20 maggio 2012

Venerdì scorso 18 maggio in Marino (Roma), presso il Museo Civico U. Mastroianni, a cura dell’Associazione dei Nuovi Castelli Romani, si è svolta la presentazione della silloge poetica di Franco Campegiani, dal titolo VER SACRUM (Tracce Edizioni); con la bella introduzione di Ninnj Di Stefano Busà (nota poetessa e critico letterario cui si deve la prefazione del libro). Viva emozione si è percepita in sala ascoltando la lettura delle poesie di Campegiani, ben noto ai visitatori del presente blog per la sua assidua e preziosa partecipazione. Non mi sono sorpreso a dire il vero più di tanto, venerdì scorso, nel riscontrare un riconoscimento pressoché unanime -da parte dei relatori- del particolare valore di una lirica inclusa nel libro di Franco: IL MALE D’OGGI. Tale lirica, per il suo alto significato, non a caso è stata da me proposta sul blog, con il consenso dell’autore, nell’agosto scorso; e giusto mi sembra, per onorare questo mio degnissimo e carissimo amico, riproporla oggi (per la sua generosa e toccante umanità; laddove, stilisticamente, siamo al cospetto di versi limpidi, avvolgenti, pieni di respiro):

IL MALE D’OGGI

Il male d’oggi è chiuso in un recinto
di plastificate muraglie,
ghetto refrattario in una cupola
agli spiragli di luce.
E solo tenebre incontri
senza più coscienza delle tenebre,
case nere lungo i viali asfaltati
senza più finestre,
un dolore inconsapevole,
una notte senza sbocchi
che rifiuta l’impasto con le aurore,
un nulla radicale in estinzione,
un nero che più non genera nero,
un incubo, un’oscura follia
superba e paga di se stessa
che rifiuta il bacio dell’alba
e si occulta all’amplesso lievitante,
al groviglio fremente della vita,
e muore…
Quanti gridi di dolore nelle notti
si schiudevano all’alba in battiti d’ali!
Mai mi dicesti
che c’è un male che fa bene,
ma lo capivo dai tuoi gesti,
padre contadino,
dall’urlo muto
delle viti che potavi,
dal sudore vivo della fronte,
dalle doglie della terra partoriente
che con amore coccolavi,
affinché tutto risorgesse
nuovo e bello dalle brume invernali.
Quanti gridi di dolore nelle notti
esplodevano all’alba in battiti d’ali.

19 maggio 2012

“Con la corteccia hai costruito/ la tua potente pelle…”: ecco, tale incipit del poeta romano Claudio Monachesi non poteva non suggerirmi il ricorso a questa mia foto, che ci permette di ammirare la famosa quercia cara, secondo la tradizione, al grande Pierluigi da Palestrina. I suddetti versi li ho estrapolati dall’ultima silloge di Claudio, ARDH TARS RICICLARIUM, Pioda Editore, da me presentata martedi scorso 15 maggio in Roma, presso l’Aula del Dipartimento di Scienze Radiologiche del Policlinico Umberto I. Mi è sembrato giusto, in merito ad essi, parlando al pubblico presente in sala, accennare a una bella, spontanea allitterazione; figura retorica basilare, come ben sappiamo, del moderno discorso poetico (al posto, magari, della “facile” rima). Con la ripetizione ravvicinata dei medesimi suoni, duri nella fattispecie, Claudio Monachesi ha infatti iniziato a produrre senso sul piano fonematico di questo suo “attacco” poetico; dimostrando, una volta di più, come una misteriosa armonia prestabilita guidi il poeta: nel contesto in oggetto, usando, il poeta, suoni duri per esprimere il lavoro non facile dell’albero nel dotarsi della sua “potente pelle” (altra bella allitterazione, peraltro). Più in generale -l’ho detto martedì scorso e qui lo ribadisco- suggestivo e lodevole mi è parso l’impegno poetico di Monachesi all’altezza di questa sua ultima raccolta; giacché non è semplice immedesimarsi con i ritmi della natura, il suo respiro (senza scadere nel descrittivismo ingenuo o, peggio, in estetismi di pessima lega). Ciò rilevato, non mi è stato difficile individuare, martedì scorso, nella seguente poesia (“Grovigli di rovi/ in ardente tormento/ d’estasi assalgono/ ogni parte dell’essere”) un piccolo, concentrato capolavoro: pensiamo infatti alla parola rovi, già racchiusa nel grembo della parola che la precede, grovigli, in virtù di una annominazione rovesciata grazie alla quale il linguaggio poetico dà alla luce ulteriore realtà…sì da indurmi a sottolineare, la qualità tutta interiore, intima, di molte delle poesie incluse nella raccolta di Monachesi: da leggere, dette poesie, a parer mio, con gli occhi della mente , nel silenzio interiore; piuttosto che renderle oggetto di una declamazione. Ora, se tutto questo è frutto di una mia sincera convinzione, dopo essermi confrontato per l’appunto nel silenzio con il libro di Claudio, mi chiedo e chiedo a lui: perché appesantire tante altre poesie della raccolta con note a piè di pagina (le citazioni dei Salmi, per esempio); per tacere dei versi dei grandi poeti della nostra tradizione come Dante, Leopardi, Quasimodo immessi nel corpo vivo del discorso poetico- quello di Monachesi- senza distanza alcuna; anzi, qualificandoli, tali versi, come omaggi a questi stessi grandi? No, caro Claudio, in onestà intellettuale questo non mi è piaciuto. Perché, ti chiedo, pretendere troppo dalla poesia, laddove essa dovrebbe rimanere -e non sarebbe poco!- in senso non sentimentale, la voce del cuore affrancata dal citazionismo? Il discorso sarebbe lungo e complesso; ma qui, sul filo della stima che ti porto, Claudio -essendo tu poeta autentico, nell’istinto- qui, dicevo, rilancio la mia domanda: perché non rinunciare a quel “di troppo” che nuoce, forse, al respiro più profondo della tua poesia, capace di toccare il cuore di molti, come ho ben percepito martedì scorso?

