Archive for gennaio, 2016

domenica, gennaio 31st, 2016

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Gigi Monello, LA LUCE NEL FOSSO, Scepsi & Mattana Editori, 2007

 

Mi è accaduto recentemente di leggere i Tre racconti su Leopardi e Napoli inclusi nel suddetto libro di Gigi Monello. Ora non posso che congratularmi con l’autore per lo spessore dei suoi strumenti espressivi ben attivi nelle narrazioni in oggetto. Nel primo racconto, Il segreto del cielo di giorno, a parlare in prima persona è il dottor Mannella (che sino alla fine ebbe in cura Giacomo Leopardi) con perspicacia e forte di quello che oggi diremmo un approccio olistico nell’avvicinarsi all’illustre malato. Mannella propone un bel giorno al “Conte” di accompagnarlo a piedi fino a casa per prestargli un libro che aveva incuriosito Leopardi; essi hanno pertanto sotto gli occhi, da Capodimonte a Toledo, la visione di una plebe felicemente immersa nella sua prima ragion di vita: quella di mangiare; “pane, cocomero e cozze”, “sotto un sole accecante”, tra fogne e immondezza”; e dunque nelle condizioni ideali per favorire, come poi di fatto avvenne, l’epidemia di “cholera”. Parlavo prima dello spessore narrativo di Monello; eloquente mi sembra la seguente obiezione del Recanatese al medico nel racconto in questione: “E chi dice a voi che tra cent’anni non spunti fuori una nuova malattia, che vi ammazzi mezzo genere umano, riaprendovi la partita all’infinito? No, io non vedo alcuna ragione per escludere che l’universo sia in mano ad una forza sporca, un che di oscuro, che ami più la distruzione che l’esserci delle cose…”. Non meccanicamente, bensì con levità credo qui sottesi al suindicato passo i versi leopardiani di A SE STESSO: “…Al gener nostro il fato/ non donò che il morire. Omai disprezza/ te, la natura, il brutto/ poter che, ascoso, a comun danno impera,/ e l’infinita vanità del tutto”(12-16). Esempio rilevante, quello appena evidenziato, della sedimentazione di un ipertesto nel sostrato di una narrazione consapevole e fluida. Ma è nel secondo dei tre racconti, intitolato La strana notte del poeta, che Monello offre a parer mio il meglio di sé in questa sua immersione narrativa riferita agli ultimi anni di vita di Leopardi a Napoli. Il parlante è infatti un giornalista partito in treno da Bologna per recarsi nella città partenopea in occasione dell’ “apertura in pompa magna della Galleria, il fiore all’occhiello del risanamento, la prova provata che Napoli non era da meno di Milano”. Non è difficile naturalmente individuare nel protagonista del racconto uno schietto alter ego di Gigi Monello; qui nelle vesti di un acuto e partecipe flâneur che a Napoli coglie subito “la violenza del contrasto”, “la lotta tra pieno e vuoto”. Bello è poi in effetti questo attacco nella seconda pagina del racconto: “Ripresi allora il filo del mio discorso intimo con il luogo”; ossia col genius loci, in tutta evidenza. Ebbene, nell’ andare “a Capodimonte, la parte più alta della città” il nostro giornalista comincia a fare i conti con Leopardi, in quanto il cocchiere gli indica la casa dove aveva chiuso gli occhi il grande poeta. Da qui a poco l’incontro con “u’ prufessore Brando”, studioso di “cose napoletane” e gran conoscitore del Recanatese; personaggio ambiguo, esercitante nei confronti del protagonista una sorta di psicagogia: “Sapete che differenza c’è tra Napoli e Leopardi? Ve la dico ma voi non dimenticatela più: lui è scettico, non trova nel mondo nessun senso. Napoli pure è scettica, e glieli dà tutti i sensi, al mondo, tutti quelli possibili e immaginabili”. Il nostro giornalista dopo tale incontro è indotto più che mai a “guardare ancora Napoli”; così come  doveva aver fatto prima di lui Leopardi, anche di notte “per sentire meglio questa città che amava e detestava, per immergersi meglio in questo sonno di tutti. Chissà? Forse è proprio vero che ci attrae ciò che a parole biasimiamo”. In medio stat virtus direi, a proposito di questo secondo racconto del libro di Monello; con riferimento alla profondità dello sguardo prospettico del narratore, capace di far aleggiare lo spirito leopardiano (avvalendosi al meglio di uno strutturale passato prossimo). Con il terzo e ultimo racconto dal titolo Un americano nel golfo, ci allontaniamo a mio avviso forse troppo dal grande Recanatese; a parte la persuasiva rievocazione  della traslazione presso il Parco Virgiliano della spoglia (in corsivo per ovvi motivi) di Leopardi al tempo del regime. Rimarchevole comunque il dialogo fra l’americano Burt e l’io narrativo di nome Sante; entrambi biologi marini a Napoli alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale: “ Già, sembra questa la regola, tutto ciò che è materia deve rompersi prima o poi, e sempre per via di altra materia che gli casca addosso. E’ tutto un generale prendersi a spinte, urtarsi, farsi del male, questo universo”…; come non ripensare al riguardo allo stupendo passo dello ZIBALDONE laddove Leopardi focalizza quanto accade in un famigerato giardino (4175-77; Bologna, 22 Aprile 1826)? Complessivamente il libro di Gigi Monello –in veste editoriale fascinosamente antica– rimane un suggestivo nonché sorvegliato omaggio narrativo a Giacomo Leopardi. Di Monello, docente e viaggiatore, sarà il caso di ricordare -sempre  per Scepsi & Mattana Editori- un romanzo storico come Le conchiglie a Monte Mario (Un doppio enigma nella Roma di Pio IX), 2009; e, più recente, Il principe e il suo sicario. Come Cesare Borgia tolse dal mondo Astorre Manfredi, 2014.

