Sui poeti che incontro (2015)

Riporto qui la mia postfazione alla silloge di Simone Consorti dal titolo Nell’antro del misantropo, Casa Editrice L’arcolaio, Forlì, 2014:

 

La poetica di Simone Consorti

 

Già il titolo di questa silloge poetica di Simone Consorti, Nell’antro del misantropo, funge da indiscutibile segnale per il lettore: risultando tale titolo egemonizzato sul piano fonematico dalla consonante erre (liquida vibrante); e, dunque, con evidente suggestione a livello fonosimbolico. Ora, considerando non secondariamente la rima racchiusa in questo stesso titolo (àntro-misàntropo), di valenza quasi minacciosa, ecco che le “anime belle” della poesia sono debitamente avvertite, sfogliando il libro; in quanto sussistono fondati rischi di antropofagia, alla lettura dei versi della raccolta. Antropofagia (scherziamo seriamente) tuttavia salutare, a nostro avviso; in quanto a detrimento, essa, di quel lirico cinguettio non disgiunto dall’enfasi e sempre più insopportabile in tanta, troppa “poesia” d’oggigiorno. Certo, i puristi della lingua poetica potrebbero talvolta lamentare la mancata applicazione, nei  versi dell’ Antro, della tecnica della attenuazione classica a fronte di un lessico particolarmente crudo (nel fotografare una quotidianità non sublimata). Prendere o lasciare, ci dice però in sostanza il nostro autore; e noi volentieri  accettiamo, anzi, criticamente abbracciamo questa sua poetica ricca d’ironia e più ancora d’autoironia: una poetica da riportare a pieno titolo nell’ambito della buona poesia contemporanea (salata più che dolce; semanticamente pregnante e non estetizzante a fondo perduto). Ma l’orizzonte non verticale, improntato a schietto realismo della poesia di Simone Consorti, non può e non deve ingenerare fraintendimenti, nel lettore intellettualmente onesto; nel senso che andranno qui ribaditi i punti di forza (notevoli) della raccolta in oggetto. E quali sono tali punti di forza, in sintesi? innanzitutto una corrosiva autoriduzione dell’ego poetico (e quindi, in ultima analisi, umano) dell’autore; di poesia in poesia, con effetto positivo per il lettore; per non dire, poi, dell’acutezza dello sguardo del poeta nel demistificare fenomeni non di rado grotteschi nei quali egli si imbatte ( si legga al riguardo la poesia intitolata Sempre più spesso mi reco, sulla odierna commestibilità recanatese della poesia leopardiana). Disincanto e amarezza risultano costanti, di pagina in pagina, nella silloge di Consorti: poeta mordace e ostinatamente contrario all’italico melodramma (soprattutto quando osserva da vicino la sua stessa persona). Dunque un poeta, Simone Consorti, che consapevolmente non vuole cantare ( non mancandogli le risorse per farlo, se pensiamo a certa sottile ipertestualità sottesa a diverse liriche della raccolta). Ma leggiamo in conclusione la seguente poesia ( per noi la più bella e toccante del libro):

 

Come in un cimitero di guerra

 

 

Sarà pure un paradosso

ma proprio in nessun altro posto

sulla Terra

giace tanta pace

come in un cimitero di guerra

 

 

…ecco, una volta di più risulta evidente che al di là del sentimentalismo (sempre per suo conto segnale stilistico di una ingenua, nonché rozza poesia) si possono, ascoltando in più profondo silenzio la Musa, raggiungere livelli di vera purezza come nei versi appena citati. Non rimane che ringraziare Simone Consorti per questo suo stimolante lavoro poetico, nei termini complessivi di una ironica e amara osservazione del reale; tale da renderlo, il nostro poeta, acuto testimone dei tempi che viviamo.

 

Andrea Mariotti, fine 2014.

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