P.S. Claudio Monachesi, poeticamente attivo dagli anni Settanta, è autore poliedrico e ottimamente recensito da critici e studiosi di rilievo; organizzatore di eventi culturali e seguito con affetto e stima da moltissimi lettori, fra i quali ci sono anch’io.

8 maggio 2012

In occasione dei COLLOQUI SULLA CONTEMPORANEITA’ (Rassegna Culturale a cura di Natale Sciara, alla sua sedicesima edizione; presso la Sala convegni della Pro Loco di Ciampino, Roma), ho parlato questo pomeriggio “a braccio” della poesia di Giorgio Caproni. Ma ecco il testo da me scritto in mattinata, e che dedico al mio carissimo amico Luciano:

SULLA POESIA DI GIORGIO CAPRONI

Nel centenario della nascita di Giorgio Caproni, mi sta particolarmente a cuore parlare di un poeta fra i più alti del nostro secondo Novecento. I lettori che amano il grande Livornese, e sono in molti, sanno di una innegabile cesura fra il primo Caproni e il secondo Caproni, per così dire; cesura sulla quale converrà insistere qui proprio per tentare di comprendere le ragioni di una voce poetica più che mai viva e incisiva nei tempi attuali. Così dicendo, ecco che non possiamo non individuare nel CONGEDO DEL VIAGGIATORE CERIMONIOSO & ALTRE PROSOPOPEE (1965), la suddetta cesura fra quanto precedentemente pubblicato da Caproni e la grande Trilogia compresa fra gli anni Settanta e Ottanta (IL MURO DELLA TERRA, 1975; IL FRANCO CACCIATORE, 1982; e il CONTE DI KEVENHŨLLER, 1986). Basterà, al riguardo, rileggere la chiusa della poesia che dà il titolo alla citata raccolta del 1965 (dedicata all’attore Achille Millo): “Ora che più forte sento/ stridere il freno, vi lascio/ davvero, amici. Addio./ Di questo, sono certo: io/ son giunto alla disperazione/ calma, senza sgomento./ Scendo. Buon proseguimento”. Non posso negare, per quanto mi riguarda, di nutrire un sentimento quasi di devozione per tali versi: essi, infatti, nella loro disarmante semplicità, si fanno profonda metafora della condizione umana; talché, a questo punto, la voce di Caproni conquista maggiore libertà tematica e formale rispetto alle precedenti e pur splendide e distese prove (il pensiero va, soprattutto, ai celebri Versi livornesi inclusi nel SEME DEL PIANGERE, 1959, Premio Viareggio, e dedicati ad Anna Picchi, madre del poeta; poeta-violinista, peraltro, essendosi diplomato in tale strumento e in composizione a Genova, in giovane età). Sia come sia, con il CONGEDO del 1965 (l’anno di un traumatico intervento operatorio per il poeta, che da allora fino alla morte vivrà da “resecato gastrico”, per sua stessa definizione); sia come sia, stavamo dicendo, col CONGEDO, comincia il viaggio metafisico di Giorgio Caproni, fuor d’ogni retorica. Il grandissimo cantore di Genova, sua città d’adozione, e della madre fidanzata del poeta (che intuizione, quella di cantare la giovinezza materna!); cantore nel contempo antico e de-costruttivo rispetto alla nostra grande tradizione metrico-stilistica; questo cantore, insomma, col CONGEDO, scopre le sue carte decisive di “cerimonioso dicitore del nulla”, come osservato da Italo Calvino; ben più pacato e disincantato risultando, il Livornese, rispetto allo stesso Montale (con il suo “terrore di ubriaco”, riferendosi alla celebre lirica nichilista degli OSSI DI SEPPIA). Ormai, con il CONGEDO del 1965, la strada è segnata per Giorgio Caproni. Questo