Archive for Maggio, 2020

mercoledì, Maggio 27th, 2020

Premetto subito trattarsi del primo autoscatto -detesto certi anglismi atti a deturpare la nostra lingua!- che propongo sulla Rete, per quanto concerne la foto in oggetto. Ma c’è una ragione per me speciale al riguardo: oggi per la prima volta son tornato a fare un’ escursione, in montagna, a seguito dell’allentamento delle misure restrittive causate dall’emergenza sanitaria. Da solo sono andato in escursione, in quanto sentivo profondamente il bisogno di una riabilitazione psico-fisica nell’ambiente che tanto amo. Col tempo bello, il vento di settentrione e un plus valore di prudenza, ho pertanto ripercorso da Roccagiovine (Parco dei Lucrètili non distante da Roma) l’anello del monte Follettoso (per la stretta Vallicina all’andata); senza forzare il passo e riscoprendo in tutta la sua bellezza un tragitto che conosco a memoria, molto essendomi mancata la montagna dall’inizio di marzo scorso…che dire? toccata la piccola vetta a quota mille con vista sul monte Gennaro (alle spalle il Velino gravato dalle nuvole), ho assaporato con gusto il mio pane e formaggio allietato da un bicchiere di profumato rosso di Montepulciano (ebbene sì, essendo alle spalle l’inverno che a conti fatti è mancato, per una volta ci è potuti consacrare senza rischi a Bacco, in quota!). A questo punto devo riconoscere di aver provato il senso di una compiuta compenetrazione con l’ambiente. Mi sono dilettato infatti a seguire la danza amorosa delle farfalle, a contemplare il lussureggiante agrifoglio che sui monti Lucrètili è particolarmente bello; non infastidito dal ronzio di grave intonazione di un lento moscone (sempre meglio, mi sono detto, della velocissima e temuta vespa vellutina, con la quale i nostri cari mass media hanno inondato la Rete non appena il covid19 si è fatto meno brutale, tanto per farci stare tranquilli…). Basta: oggi ci voleva proprio questo ritorno sugli amati e selvaggi Lucrètili a un passo da Roma, rallegrati dal sole e da un fresco vento di settentrione. Di sicuro oggi mi son tenuto ben lontano dal contagio, si potrebbe dire con banale ironia…ma non è questo il punto, a parte il grande piacere provato nel poter respirare a pieni polmoni l’aria pura. Siccome la natura ci fa da specchio, e più che mai quando prendiamo contatto con essa in modo rispettoso e amorevole, non ho potuto non riflettere molto, oggi, sulla tragedia causata dal virus nel nostro paese, con più di trentatremila decessi e tantissimi casi in cui non si son potuti piangere i propri cari nel modo dovuto, come ben sappiamo. Me ne sono reso conto sia pure molto indirettamente ieri (sto parlando con grande rispetto) allorché ho dato all’aperto -assieme a poche persone rigorosamente distanziate- l’estremo saluto ad una anziana signora che mi ha voluto bene. Così, oggi, in montagna, mi è tornata alla mente la conclusione della seconda strofe di una grande poesia di Eugenio Montale, quella più amata da Carlo Emilio Gadda, ovvero Notizie dall’ Amiata:

“…Son troppo strette le strade, gli asini neri
che zoccolano in fila dànno scintille,
dal picco nascosto rispondono vampate di magnesio.
Oh il gocciolìo che scende a rilento
dalle casipole buie, il tempo fatto acqua,
il lungo colloquio coi poveri morti, la cenere, il vento,
il vento che tarda, la morte, la morte che vive!”

 

Andrea Mariotti

 

 

lunedì, Maggio 25th, 2020

 

Ottimamente il Paciaudi come riferisce e loda l’Alfieri nella sua propria Vita, chiamava la prosa la nutrice del verso, giacché uno che per far versi si nutrisse solamente di versi sarebbe come chi si cibasse di solo grasso per ingrassare, quando il grasso degli animali è la cosa meno atta a formare il nostro, e le cose più atte sono appunto le carni succose ma magre, e la sostanza cavata dalle parti più secche, quale si può considerare la prosa rispetto al verso.

