collettiva, bensì pure a quella delle singole personalità. Ma se si ha a cuore l’unità dell’uomo, non si può fare altro che favorire la cultura del sesto senso, unica a garantire un sano incontro tra le origini e il divenire, tra l’intelletto archetipo e la razionalità.
E’ dall’ascolto dell’essere che viene la spinta all’azione creativa, a quell’operatività sul piano pratico che non si deve ritenere distaccata dagli archetipi, dalle fonti da cui si attiva. E si sbaglia anche a credere che l’ispirazione possa escludere che ci sia un lavoro da svolgere nel piano razionale. Non si deve pensare al poeta (tanto per fare un esempio) come a colui che riceve la Musa oziando tra gli augelli ed i fiori olezzanti di un prato. Ai nullafacenti nulla regala la Musa. Occorre lavorare per ricevere. E non soltanto lavorare su se stessi, a livello introspettivo, ma anche a livello dell’espressione formale. La tecnica é fondamentale, purché si riscoprino le valenze altamente spirituali della téchnè e del lavoro in generale, ignobilmente degenerati a livello materialistico.
Il lavoro è anelito spirituale, è creatività. E creatività è mettere le mani in pasta nei processi creativi del creato. L’uso della mano è fondamentale, ma occorre che l’uomo si lasci guidare la mano dall’essere spirituale che gli vive dentro, anziché pretendere che la sua mano possa agire da sola. E’ l’immagine simbolica (la Musa) a dettare la forma con cui vuole apparire. Raramente il poeta è consapevole delle figure retoriche, delle allitterazioni, delle regole metriche che compaiono nelle sue poesie, così come non è consapevole dei contenuti. Il processo creativo è inconscio e, se il poeta è autentico, rifiuta di costruirlo a tavolino. Tutt’al più concepisce un labor limae come adeguamento dell’espressione formale all’impareggiabile splendore ispirativo.

testo inedito di Franco Campegiani

P.S. Questo scritto di Franco Campegiani è apparso nel numero di marzo di CONTROLUCE, mensile di attualità e cultura dei Castelli Romani e Prenestini dal 1991 nelle edicole e dal 1996 nel web (17.3.2013).

domenica, marzo 3rd, 2013

Caproni

Ieri, salendo in macchina per via Pio Foà ( nel quartiere romano di Monteverde, dove ho trascorso l’adolescenza e la prima giovinezza) mi sono accorto della presenza, alla mia destra, di una targa marmorea posta all’ingresso di alcune eleganti e discrete palazzine: si tratta della targa, visibile nella mia foto, posta di recente per ricordare il centenario della nascita (1912) del poeta Giorgio Caproni, che in una di queste stesse palazzine abitò dal 1968 fino al 1990, anno della sua morte. Del grande Livornese, una della voci poetiche più alte e inconfondibili del nostro Novecento letterario, ho avuto occasione di occuparmi soprattutto nel maggio dello scorso anno (vedi archivi del presente blog). Mi è dolce presentare per esteso, qui, la poesia il cui “attacco” risulta inciso nel suddetto marmo (poesia inclusa nella raccolta del 1975 riconosciuta da molti come il vertice dell’ispirazione di Giorgio Caproni, ossia il MURO DELLA TERRA):

DOPO LA NOTIZIA

Il vento…E’ rimasto il vento.
Un vento lasco, raso terra, e il foglio
(quel foglio di giornale) che il vento
muove su e giù sul grigio
dell’asfalto. Il vento
e nient’altro. Nemmeno
il cane di nessuno, che al vespro
sgusciava anche lui in chiesa
in questua d’un padrone. Nemmeno,
su quel tornante alto
sopra il ghiareto, lo scemo
che ogni volta correva
incontro alla corriera, a aspettare
-diceva- se stesso, andato
a comprar senno. Il vento
e il grigio delle saracinesche
abbassate. Il grigio
del vento sull’asfalto. E il vuoto.
Il vuoto di quel foglio nel vento
analfabeta. Un vento
lasco e svogliato –un soffio
senz’anima, morto.
Nient’altro. Nemmeno lo sconforto.
Il vento e nient’altro. Un vento
spopolato. Quel vento,
là dove agostinianamente
più non cade tempo.

poesia di Giorgio Caproni

sabato, marzo 2nd, 2013

Beethoven

Come negarlo? La sindrome influenzale da me accusata nei giorni passati mi ha fisicamente debilitato. Un buon motivo, comunque, considerando il riposo forzato, per tuffarmi totalmente in me stesso, così come mi piace dire da qualche tempo. E nel silenzio profondo e amico di ieri pomeriggio, eccomi immerso nell’ascolto del quartetto per archi in do diesis minore op.131 di Beethoven (il più amato dal Maestro). Tale quartetto appartiene alla serie dei capolavori cameristici dell’ultimo Beethoven; quando cioè il compositore si inoltra per strade musicalmente inaudite e celestiali, dopo il lungo e peraltro meraviglioso periodo “eroico”. Bene: per quanto mi riguarda, altro che “Supradyn” per riprendere le forze! Poderosa infatti è stata la scossa ricevuta ieri ascoltando l’Allegro finale del suddetto quartetto; per descrivere il quale lascio la parola al grande R.Wagner: “la danza del mondo: selvaggio deliquio, grida d’angoscia, estasi amorosa, il più alto rapimento, miseria, rabbia, ora voluttuoso ora sofferente, una faretra di fulmini, rullo di tuono; soprattutto: un musicista gigantesco”. Del resto, come ricorda Maynard Solomon nel suo Beethoven (Marsilio/Saggi), cinque giorni prima di morire Franz Schubert fu presente (nel novembre del 1828) ad una esecuzione privata del citato quartetto; destando timore negli amici per lo stato di eccitazione ed entusiasmo che ebbe a palesare. Vale la pena di ricordare che Schubert, scomparso un anno dopo Beethoven all’età di trentuno anni, è sepolto accanto al genio di Bonn presso il Zentralfriedhof di Vienna.