poeta dalla vocazione “minore” –austero e riservato, maestro elementare per tutta la vita, capace di negare a Gianfranco Contini una recensione al CONGEDO- parlerà con la sua voce più alta nel 1975, dando alle stampe il MURO DELLA TERRA, accolto con grande favore di critica e di pubblico. Con il MURO, infatti, tutto è mirabilmente al suo posto; nel senso che, in esso, la densità metafisica di una evidente “ontologia negativa” (sempre per citare Calvino), è una cosa sola con una forma “frantumata e ellittica” (com’è stato osservato da più parti); la cui qualità più corrosiva, forse, consiste nella chiusa delle poesie: senza punti di domanda che possano favorire un rassicurante dialogo con il lettore. Detta qualità di Caproni, è stata individuata felicemente da Carlo Bo, il grande critico da me citato a proposito di Giuseppe Ungaretti; senza stupirsene più di tanto, ché, in tutta evidenza, Carlo Bo ha avvicinato i nostri grandi poeti del Novecento più intensamente di altri; nel senso umano del termine, prima ancora che dal punto di vista critico-letterario. Ma torniamo a Giorgio Caproni. Dopo il FRANCO CACCIATORE del 1982 (laddove si può percepire un certo “manierismo” rispetto al libro precedente, come osserva Pier Vincenzo Mengaldo), eccoci al cospetto dell’ultimo grande libro di Caproni: IL CONTE DI KEVENHŨLLER, 1986. Con tale raccolta la poesia di Caproni raggiunge una stoica, rarefatta scansione; con alte e attualissime punte di merito nell’indicarci l’inquietante ambivalenza fra l’Essere e il Nulla: quasi il poeta si fosse dotato di un misterioso periscopio grazie al quale scrutare la scaturigine tutt’altro che rassicurante di tutti gli ossimori, di tutte le ambiguità (senza dare cioè l’impressione di una pratica letteraria e forzata dei contrari, a posteriori). Così, nel CONTE DI KEVENHŨLLER, il cacciatore è la sua preda; la Bestia, per la cui uccisione il Conte ha promesso bei soldoni alla popolazione, è sfuggevole e parte di noi; e si potrebbe continuare a lungo. Vorrei concludere questo mio scritto ricordando il funerale di Giorgio Caproni (il poeta morì il 22 gennaio del 1990) senza presenza delle autorità nel quartiere romano di Monteverde; in perfetto stile con la riservatezza e il distacco del grande Livornese, si potrebbe affermare con amara asciuttezza. Ma i versi di un poeta come Caproni sopravvivono eccome, all’indifferenza dei potenti, nella mente e nel cuore dei lettori; e dentro di me in modo particolare –mi sia concesso di dire- avendo io abitato dal 1969 al 1980 a trecento metri dal poeta, a Monteverde. Io giovane ancora e alle prese con le mie prime liriche; lui, nella sua ultima stagione: incisore –a quali altezze!- del male di vivere.

P.S. La foto sopra presentata è stata da me scattata lo scorso anno all’interno di uno dei cosiddetti “grattacieli” in via di Donna Olimpia, a Roma; situato proprio di fronte alla chiesa in cui si sono svolte, il 23 gennaio 1990, le onoranze funebri di Giorgio Caproni. Superfluo sottolineare, infine, un’ulteriore dedica a proposito del suddetto testo: il mio pensiero va alla signora Silvana, figlia del grande Giorgio, con la quale ho avuto, di recente, un colloquio telefonico. E’ stato bello in effetti per me, prima di parlare della poesia del Livornese, trasmettere al pubblico presente in sala il saluto di Silvana Caproni.