 

Andrea Mariotti, gennaio 2016

 

sabato, gennaio 30th, 2016

L'alba

 

La luce fredda dell’alba

 

La fredda luce dell’alba

si agitava in una nebbia

di magia sulla calma

solenne del cielo…

Come tenuta da uno stato

di assenza, contemplavo

l’orizzonte aperto, le nuvole

che navigavano basse,

il fluire del tempo

che ne scandiva l’andare.

E, dimentica del presente,

ripiegavo sulle mie

fantasie ad inseguire sogni,

a ritrovarli, ad appigliarmi

ai ricordi di cose lontane

e passate che sentivo

appartenermi ancora.

 

poesia di Fiorella D’Ambrosio tratta dalla raccolta Epifanie di cieli (2011)

 

P.S. della poetessa la foto

giovedì, gennaio 28th, 2016

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Non tutti gli anni ho rammentato nel presente blog la ricorrenza della scomparsa di uno scrittore da me letto con particolare fervore in gioventù, ossia Dino Buzzati (che moriva per l’appunto a Milano il 28 gennaio 1972). Di Buzzati -nato a Belluno nel 1906- però ho riletto di recente la preziosa raccolta di prose brevi intitolata In quel preciso momento, vero e proprio “laboratorio” del narratore del Deserto dei Tartari e dei Sessanta racconti. Da essa, ho estrapolato la seguente pagina; davvero un “coriandolo di poesia”, riferendomi alla celebre recensione che del libro in oggetto fece Eugenio Montale (apparsa sul Corriere della Sera del marzo 1951):

CHE COSA SEI, CREATURA?

