Giugno 2nd, 2020

Nella notte fra il primo e il due giugno di cinquant’anni fa, moriva a Milano Giuseppe Ungaretti.  Ripropongo pertanto il mio scritto critico apparso su questo blog in data 17/8/2014 relativo al grande poeta del nostro Novecento (successivamente pubblicato dalla rivista letteraria I Fiori del Male, anno IX n. 59, settembre-dicembre 2014). La foto in oggetto, è stata da me scattata a Roma nel marzo del 2010 presso il cimitero del Verano, dove il poeta è sepolto insieme alla moglie…a/m:

 

GIUSEPPE UNGARETTI,  POETA-SOLDATO  DELLA GRANDE GUERRA: DALL’ALBERO NUDO MA FOLGORANTE DELL’ ALLEGRIA AL RESPIRO DISTESO E PREZIOSO DEL SENTIMENTO DEL TEMPO

 

“Giovani della mia generazione in anni oscuri di totale delusione politica e sociale, sarebbero stati pronti a dare la vita per Ungaretti, e cioè per la poesia”. Queste, all’incirca, le parole del critico Carlo Bo pronunziate a Roma il 4 giugno 1970 presso il cimitero del Verano, dove il grande poeta fu sepolto. Parole non bisognose di commento alcuno, naturalmente; proferite da uno studioso che, a parer mio, meglio di tutti ha mostrato lo sviluppo della poesia ungarettiana dal folgorante esordio dell’Allegria fino alla seconda, splendida raccolta poetica intitolata Sentimento del Tempo, del 1933. Ebbene, le parole di Carlo Bo credo vadano più che mai meditate oggi, nel tempio traboccante di poeti sulle tracce di un gruppo sparuto di lettori di poesia. Mattina, infatti, del 1917, la lirica di soli due celebri versi (“M’illumino/ d’immenso”), non è stata scritta in tempo di pace: a perenne monito di coloro che, accantonando la storia, assolutizzano il grande dono poetico ungarettiano; comodo alibi, al dunque, per struggimenti enfaticamente liricheggianti sine die. Mattina, in realtà, non può che essere ricondotta -sempre all’interno dell’Allegria– alla precedente lirica Veglia, del 1915: “Un’intera nottata/ buttato vicino/ a un compagno/ massacrato/ con la sua bocca/ digrignata/ volta al plenilunio/ con la congestione/ delle sue mani/ penetrata/ nel mio silenzio/ ho scritto/ lettere piene d’amore/ Non sono mai stato/ tanto/ attaccato alla vita” (Cima Quattro, 23 dicembre). Ecco perché giustamente si parla di dono, in merito a questo primo indimenticabile libro di Giuseppe Ungaretti; laddove manca qui lo spazio per citare altri stupendi “versicoli” in esso più che mai vibranti e vivi; “rami” di quell’albero nudo, cioè il primo tempo della poesia ungarettiana: secondo un’immagine critica di Carlo Bo, per l’appunto, a dir poco illuminante. Illuminante, tale immagine, in quanto sintetizza il fertile lavoro di “sabotaggio letterario” compiuto da Ungaretti con i suoi “versicoli” nei confronti della maniera poetica italiana in quel tempo dominante; oscillante fra Carducci, Pascoli, crepuscolari e futuristi nonché Gabriele D’Annunzio. Così dicendo non si intende qui far torto, naturalmente, all’autore dei Canti Orfici (pubblicati esattamente cent’anni fa, nel 1914), vale a dire Dino Campana; probabilmente il più visionario dei nostri poeti del secolo passato; rimanendo comunque ben ferma la riserva critica circa quel lavoro sulla lingua poetica carente nel poeta di Marradi; presente invece al massimo grado nei libri d’esordio dei due poeti  innegabilmente “normativi” del nostro Novecento, e cioè Ungaretti e Montale. Non altrimenti ci si potrebbe spiegare, al riguardo, la grande e perdurante amarezza nei confronti della critica maggiore di un poeta non inferiore a Ungaretti e Montale come Umberto Saba, in quanto a sentimento poetico; tuttavia non alla loro altezza, il poeta triestino, in merito -occorre ribadirlo- al suddetto lavoro sulla lingua poetica, considerando le ineludibili novità espressive dell’Allegria e degli Ossi di Seppia. Non sarà stato del tutto un caso, ci diciamo, se una splendida poesia sabiana come A mia moglie, inclusa nella raccolta Casa e campagna (1909-10), originale e toccante, verrà giudicata “irrisolta” da Benedetto Croce, a sua volta ben poco aperto alla contemporaneità ma pur sempre un maestro della cultura europea. Ora, però, è venuto il momento di mostrare più stringentemente lo sviluppo della poetica di Giuseppe Ungaretti oggetto del presente scritto. Prendendo infatti le mosse, come già accennato, dalla suggestiva metafora di Carlo Bo (vero e proprio punto di riferimento, Bo, della nostra critica letteraria del Novecento) ecco che, in Ungaretti, l’albero nudo e solitario rappresentato dall’Allegria è da immaginare, nel tempo posteriore, trasformato in una vasta e ossigenata selva poetica con pochi paragoni nel Novecento non soltanto italiano: giacché il “versicolo” del “primo” Ungaretti si amplifica, di fatto, nel musicale e solenne discorso poetico del Sentimento del Tempo, libro in cui confluiscono non poche liriche ispirate al poeta dal paesaggio dei Castelli Romani (Ungaretti visse infatti a Marino, in provincia di Roma, a cavallo fra gli anni Venti e gli inizi degli anni Trenta, nel secolo scorso). La suindicata metafora critica di Carlo Bo è stata peraltro da me più radicalmente assimilata avvalendomi delle poche, fondamentali pagine (1945) su Ungaretti di un altro grande critico del nostro Novecento, Giuseppe De Robertis (vedi pagg. 405-21 dei Meridiani, GIUSEPPE UNGARETTI, VITA DI UN UOMO, Tutte le poesie, a cura di Leone Piccioni, Arnoldo Mondadori Editore); il De Robertis -stavo dicendo- ci indica infatti nelle citate pagine con precisione la poesia in cui il verso italiano –turgido di dannunzianesimo e nel contempo bigio nel suo crepuscolarismo– già riportato al “grado zero” da Ungaretti nelle precedenti e folgoranti liriche dell’ Allegria, si fa ora ritmo superbo, resurrezione della metrica in potenza e in atto; ebbene, tale poesia (pag. 97 del citato volume) è quella che chiude la prima, indimenticabile raccolta ungarettiana:

