giugno 25th, 2017

 

La foto qua sopra evidenzia alquanto all’acqua di rose il bivacco di clochard e turisti nei pressi di San Pietro e, soprattutto, di Castel Sant’Angelo (come mi è stato riferito da amici che abitano nei dintorni e come del resto hanno segnalato le cronache cittadine nelle settimane passate). La Capitale è sporca, sempre più sporca e degradata di questi tempi. Ma la mia intenzione, qui, non è quella di prendermela con Virginia Raggi ad un anno di distanza dal suo insediamento quale Sindaca di Roma. Ad altri il compito di scrivere minuziosamente circa le sue responsabilità. Ciò che in effetti mi preme è di esprimere la percezione di una sinergia in negativo (diciamo così) fra la Raggi e papa Francesco; figura comunque di grandissima umanità, Bergoglio, capace di toccare non poche volte il mio animo (ricorderò per tacer d’altro il suo primo viaggio a Lampedusa quattro mesi dopo il conclave, un gesto altamente significativo del suo pontificato). Ma premesso questo, dovrò pur dire di quelle che mi sembrano le conseguenze socio-politico-antropologiche a partire dal 2013 dei “gesti” di Bergoglio: a capo (rammentiamolo!) della Chiesa Cattolica nonché di uno Stato sovrano. Ora, servendomi di un lucido e corrosivo enunciato di Leonardo Sciascia estrapolato dall’Affaire Moro (libro da me riletto recentemente) dovrò esprimermi così: in base alla legge dell’invisibile evidenza, papa Francesco non da oggi sta smantellando di fatto il prestigio di Roma, città le cui sorti per antica storia -piaccia o non piaccia- risultano (e quanto strettamente!) legate alla Santa Sede. Due gesti gravidi di implicazioni da parte di Bergoglio, in particolare: la scelta di Santa Marta come alloggio all’interno del Vaticano; e l’apertura del Giubileo della Misericordia 2015 a Bangui (Repubblica Centrafricana). Ebbene, la trasmissione televisiva di venerdì sera 23 giugno su Rai Tre della Grande Storia per l’appunto dedicata al pontificato di Francesco, oltre a rammentare la scarsa affluenza di pellegrini a Roma per il Giubileo, ha ospitato non poche voci critiche della Curia in merito alle tante, forse troppe aperture del papa argentino (l’Eucarestia ai divorziati, la “sensibilità” eccessiva nei confronti di Lutero, per fermarsi qui). Intendiamoci bene: da laico convinto non penso minimamente ad immedesimarmi con le ragioni della Curia (che forse prega in cuor suo per un rapido esaurimento del “ciclone” Bergoglio…); volendo focalizzarmi sul fatto che, senza rimpiangere la sedia gestatoria, i “gesti” di Bergoglio (in primis quelli sopra evidenziati) hanno comportato e stanno comportando -credo- un processo di marginalizzazione di Roma. Quanto sta a cuore a Bergoglio -mi chiedo- la Capitale del nostro paese considerando il suo amore per le periferie del mondo e per gli ultimi? non sarà che il suo modus operandi -ispirato da una sistematica quanto trasgressiva insofferenza verso il protocollo- può in qualche modo incoraggiare i suddetti bivacchi non distanti dal Vaticano e lesivi del decoro urbano anche e soprattutto in presenza di una giunta capitolina brava solo a farsi e disfarsi sulla pelle dei cittadini, donde quella sinergia in negativo di cui sopra fra la Raggi e Francesco che peraltro non si parlano? e qui risulta impossibile non osservare che il papa-alfiere della misericordia potrebbe cercare il dialogo con la Sindaca, dopo l’intransigenza a suo tempo mostrata nei confronti del malcapitato Ignazio Marino…

Ripeto: non da vaticanista e spero con rispetto ho inteso esplicitare brevemente osservazioni che faccio tra me. Regressive, in salsa caput mundi? può darsi. Eppure in medio stat virtus, sentenzia la Scolastica riferendosi all’Etica Nicomachea; laddove Bergoglio mi pare un rivoluzionario sotto sotto isolato all’interno della Chiesa (talché sorrido ancora per le acrobazie verbali di Andrea Riccardi nella citata trasmissione di venerdì sera: acrobazie a mezza bocca peraltro, masticate a fatica, a significare eloquentemente lo stato confusionale di clero e credenti per il “ciclone” Bergoglio, guarda caso caro a molti orfani della sinistra italiana, me compreso). Io in questa città ci vivo e lavoro (a parte la patinata Grande Bellezza di Sorrentino) e con amarezza e sconcerto guardo al tempo della mia giovinezza allorché era un privilegio abitare a Roma…oggi è leggermente diverso fra buche, incendi, rifiuti, indecenze varie e tante aziende che voltano le spalle a…Gabbianopoli. Ma si sa, invecchiando si diventa passatisti e noiosi ed anche patetici. Non me ne voglia papa Francesco, che sicuramente non fa di proposito quello che ho detto; trattandosi, lo ripeto, di una figura di rara umanità ma comunque da non mitizzare per politica vedovanza (per converso interrogandomi nel mio caso a tutto tondo sul suo pontificato e affidandomi in ultimo al giudizio storico).

