Per gentile concessione della signora O.L., ho potuto scattare la foto qui visibile della targa collocata all’interno dello stabile dove Carlo Emilio Gadda è vissuto negli ultimi suoi anni fino alla morte. Un piccolo pellegrinaggio letterario in effetti ho compiuto ieri, recandomi in via Blumenstihl 19 a Roma “sulla catena di Monte Mario” (come lo scrittore suggestivamente diceva agli amici in merito al luogo dove abitava, appunto in via Blumenstihl, “a centotrenta metri sul mare e a ottanta sul fiume)…

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Così scrivevo il 28 febbraio 2016 su questo blog, accennando peraltro al celebre Pasticciaccio, il romanzo gaddiano del 1957 che in questi giorni ho fatto oggetto di attenta e paziente rilettura, a distanza di tanti anni. Con “timore e tremore” mi accingo pertanto ad esprimere qui in sintesi le ragioni di una mia sostanziale riserva di lettore, di fronte a uno dei libri più importanti del nostro Novecento. Dovrò dire però e intanto che l’incipit del romanzo mi è sembrato di una efficacia travolgente, tale da immettere davvero il lettore in medias res: “Tutti oramai lo chiamavano Don Ciccio. Era il dottor Francesco Ingravallo comandato alla mobile: uno dei più giovani e, non si sa perché, invidiati funzionari della sezione investigativa: ubiquo ai casi, onnipresente su gli affari tenebrosi. Di statura media, piuttosto rotondo della persona, o forse un po’ tozzo, di capelli neri e folti e cresputi che gli venivan fuori dalla metà della fronte quasi a riparargli due bernoccoli metafisici del bel sole d Italia, aveva un’aria un po’ assonnata, un’andatura greve e dinoccolata, un fare un po’ tonto come di persona che combatte con una laboriosa digestione: vestito come il magro onorario statale gli permetteva di vestirsi, e con una o due macchioline d’olio sul bavero, quasi impercettibili però, quasi un ricordo della collina molisana”. Come si vede bene, siamo subito al cospetto -in chiave di arte narrativa- di un tocco da maestro capace di scolpire, dinnanzi agli occhi di chi legge, una creatura romanzesca immediatamente profonda e viva. Una creatura romanzesca, Don Ciccio, atta a suggerire prioritariamente al lettore un primus inter pares nell’ambito di un gruppo di concreti personaggi, a vicenda avviata di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana. Un libro dal quale neppure il lettore più sprovveduto potrebbe però attendersi lo sviluppo lineare di un romanzo d’intreccio; in quanto il poliziesco annunciato dalle prime battute sopra riportate, è da subito funzionale per esprimere ad alto livello di resa artistica il multiforme teatro della vita, in tutta la gamma delle sue apparizioni (tragiche, comiche, sordide e via discorrendo); linguisticamente animate dall’inesauribile sperimentalismo gaddiano (attraverso l’adozione della tecnica del pastiche, in cui tanta parte ha, come ben sappiamo, l’uso del dialetto romanesco, a più livelli). E grazie alla figura di don Ciccio Ingravallo, commissario d’origine molisana con capigliatura nera come il catrame -dotato di acume, ricco di una sua riservatissima gentilezza che lo porta a scrivere poesie ispirate dalla bella signora Liliana Balducci, destinata ben presto ad essere uccisa atrocemente- le centoventi pagine iniziali del romanzo sono state da me in effetti assaporate intensamente, nella loro complessa stratificazione linguistica, capace di dischiudere una realtà ramificata e vitalissima; essendo proprio don Ciccio la punta di diamante, la coscienza risentita e oggettivata del narratore in grado di incidere in corpore veritatis (felice latinismo di un insigne studioso di Gadda come Piero Gelli). A sostegno di quanto ho appena detto, il passo-manifesto nella seconda pagina del romanzo, giustamente famoso, laddove il soggetto è per l’appunto Ingravallo: “Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo”. Ho parlato sopra di una felicità narrativa a parer mio incessante del Pasticciaccio lungo il corso delle centoventi pagine iniziali; e cioè fino alla conclusione del capitolo quinto, con un vertice assoluto di altezza meditativa nel raccontare, nel secondo, la vista del cadavere di Liliana Balducci assassinata brutalmente: “Oh, quel viso! Com’era stanco, stanco, povera Liliana, quel capo, nel nimbo, che l’avvolgeva, dei capelli, fili tuttavia operosi della carità. Affilato nel pallore, il volto: sfinito, emaciato dalla suzione atroce della Morte”. Qui davvero Gadda intride di pietas profondissima le sue parole, che sono le lacrime del mondo per una creatura dolce e irrigidita, così come la piange nella sua intima devozione il commissario Don Ciccio Ingravallo; senza mancare di dar voce, il nostro autore, alla vena di necrofilia insorgente negli astanti per la gonna completamente sollevata della vittima (nei modi di una polifonia fatta di compassione, vari pensieri, appetiti inconfessabili;  e mi sembra giusto osservare come in questo caso Gadda non abbia bisogno di barocchismo alcuno nel far parlare sottilmente la realtà multiforme e sfuggevole dei vivi e dei morti). Dal sesto capitolo sino alla fine però, la figura di Don Ciccio risulta in sostanza marginale, nel romanzo; e trovo quasi ozioso ribadire che in ogni caso mai avrei chiesto con ingenuità a un libro insigne e complesso qual è il Pasticciaccio, la celebrazione incessante delle brillanti e acute indagini del nostro commissario. No, la faccenda non sta in questi termini, dal mio punto di vista; nel senso che, la figura di Ingravallo, antieroe sensibile e ingegnoso, con un suo spessore in fondo filosofico, svolge felicemente -qui ribadendo in forma più stringente la mia sensazione di lettore espressa prima – nella parte iniziale e più coesa del romanzo una funzione evidente di sintesi, di coscienza unificante in grado di arginare il ribollire magmatico del talento gaddiano. Un talento che, non più garantito in quanto a tenuta narrativa dalla succitata coscienza (dal sesto capitolo in poi del libro), finisce a parer mio per tracimare in più direzioni, come dire i vicoli ciechi in cui mi sono in effetti trovato inoltrandomi senza più diletto nella lettura del libro. Dimodoché le pagine bellissime nelle quali mi sono sovente imbattuto dal sesto capitolo del romanzo fino alla conclusione di esso, le ho vedute rifulgere in sé e per sé, ossia nel loro sostanziale scollamento da quel fil rouge iniziale sul quale ho insistito e che, come lettore, comunque mi aspetto rispettato da un testo narrativo sia pure complesso (così spiegandomi nei fatti in qualche modo la fatica crescente nell’ultimare la lettura del Pasticciaccio). A questo punto si potrebbe perfino dire -dalla mia angolazione- che quando nel romanzo il pallino delle indagini passa dalla polizia guidata da Ingravallo alla Tenenza dei carabinieri di Marino, la vicenda si complica; con lo gnommero teorizzato nelle prime battute del libro ad appesantire quasi per contrappasso, e cioè a danno del raccontar fatti, numerose pagine al dunque intessute di prosa d’arte (comunque notevole nel suo andirivieni fra realtà sordide e taluni sublimi scorci di paesaggio): laddove i personaggi in gioco risultano tutto sommato piatti, macchie fulgide di colore prive di quella profondità narrativa in dote nella prima parte del Pasticciaccio non soltanto alla figura di Don Ciccio; ripensando qui per esempio a Liliana Balducci, al marito Remo, al cugino della vittima Giuliano Valdarena, al sacerdote Don Corpi. Un riscontro di tutto questo l’ho percepito, come lettore sempre più perplesso, riguardo a quei “fendenti” gaddiani relativi alla figura del duce; nel senso che essi, periodicamente replicati con ingegnose varianti di combinazioni linguistiche nell’alveo di una narrazione non più coesa, finiscono per denunciare l’assenza di uno sguardo storico-ideologico dell’autore in grado di integrarli nel tessuto narrativo del libro. Non sarà inutile da parte mia riportare in conclusione un passo del bellissimo Ricordo di Gadda a premessa dell’edizione Garzanti del Pasticciaccio in mio possesso: ”Verso Flaubert era piuttosto freddo. Ma amava moltissimo, in Madame Bovary, la scena dei Comices agricoles, che Flaubert diceva di aver concepito come una sinfonia…in questa scena Gadda scorgeva un simbolo della propria arte: con le antitesi, le contraddizioni, e l’intreccio sinfonico dei toni. Mi disse che avrebbe voluto tradurla, sottolineandone il grottesco e il groviglio. Ma l’idea, come tante, rimase un progetto”. In attesa di riprendere in mano La cognizione del dolore (che fruttò come si sa al “Gran Lombardo” il Premio Internazionale di Letteratura) nonché Il castello di Udine e LAdalgisa (quest’ultimi due significativi libri di Gadda a tutt’oggi da me non letti, a tacer d’altri dello stesso autore), ho sentito giusto per il momento fissare per iscritto la mia esperienza di recente rilettura di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana.