 

PREGHIERA

Quando mi desterò
dal barbaglio della promiscuità
in una limpida e attonita sfera

Quando il mio peso mi sarà leggero

Il naufragio concedimi Signore
di quel giovane giorno al primo grido

 

Mi permetterò qui una mia analisi metrico-stilistica di questa lirica. Primo verso di Preghiera: “Quando mi desterò”; settenario tronco, a configurare un ritmo che non può distendersi in un rassicurante incipit dall’uscita piana; considerando cosa sta augurandosi tramite il verso in oggetto quell’uomo di pena che è stato Ungaretti (così come il poeta stesso si è esplicitamente riconosciuto). Secondo verso di Preghiera: “dal barbaglio della promiscuità”; endecasillabo, anch’esso tronco (e non potrebbe essere diversamente, in base alla sua emissione di senso); peraltro, un endecasillabo non canonico, ossia atono nella quarta e/o sesta sillaba, a riprova di come il poeta -volendosi affrancare da una vera e propria selva oscura– non debba preoccuparsi (modernamente) di una pre-disposizione ortodossa degli accenti del verso (e, in effetti, De Robertis e Bo non fanno che rammentarci il possente lavoro ungarettiano a vantaggio di generazioni di poeti). Terzo verso di Preghiera: “in una limpida e attonita sfera”; finalmente un endecasillabo con accenti sulla quarta e settima sillaba! dunque, nell’ambito della più dorata tradizione italiana; se non fosse per quella parola ancora ostinatamente sdrucciola sulla quale va a posarsi l’accento di quarta (“limpida”): ma il poeta comincia eccome…a riveder le stelle! Quarto verso di Preghiera: “Quando il mio peso mi sarà leggero”; graficamente distanziato nel testo, a formare una stupenda anafora con l’attacco della lirica; quarto verso, stavo dicendo, formato da un endecasillabo canonico e mirabilmente fluido; vibrante di un disteso canto con accenti sulla quarta e ottava sillaba (do per scontato, ovviamente, l’ineludibile accento sulla decima sillaba, ché altrimenti non parleremmo di endecasillabi). Ecco, con tale verso, il quarto, sta avvenendo davanti agli occhi del lettore una metamorfosi di luce. Meraviglioso davvero, questo farsi della poesia, secondo il grande insegnamento dantesco, in Ungaretti! Quinto verso di Preghiera:”il naufragio concedimi Signore”; ancora un endecasillabo, e canonico, con un significativo accento sulla sesta sillaba di una parola sdrucciola, “concedimi”, su cui va a concentrarsi tutto il senso della non scontata invocazione ungarettiana. Sesto e ultimo verso di Preghiera: “di quel giovane giorno al primo grido”; un limpidissimo e canonico endecasillabo puro come un diamante (per dirla col De Robertis); nel momento in cui la rinascita del poeta è dolorosamente avvenuta, strappata al buio; come attesta l’allitterazione basata sulla consonante g lungo il crinale del verso: verso in effetti binario nel ritmo, prima ascendente e poi discendente (a comprovare il suo puro conio diciamo così pneumatologico; con questo volendo alludere ad un respiro poetico che si offre già come senso sul piano fonematico della versificazione, in maniera non dissimile dall’endecasillabo di chiusa dell’Infinito leopardiano).

Pertanto, non ci rimane qui che ringraziare profondamente, nel centenario dell’inizio della Grande Guerra, il nostro grande poeta-soldato Giuseppe Ungaretti, per questa sua sublime poesia sulla quale ci siamo soffermati. Trovo in ultimo significativo concludere il presente scritto citando un passo di un celebre romanzo come Niente di nuovo sul fronte occidentale, dello scrittore Erich M. Remarque (scomparso anche lui nel 1970 al pari di Ungaretti): “Ma dalla terra e dall’aria fluiscono pure in noi forze di difesa: soprattutto dalla terra. A nessuno la terra è amica quanto al fante. Quando egli vi si aggrappa, lungamente, violentemente; quando col volto e con le membra in lei si affonda nell’angoscia mortale del fuoco, allora essa è il suo unico amico, gli è fratello, gli è madre; nel silenzio di lei egli soffoca il suo terrore e i suoi gridi, nel suo rifugio protettore essa lo accoglie, poi lo lascia andare, perché viva e corra per altri dieci secondi, e poi lo abbraccia di nuovo, e spesso per sempre. Terra, terra, terra. Terra, con le tue pieghe, con le tue buche, con i tuoi avvallamenti in cui ci si può gettare, sprofondare. Terra, nello spasimo dell’orrore, fra gli spettri dell’annientamento, nell’urlo mortale delle esplosioni, tu ci hai dato l’enorme risucchio della vita riconquistata! La corrente della vita, quasi distrutta, rifluì per te nelle nostre mani, così che salvati in te ci seppellimmo, e nella muta ansia del momento superato mordemmo in te la nostra gioia!” Non resta, ripeto, che ringraziare commossi il soldato semplice del diciannovesimo Reggimento di Fanteria Giuseppe Ungaretti, per essersi illuminato d’immenso in mezzo agli orrori della guerra. A Lui, in quel tempo lontano fante capace come un infante di balbettare i “versicoli” di una poesia nuda e miracolosamente rigenerata, farà piacere la dedica dantesca con la quale lo salutiamo, vivo in mezzo a noi:”…d’un fante/ che bagni ancor la lingua a la mammella”; (Paradiso, XXXIII,107-8).