 

Andrea Mariotti

 

giugno 23rd, 2017

 

LA  POETICA DI GIORGIO  CAPRONI

 

C’è una poesia di Giorgio Caproni paradigmatica dalla quale converrà prendere le mosse nel presente scritto, intitolata Battendo a macchina: “Mia mano, fatti piuma:/ fatti vela; e leggera/ muovendoti sulla tastiera,/ sii cauta. E bada, prima/ di fermare la rima,/ che stai scrivendo d’una/ che fu viva e fu vera…”; più che sufficiente davvero, tale poesia, grazie a questa sua prima strofe (inclusa nei Versi livornesi, all’interno dalla raccolta IL SEME DEL PIANGERE, 1959) per comprendere il difficile e felice equilibrio tra spirito aristocratico e vena popolare raggiunto in modo esemplare da Caproni con la suddetta raccolta; per diversi studiosi il frutto più fine della sua storia poetica (e basterà citare al riguardo nomi come quelli di Biancamaria Frabotta e Pier Vincenzo Mengaldo; quest’ultimo prefatore del Meridiano Mondadori dedicato al poeta).  Difficile se non impossibile, naturalmente, negare la grazia affilata della poesia di Giorgio Caproni fino all’acme del SEME DEL PIANGERE, dagli esordi genovesi influenzati dalle correnti ermetiche e, in particolare, dalla presenza tutelare e costante di Camillo Sbarbaro. Del resto non andranno dimenticati, del nostro poeta (nato a Livorno nel 1912), i notevoli sonetti “monoblocco” inclusi nel PASSAGGIO D’ENEA (raccolta del 1956) fra i quali spicca per chi scrive Alba (1945), con endecasillabi tronchi in uscita non vocalica rafforzati da interiezioni sapienti ( a frantumare la musica consolidata di una forma dorata e “chiusa” della nostra grande tradizione letteraria). In ogni caso anche il peso del PASSAGGIO D’ENEA risulta evidente, nello sviluppo del lavoro poetico del grande Livornese, alludendo alle famose e bellissime Stanze della funicolare leggibili in tale raccolta. Sarà bene a questo punto rammentare – volendo giungere al cuore di quanto mi preme sottolineare più avanti su Caproni- la finissima attività di traduttore del poeta, ripensando soprattutto ai suoi Proust, Céline, per tacer d’altri; giacché tale attività ha dischiuso ovviamente al grande  Livornese, per sua stessa ammissione, lungo il corso degli anni, “zone” dell’affettività e della cognizione altrimenti insondate. Ma eccoci al punto: i lettori che amano il nostro poeta, e sono in molti, sanno di una innegabile, rilevante cesura fra un “primo” Caproni e un “secondo” Caproni, per così dire; cesura sulla quale sarà necessario insistere qui proprio per tentare di comprendere le ragioni di una voce poetica più che mai viva e incisiva nei tempi attuali. Così dicendo, ecco che non possiamo non individuare nel CONGEDO DEL VIAGGIATORE CERIMONIOSO & ALTRE PROSOPOPEE (1965), la suddetta cesura fra quanto precedentemente pubblicato da Caproni e la grande Trilogia compresa fra gli anni Settanta e Ottanta (IL MURO DELLA TERRA, 1975; IL FRANCO CACCIATORE, 1982; e IL CONTE DI KEVENHŨLLER, 1986). Basterà, in merito, rileggere la chiusa della poesia che dà il titolo alla citata raccolta del 1965 (dedicata all’attore Achille Millo): “Ora che più forte sento/ stridere il freno, vi lascio/ davvero, amici. Addio./ Di questo, sono certo: io/ son giunto alla disperazione/ calma, senza sgomento./ Scendo. Buon proseguimento”. Non posso negare, per quanto mi riguarda, di nutrire un sentimento quasi di devozione per tali versi: essi, infatti, nella loro disarmante semplicità, si fanno profondissima metafora della condizione umana; talché, a questo punto, la voce di Caproni conquista maggiore libertà tematica e formale rispetto alle precedenti e pur splendide prove (il pensiero torna, soprattutto, ai citati Versi livornesi  del SEME DEL PIANGERE e dedicati ad Anna Picchi, ricamatrice e suonatrice di chitarra, madre del poeta; poeta-violinista, questi, peraltro, diplomato in composizione giovanissimo a Genova). Sia come sia, con il CONGEDO del  1965 (l’anno di un traumatico intervento operatorio per il poeta, che da allora fino alla morte vivrà da “resecato gastrico”, per sua stessa definizione); sia come sia, stavamo dicendo, col CONGEDO, comincia il “viaggio metafisico” di Giorgio Caproni, in tutta evidenza. Il grandissimo cantore di Genova, sua città d’adozione, e