1 maggio 2012

Aprile, “il mese più crudele”, secondo il celebre incipit di THE WASTE LAND di T.S. Eliot, è ormai alle spalle. Domenica scorsa però generoso, con me, in virtù di una bella giornata primaverile che mi ha permesso una gratificante escursione sulla vetta del monte Ocre (Abruzzo), e successivo percorso di cresta fino al monte Cagno. La vista spaziava dal Corno Grande (Massiccio del Gran Sasso) alla Majella, per posarsi poi sui più vicini Sirente e Velino…”sorelle montagne” -come le chiamo io- ancora innevate, ad addolcirmi l’animo; giacché, non posso negarlo, preoccupato sono, come cittadino italiano, al pari di molti, per il nostro presente e futuro; fra crisi economica, impresentabilità dei partiti politici, ruberie varie. I visitatori del blog scuseranno il florilegio di citazioni in così breve spazio, ma insomma: ” Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? Quam diu etiam furor iste tuus nos eludet? quem ad finem sese effrenata iactabit audacia?”. Traduzione in italiano fin troppo nota (ma non sembra!):”Fino a quando abuserai ancora della nostra pazienza, o Catilina? Per quanto tempo ancora codesto tuo furore si prenderà gioco di noi? Fino a che punto si spingerà la tua sfrenata audacia?” (Cicerone, I, Catilinaria). Come poeta-lavoratore, “operaio dei sogni”, prendendo a prestito il titolo del film dell’amico Pio Ciuffarella ( vedi articolo del 28 aprile scorso), ecco che il suddetto vibrante “attacco” ciceroniano mi è uscito dalle viscere, prima ancora che dalla mente…e qui mi fermo, dovendo e volendo rispettare io per primo, com’è giusto, questo incrocio poetico, spazio civile, piccolo patrimonio di idee non solo mio. Buon Primo Maggio a tutti.

P.S. La foto scattata ieri permette di osservare l’innevato Costone, non distante dal monte Velino.

28 aprile 2012

Ieri sera, presso la Casa del Cinema in Roma, Largo Marcello Mastroianni, si è svolta la prima del film L’OPERAIO DEI SOGNI, scritto e diretto da Pio Ciuffarella, e dedicato alla figura di Pier Paolo Pasolini. Riporto quanto scritto dall’amico Pio a corredo della sinossi della sua opera:

L’OPERAIO DEI SOGNI

L’idea

L’idea nasce dalla profonda ammirazione e dall’affetto che nutre il poeta e critico letterario Andrea Mariotti, per Pier Paolo Pasolini, il poeta, il romanziere e cineasta in campo internazionale considerato uno dei maggiori artisti e intellettuali italiani del secolo scorso. E’ in sostanza, la storia di una disperata, ostinata amicizia, quella di Andrea per l’appunto, che non ha avuto modo di conoscere personalmente il Maestro, tragicamente scomparso nel 1975. Ciò nonostante, il profondo sentimento che lo unisce all’artista, oltrepassa le barriere spazio-temporali per concretarsi, anche se per la durata di un palpito, in una stretta di mano, un abbraccio fraterno, in un “Grazie…Pier Paolo”. E tutto ciò avviene in quell’immenso territorio a confine tra la realtà e l’ignoto, che si estende ben oltre i cinque sensi -anzi, ne è l’origine- e s’insinua tra le oscure pieghe della psiche là, dove hanno dimora i sogni, i miraggi, le veggenze.

La nascita del suddetto film (realizzazione VIDE@LIFE), ha comportato un anno di intenso lavoro da parte di:

Pio Ciuffarella (sceneggiatura e regia);
Antonino Ceravolo (fotografia e montaggio);
Paolo Damiani (musiche originali);
Paolo Di Santo (nel ruolo di Pier Paolo Pasolini); Andrea Mariotti (nel ruolo di se stesso); Francesca Silvestri (Nerina); Manuel Santilli (Salvatore); Silvio Parrello (nel ruolo di se stesso);
Francesca Romana Lanzino (trucco e acconciature);
Domino Film di Mohamed Kenawi (Attrezzatura).