 

GIACOMO  LEOPARDI, ZIBALDONE, pag. aut. 29 (1820)

 

 

domenica, Maggio 17th, 2020

Così, di sfuggita, alla vigilia dell’avvio in pompa magna della cosiddetta fase 2: davvero com’è stato detto e ridetto, occorrerà tanta cautela da parte di tutti, in quanto proprio ora viene il difficile e per ovvi motivi. Lo iato fra le decisioni politiche -che francamente non potevano essere più rimandate- e le riserve del fronte medico scientifico, va appunto ridotto da parte nostra tramite comportamenti improntati al buon senso (“in medio stat virtus” più che mai, in questa occasione). Anche perché, prima di formare allegri assembramenti nei parchi cittadini e altrove, bisognerebbe non dimenticarsi di quelle immagini terribili dei mezzi militari per le strade di Bergamo non più tardi di due mesi fa; delle quali, in coscienza, non siamo stati semplici spettatori televisivi. Ma come al solito è il tessuto psico-antropologico del nostro paese a preoccupare, dedito qual è al culto della smemoratezza, della santificazione di vigili del fuoco, giudici antimafia ed ora dei medici che tutto hanno dato in prima linea nella lotta contro il covid, perfino la vita. Sarebbe abietto da domani averli definiti degli eroi quest’ultimi (con tanto di melensi spot televisivi), e sentirsi liberi e belli, con tanto di pernacchia allo scampato virus (che invece invisibile continua a convivere con noi, ancora in parte sconosciuto e in attesa di un vaccino).

 

Andrea Mariotti

 

 

venerdì, Maggio 8th, 2020

 

Per gentile concessione della signora O.L., ho potuto scattare la foto qui visibile della targa collocata all’interno dello stabile dove Carlo Emilio Gadda è vissuto negli ultimi suoi anni fino alla morte. Un piccolo pellegrinaggio letterario in effetti ho compiuto ieri, recandomi in via Blumenstihl 19 a Roma “sulla catena di Monte Mario” (come lo scrittore suggestivamente diceva agli amici in merito al luogo dove abitava, appunto in via Blumenstihl, “a centotrenta metri sul mare e a ottanta sul fiume)…