P.S. mia la foto qua sopra, una classica effigie di Beethoven stampata sul contenitore dei 100 cd che raccolgono ogni nota del compositore.

venerdì, marzo 1st, 2013

Pietro da Cortona

Ho conosciuto di persona la scrittrice Tea Ranno lo scorso anno, presso la Biblioteca Pier Paolo Pasolini di Roma, in occasione di uno degli incontri del “Circolo dei lettori” da lei condotti. Soltanto nel mese appena trascorso, però, ho letto il suo romanzo Cenere (Edizioni e/o, 2006; premio Mangialibri nel 2007 e premio Chianti nel 2008). Tea Ranno, nata a Melilli, in provincia di Siracusa, attualmente vive a Roma. Laureata in giurisprudenza, ha sempre coltivato la pratica della scrittura. Così dicendo, tuttavia, si rischia di minimizzare la percezione (non solo mia, ovviamente) di quella che, nel caso di Tea, senza mezzi termini, mi sento di definire una vocazione letteraria autentica. Non altrimenti mi potrei spiegare, infatti, l’indubbia bellezza del libro in oggetto (accolto molto positivamente dalla critica e dai lettori, com’è possibile verificare sulla Rete). Cenere (acquistabile anche on line) è un romanzo che ci riporta a uno scenario seicentesco, in una provincia italiana del Meridione dominata dal pugno di ferro dell’Inquisizione. Protagonista della vicenda è l’altera contessa Stèfana, capace di mandare sul rogo come strega una giovane e bellissima serva, Caterina; per poi andare incontro lei, Stèfana, allo stesso terribile martirio nel momento in cui lo “zoccolo duro” del potere clericale-patrizio, venendosi a saldare con la furia superstiziosa del popolo, le volgerà le spalle. A questo punto occorre innanzitutto evidenziare la forza d’attualità del romanzo della Ranno, dando la parola a Pier Luigi Lando (intervento critico del 10.4.2006 leggibile sulla Rete): “…questa storia magistralmente elaborata dalla Ranno, solleva un dubbio molto inquietante: abbiamo consistenti motivi per ritenere che i fantasmi, le cattiverie che agitarono i nostri simili al tempo della caccia alle streghe, abbiano definitivamente abbandonato i meandri della psiche delle successive generazioni e che noi oggi ne siamo immuni? E dove sarebbe andato a finire tutto quell’insieme di contenuti psicoemotivi che sembrava avesse bisogno di crearsi alibi magici, sino a credere nelle cose più assurde, a mettere insieme fatti e fantasie in modo da dare loro significati funzionali allo scopo di vedere in chiunque lo strumento di un’opera demoniaca?”. Ecco, a parer mio meglio non si sarebbero potute esprimere le ragioni in base alle quali il lettore viene perentoriamente “catturato” dal romanzo in oggetto; giacché proprio le suddette ragioni, imponendo una riflessione sul presente, qualificano nel contempo la narrazione come cosa viva, senza che questa stessa narrazione rimanga relegata nell’ambito dell’ affresco, pur elegante, di un tempo feroce ma astratto. Il romanzo della Ranno risulta in effetti ricco di personaggi come ottenuti a sbalzo, talvolta “incandescenti”; grazie all’evidente lavoro linguistico condotto dalla scrittrice; capace di rielaborare, vivificandoli, gerghi dialettali sepolti nel passato frammisti alle parole “colte” della classe dominante (la contessa, il cardinale, il giudice Corselli e altri). In sostanza, di uno studio preparatorio piuttosto meticoloso da parte di Tea Ranno prima del suo “parto letterario” dobbiamo parlare; sicché la narrazione dispensa al lettore anche il godimento estetico di suoni e odori che sono poi l’incanto della vera letteratura. Ma, a mio avviso, nel romanzo, è ravvisabile soprattutto un plus-valore solo in apparenza scontato ma in realtà decisivo: alludo alla presenza costante e sinuosa di un superbo presente storico, attivo lungo tutto il corso della vicenda narrata. E lo chiamo superbo, il presente storico su cui fa leva Tea Ranno proprio in quanto, grazie a esso, il farsi delle cose davanti agli occhi del lettore non risulta mai piatto, unidimensionale; essendo di contro prospettico, vitalisticamente profondo, inclusivo dei “vizi privati e pubbliche virtù” dei personaggi della vicenda (esemplare, al riguardo, la torbida passione del temuto giudice Corselli nei confronti della giovanissima nipote Bernarda; in contrappunto al suo pubblico potere di inquirente implacabile e rigoroso). Tale presente storico cesellato dalla Ranno si prende carico, in effetti, di dare voce costante al vero protagonista (neppure tanto recondito, nella sua spietatezza) del romanzo: il potere. Potere che si incarna, di volta in volta, nella contessa Stèfana, nel suddetto giudice Corselli, nella merciaia Sàntola e negli altri personaggi della vicenda: in tutti levando alte le sue indomabili fiamme prima di quel rogo cui Stèfana si avvicinerà spoglia della sua altezzosità, umanamente fragile ma forte in acquisita consapevolezza.

P.S. La foto qua sopra, mia, è stata scattata di recente nella cripta della chiesa romana dei Santi Luca e Martina ( si tratta, con epigrafe, del busto di Pietro da Cortona dovuto a Bernardino Fioriti).