 

Andrea Mariotti, agosto 2014

 

 

Maggio 27th, 2020

Premetto subito trattarsi del primo autoscatto -detesto certi anglismi atti a deturpare la nostra lingua!- che propongo sulla Rete, per quanto concerne la foto in oggetto. Ma c’è una ragione per me speciale al riguardo: oggi per la prima volta son tornato a fare un’ escursione, in montagna, a seguito dell’allentamento delle misure restrittive causate dall’emergenza sanitaria. Da solo sono andato in escursione, in quanto sentivo profondamente il bisogno di una riabilitazione psico-fisica nell’ambiente che tanto amo. Col tempo bello, il vento di settentrione e un plus valore di prudenza, ho pertanto ripercorso da Roccagiovine (Parco dei Lucrètili non distante da Roma) l’anello del monte Follettoso (per la stretta Vallicina all’andata); senza forzare il passo e riscoprendo in tutta la sua bellezza un tragitto che conosco a memoria, molto essendomi mancata la montagna dall’inizio di marzo scorso…che dire? toccata la piccola vetta a quota mille con vista sul monte Gennaro (alle spalle il Velino gravato dalle nuvole), ho assaporato con gusto il mio pane e formaggio allietato da un bicchiere di profumato rosso di Montepulciano (ebbene sì, essendo alle spalle l’inverno che a conti fatti è mancato, per una volta ci è potuti consacrare senza rischi a Bacco, in quota!). A questo punto devo riconoscere di aver provato il senso di una compiuta compenetrazione con l’ambiente. Mi sono dilettato infatti a seguire la danza amorosa delle farfalle, a contemplare il lussureggiante agrifoglio che sui monti Lucrètili è particolarmente bello; non infastidito dal ronzio di grave intonazione di un lento moscone (sempre meglio, mi sono detto, della velocissima e temuta vespa vellutina, con la quale i nostri cari mass media hanno inondato la Rete non appena il covid19 si è fatto meno brutale, tanto per farci stare tranquilli…). Basta: oggi ci voleva proprio questo ritorno sugli amati e selvaggi Lucrètili a un passo da Roma, rallegrati dal sole e da un fresco vento di settentrione. Di sicuro oggi mi son tenuto ben lontano dal contagio, si potrebbe dire con banale ironia…ma non è questo il punto, a parte il grande piacere provato nel poter respirare a pieni polmoni l’aria pura. Siccome la natura ci fa da specchio, e più che mai quando prendiamo contatto con essa in modo rispettoso e amorevole, non ho potuto non riflettere molto, oggi, sulla tragedia causata dal virus nel nostro paese, con più di trentatremila decessi e tantissimi casi in cui non si son potuti piangere i propri cari nel modo dovuto, come ben sappiamo. Me ne sono reso conto sia pure molto indirettamente ieri (sto parlando con grande rispetto) allorché ho dato all’aperto -assieme a poche persone rigorosamente distanziate- l’estremo saluto ad una anziana signora che mi ha voluto bene. Così, oggi, in montagna, mi è tornata alla mente la conclusione della seconda strofe di una grande poesia di Eugenio Montale, quella più amata da Carlo Emilio Gadda, ovvero Notizie dall’ Amiata:

“…Son troppo strette le strade, gli asini neri
che zoccolano in fila dànno scintille,
dal picco nascosto rispondono vampate di magnesio.
Oh il gocciolìo che scende a rilento
dalle casipole buie, il tempo fatto acqua,
il lungo colloquio coi poveri morti, la cenere, il vento,
il vento che tarda, la morte, la morte che vive!”

 

Andrea Mariotti

 

 

Maggio 25th, 2020

 

Ottimamente il Paciaudi come riferisce e loda l’Alfieri nella sua propria Vita, chiamava la prosa la nutrice del verso, giacché uno che per far versi si nutrisse solamente di versi sarebbe come chi si cibasse di solo grasso per ingrassare, quando il grasso degli animali è la cosa meno atta a formare il nostro, e le cose più atte sono appunto le carni succose ma magre, e la sostanza cavata dalle parti più secche, quale si può considerare la prosa rispetto al verso.