La presente pagina è naturalmente aperta ai commenti che vorranno inoltrare gli amici (artisti, scrittori, studiosi e lettori di P.P. Pasolini) presenti ieri sera alla Casa del Cinema; all’amico Pio Ciuffarella va infine il mio sentito ringraziamento per il suo bellissimo film a sostegno di una Coscienza Critica più che mai presente e viva fra noi: quella di Pier Paolo Pasolini.

N.B. La foto presentata qua sopra è stata da me scattata la scorsa estate durante le riprese del film presso lo studio del poeta e pittore Silvio Parrello (vera e propria memoria vivente di Pasolini, ben al di là del quartiere romano di Monteverde dove egli vive da sempre); la foto da me scattata, stavo dicendo, vuole essere un mio piccolo omaggio al giovane Paolo di Santo, figlio della mia amica scrittrice Maria Rizzi. Paolo, infatti, irradia la forza di un sicuro talento arricchito, ne sono certo, dal ruolo ricoperto nel film.

Mi permetto altresì di pubblicare la recensione al film da parte di Carmela Gabriele (Associazione Luce dell’Arte):

Recensione del cortometraggio “L’operaio dei sogni” diretto da Pio Ciuffarella
a cura di Carmela Gabriele

Una musica dolce e rilassante, il suono fragoroso, rigenerante per l’anima delle stupende cascatelle di Chia, con tanti primi piani e dettagli della natura lussureggiante di questo incontaminato paradiso nei pressi di Soriano nel Cimino. Ecco l’ammaliante apertura del cortometraggio “L’operaio dei sogni”, diretto con profonda sensibilità e grazia dal regista Pio Ciuffarella, un solenne omaggio alla grande figura del poeta Pier Paolo Pasolini, ucciso ferocemente nel pieno della sua fama letteraria ad Ostia Lido 37 anni fa.
Altri suoni fanno da sfondo alla vicenda interiore di rimembranza del primo personaggio della storia entrante in campo, ossia lo scrittore e critico letterario Andrea Mariotti, interprete egregio di se stesso, riflessivo e moderato nelle movenze e discorsi, e sono: quello di una vecchia caffetteria da lui adoperata tutte le mattine, che per ben due volte fischia minacciosa, riversando poi tutto il suo contenuto sulla cucina per la sua sbadata dimenticanza, e quello del telefono che squilla ripetutamente a ricordargli i suoi doveri di uomo di cultura. La telefonata di due studenti universitari che vorrebbero ripercorrere i luoghi più significativi di Pier Paolo Pasolini con il suo aiuto competente, ai fini di una loro approfondita ricerca, sono un’ espediente geniale usato dal regista per far svegliare improvvisamente dalla sua aria assente e trasognante Mariotti, rimasto fortemente legato al ricordo del noto scrittore.
Numerosi gli effetti sfocati della macchina da ripresa quando si sofferma sul dettaglio della caffetteria e successivamente dei libri custoditi nello studio ordinato di Andrea Mariotti, a voler preludere all’atmosfera onirica e quasi surreale che caratterizzerà l’intero film, donandogli un tocco lirico e allo stesso tempo evocativo, molto fedele alla concezione artistica pasoliniana.
Centrale per la comprensione della vicenda l’immagine in cui Mariotti al computer scorre con nostalgia tutte le immagini di Pasolini, fino a restare incantato da una che lo raffigura giovanissimo … A questo punto il regista innescherà abilmente una serie di immagini in cui fa da padrone un Pasolini appena ventenne che passeggia ammirato e a passo spedito per le strade del centro di Roma, interpretato con superbia e nel contempo fragilità da Paolo Di Santo, che ha dato prova di evidente maturità nel ruolo, oltre che di una certa scioltezza.