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Così scrivevo il 28 febbraio 2016 su questo blog, accennando peraltro al celebre Pasticciaccio, il romanzo gaddiano del 1957 che in questi giorni ho fatto oggetto di attenta e paziente rilettura, a distanza di tanti anni. Con “timore e tremore” mi accingo pertanto ad esprimere qui in sintesi le ragioni di una mia sostanziale riserva di lettore, di fronte a uno dei libri più importanti del nostro Novecento. Dovrò dire però e intanto che l’incipit del romanzo mi è sembrato di una efficacia travolgente, tale da immettere davvero il lettore in medias res: “Tutti oramai lo chiamavano Don Ciccio. Era il dottor Francesco Ingravallo comandato alla mobile: uno dei più giovani e, non si sa perché, invidiati funzionari della sezione investigativa: ubiquo ai casi, onnipresente su gli affari tenebrosi. Di statura media, piuttosto rotondo della persona, o forse un po’ tozzo, di capelli neri e folti e cresputi che gli venivan fuori dalla metà della fronte quasi a riparargli due bernoccoli metafisici del bel sole d Italia, aveva un’aria un po’ assonnata, un’andatura greve e dinoccolata, un fare un po’ tonto come di persona che combatte con una laboriosa digestione: vestito come il magro onorario statale gli permetteva di vestirsi, e con una o due macchioline d’olio sul bavero, quasi impercettibili però, quasi un ricordo della collina molisana”. Come si vede bene, siamo subito al cospetto -in chiave di arte narrativa- di un tocco da maestro capace di scolpire, dinnanzi agli occhi di chi legge, una creatura romanzesca immediatamente profonda e viva. Una creatura romanzesca, Don Ciccio, atta a suggerire prioritariamente al lettore un primus inter pares nell’ambito di un gruppo di concreti personaggi, a vicenda avviata di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana. Un libro dal quale neppure il lettore più sprovveduto potrebbe però attendersi lo sviluppo lineare di un romanzo d’intreccio; in quanto il poliziesco annunciato dalle prime battute sopra riportate, è da subito funzionale per esprimere ad alto livello di resa artistica il multiforme teatro della vita, in tutta la gamma delle sue apparizioni (tragiche, comiche, sordide e via discorrendo); linguisticamente animate dall’inesauribile sperimentalismo gaddiano (attraverso l’adozione della tecnica del pastiche, in cui tanta parte ha, come ben sappiamo, l’uso del dialetto romanesco, a più livelli). E grazie alla figura di don Ciccio Ingravallo, commissario d’origine molisana con capigliatura nera come il catrame -dotato di acume, ricco di una sua riservatissima gentilezza che lo porta a scrivere poesie ispirate dalla bella signora Liliana Balducci, destinata ben presto ad essere uccisa atrocemente- le centoventi pagine iniziali del romanzo sono state da me in effetti assaporate intensamente, nella loro complessa stratificazione linguistica, capace di dischiudere una realtà ramificata e vitalissima; essendo proprio don Ciccio la punta di diamante, la coscienza risentita e oggettivata del narratore in grado di incidere in corpore veritatis (felice latinismo di un insigne studioso di Gadda come Piero Gelli). A sostegno di quanto ho appena detto, il passo-manifesto nella seconda pagina del romanzo, giustamente famoso, laddove il soggetto è per l’appunto Ingravallo: “Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo”. Ho parlato sopra di una felicità narrativa a parer mio incessante del Pasticciaccio lungo il corso delle centoventi pagine iniziali; e cioè fino alla conclusione del capitolo quinto, con un vertice assoluto di altezza meditativa nel raccontare, nel secondo, la vista del cadavere di Liliana Balducci assassinata brutalmente: “Oh, quel viso! Com’era stanco, stanco, povera Liliana, quel capo, nel nimbo, che l’avvolgeva, dei capelli, fili tuttavia operosi della carità. Affilato nel pallore, il volto: sfinito, emaciato dalla suzione atroce della Morte”. Qui davvero Gadda intride di pietas profondissima le sue parole, che sono le lacrime del mondo per una creatura dolce e irrigidita, così come la piange nella sua intima devozione il commissario Don Ciccio Ingravallo; senza mancare di dar voce, il nostro autore, alla vena di necrofilia insorgente negli astanti per la gonna completamente sollevata della vittima (nei modi di una polifonia fatta di compassione, vari pensieri, appetiti inconfessabili;  e mi sembra giusto osservare come in questo caso Gadda non abbia bisogno di barocchismo alcuno nel far parlare sottilmente la realtà multiforme e sfuggevole dei vivi e dei morti). Dal sesto capitolo sino alla fine però, la figura di Don Ciccio risulta in sostanza marginale, nel romanzo; e trovo quasi ozioso ribadire che in ogni caso mai avrei chiesto con ingenuità a un libro insigne e complesso qual è il Pasticciaccio, la celebrazione incessante delle brillanti e acute indagini del nostro commissario. No, la faccenda non sta in questi termini, dal mio punto di vista; nel senso che, la figura di Ingravallo, antieroe sensibile e ingegnoso, con un suo spessore in fondo filosofico, svolge felicemente -qui ribadendo in forma più stringente la mia sensazione di lettore espressa prima – nella parte iniziale e più coesa del romanzo una funzione evidente di sintesi, di coscienza unificante in grado di arginare il ribollire magmatico del talento gaddiano. Un talento che, non più garantito in quanto a tenuta narrativa dalla succitata coscienza (dal sesto capitolo in poi del libro), finisce a parer mio per tracimare in più direzioni, come dire i vicoli ciechi in cui mi sono in effetti trovato inoltrandomi senza più diletto nella lettura del libro. Dimodoché le pagine bellissime nelle quali mi sono sovente imbattuto dal sesto capitolo del romanzo fino alla conclusione di esso, le ho vedute rifulgere in sé e per sé, ossia nel loro sostanziale scollamento da quel fil rouge iniziale sul quale ho insistito e che, come lettore, comunque mi aspetto rispettato da un testo narrativo sia pure complesso (così spiegandomi nei fatti in qualche modo la fatica crescente nell’ultimare la lettura del Pasticciaccio). A questo punto si potrebbe perfino dire -dalla mia angolazione- che quando nel romanzo il pallino delle indagini passa dalla polizia guidata da Ingravallo alla Tenenza dei carabinieri di Marino, la vicenda si complica; con lo gnommero teorizzato nelle prime battute del libro ad appesantire quasi per contrappasso, e cioè a danno del raccontar fatti, numerose pagine al dunque intessute di prosa d’arte (comunque notevole nel suo andirivieni fra realtà sordide e taluni sublimi scorci di paesaggio): laddove i personaggi in gioco risultano tutto sommato piatti, macchie fulgide di colore prive di quella profondità narrativa in dote nella prima parte del Pasticciaccio non soltanto alla figura di Don Ciccio; ripensando qui per esempio a Liliana Balducci, al marito Remo, al cugino della vittima Giuliano Valdarena, al sacerdote Don Corpi. Un riscontro di tutto questo l’ho percepito, come lettore sempre più perplesso, riguardo a quei “fendenti” gaddiani relativi alla figura del duce; nel senso che essi, periodicamente replicati con ingegnose varianti di combinazioni linguistiche nell’alveo di una narrazione non più coesa, finiscono per denunciare l’assenza di uno sguardo storico-ideologico dell’autore in grado di integrarli nel tessuto narrativo del libro. Non sarà inutile da parte mia riportare in conclusione un passo del bellissimo Ricordo di Gadda a premessa dell’edizione Garzanti del Pasticciaccio in mio possesso: ”Verso Flaubert era piuttosto freddo. Ma amava moltissimo, in Madame Bovary, la scena dei Comices agricoles, che Flaubert diceva di aver concepito come una sinfonia…in questa scena Gadda scorgeva un simbolo della propria arte: con le antitesi, le contraddizioni, e l’intreccio sinfonico dei toni. Mi disse che avrebbe voluto tradurla, sottolineandone il grottesco e il groviglio. Ma l’idea, come tante, rimase un progetto”. In attesa di riprendere in mano La cognizione del dolore (che fruttò come si sa al “Gran Lombardo” il Premio Internazionale di Letteratura) nonché Il castello di Udine e LAdalgisa (quest’ultimi due significativi libri di Gadda a tutt’oggi da me non letti, a tacer d’altri dello stesso autore), ho sentito giusto per il momento fissare per iscritto la mia esperienza di recente rilettura di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana.