Che cosa sei, creatura mia? Un grazioso granellino di polvere sperduto nell’universo. Così solo, semplice e sprovveduto. Se succedesse qualcosa non potresti far altro che nascondere il capino sotto l’ala e lasciarti portar via. Sento il tuo piccolo peso sulla palma della mano, come leggero! Saltelli qua e là, cinguetti, dolce è trattenerti. Ma, per quanto io stringa, tu non entri in me. Uno strato infinitesimo d’aria ci divide sempre, mai e poi mai potremo superarlo. Fuori di me rimarrai dunque, con tutti i tuoi curiosi misteri. Sorrisi, abbracci, cari sguardi, quante inutili fatiche. Mai ci raggiungeremo. Isole solitarie siamo, seminate nell’oceano, e immenso spazio le separa. Baci, giuramenti, lacrime; sono come piccoli ponticelli, ridicoli stecchi che noi tendiamo dalla riva per valicare gli abissi. E ogni giorno si ripete questa assurda storia. L’unica è forse lasciare la propria isoletta, abbandonare la bella casa tra le palme, i libri e le rose, musica e sogni, gettarsi a nuoto, verso una delle altre isole lontane, che ci sembrano stranamente prossime e invece quanto spazio di mezzo; almeno a una di esse. Temo però che anche questo non servirà a niente. A nuoto, così da soli, sul mare immenso? Mai e poi mai arriveremo all’isoletta straniera, fosse pure tra le meno lontane; e ci troveremo stanchi, gelati e tristi nel gregge infinito delle onde, non avremo neanche più forze per ritornare. Tutto inutile, dunque? Tentiamo, tentiamo. Laggiù all’orizzonte sulle acque amare, deserte, naviga certe sere Dio con una sua barchetta, invisibile passerà accanto a te che nuoti disperato (può darsi benissimo) e ti toccherà con la sua mano“.

Dino Buzzati

 

P.S. il suddetto accenno al mio giovanile fervore in merito alla lettura dei libri di Dino Buzzati non può stare senza la sottolineatura doverosa della qualità di una prosa -quella dello scrittore bellunese- di cristallina chiarezza; laddove lo “stregonesco” e il “favoloso” che memorabilmente la intridono risultano in tutta evidenza lo stilema di una inquietudine profonda, “nordica” (com’è stata definita) dell’animo buzzatiano: una inquietudine che vale quale un calice amaro della nostra letteratura, a ben guardare.

 

 

mercoledì, gennaio 27th, 2016

Mozart

Eccomi nel Giorno della Memoria a rammentare come in passato nel presente blog un’altra importante ricorrenza; in quanto proprio il 27 gennaio 1756 vedeva la luce a Salisburgo Wolfgang Amadeus Mozart. Sicché ci troviamo oggi a 260 anni esatti dalla nascita del compositore per me come per molti emblema indiscutibile della Bellezza. Al musicista immensamente caro ho dedicato un breve saggio che apparirà nel numero 63 del quaderno quadrimestrale di cultura letteraria e arte I Fiori del Male. Mi permetto qui di suggerire ai visitatori del blog di vedere o rivedere nel caso non tanto il celebre film Amadeus di Milos Forman; bensì il Don Giovanni di Joseph Losey, “sintesi mirabile tra la musica di Mozart e le atmosfere palladiane delle ville venete” com’è stato detto. Superfluo l’invito all’ascolto della musica del genio di Salisburgo… e in mente mi viene anzitutto, delle partiture del Maestro, l’adagio del Concerto per clarinetto e orchestra K622; appropriato alla circostanza, e cioè al Giorno della Memoria.

venerdì, gennaio 22nd, 2016

Trilussa

 

LA  LIBBERTA’

 

La Libbertà, sicura e persuasa

d’esse stata capita veramente,

una matina se n’uscì da casa:

ma se trovò con un fottìo de gente

maligna, dispettosa e ficcanasa

che j’impedì d’annà libberamente.

 

E tutti je chiedeveno: -Che fai?-

E tutti je chiedeveno: -Chi sei?

Esci sola? a quest’ora? e come mai?…

-Io so la Libbertà! -rispose lei-

Per esse vostra ciò sudato assai,

e mò che je l’ho fatta spererei…

 

Dunque potemo fa’ quer che ce pare…-

fece allora un ometto: e ner di’ questo

volle attastalla in un particolare…

Però la Libbertà che vidde er gesto

scappò strillanno: -Ancora nun è affare,

se vede che so uscita troppo presto!