Quella vecchia foto riporterà Mariotti a sentire viva la sua anima e a vederlo in carne ed ossa davanti a sé, fuori al giardino di casa sua, dopo che un ennesimo rumore prima lo ha distratto, ossia lo squillo del suo cellulare, sul quale compare il nome della studentessa che lo aveva contattato già in cucina, Nerina. Ed è proprio andando incontro a lei e al suo collega, interpretati in modo particolarmente realistico da Francesca Silvestri e Manuel Santilli, due attori giovani molto attenti all’espressività del volto e del corpo, oltre che alla cura della voce, che Andrea Mariotti vedrà correre Pier Paolo Pasolini, spaventato dal fatto di essere entrato a far parte delle ossessioni di questo uomo di lettere come lui, e verrà ritenuto folle dai due giovani, che non vedono nulla. Inizierà allora la parte più avvincente del cortometraggio, in cui Mariotti rincorre fino alla Stazione Termini Pasolini e cercherà di convincerlo del suo immane amore per la sua arte e del fatto di essere un suo fedele seguace recitando a memoria i versi di una sua poesia, che il giovane Pasolini rapito si ritroverà a recitare insieme a lui, quasi sfidandolo in un duello poetico martellante. Pasolini, commosso da tanta stima, si siederà ad un certo punto accanto all’uomo vivamente provato e gli toccherà amorevolmente una spalla, chiedendogli chi è, quasi a volersi rammentare di lui, ma la paura di essere motivo di persecuzione per la mente di Mariotti, lo farà fuggire per una seconda volta. Sarà la bottega di Silvio Parrello, l’ex ragazzo di vita, assai verace e simpatico nel ruolo di se medesimo, dotato di una discreta mimica facciale, l’altro scenario imponente di questa storia per la fermezza con cui asserisce ai due studenti che sono andati a trovarlo di sapere chi ha ucciso lo scrittore. Notevole la passionalità con cui, spinto da una forza superiore ed arcana, recita a memoria l’articolo sulle stragi di Pasolini, dove a suo parere sono racchiusi tutti i misteri sulla sua morte. Questo proprio sotto gli occhi della giovane anima dello scrittore riesumata dal ricordo di Mariotti, che ascolta, attonita e non vista da nessuno, la triste verità.
Molto suggestiva l’immagine girata tra i boschi della frazione di Chia, luogo che ha dato il via a questo romantico sogno cinematografico, in cui Pier Paolo comincia a camminare a passo veloce e a momenti con lo sguardo adorante di quel rifugio di pace che lui nel 1964 scelse come location per il suo film “Il vangelo secondo Matteo”. Qui si recheranno anche Silvio e i due giovani forse sulla scia del suo spirito e rivivranno tutta l’emozione della scena del battesimo di Gesù su se stessi, fino a che… il giovane Pasolini non sarà visto anche da Parrello ed un lungo, silenzioso abbraccio suggellerà questo magico ed insperato incontro. Nella scena conclusiva, in cui pure i due studenti riescono a vedere felici l’immagine di Pasolini da giovane, egli scriverà un messaggio su un pezzo di carta che regalerà all’acqua, dopo averci fatto con esso una barchetta, la stessa già ripresa prima in dettaglio dal regista su uno scaffale in mezzo ai libri nello studio di Mariotti a voler provocare quasi lo spettatore , inducendolo a pensare che non è stato poi tutto un sogno. Ed Andrea Mariotti, proprio in quell’istante, si sveglierà bruscamente dal suo viaggio nel passato. Ci sarà così il ritorno alla vita di tutti i giorni ripreso magistralmente con la scena del telefonino che squilla con su impresso il nome di Nerina.
Va riconosciuto il grande lavoro e merito di Pio Ciuffarella, coraggioso nell’aver ideato un cortometraggio di grosso spessore culturale e valore, reso speciale dall’interpretazione dei singoli attori, che sentivano in maniera densa il desiderio di rendere un degno regalo allo spesso dimenticato Pasolini, scrittore che fu scomodo per le sue idee politiche a molti.