 

Andrea Mariotti

 

 

domenica, Maggio 3rd, 2020

Cari amici e collaboratori,

siamo lieti di annunciare che anche quest’anno si terrà

LA FORZA DELLA POESIA

X edizione (online)

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La Forza della Poesia è nata dieci anni fa, nel 2011, a Frascati.

 

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La manifestazione, dedicata alle grandi voci della poesia antica e moderna, è stata ideata da un gruppo di cittadini, con la partecipazione attiva del Comune e delle scuole del territorio, e di studiosi, musicisti, attori, registi.

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La X edizione della Forza della Poesia è dedicata a

 

 Saffo

 

Purtroppo non si potrà svolgere nelle forme consuete, ma si terrà sul canale La Forza della poesia (Youtube) e sulla pagina Facebook delle Scuderie Aldobrandini

 

Lunedì 4 maggio mattina, a partire dalle ore 9,30

 

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I membri del Laboratorio Leopardi hanno collaborato fin dalla prima edizione,

dedicata a Leopardi

Quest’anno interverranno per noi

Novella Bellucci

(Presidente dell’Associazione “La Forza della poesia”)

Martina Piperno e Aretina Bellizzi

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In allegato il Programma

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Partecipanti alla Forza della Poesia (2011-2019)

 

Artisti

Giampaolo Ascolese, Lamberto Bava, Stefano Cantarano,  Alessandro Cerri, Nando Citarella, Pasquale Di Giannantonio, Leonardo Di Nino, Roberto Di Sibbio, Gennaro Ducilli, Barbara Eramo, Massimo Foschi, Roberto Gandini, Andrea Giordana, Gerardo Jacoucci, Lamberto Lambertini, Gabriele Lavia, Piero Maccarinelli, Giovanna Marini, Mario Martone, Paola Massero, Giorgio Monari, Vittorio Nocenzi, Nicola Piovani, Gigi Proietti, Armando Punzo, Stefano Saletti, Vittorio Storaro, gli Unavantaluna.