della madre- fidanzata del poeta (che intuizione, quella di cantare la giovinezza materna!); cantore nel contempo antico e sottilmente sabotatore come già detto, della nostra grande tradizione metrico-stilistica; questo cantore, insomma, col CONGEDO, scopre le sue carte decisive di “cerimonioso dicitore del nulla”, secondo quanto osservato da Italo Calvino (e non a caso il grande Livornese è stato accostato a Samuel Beckett). Il nostro poeta, austero e riservato, maestro elementare per tutta la vita, parlerà in effetti con la sua voce più alta nel 1975, dando alle stampe IL MURO DELLA TERRA, accolto con grande favore di critica e di pubblico. Con il MURO, infatti, tutto è mirabilmente al suo posto; nel senso che nel libro la densità metafisica di una evidente “ontologia negativa” (sempre per citare Calvino), è una cosa sola con una forma “frantumata e ellittica” (com’è stato osservato da più parti); la cui qualità più corrosiva, forse, consiste nella chiusa delle poesie: senza punti di domanda che possano favorire un rassicurante dialogo con il lettore. Detta qualità di Caproni, è stata individuata felicemente da Carlo Bo; senza stupirsene più di tanto da parte nostra; ché, in tutta evidenza, Carlo Bo ha avvicinato i grandi poeti del Novecento italiano più intensamente di altri; nel  senso umano del termine, prima ancora che dal punto di vista strettamente critico. Ma torniamo a Giorgio Caproni. Dopo IL FRANCO CACCIATORE del 1982 -laddove si può percepire un certo “manierismo” rispetto al libro precedente, come osserva a parer mio giustamente Pier Vincenzo Mengaldo in antitesi, nella fattispecie, agli eccessivi entusiasmi di Pietro Citati- eccoci al cospetto dell’ultimo grande libro di Caproni: IL CONTE DI KEVENHŨLLER, del 1986. Con tale raccolta la poesia di Caproni raggiunge una stoica, rarefatta scansione; con alte e attualissime punte di agnizione nell’indicarci l’inquietante ambivalenza fra l’Essere e il Nulla: quasi il poeta si fosse dotato di un misterioso periscopio grazie al quale scrutare la scaturigine tutt’altro che rassicurante di tutti gli ossimori, di tutte le ambiguità (senza dare cioè l’impressione di una pratica letteraria e forzata dei contrari, ossia a posteriori). Così, nel CONTE DI KEVENHŨLLER, il cacciatore è la sua preda; la Bestia, per la cui uccisione il Conte ha promesso bei soldoni alla popolazione, è sfuggevole e parte di noi; e si potrebbe continuare a lungo. Il poeta morì il 22 gennaio 1990; sul comodino (è stato riferito) la pagina della COMMEDIA laddove spiccano i famosi versi: “L’alba vinceva l’ora mattutina/ che fuggia innanzi, sì che di lontano/ conobbi il tremolar de la marina”; Purg. I, 115-7: il giorno successivo, 23 gennaio, il suo funerale, senza la presenza delle autorità (nel quartiere romano di Monteverde, dove abitava); in perfetto stile con la riservatezza e il distacco del grande Livornese, si potrebbe chiosare con amara asciuttezza (non mancarono però Walter Binni, Biancamaria Frabotta e Valerio Magrelli). D’altronde la poesia di Giorgio Caproni costituisce un patrimonio ricchissimo e attuale della mente e del cuore di numerosi lettori; e di chi scrive in modo particolare -mi sia concesso di dire- avendo io abitato dal 1969 al 1980 a trecento metri dal grande Livornese, nella piazza dove sbocca la salita di via Pio Foà (via lungo la quale, dal 2012- in occasione del centenario della nascita di Caproni- è visibile al numero 28 una targa che lo ricorda, assieme ai versi di Dopo la notizia, dal MURO DELLA TERRA). Mi piace concludere questo scritto citando di Caproni i versi in morte di Pasolini, suo grande amico (intitolati Dopo aver rifiutato un pubblico commento sulla morte di Pier Paolo Pasolini , ora inclusi nella raccolta postuma RES AMISSA, 1991, curata da Giorgio Agamben): “Caro Pier Paolo./ Il bene che ci volevamo/ -lo sai- era puro./ E puro è il mio dolore./ Non voglio pubblicizzarlo./ Non voglio, per farmi bello,/ fregiarmi della tua morte/ come d’un fiore all’occhiello.” Così era Giorgio Caproni, maestro elementare fino al 1973: un uomo riservato e fiero che insegnava ai suoi alunni invogliandoli a scrivere versi; non negandosi neppure a scuola la gioia del trenino elettrico.