…e do con piacere la parola anche all’amico poeta Paolo Buzzacconi, autore dei seguenti caldi e limpidi versi sulla serata pasoliniana:

Buona visione ( Ai fantastici amici de ” l’operaio dei SOGNI”, con stima e gratitudine)

Nel morbido silenzio dell’attesa
si sentono pulsare le emozioni.
La sala buia rende un pò bambini.
Nel magico percorso di un racconto
ognuno può cercare l’entusiasmo
che un tempo lo guidava fra le stelle.
La musica comincia e d’improvviso
tutto ci appare vero e naturale,
come di casa, dolce, familiare.
C’è un uomo che si ferma a immaginare
e scopre un sogno vero più del vero,
lo insegue e lo cattura con parole
che spezzano milioni di catene.
La sala adesso sembra un grande cuore.
Pierpaolo da lassù
guarda e sorride.
Questo vibrare d’anime
lui
lo chiamerebbe amore.

Con il commento al film da parte di Paolo Buzzacconi appena pubblicato (quinto commento) è ora di “chiudere” questa pagina, ringraziando coloro che generosamente sono intervenuti all’interno di essa…questo non significa che non vi sia più spazio per ulteriori commenti!

Andrea Mariotti, 5.5.2012

L’OPERAIO DEI SOGNI è visibile direttamente su You Tube (14.5.2012)

26 aprile 2012

Questo suggestivo scorcio di Villa Doria Pamphilj (Roma), mi permette di prendere le mosse per raccontare brevemente ai visitatori del blog quanto mi è accaduto fra domenica scorsa e stamattina. Dovendo infatti a breve parlare della poesia di Giorgio Caproni a Ciampino (Roma), in occasione della sedicesima edizione dei COLLOQUI SULLA CONTEMPORANEITA’, rassegna culturale a cura di Natale Sciara, mi è piaciuto recarmi -per l’appunto domenica scorsa, nel pomeriggio- nel quartiere di Monteverde, dove sono vissuto in gioventù e dove abita tuttora in via Pio Foà la signora Silvana, figlia del grande Giorgio (scomparso il 22 gennaio del 1990 proprio in detta abitazione). Ebbene, vincendo la mia comprensibile ritrosia, ho citofonato alla signora Silvana; la quale, influenzata ma gentilissima, si è affacciata al balcone sorridente, pregandomi di scriverle una lettera per motivare le ragioni del mio cercarla. Stamattina la signora mi ha chiamato sul cellulare, rimandando cortesemente nel tempo per pressanti impegni delle prossime settimane il nostro incontro. Ma la conversazione telefonica non è stata breve, e Silvana Caproni ha insistito sulla particolarità dell’indole paterna ( stiamo parlando di uno dei poeti più grandi e schivi del nostro Novecento, per tutta la vita indimenticabile maestro elementare e violinista). Sicché, questa mia giornata è stata impreziosita da una telefonata davvero bella…e tornando a domenica scorsa, che rassomiglianza con i tratti paterni, da parte della signora Silvana!…avevo pensato -lo confesso- in un primo momento, di presentare la foto del civico in via Pio Foà dove mi sono recato; ma, a parte il fatto che non lavoro per maps.google e gli ovvi motivi di rispetto per la privacy altrui, ebbene, proprio a proposito di Giorgio Caproni sarei dovuto cadere nella trappola di tale, deplorevole invadenza? considerando la riservatezza estrema che sempre ha avuto in vita il grande Livornese? no, meglio mostrare un angolo bello del parco non distante dalla sua abitazione dove spesso il poeta andava a passeggiare…comunque, caro Giorgio, alla tua maniera, che forse è un po’ anche la mia, ci siamo avvicinati, in attesa di parlare della tua affilata, pungente poesia.

6 aprile 2012

La foto da me proposta, risale a qualche anno addietro; e la mostro oggi ai visitatori del blog in quanto il bronzeo crocifisso in essa osservabile rappresenta, credo, un eloquente spunto visivo per citare un breve passo tratto dal Prologo di Zarathustra, in COSI’ PARLO’ ZARATHUSTRA, di Friedrich Nietzsche: “Che importa la mia compassione? Non è forse la compassione la croce cui viene inchiodato chi ama gli uomini? Ma la la mia compassione non è crocefissione”… precisato che il bellissimo crocifisso è dovuto alla sapienza artistica di Mario Pavesi, scultore e pittore di fama internazionale (allievo di Henry Moore), vorrei anche ricordare che, esattamente il 6 aprile del 1912, moriva Giovanni Pascoli. Ci sarà ovviamente modo di parlare del grande poeta romagnolo nel corso di successivi interventi; nel frattempo, giungano a tutti i visitatori del blog i miei auguri di Buona Pasqua.

P.S. Ad annunciare l’alba di tre anni fa, morte e distruzione in Abruzzo, per il sisma più volte ricordato in questo blog. Considerando lo stato attuale della ricostruzione nel territorio aquilano, metafora visibile della presente condizione italiana, ecco più forte che mai l’auspicio di una resurrezione della virtù civica nazionale.