 

Andrea Mariotti

 

 

2 Responses to “”

  1. Fiorella D’Ambrosio ha detto:

    Una breve riflessione, la mia, sul tema della vocazione narrativa di C. Emilio Gadda, che trova il punto d’arrivo nel romanzo “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana”. In esso si ripete -come osserva P.Paolo Pasolini (Passione e Ideologia)- “l’urto violentissimo tra una realta’ oggettiva…e una realta’ soggettiva (il narratore) incompatibili ideologicamente e stilisticamente”. Nel “giallo” -cosi’definito dallo stesso Gadda- risalta la metafora del groviglio: in una societa’ che si vanta civile, granitica e fiera si nascondono miserie, equivoche contraddizioni, ingarbugliati segreti, cause e concause, indecifrabilita’ dei singoli fatti. A ciascuno di essi corrisponde l’adozione di registri linguistici particolari e diversi tra loro e collimanti in materia ideologico-tematica tutta giocata sul ”pastiche” analogico e verbale.

  2. andreamariotti ha detto:

    Vero tutto questo, ma proprio Pasolini nelle pagine di Passione e ideologia dedicate al Pasticciaccio rileva la mancanza, nel romanzo gaddiano, di quei pilastri del ritmo narrativo in assoluto che sono “i perfetti storici” e quelli “logici” (prendendo in riferimento il modello insuperato dei Promessi Sposi); non trascurando di sottolineare il ripetersi di uno “sprofondamento ossessionato nel particolare” (ciò cui ho alluso in merito alla seconda parte del romanzo di Gadda fin troppo faticosa alla rilettura da me compiuta). E non caso, in conclusione del mio scritto, ho riportato la notizia che ci dà Pietro Citati di una freddezza di Gadda verso Flaubert, il maestro insuperato del romanzo moderno (chiosando Proust ogni parola di Madame Bovary): esempio, il romanzo flaubertiano, di vigilanza assoluta dello scrittore circa la sua narrazione, a prescindere dalla difficoltà della materia rappresentata (“Madame Bovary sono io!”). Ma, a parte tutto, di fronte a ciò che si ama e che riconosciamo grande, qual è nella fattispecie il Pasticciaccio, altro non rimane se non l’esercizio critico e rispettoso a un tempo del pensiero, risultando questo un sacrosanto diritto del lettore (qualora ragionevolmente motivato).

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