 

GIACOMO  LEOPARDI, ZIBALDONE, pag. aut. 29 (1820)

 

 

Maggio 17th, 2020

Così, di sfuggita, alla vigilia dell’avvio in pompa magna della cosiddetta fase 2: davvero com’è stato detto e ridetto, occorrerà tanta cautela da parte di tutti, in quanto proprio ora viene il difficile e per ovvi motivi. Lo iato fra le decisioni politiche -che francamente non potevano essere più rimandate- e le riserve del fronte medico scientifico, va appunto ridotto da parte nostra tramite comportamenti improntati al buon senso (“in medio stat virtus” più che mai, in questa occasione). Anche perché, prima di formare allegri assembramenti nei parchi cittadini e altrove, bisognerebbe non dimenticarsi di quelle immagini terribili dei mezzi militari per le strade di Bergamo non più tardi di due mesi fa; delle quali, in coscienza, non siamo stati semplici spettatori televisivi. Ma come al solito è il tessuto psico-antropologico del nostro paese a preoccupare, dedito qual è al culto della smemoratezza, della santificazione di vigili del fuoco, giudici antimafia ed ora dei medici che tutto hanno dato in prima linea nella lotta contro il covid, perfino la vita. Sarebbe abietto da domani averli definiti degli eroi quest’ultimi (con tanto di melensi spot televisivi), e sentirsi liberi e belli, con tanto di pernacchia allo scampato virus (che invece invisibile continua a convivere con noi, ancora in parte sconosciuto e in attesa di un vaccino).

 

Andrea Mariotti

 

 

Maggio 8th, 2020

 

Per gentile concessione della signora O.L., ho potuto scattare la foto qui visibile della targa collocata all’interno dello stabile dove Carlo Emilio Gadda è vissuto negli ultimi suoi anni fino alla morte. Un piccolo pellegrinaggio letterario in effetti ho compiuto ieri, recandomi in via Blumenstihl 19 a Roma “sulla catena di Monte Mario” (come lo scrittore suggestivamente diceva agli amici in merito al luogo dove abitava, appunto in via Blumenstihl, “a centotrenta metri sul mare e a ottanta sul fiume)…