 

 

Andrea Mariotti,  9 aprile 2015

 

P.S. Ripropongo qui il mio scritto relativo al grande poeta apparso nella suddetta data sul presente blog e incluso nel n.61 della rivista letteraria I Fiori del Male, maggio agosto 2015 (a/m)

 

giugno 21st, 2017

 

MATURITA’ 2017: per il tema di italiano, una poesia di Giorgio Caproni

 

VERSICOLI QUASI ECOLOGICI

 

Non uccidete il mare,

la libellula, il vento.

Non soffocate il lamento

(il canto!) del lamantino.

Il galagone, il pino:

anche di questo è fatto

l’uomo. E chi per profitto vile

fulmina un pesce, un fiume,

non fatelo cavaliere

del lavoro. L’amore

finisce dove finisce l’erba

e l’acqua muore. Dove

sparendo la foresta

e l’aria verde, chi resta

sospira nel sempre più vasto

paese guasto: “Come

potrebbe tornare a esser bella,

scomparso l’uomo, la terra“.

 

(poesia di GIORGIO CAPRONI tratta dalla sezione Anarchiche o fuori tema e inclusa in RES AMISSA , raccolta postuma del 1991)

 

P.S. in mattinata mi sono soffermato a parlare al telefono circa la poesia in oggetto con la signora Silvana, figlia del grande poeta (a/m)

 

 

giugno 20th, 2017

lunedì 19 giugno 2017

CINQUE DOMANDE (E PIU’) A… IOLE CHESSA OLIVARES

Nel corso di un importante evento tenutosi alla Sapienza di Roma, nella Sede del Centro di Documentazione Europea ‘Altiero Spinelli’ della Facoltà di Economia, alla poetessa Iole Chessa Olivares è stato attribuito il prestigioso Premio alla Cultura dalla Giuria de  ‘Le Rosse Pergamene del Nuovo Umanesimo’,  ideato e sviluppato dalla eccellente Anna Manna – che ne è Presidente, con a latere il Dr. Corrado Calabrò che ne è Presidente Onorario -. Presidente di Giuria la nota saggista Neria De Giovanni – Direttore Editoriale de ‘Il Portale Letterario’, organizzatrice del Premio Nazionale Alghero Donna di Letteratura e Giornalismo, insigne Critica Letteraria, Presidente della AICL-Associazione Internazionale dei Critici Letterari con Sede a Parigi, Presidente di ITALIAMIA -. Va sottolineato che la bella serata, di cui è stata abile e dinamica conduttrice la bravissima Anna Manna, ha visto numerosi premiati per le altre categorie oggetto dell’apprezzamento della Giuria, nonché un folto e attento pubblico di amanti della Cultura e dell’Arte. Inizio modulo

A tutta la giuria, chi scrive, complimentandosi per la manifestazione, ha portato i saluti dell’Accademia di Alta Cultura.
Alla poetessa Iole Chessa Olivares, chi scrive, ha chiesto di far conoscere al vasto pubblico dei Lettori di questo blog la propria impronta artistico-letteraria, condensata nelle domande-e-risposte della Rubrica “CINQUE DOMANDE (E PIU’) A…
 
Roma, 15 Giugno 2017
GIUSEPPE BELLANTONIO
———————————————————————————————-

Iole Chessa Olivares, nata a Cagliari, vive e lavora a Roma.

Ha al suo attivo diverse pubblicazioni di poesie:

 ” Lente apparizioni “1991 – Firenze libri;

” Di baleni una rapsodia” 1993 – Cultura 2000;

“Oltre il sipario” 1996 – Montedit;

“Nella presa di un ora “” 2000- Montedit;

“In piena sulla conchiglia” 2002 – Pagine;

“Quel tanto di rosso” 2007 – Terresommerse;

“La buccia del grido” 2008 – Lepisma.

E’ presente in numerose antologie di poesia contemporanea,

ricordiamo in particolare:

“Fioretti giubilari”, presentata dal Cardinal Paul

Poupard a Giovanni Paolo II;

Poeti al Caffè Greco – Roma – editore Lepisma;

Antologia della letteratura italiana del XX secolo, edizioni Helicon;

Dossier poesia, Book editore;

Storia della letteratura italiana, il secondo 900, Guido Miano Editore;

Cento poeti per il terzo millennio, Il Convivio edizioni;

Le parole della vita, Book editore;

Un orizzonte di voci, Book editore;

Il calamaio 2004, 2005, 2008 – Book editore.

Dal 1993 collabora a programmi culturali presso emittenti private promuovendo

in particolare la poesia.

Nel 1998, con il Gruppo “Camilla Ravera” dell’Unione Scrittori ha iniziato gli incontri

allievi – insegnanti nelle scuole di Roma e provincia con risultati incoraggianti che

ancora oggi portano l’autrice ad avere rapporti con  gli Istituti scolastici.

Per la poesia, ha ricevuto innumerevoli  premi e riconoscimenti.Delle sue attività si sono occupati poeti, narratori, critici militanti come:

Dante Maffia; Rocco Salerno; Sabino Caronia; Merys Rizzo; Gabriele Di Gianmarin; Maria Marcone; Francesco Dell’Apa; Pierfranco Bruni; Stefano Valentini; Domenico Cara; Donata di Bartolomeo; Francesco Grisi; Pino amatiello ; Vito Riviello; Giovanni Amodio; Angelo Manitta; Italo Evangelisti; Plinio Perilli; Giorgio Linguaglossa; Cristina Di Massimo; Elisa Caprarella; Carmelo Aliberti; Pina Majone Mauro; Ernesto Neri; Anna Mazzini; Lidia Ferrara; Antonio Coppola; Pasquale Matrone; Antonio Masetti.