 

poesia di Trilussa, tratta da Le Favole

 

 

 

 

 

 

 

giovedì, gennaio 21st, 2016

Con piacere do notizia del seguente evento, la cui inaugurazione è in effetti prevista a Roma per venerdì 22 gennaio 2016 alle ore 17,00 (“cliccare” per ingrandire):

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lunedì, gennaio 18th, 2016

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LA  NEVE

 

Come pesa la neve su questi rami

come pesano gli anni sulle spalle che ami.

L’inverno è la stagione più cara,

nelle sue luci mi sei venuta incontro

da un sonno pomeridiano, un’amara

ciocca di capelli sugli occhi.

Gli anni della giovinezza sono anni lontani.

 

poesia di Attilio Bertolucci tratta da La capanna indiana

 

giovedì, gennaio 14th, 2016

strehler

“Mi ha dato la possibilità di vivere, lui più di chiunque altro”: così Giorgio Strehler a proposito di Montale nel gennaio 1976, alla vigilia di una lettura delle poesie del grande Genovese – insignito del Nobel per la Letteratura l’anno prima- presso Il Piccolo di Milano. Non che il poeta degli Ossi e delle Occasioni fosse ostinatamente contrario all’idea di Strehler; ma la sua riservatezza era nota a tutti, come del resto la preferenza per una lettura dei propri testi poetici con “gli occhi della mente”. In ogni caso una sua dichiarazione di allora attesta il favore con cui in ultimo ebbe ad accogliere l’iniziativa del grande uomo di teatro. Tutto ciò l’ho saputo oggi, prendendo in edicola lo storico primo numero del quotidiano La Repubblica appositamente ristampato per il quarantesimo “compleanno” del giornale. Come ho già sintetizzato in un tweet, La Repubblica fu davvero qualcosa d’innovativo nei primi suoi tre anni; per formato e quantitativo limitato di pagine a fronte d’una innegabile qualità dei commenti, delle interviste e delle notizie (al netto per esempio di quelle pagine “sportive” a partire dal 1979, sia pure sotto l’egida di Gianni Brera). Io leggevo in quegli anni ormai lontani La Repubblica; ed oggi, 14 gennaio 2016, non ho potuto fare a meno (da inguaribile passatista) della bilancia: sì, della bilancia, sfogliando cioè il suddetto, storico e sobrio primo numero del giornale senza la tentazione di disperdermi nei meandri del mastodontico quotidiano in cui esso si è trasformato quarant’anni dopo.

 

mercoledì, gennaio 13th, 2016

Piazza Della Repubblica a Roma con la Fontana Dell'Esedra ghiacciata stamattina, 17 dicembre 2010, alle ore 8. ANSA/ MARIO DE RENZIS

La foto qua sopra non mia credo possa risultare eloquente supporto visivo in relazione all’ articolo da me letto ieri nell’edizione on line del quotidiano La Stampa; a proposito dei provvedimenti “strutturali” adottati dalle autorità locali e di governo a fronte dell’emergenza smog… ossia la confidente attesa delle piogge che in qualche modo dopo Natale hanno ripulito le nostre città assediate dalle polveri sottili (sic!). Con quest’ultime nuovamente al di sopra dei termini consentiti, negli ultimi giorni. Scrivendo questa breve nota, intendo riallacciarmi alla “pagina” del 24 dicembre scorso nel presente blog; laddove mi era sembrato di esagerare in quanto ad ironia, in merito alle romane targhe alterne…

giovedì, gennaio 7th, 2016

Immag007

 

ERA QUELLA

 

Era quella la vita

che dovevamo vivere,

non questa che abbiamo scelto

per follia, questa

che ci divora

e ci rende atomi di solitudine.

 

E’ rotta ormai per sempre

la comunione

con la profonda natura?

Neppure la morte

sarà riparo

al sacrilego ripudio?

 

Natura, grembo

che ancora ti attende

 

poesia di David Maria Turoldo, da Intermezzo antico