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Così scrivevo il 28 febbraio 2016 su questo blog, accennando peraltro al celebre Pasticciaccio, il romanzo gaddiano del 1957 che in questi giorni ho fatto oggetto di attenta e paziente rilettura, a distanza di tanti anni. Con “timore e tremore” mi accingo pertanto ad esprimere qui in sintesi le ragioni di una mia sostanziale riserva di lettore, di fronte a uno dei libri più importanti del nostro Novecento. Dovrò dire però e intanto che l’incipit del romanzo mi è sembrato di una efficacia travolgente, tale da immettere davvero il lettore in medias res: “Tutti oramai lo chiamavano Don Ciccio. Era il dottor Francesco Ingravallo comandato alla mobile: uno dei più giovani e, non si sa perché, invidiati funzionari della sezione investigativa: ubiquo ai casi, onnipresente su gli affari tenebrosi. Di statura media, piuttosto rotondo della persona, o forse un po’ tozzo, di capelli neri e folti e cresputi che gli venivan fuori dalla metà della fronte quasi a riparargli due bernoccoli metafisici del bel sole d Italia, aveva un’aria un po’ assonnata, un’andatura greve e dinoccolata, un fare un po’ tonto come di persona che combatte con una laboriosa digestione: vestito come il magro onorario statale gli permetteva di vestirsi, e con una o due macchioline d’olio sul bavero, quasi impercettibili però, quasi un ricordo della collina molisana”. Come si vede bene, siamo subito al cospetto -in chiave di arte narrativa- di un tocco da maestro capace di scolpire, dinnanzi agli occhi di chi legge, una creatura romanzesca immediatamente profonda e viva. Una creatura romanzesca, Don Ciccio, atta a suggerire prioritariamente al lettore un primus inter pares nell’ambito di un gruppo di concreti personaggi, a vicenda avviata di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana. Un libro dal quale neppure il lettore più sprovveduto potrebbe però attendersi lo sviluppo lineare di un romanzo d’intreccio; in quanto il poliziesco annunciato dalle prime battute sopra riportate, è da subito funzionale per esprimere ad alto livello di resa artistica il multiforme teatro della vita, in tutta la gamma delle sue apparizioni (tragiche, comiche, sordide e via discorrendo); linguisticamente animate dall’inesauribile sperimentalismo gaddiano (attraverso l’adozione della tecnica del pastiche, in cui tanta parte ha, come ben sappiamo, l’uso del dialetto romanesco, a più livelli). E grazie alla figura di don Ciccio Ingravallo, commissario d’origine molisana con capigliatura nera come il catrame -dotato di acume, ricco di una sua riservatissima gentilezza che lo porta a scrivere poesie ispirate dalla bella signora Liliana Balducci, destinata ben presto ad essere uccisa atrocemente- le centoventi pagine iniziali del romanzo sono state da me in effetti assaporate intensamente, nella loro complessa stratificazione linguistica, capace di dischiudere una realtà ramificata e vitalissima; essendo proprio don Ciccio la punta di diamante, la coscienza risentita e oggettivata del narratore in grado di incidere in corpore veritatis (felice latinismo di un insigne studioso di Gadda come Piero Gelli). A sostegno di quanto ho appena detto, il passo-manifesto nella seconda pagina del romanzo, giustamente famoso, laddove il soggetto è per l’appunto Ingravallo: “Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo”. Ho parlato sopra di una felicità narrativa a parer mio incessante del Pasticciaccio lungo il corso delle centoventi pagine iniziali; e cioè fino alla conclusione del capitolo quinto, con un vertice assoluto di altezza meditativa nel raccontare, nel secondo, la vista del cadavere di Liliana Balducci assassinata brutalmente: “Oh, quel viso! Com’era stanco, stanco, povera Liliana, quel capo, nel nimbo, che l’avvolgeva, dei capelli, fili tuttavia operosi della carità. Affilato nel pallore, il volto: sfinito, emaciato dalla suzione atroce della Morte”. Qui davvero Gadda intride di pietas profondissima le sue parole, che sono le lacrime del mondo per una creatura dolce e irrigidita, così come la piange nella sua intima devozione il commissario Don Ciccio Ingravallo; senza mancare di dar voce, il nostro autore, alla vena di necrofilia insorgente negli astanti per la gonna completamente sollevata della vittima (nei modi di una polifonia fatta di compassione, vari pensieri, appetiti inconfessabili;  e mi sembra giusto osservare come in questo caso Gadda non abbia bisogno di barocchismo alcuno nel far parlare sottilmente la realtà multiforme e sfuggevole dei vivi e dei morti). Dal sesto capitolo sino alla fine però, la figura di Don Ciccio risulta in sostanza marginale, nel romanzo; e trovo quasi ozioso ribadire che in ogni caso mai avrei chiesto con ingenuità a un libro insigne e complesso qual è il Pasticciaccio, la celebrazione incessante delle brillanti e acute indagini del nostro commissario. No, la faccenda non sta in questi termini, dal mio punto di vista; nel senso che, la figura di Ingravallo, antieroe sensibile e ingegnoso, con un suo spessore in fondo filosofico, svolge felicemente -qui ribadendo in forma più stringente la mia sensazione di lettore espressa prima – nella parte iniziale e più coesa del romanzo una funzione evidente di sintesi, di coscienza unificante in grado di arginare il ribollire magmatico del talento gaddiano. Un talento che, non più garantito in quanto a tenuta narrativa dalla succitata coscienza (dal sesto capitolo in poi del libro), finisce a parer mio per tracimare in più direzioni, come dire i vicoli ciechi in cui mi sono in effetti trovato inoltrandomi senza più diletto nella lettura del libro. Dimodoché le pagine bellissime nelle quali mi sono sovente imbattuto dal sesto capitolo del romanzo fino alla conclusione di esso, le ho vedute rifulgere in sé e per sé, ossia nel loro sostanziale scollamento da quel fil rouge iniziale sul quale ho insistito e che, come lettore, comunque mi aspetto rispettato da un testo narrativo sia pure complesso (così spiegandomi nei fatti in qualche modo la fatica crescente nell’ultimare la lettura del Pasticciaccio). A questo punto si potrebbe perfino dire -dalla mia angolazione- che quando nel romanzo il pallino delle indagini passa dalla polizia guidata da Ingravallo alla Tenenza dei carabinieri di Marino, la vicenda si complica; con lo gnommero teorizzato nelle prime battute del libro ad appesantire quasi per contrappasso, e cioè a danno del raccontar fatti, numerose pagine al dunque intessute di prosa d’arte (comunque notevole nel suo andirivieni fra realtà sordide e taluni sublimi scorci di paesaggio): laddove i personaggi in gioco risultano tutto sommato piatti, macchie fulgide di colore prive di quella profondità narrativa in dote nella prima parte del Pasticciaccio non soltanto alla figura di Don Ciccio; ripensando qui per esempio a Liliana Balducci, al marito Remo, al cugino della vittima Giuliano Valdarena, al sacerdote Don Corpi. Un riscontro di tutto questo l’ho percepito, come lettore sempre più perplesso, riguardo a quei “fendenti” gaddiani relativi alla figura del duce; nel senso che essi, periodicamente replicati con ingegnose varianti di combinazioni linguistiche nell’alveo di una narrazione non più coesa, finiscono per denunciare l’assenza di uno sguardo storico-ideologico dell’autore in grado di integrarli nel tessuto narrativo del libro. Non sarà inutile da parte mia riportare in conclusione un passo del bellissimo Ricordo di Gadda a premessa dell’edizione Garzanti del Pasticciaccio in mio possesso: ”Verso Flaubert era piuttosto freddo. Ma amava moltissimo, in Madame Bovary, la scena dei Comices agricoles, che Flaubert diceva di aver concepito come una sinfonia…in questa scena Gadda scorgeva un simbolo della propria arte: con le antitesi, le contraddizioni, e l’intreccio sinfonico dei toni. Mi disse che avrebbe voluto tradurla, sottolineandone il grottesco e il groviglio. Ma l’idea, come tante, rimase un progetto”. In attesa di riprendere in mano La cognizione del dolore (che fruttò come si sa al “Gran Lombardo” il Premio Internazionale di Letteratura) nonché Il castello di Udine e LAdalgisa (quest’ultimi due significativi libri di Gadda a tutt’oggi da me non letti, a tacer d’altri dello stesso autore), ho sentito giusto per il momento fissare per iscritto la mia esperienza di recente rilettura di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana.

 

Andrea Mariotti

 

 

Maggio 3rd, 2020

Cari amici e collaboratori,

siamo lieti di annunciare che anche quest’anno si terrà

LA FORZA DELLA POESIA

X edizione (online)

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La Forza della Poesia è nata dieci anni fa, nel 2011, a Frascati.

 

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La manifestazione, dedicata alle grandi voci della poesia antica e moderna, è stata ideata da un gruppo di cittadini, con la partecipazione attiva del Comune e delle scuole del territorio, e di studiosi, musicisti, attori, registi.