—————————————————————————————-

CINQUE DOMANDE (E PIU’…) A: IOLE CHESSA OLIVARES

Il suo libro più recente porta un titolo particolare “Nel Finito… Mai Finito”: vuole dire qualcosa in merito?

Il titolo del libro allude a un mio orizzonte spirituale che progressivamente si amplia, venuti meno spazio e tempo, oltre la finitezza umana, nella ricerca inesauribile del senso ultimo del vivere. Qui tutto è ovunque, tra il visibile e l’invisibile. Il libro, diviso in sette sezioni, declina questo concetto con variazioni e colori che si rincorrono, la realtà viene trasfigurata per raggiungere l’essenza delle cose: nulla si perde, tutto si ritrova nella consapevolezza delle interdipendenze, riprendendo vita tra infinite connessioni.                                        Mi fa piacere qui ricordare come si esprime la Critica letteraria Neria De Giovanni – ricordiamolo, Illustre Presidente dei Critici Letterari Italiani – nella sua postfazione al libro:  “… le immagini del concreto vissuto diventano anche metafore sapienziali per una meditazione che travalica l’oggettualità e diventa movimento spirituale universale. Questa silloge, di piena maturità poetica, segna un ulteriore confine tra i poeti della così detta linea lombarda che persistono  nella descrizione dei correlativi oggettivi  quotidiani, e una linea poetica, direi, del centrosud, che risente della lontana eco del  “poetar filosofeggiando” della Magna GreciaLa poesia di Iole Chessa Olivares è un continuo cesellare il pensiero che deve dire tanto in poche parole, quelle  sì, dense di significato e suggestioni”.                                                                           A questo punto, del “titolo del libro” non vorrei dire altro:  ho solo cercato di fare una massima sintesi, per non influenzare troppo il lettore. Sono certa che, nel corso della lettura, le autentiche ragioni  si evidenzieranno; la pretesa  di voler dire tutto,  spesso penalizza la totalità: che è fatta anche di mistero, di indicibile.

Da quando si è accorta di questa sua vena poetica e letteraria?

La consapevolezza di una vena poetica è arrivata nel tempo. Prima è arrivata una certa fascinazione per le parole, per la loro risonanza nel mio cuore di fanciulla: spesso, piccolissima, non ero ancora in età scolastica, sospendevo il gioco per ascoltare le parole dei grandi anche se  non sempre coglievo  il loro significato; era il suono che mi colpiva, e con queste suggestioni costruivo immagini e storie che custodivo gelosamente.                                                         Nel tempo della scuola e in quello successivo ho continuato a dare alla parola una grande importanza: mi aiutava con gli altri, a relazionarmi, ma soprattutto ad accettare la realtà, adeguarla al mio sentire. Negli anni, una forte passione per lo studio, la letteratura, la lettura di poeti laureati (di montaliana memoria) e non, ha evidenziato una mia attenzione contemplativa, poi anche espressiva, verso la realtà e sono quindi arrivati i miei scritti che ho raccolto in otto sillogi di poesia.

E’ un hobby o un’attività a tempo pieno?

Non è un hobby, non è un’attività a tempo, è una necessità. La poesia oltre che un grande nutrimento dello spirito, mezzo di conoscenza, è anche il tentativo di dare un senso all’esistenza, peso ai silenzi, forza alla parola, attenzione al mistero come pure alla totalità che ci contiene e sempre ci supera. E’ un’esperienza interiore, è incontro con l’essenzialità, è viaggio nell’ignoto con continue piccole resurrezioni.                                                                                  Ricordando le parole del grande poeta Rainer Maria Rilke, essa è  “… un progresso che deve venire dal profondo, non può essere in alcun modo incalzato o affrettato. Tutto è condurre a termine e poi partire, lasciare che ogni impressione e ogni germe di un sentimento si compia tutto dentro, nell’ombra, nell’indicibile, nell’inconscio e inattingibile alla propria ragione e, con profonda umiltà e pazienza, attendere la nascita di una nuova chiarezza”.

C’è un tema particolare che predilige?