 

Studiosi, poeti, scrittori, giornalisti

Annalucia Accardo, Eraldo Affinati, Gabriella Aiello, Carlo Albarello, Beatrice Alfonzetti, Annalisa Alleva, Antonella Anedda, Paola Argenziano, Salvatore Aricò, Giampaolo Ascolese, Daniela Attanasio, Massimo Bacigalupo, Shaul Bassi, Novella Bellucci, Luca Bevilacqua,  Luigi Blasucci, Laura Bocci, Piero Boitani, Lina Bolzoni, Mariagrazia Bonanno, Nino Borsellino, Renzo Bragantini, Silvia Brè, Margaret Brose, Elisabetta Brozzi, Emanuela Bruni, Raul Bruni, Maria Grazia Calandrone, Valerio Camarotto, Stefano Cantarano, Salvatore Canneto, Rino Caputo, Carlo Carabba, Alessandro Cerri, Giovanna Cerri, Claudia Cieri Via, Amalia Margherita Cirio, Andrea Cirolla, Pietro Clementi, Tiziana Colagrossi Segnalini, Arnaldo Colasanti, Alessio Collacchi, Marco Conti, Franco Cordelli, Paola Cori, Carlo Corsetti, Andrea Cortellessa, Fabio Corvatta, Michela Costantino, Alberto Crespi, Claudio Damiani, Paola D’Agnese, Andrea Del Lungo, Dante Della Terza, Eugenio De Signoribus, Andrea Di Consoli, Franco D’Intino, Matilde Dillon, Ippolita Di Majo, Stefano Di Tommaso, Piero Dorfles, Riccardo Duranti, Andrea Ercolani, Lucio Felici, Paola Ferretti, Giulio Ferroni, Chiara Fenoglio, Maria Cristina Figorilli, Matteo Filipponi, Luca Fiorentini, Alessandro Fò, Alberto Folin, Marina Formica, Biancamaria Frabotta, Manuela Fraire, Loretta Frattale, Nicola Gardini, Sara Garofalo, Sonia Gentili, Augusto Gentili, Lorenzo Geri, Alessandro Giammei, Miguel Angel Giglio Bravo, Manuela Giordano, Matteo Giuliani, Giampaolo Gratton, Pisana Grossi, Daniela Guardamagna, Maria Barbara Guerrieri Borsoi, Patrizia Landi, Massimo Lazzeri, Matteo Lefèvre, Mario Lentano, Massimiliano Lenzi, Marco Lodoli, Gilberto Lonardi, Nicola Longo, Francesco Lucioli, Laura Lulli, Donatella Luppi, Andrea Malagamba, Nicolò Maldina, Marta Marchetti, Elisabetta Marino, Alessandro Masi,  Paola Massero, Andrea Mazzucchi, Aldo Meccariello, Rossella Menna, Camilla Miglio, Alessandra Migliorini, Antonio Montefusco, Claudio Monteleoni, Antonio Moresco, Diego Mormorio, Nicola Muschitiello, Michele Napolitano, Massimo Natale, Roberto Nicolai, Cristina Pace, Mauro Paciucci, Riccardo Palmisciano, Elio Pecora, Filippo Petricca, Alessandro Piperno, Franco Piperno, Martina Piperno, Laura Pizzirani, Jolanda Plescia, Patrizia Polia, Gilda Policastro, Andrea Porcheddu, Antonio Prete, Massimo Radiciotti, Massimo Raffaelli, Lidia Ravera, Silvia Ricca, Laura Riccioli, Manuela Rita, Antonio Rostagno, Marco Santagata, Emiliano Sbaraglia, Livio Sbardella, Riccardo Scarcia, Vittorio Sermonti, Gabriella Sica, Lucia Simone, Flavio Silvestrini, Francesco Spandri, Antonio Valerio Spera, Giorgio Stabile, Pasquale Stoppelli, Silvia Tatti, Isabella Tomassetti, Giovanni Battista Tomassini, Natascia Tonelli, Joanna Ugniewska, Sandra Ugolini, Lucia Unali, Daniele Ventre, Umberto Vitello, Raffaella Zanni.

 

Scuole partecipanti

IPS Maffeo Pantaleoni, ITCGP Michelangelo Buonarroti, Liceo classico/ linguistico Marco Tullio Cicerone, Liceo Scientifico Touschek, ITST Enrico Fermi, Istituto Salesiano Villa Sora, Istituti comprensivi dell’area.