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La X edizione della Forza della Poesia è dedicata a

 

 Saffo

 

Purtroppo non si potrà svolgere nelle forme consuete, ma si terrà sul canale La Forza della poesia (Youtube) e sulla pagina Facebook delle Scuderie Aldobrandini

 

Lunedì 4 maggio mattina, a partire dalle ore 9,30

 

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I membri del Laboratorio Leopardi hanno collaborato fin dalla prima edizione,

dedicata a Leopardi

Quest’anno interverranno per noi

Novella Bellucci

(Presidente dell’Associazione “La Forza della poesia”)

Martina Piperno e Aretina Bellizzi

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In allegato il Programma

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Partecipanti alla Forza della Poesia (2011-2019)

 

Artisti

Giampaolo Ascolese, Lamberto Bava, Stefano Cantarano,  Alessandro Cerri, Nando Citarella, Pasquale Di Giannantonio, Leonardo Di Nino, Roberto Di Sibbio, Gennaro Ducilli, Barbara Eramo, Massimo Foschi, Roberto Gandini, Andrea Giordana, Gerardo Jacoucci, Lamberto Lambertini, Gabriele Lavia, Piero Maccarinelli, Giovanna Marini, Mario Martone, Paola Massero, Giorgio Monari, Vittorio Nocenzi, Nicola Piovani, Gigi Proietti, Armando Punzo, Stefano Saletti, Vittorio Storaro, gli Unavantaluna.

 

Studiosi, poeti, scrittori, giornalisti

Annalucia Accardo, Eraldo Affinati, Gabriella Aiello, Carlo Albarello, Beatrice Alfonzetti, Annalisa Alleva, Antonella Anedda, Paola Argenziano, Salvatore Aricò, Giampaolo Ascolese, Daniela Attanasio, Massimo Bacigalupo, Shaul Bassi, Novella Bellucci, Luca Bevilacqua,  Luigi Blasucci, Laura Bocci, Piero Boitani, Lina Bolzoni, Mariagrazia Bonanno, Nino Borsellino, Renzo Bragantini, Silvia Brè, Margaret Brose, Elisabetta Brozzi, Emanuela Bruni, Raul Bruni, Maria Grazia Calandrone, Valerio Camarotto, Stefano Cantarano, Salvatore Canneto, Rino Caputo, Carlo Carabba, Alessandro Cerri, Giovanna Cerri, Claudia Cieri Via, Amalia Margherita Cirio, Andrea Cirolla, Pietro Clementi, Tiziana Colagrossi Segnalini, Arnaldo Colasanti, Alessio Collacchi, Marco Conti, Franco Cordelli, Paola Cori, Carlo Corsetti, Andrea Cortellessa, Fabio Corvatta, Michela Costantino, Alberto Crespi, Claudio Damiani, Paola D’Agnese, Andrea Del Lungo, Dante Della Terza, Eugenio De Signoribus, Andrea Di Consoli, Franco D’Intino, Matilde Dillon, Ippolita Di Majo, Stefano Di Tommaso, Piero Dorfles, Riccardo Duranti, Andrea Ercolani, Lucio Felici, Paola Ferretti, Giulio Ferroni, Chiara Fenoglio, Maria Cristina Figorilli, Matteo Filipponi, Luca Fiorentini, Alessandro Fò, Alberto Folin, Marina Formica, Biancamaria Frabotta, Manuela Fraire, Loretta Frattale, Nicola Gardini, Sara Garofalo, Sonia Gentili, Augusto Gentili, Lorenzo Geri, Alessandro Giammei, Miguel Angel Giglio Bravo, Manuela Giordano, Matteo Giuliani, Giampaolo Gratton, Pisana Grossi, Daniela Guardamagna, Maria Barbara Guerrieri Borsoi, Patrizia Landi, Massimo Lazzeri, Matteo Lefèvre, Mario Lentano, Massimiliano Lenzi, Marco Lodoli, Gilberto Lonardi, Nicola Longo, Francesco Lucioli, Laura Lulli, Donatella Luppi, Andrea Malagamba, Nicolò Maldina, Marta Marchetti, Elisabetta Marino, Alessandro Masi,  Paola Massero, Andrea Mazzucchi, Aldo Meccariello, Rossella Menna, Camilla Miglio, Alessandra Migliorini, Antonio Montefusco, Claudio Monteleoni, Antonio Moresco, Diego Mormorio, Nicola Muschitiello, Michele Napolitano, Massimo Natale, Roberto Nicolai, Cristina Pace, Mauro Paciucci, Riccardo Palmisciano, Elio Pecora, Filippo Petricca, Alessandro Piperno, Franco Piperno, Martina Piperno, Laura Pizzirani, Jolanda Plescia, Patrizia Polia, Gilda Policastro, Andrea Porcheddu, Antonio Prete, Massimo Radiciotti, Massimo Raffaelli, Lidia Ravera, Silvia Ricca, Laura Riccioli, Manuela Rita, Antonio Rostagno, Marco Santagata, Emiliano Sbaraglia, Livio Sbardella, Riccardo Scarcia, Vittorio Sermonti, Gabriella Sica, Lucia Simone, Flavio Silvestrini, Francesco Spandri, Antonio Valerio Spera, Giorgio Stabile, Pasquale Stoppelli, Silvia Tatti, Isabella Tomassetti, Giovanni Battista Tomassini, Natascia Tonelli, Joanna Ugniewska, Sandra Ugolini, Lucia Unali, Daniele Ventre, Umberto Vitello, Raffaella Zanni.

 

Scuole partecipanti

IPS Maffeo Pantaleoni, ITCGP Michelangelo Buonarroti, Liceo classico/ linguistico Marco Tullio Cicerone, Liceo Scientifico Touschek, ITST Enrico Fermi, Istituto Salesiano Villa Sora, Istituti comprensivi dell’area.