Pare che ogni poeta abbia un tema dominante lungo il filo del proprio immaginario, tema che nel tempo approfondisce e perfeziona. Io sento in modo particolare quello della parola, del mare, dell’Amore Universale.                               Al riguardo, mi fa piacere ricondurmi al pensiero della scrittrice e poeta Fausta Genziana Le Piane, che da molti anni dedica una certa attenzione alla mia poesia; recentemente,  ha  pubblicato una raccolta di riflessioni critiche sulla stessa, dal titolo ‘Sconfinare Tra Parole Dormienti’ (il titolo è un verso di una mia poesia).”… i temi dominanti vengono indagati con  acuta visione d’insieme e raffinatezza psicologica frutto anche di una misura sobria, ponderata, sottile  che, da sempre, la nostra, ha scelto di imprimere ai suoi scritti”.  Nella sua prima intervista pubblicata sulla rivista CORUS – trimestrale di Arte e Cultura – tra le altre domande, mi chiese spiegazioni  sulla poesia  “La Parola Screziata“: spiegazioni che qui ricordo “… ho usato  il termine ‘screziato’ per alludere ai molti colori della parola … per me la parola  è suggestione, magia in cui molta della mia emotività si rigenera con valenze  totalizzanti. Con il suo fluire, risuona e, abbracciata alla fantasia, alleggerisce ‘il male di vivere’ … ho fiducia nelle sue vibrazioni di fondo, nel suo messaggio. Spesso  lacerazioni  interiori ed esteriori possono essere tenute a bada dalla parola che, in altra poesia, definisco ‘ultima pelle tatuata  sulle labbra del mondo’.

Posso chiederle qual è la sua visione  sull’essere umano?

La mia visione sull’essere umano si muove  nella consapevolezza di una certa fragilità  creaturale che si deve confrontare con il continuo, impercettibile mutamento di sé e del mondo in un processo infinito ordinato da una intelligenza superiore. Con questo stato d’animo, la mia ricerca ha poche esitazioni, anzi riannoda i diversi rapporti con la vita:                                               sempre la nebbia                                                                                            porta via qualcosa

e viene meno l’assillo di un esilio desolato

s’apre il tempo per un gioco d’aria fresca                                                                               per un

buon ricamo                                                                                        ogni trina una memoria  o un’attesa                                                                remando nel

velo                                                                                            

unico padrone.

Tengo così il cuore sempre aperto, per favorire una costante maturazione dello sguardo, un adattamento al nuovo, al confronto, ai linguaggi diversi: solo sentendosi anche parte dell’alter  si è veramente vivi.  Le continue esperienze diverse sono una tappa fondamentale per la scoperta, la costruzione di sé stessi e del mondo anche quando dette esperienze possono essere negative, dolorose.                                                                                                                              nell’abbandono                                                                                     nei traguardi perduti                                                                                               lì sono centro                                                                                         lì sono casa                                                                                                          

non più margine in ombra                                                                      o piccola storia di un istante                                                                                   ma punto vivo sull’eterno

                                                                      e colgo una spiga                                                                                                  e contemplo aurore                                                                           

senza disturbare.

Ultimamente l’abbiamo vista presente a diverse manifestazioni, ama l’Arte?    

               

Sì, la poesia e la musica hanno accompagnato la mia infanzia.                        Nella mia Famiglia si seguivano sempre le opere alla radio e si faceva l’abbonamento al teatro dell’Opera nella stagione invernale e in quella estiva. Più tardi, ho curato maggiormente la musica sinfonica e ho dedicato molta attenzione all’Arte Figurativa frequentando Musei, Gallerie d’Arte, Mostre, comprese le diverse biennali di Venezia.                                                                  Nel corso di un reading  di poesia,  ho incontrato il cantautore  Patrick Edera  che mi ha proposto la traduzione musicale  per tre mie poesie: Gerusalemme, Re per Caso, Improvviso. E’ nata così una felice collaborazione che ha visto la pubblicazione della silloge  di poesie ‘Quel Tanto di Rosso’   (Ed. Terre Sommerse, 2007) integrata da un CD con le tre canzoni, in rete da diversi anni.  La prima, Gerusalemme, integrata da un video e trasmessa più volte dall’emittente ROMA UNO, ha partecipato alla giornata di studi filosofico-teologica – proposta dalla Prof. Claudia Melica e dal Direttore del CIU Dott. James Puglisi – dedicata alla Città Santa  e tenuta presso il CIU-Centro Pro  Unione, Sala Conferenze del Collegio Innocenziano in Roma.                                   Recentemente, nel 2016, il cantautore Amedeo Morrone ha realizzato la traduzione musicale e l’arrangiamento per la mia poesia  “Respiro Verde-Celeste” (inserita nel CD allegato all’antologia Poesicanzone, Ediz. EscaMontage, 2016, presentato all’interno della rassegna culturale “San Lorenzo in Piazza” e  all’Estate Romana-Isola Tiberina, 2016).                                                                    Per il corrente anno, sono stata invitata all’Edizione 2017 del Festival della Poesia – Tramontana di Versi, organizzata dall’AISU-Associazione Interculturale per lo Sviluppo Umano, che realizzerà una installazione sul lungo lago di Luino (Varese) nel periodo 15 Giugno – 16 Luglio.

Impegni attuali e prossimi?