27 marzo 2012

Presso la Locanda Martorelli in Ariccia (Roma) dal grande prestigio storico, avendo a suo tempo ospitato scrittori della statura di Goethe, Stendhal, Gogol e Keats (per tacere degli altri), ho potuto apprezzare, sabato scorso, una mostra d’arte contemporanea (visitabile fino al primo aprile) presentata nel vicino Palazzo Chigi dal poeta, filosofo e critico d’arte Franco Campegiani; cui si deve peraltro lo scritto introduttivo al suddetto evento. Ora, riconosciuto il vivo interesse in me suscitato da non poche delle opere esposte (in particolare quelle di Doriana Onorati, Beatrice Palazzetti e Stefano Piali), vorrei parlare, qui, della scultura di Giuseppe Valentini, Autoritratto interiore; scultura da me fotografata per gentile concessione dell’artista. Giuseppe Valentini, nato a Roma nel 1944, cresciuto artisticamente grazie anche all’incontro con lo scultore Gino Guerra, ha negli anni più recenti partecipato ad alcune mostre nel territorio romano. Come si può osservare dalla mia fotografia, l’opera di Valentini risulta particolarmente suggestiva, nella sua nobile severità. Ma non basta: al primo sguardo, essa mi ha procurato un vero e proprio moto di ritrazione, quasi Valentini fosse riuscito a fisicizzare -se così possiamo dire- la volontà introspettiva dell’uomo; che richiede all’osservatore distanza, rispetto per il raccoglimento interiore di cui questa scultura si fa artistico emblema. Ringrazio pertanto Giuseppe Valentini per avermi permesso un momento di intenso isolamento, nel tacito colloquio da me avuto con la sua opera.

25 marzo 2012

La foto di questo stupendo dipinto di Pieter Bruegel è stata in effetti da me già proposta sul presente blog (19.6.2010); tuttavia mi è parso giusto mostrarla nuovamente oggi per introdurre una poesia di Simone Consorti. Simone, nato nel 1973 a Roma, dove insegna in un Istituto Superiore, ha esordito con il romanzo “L’uomo che scrive sull’acqua (Baldini e Castoldi Dalai, 1999, Premio Linus). Successivamente ha pubblicato i romanzi “Sterile come il tuo amore” (Besa, 2008) e “In fuga dalla scuola e verso il mondo” (Hacca, 2009). Le sue poesie sono raccolte nella silloge “Perché ho smesso di scriverti versi” (Aletti, 2010). Ma veniamo alla poesia inedita:

SE STESSI ALLO SPECCHIO
I ciechi conoscono i cieli
e spesso hanno un loro concetto
degli arcobaleni
Più di tutto sono esperti di spazi immensi
e di giorno vanno di notte nei deserti

Ci vuole immaginazione
per credere nelle rose
Ci vuole un bel po’ di esperienza
per setacciare la realtà dall’ apparenza

A volte un cieco giovane
ritorna un cieco vecchio
Ma ho visto ciechi che hanno visto ciechi
che hanno visto ciechi
che hanno visto se stessi allo specchio

(poesia inedita di Simone Consorti)

Senza mezzi termini il mio apprezzamento per tale lirica, di grande asciuttezza. Bàttono, i versi di essa, con ammirevole fermezza denotativa sul piano dell’emissione di senso, senza proccupazione di piacere ad ogni costo. Dunque belli e moderni per questo. E versi estroflessi, li definerei, soprattutto; ossia oggettivati, distanti dalle scorie autobiografiche dell’autore. Ma questi positivi rilievi non debbono peraltro far pensare ad una lirica troppo disadorna: la “chiusa” assonanzata della prima strofe “Più di tutto sono esperti di spazi immensi/ e di giorno vanno di notte nei deserti”, crea agli occhi del lettore infatti una raffinatissima “quasi-rima”; rima che invece si materializza con moderna sprezzatura alla fine della seconda strofe…anche del tessuto fonematico di questa poesia di Simone occorrerebbe parlare, ma non voglio togliere a chi la leggerà il piacere di scoprire un coerente contesto di suoni con il quale Simone Consorti ha orchestrato il suo discorso poetico. E dunque grazie, Simone, per questa bella e intelligente metafora che ci invita a guardare dentro di noi (“andando di giorno nella notte dei deserti…”)!

21 marzo 2012

Questo dipinto di Auguste Renoir (da me fotografato presso il Musée d’Orsay a Parigi), nella sua eleganza e delicatezza, intende essere un rispettoso e riconoscente omaggio al grande Tonino Guerra, scomparso quest’oggi all’età di novantadue anni… ti sia lieve la terra, dunque, maestro che poeticamente hai chiuso gli occhi proprio oggi, in cui si celebra la Giornata Mondiale della Poesia! Scrivendo di te recentemente su questo blog (15 febbraio scorso), non sapevo delle tue difficili condizioni di salute…ma la tristezza per la tua scomparsa cede il passo alla presenza viva di tutte le cose belle che ci hai donato durante la tua lunga, sofferta e ricchissima vita.