 

Aprile 30th, 2020

 

Ho appena finito di vedere su Rai Play l’ottava e ultima puntata dei PROMESSI SPOSI, lo sceneggiato del 1967 diretto da Sandro Bolchi e tratto dal romanzo di Alessandro Manzoni. Inutile dire del rigore di tale trasposizione televisiva delle pagine del capolavoro manzoniano, in quell’epoca in cui davvero la Rai era in grado di diffondere cultura (tant’è che in molti ebbero a leggere il romanzo dopo aver seguito sullo schermo le vicende di Renzo e Lucia). Io avevo dodici anni, allora, e come avrei potuto godermi nei particolari l’alta qualità di una realizzazione televisiva che ho inteso oggi, credo, in tutta la sua preziosità? A partire dall’apporto di Riccardo Bacchelli per quanto concerne la sceneggiatura, senza dimenticare la voce recitante di Giancarlo Sbragia; ad introdurre e accompagnare i momenti cruciali di una narrazione televisiva orchestrata dal grande Sandro Bolchi e sorretta dall’apporto di attori di prim’ordine, due dei quali mi hanno colpito in particolare, nello sceneggiato. Mi riferisco innanzitutto a Fosco Giachetti nel ruolo del principe padre-padrone di Gertrude, la monaca di Monza: davvero perfetto nell’esprimere un’algida autorità nei confronti della sventurata figlia. Il secondo attore da me parecchio apprezzato è stato Cesare Polacco, nei panni del conte-zio che, imbeccato dal malizioso conte Attilio, si incontra col padre provinciale dei cappuccini allo scopo di allontanare da Pescarènico fra Cristoforo, troppo ingombrante in relazione agli scellerati propositi di Don Rodrigo suo nipote. Ebbene, il colloquio fra i due alti e canuti personaggi, il conte zio e il padre provinciale, mi è sembrato quasi prodigioso nell’esprimere una sottile schermaglia fitta di allusioni, soprattutto da parte del protettore dello scellerato signorotto. Mi è piaciuto soffermarmi un attimo su questi due attori a voler tacere naturalmente degli altri, tutti all’altezza della situazione; alludendo a Lea Massari (la monaca di Monza), Massimo Girotti (fra Cristoforo), Lilla Brignone (Agnese), Luigi Vannucchi (don Rodrigo), Salvo Randone (l’Innominato); senza trascurare  Paola Pitagora (Lucia) e  un ottimo Nino Castelnuovo (Renzo). Ma un cenno a parte intendo riservarlo in ultimo a Tino Carraro nelle vesti dell’immortale Don Abbondio. Consapevole di scoprire l’acqua calda per la scelta dell’aggettivo a proposito dell’antieroe manzoniano come non parlare, mi chiedo, del momento sommamente comico in cui il nostro povero curato inveisce contro la mula -colpevole di spingersi avventatamente sul ciglio del sentiero- mula che gli sta facendo attraversare una strada ancora minacciosa per la fin troppo fresca e incredibile conversione dell’Innominato (signore di quel castello che dall’alto incombe sulla testa di Don Abbondio)? Ebbene Tino Carraro l’ho trovato più che perfetto nell’esprimere la neghittosità del curato non certamente cuor di leone, il suo incessante brontolio che antepone la pelle a tutto il resto. Ma non potrei concludere questo mio breve scritto senza aver evidenziato quanto riferisce Pier Paolo Pasolini nel suo intervento del 26 agosto 1973 per rubrica di critica letteraria tenuta sul settimanale “Tempo” e ora leggibile in PASOLINI, DESCRIZIONI DI DESCRIZIONI, Garzanti.  Essendo stati interpellati (in quel tempo) -come riferisce il grande scrittore e regista- diversi parlamentari circa le loro preferenze a proposito dei personaggi del capolavoro manzoniano, ecco la riflessione pasoliniana in merito alla scelta di Andreotti: “La sincerità individuale con cui un bambino fa le sue scelte in un contesto insincero –in quanto ortodosso, conformista, moralistico- è il vero pericolo. Se veramente Andreotti credesse con meno sincerità alla santità del Borromeo, sarebbe, come uomo di potere, meno pericoloso e più abile di quel che voglia la sua fama. Purtroppo, il potere non è mai completamente cinico: esso è sempre contaminato da forme (sincere!) di fanatismo. Soprattutto, poi, il cosiddetto cinismo cattolico”. Sì, Pasolini dava veramente fastidio ai potenti, negli ultimi suoi anni in modo insopportabile, e almeno questo non è un mistero.

 

Andrea Mariotti

 

 

Aprile 20th, 2020

Straordinario spettacolo d’arte quello che ci ha regalato ieri sera su Rai Uno Roberto Bolle, etoile del Teatro alla Scala di Milano. Egli ha saputo esprimere con rara sensibilità e perfezione tecnica ciò che la danza rappresenta e cioè ricerca della libertà emotiva attraverso la libertà del corpo che si muove nel “suo” spazio divenendo mezzo per comunicare “nel linguaggio nascosto dell’anima” (Martha Graham) sensazioni e stati d’animo. Possono essere accostate dunque queste due forme d’arte? Io ritengo che  tra loro vi sia uno stretto rapporto e, a conforto di questa mia constatazione, mi piace citare due celebri frasi: “La danza e’ una poesia muta; la poesia è una danza parlata” (Simonide); “Danza è poesia”(D.Diderot).