Per quanto attiene agli impegni del momento, costante la lettura  di giornali,  libri, soprattutto di poesia, perché la parola, da sempre, come ho detto poco prima,  mi seduce, si  fonde alla mia essenza, al mio esserciLa parola                                                                                                       ha comunque un dopo                                                                                 per i pescatori di luce…                                                                               Nel fango, velato il senso                                                                         tiene d’occhio                                                                                               le amputazioni penitenti e gli dei.                                                                         Partecipazione a diversi incontri letterari fissati sul calendario, cercare di scrivere quando le vibrazioni del cuore lo chiedono e la mente si illumina stimolata da ciò che ci circonda.  Tutto quanto avviene intorno a noi si deposita nel nostro spirito, anche inconsciamente… la memoria nulla trascura, all’improvviso pesca un particolare, un dettaglio minimo e, soavemente,  lo ripropone, destando meraviglia e, forse,  anche dando l’avvio per una nuova avventura poetica.                                                                                              Per il futuro, ho in programma  una raccolta di scritti – tanto di qualche tempo fa che nuovi -: ma tutto è da decidere  e, quindi, su questo, desidero essere prudente, riservata, lasciando all’istintività ed alla mancanza di una precisa programmazione il piacere della sorpresa verso i miei Lettori ed i miei Estimatori, al pari dei Critici che, con le loro parole, mi sono sempre e comunque di stimolo. Ai quali, tutti, va il mio grazie! più caro per il loro inestimabile sostegno al mio impegno, alla mia passione!

 

N.B. per gentile concessione di Giuseppe Bellantonio (http://storiacostumeculturasocieta.blogspot.it/2017/06/cinque-domande-e-piu-iole-chessa.html)

 

giugno 18th, 2017

 

IL VIAGGIO FINISCE QUI

 

Il viaggio finisce qui”…così il verso incipitario della montaliana Casa sul mare: nel senso che oggi ho compiuto l’atto finale di quel “laico pellegrinaggio” relativo alla mia recente riflessione sulla tragedia di Aldo Moro (“pellegrinaggio” al quale accennavo proprio un mese fa nel presente blog): recandomi quest’oggi -dopo via Fani e via Caetani, nonché via Pio Foà 31- con un caro amico a Torrita Tiberina, nel cui cimitero è sepolto lo statista assassinato. Se vale l’assunto antropologico di impronta psichica, ebbene non posso tacere di un cupo dolore aleggiante attorno alla tomba che si vede nella foto; giacché lo spirito di Moro reclama tuttora verità e giustizia a noi tutti, a “…questo popolo ormai dissociato/ da secoli…”, per citare un verso famoso di Pasolini. Come ha scritto limpidamente Ferruccio de Bortoli nel suo recente volume Poteri forti (o quasi), “la memoria non è solo un omaggio, ma un dovere civile”, e questo enunciato dice tutto, a parer mio; risultando un piccolo e prezioso lume per me, oggi, in piena disperazione intellettuale e morale a fronte della nostra società lacerata e folta di guitti (non solo Grillo!); non a governarla, bensì colpevolmente ad inseguirla. Torniamo strettamente ad Aldo Moro. Sulla pietra tombale il suo nome e cognome in modo semplice ed eloquente. Ribadisco che al cospetto di questa tragedia noi non possiamo esteticamente consolarci come nei riguardi dell’atroce morte di Pasolini; in quanto, a seguito dell’uccisione di Moro, per dirla con Leonardo Sciascia, è fin troppo chiaro che “L’Italia è un Paese senza verità. Bisogna rifondare la verità se si vuole rifondare lo Stato. Se non riusciamo ad arrivare alla verità sul caso Moro, siamo davvero perduti… (agosto 1978)”. Parole lapidarie e attualissime, quelle dello scrittore siciliano, giustamente riportate da Paolo Cucchiarelli nel suo libro-inchiesta Morte di un Presidente (2016), la cui lettura due mesi addietro non poco mi ha scosso (come del resto riferito nel precedente mio scritto del 18 maggio scorso). Non si scappa. Lo statista assassinato è il Convitato di pietra con il quale fare i conti per la losca e putrida partita a più mani giocata sulla sua pelle e su quella della sua famiglia nonché su quella della scorta; e, a ben guardare, storicamente anche sulla nostra; di sudditi che protestano oggi su Facebook e Twitter (per quanto può valere ciò). Basta. Al mare ci sono andato nei giorni precedenti. Oggi, con il caldo più sopportabile, ho cercato “diversi porti/ per lo gran mar de l’essere” (PARADISO, I, 112-3).