 

Fiorella D’Ambrosio

 

 

Aprile 19th, 2020

Gentile sindaca Raggi, le racconterò in breve un sogno a occhi aperti da me fatto di recente. Procedendo verso il supermercato più vicino alla mia abitazione (come mi accade una volta alla settimana di questi tempi), ecco che mercoledì scorso ho osservato alcuni operai occupati in lavori stradali, debitamente distanziati l’uno dall’altro. E qui è cominciata la mia fantasticheria. Mi sono detto: di sicuro, dopo aver rimproverato in prima persona i romani indisciplinati nei parchi (all’inizio dei provvedimenti restrittivi causati dal corona virus), la nostra sindaca per ottimi motivi adesso tace. Sì, tace in quanto, approfittando delle vie e delle piazze completamente deserte della Capitale (tali da farci ripensare, com’è stato osservato, a quelle, memorabili, dipinte da Giorgio De Chirico), la nostra prima cittadina starà ora sistemando le disastrate strade di Roma da tempo simili all’emmental, incoraggiata peraltro da questa primavera a tutt’oggi siccitosa; senza trascurare caditoie e alberi spesso pericolosi per la sicurezza dei romani. Comprendo, gentile Raggi, il suo avere avuto la morte nel cuore per il mancato appuntamento, in aprile, della Formula E all’Eur (causa di qualche problemino di traffico a Roma negli anni passati, e forse non in cima alla scala delle priorità in merito alle urgenze urbane); ma, ripeto, il suo attuale silenzio la dice lunga su quanto sta facendo per il bene della città. E’ vero che è così? Mi dica che non sbaglio, che sognando a occhi aperti talvolta può capitare di aver immaginato il giusto!…

 

Andrea Mariotti

 

 

Aprile 17th, 2020

 

Nel libro di Fausta Genziana le Piane A colloquio con… (youcanprint, 2020), figura, fra le altre, una mia intervista di cui offro alla lettura le prime due domande e risposte…A/M:

 

1) Leopardi oggi: quale fascino può esercitare sui giovani?

2) Quale sua poesia preferisci e perché?

 

 

  • 1) Riguardo a Leopardi, non mi soffermerei troppo sullo stereotipo (comunque motivato) del Recanatese compagno di strada degli adolescenti malinconici e inquieti, ripensando a poesie come Alla luna, La sera del dì di festa, Le ricordanze, Il passero solitario tanto per fare qualche esempio…no, la faccenda è più complessa, sotterranea, direi: c’è, nella grande lirica leopardiana, una durevole freschezza immediatamente fruibile dai giovani meno attratti, per capirci, dal fitto nozionismo sotteso a un testo come il dannunziano Alcione (che pure rimane alla base del nostro Novecento poetico). Detta freschezza leopardiana, cultura che si è fatta sangue e respiro, e quindi non più esibita bensì piena di forza creaturale, risulta poi irrobustita da quello che un grande studioso come Walter Binni ha chiamato “pessimismo energetico” del nostro poeta-pensatore; pessimismo via via sempre più potente fino all’approdo altissimo della Ginestra. E del resto già De Sanctis aveva osservato bene il miracolo di una poesia che nel momento in cui ci pone di fronte ad uno scomodo “Vero”, simultaneamente ci fa amare di più la vita. Leopardi a mio avviso andrebbe sentito vicino a Stendhal, per quella “gioventù del cor” evocata dal Recanatese nei suoi versi del 1826 e comune a entrambi (uniti peraltro a livello di pensiero dalla condivisione del materialismo filosofico di matrice illuministica). Da rammentare a questo proposito come Paolina Leopardi, sorella e confidente del poeta di Recanati, fosse una appassionata lettrice dello scrittore francese, che Giacomo incontrò a Firenze nel 1827 nonché nel 1832 presso il Gabinetto Vieusseux.
  • 2) Il canto leopardiano da me maggiormente amato e considerato è senz’altro La ginestra (1836); e questo perché in tale canto si può cogliere al massimo grado una compiuta fusione tra pensiero e poesia. Per capirci meglio: non dobbiamo dimenticare che l’Infinito (di cui in questo 2019 si festeggia il bicentenario) rimane un portentoso miracolo d’intuizione poetica che spiazzò in qualche modo il nostro “giovane” poeta; talché egli l’anno dopo, nel luglio 1820, ritornò nello Zibaldone a riflettere da filosofo sui piaceri dell’immaginazione, nel vivo di quella sua teoria del piacere di materialistica matrice che non dovrebbe essere ignorata leggendo l’immortale idillio (al fine di non fraintenderlo in chiave spiritualistica). Ma, tornando alla Ginestra, ecco che qui ci troviamo al cospetto di un canto testamentario dal quale muove verso il lettore un messaggio di saggezza estrema; nei termini di un invito ad opporsi al bellum omnium contra omnes, condividendo tutti un destino di morte che uniti ci dovrebbe vedere nei fatti e consapevoli dinnanzi alla furia della Natura simboleggiata dallo sterminator Vesevo. Questo canto dalle strofe “tentacolari” (Binni), ci mostra tutta la sapienza artistica e la sprezzatura di un poeta che, vicino alla morte, ormai non distingue più fra lirismo e discorsività, fra pietas e sarcasmo; donde uno stile poetico di plastica consistenza, potente e magmatico, incandescente come la lava del Vesuvio e prepotentemente moderno, distante cioè da quel classico decoro cui Leopardi si era in precedenza attenuto. Non per niente sono diversi anni che offro al pubblico la lettura interiore, ossia a memoria, della Ginestra, cercando di comunicare a chi mi ascolta il suo umanistico fuoco che molto fa riflettere e commuovere nel senso più alto del termine (Andrea Mariotti).