 

Andrea Mariotti

 

 

giugno 17th, 2017

Oggi ho riaperto dopo tanto tempo le pagine di un libro prezioso, ossia Il bestiario di Aloys Zötl (testo di Julio Cortazar, con una Presentazione di André Breton), Franco Maria Ricci editore in Parma (1972). Un libro che, a prescindere dalla raffinatezza della veste editoriale e la fantastica originalità delle immagini, conserva per me un valore particolare; essendomi stato donato da una zia di parte materna per il mio compleanno nel 1997 in memoria della figlia Antonietta, scomparsa prematuramente. Tra “le cose belle” che aveva mia cugina c’era per l’appunto il libro di cui sto parlando, come ho riletto nella dedica di mia zia…i parchi versi che seguono ebbi a scriverli nel giugno 1995, ad un anno esatto dalla morte di Antonietta (a/m):

 

ANTONIETTA

 

agonizzando in orca

pensavi alla tua idea:

spuntare piccola orchidea

quasi non vista, in vetta

 

poesia di Andrea Mariotti, dalla silloge Lungo il crinale, Bastogi, 1998

 

giugno 16th, 2017

 

CELEBRAZIONI LEOPARDIANE

 

Domenica 25 giugno 2017
– ore 11,00
Omaggio alla Famiglia Leopardi del Concerto Musicale “B.Gigli”

di Recanati

Giovedì 29 giugno 2017

– Ore 18,00
Centro Nazionale di Studi Leopardiani,
‘Sala convegni Franco Foschi’
Conferenza di Franco D’Intino – Università La Sapienza Roma
Prima e dopo l’uomo. Un pensatore moderno critico della modernità
Consegna del Premio “ G. Leopardi per la critica letteraria 2017”

a Franco D’Intino

 

– Ore 21,30
Orto Giardino del “Colle de L’Infinito” (ingresso convento di Santo Stefano)
Recital
Giuseppe Pambieri
“L’Infinito Giacomo”

Il programma è a firma del sindaco di Recanati
Francesco Fiordomo; del pres del CNSL  Fabio Corvatta

e del pres del CMCP Umberto Piersanti

giugno 15th, 2017

Dal Laboratorio Leopardi della Sapienza di Roma ho ricevuto la seguente mail (a/m):

 

siamo lieti di darvi la notizia che il Laboratorio Leopardi è stato protagonista dell’ultima puntata (2017) di

 

Quante storie

 

trasmissione televisiva condotta da Corrado Augias su RAI 3, andata in onda venerdì 9 giugno.

 

La puntata si può vedere al seguente link:

 

http://www.raiplay.it/video/2017/06/Quante-storie-66ce3286-c04a-4034-b8d7-15231a981bc5.html

 

 

giugno 14th, 2017

 

14 GIUGNO 1837 – 14 GIUGNO 2017

 

IL TRAMONTO DELLA LUNA

 

Quale in notte solinga,

sovra campagne inargentate ed acque,

là ‘ve zefiro aleggia,

e mille vaghi aspetti

e ingannevoli obbietti

fingon l’ombre lontane

infra l’onde tranquille

e rami e siepi e collinette e ville;

giunta al confin del cielo,

dietro Apennino od Alpe, o del Tirreno

nell’infinito seno

scende la luna; e si scolora il mondo;

spariscon l’ombre, ed una

oscurità la valle e il monte imbruna;

orba la notte resta,

e cantando, con mesta melodia,

l’estremo albor della fuggente luce,

che dianzi gli fu duce,

saluta il carrettier dalla sua via;

 

tal si dilegua, e tale

lascia l’età mortale

la giovinezza. In fuga

van l’ombre e le sembianze

dei dilettosi inganni; e vengon meno

le lontane speranze,

ove s’appoggia la mortal natura.

Abbandonata, oscura

resta la vita. In lei porgendo il guardo,

cerca il confuso viatore invano

del cammin lungo che avanzar si sente

meta o ragione; e vede

che a se l’umana sede,

esso a lei veramente è fatto estrano.

 

Troppo felice e lieta

nostra misera sorte

parve lassù, se il giovanile stato,

dove ogni ben di mille pene è frutto,

durasse tutto della vita il corso.

Troppo mite decreto

quel che sentenzia ogni animale a morte,

s’anco mezza la via

lor non si desse in pria

della terribil morte assai più dura.

D’intelletti immortali

degno trovato, estremo

di tutti i mali, ritrovàr gli eterni

la vecchiezza, ove fosse

incolume il desio, la speme estinta,

secche le fonti del piacer, le pene

maggiori sempre, e non più dato il bene.

 

Voi, collinette e piagge,

caduto lo splendor che all’occidente

inargentava della notte il velo,

orfane ancor gran tempo

non resterete: che dall’altra parte

tosto vedrete il cielo

imbiancar novamente, e sorger l’alba:

alla qual poscia seguitando il sole,

e folgorando intorno

con sue fiamme possenti,

di lucidi torrenti

inonderà con voi gli eterei campi.

Ma la vita mortal, poi che la bella

giovinezza sparì, non si colora

d’altra luce giammai, né d’altra aurora.

Vedova è insino al fine; ed alla notte

che l’altre etadi oscura,

segno poser gli Dei la sepoltura.

 

GIACOMO  LEOPARDI

 

 

 

giugno 10th, 2017

INVITO

 

13 giugno 2017, ore 17

 

OMAGGIO A COLOMBA ANTONIETTI

NEL 168° ANNIVERSARIO DELLA SUA MORTE

 

 

Roma, Passeggiata del Gianicolo

Busto dell’eroina

17.00 Saluti e breve introduzione di Annalisa Venditti

17. 15 “Le donne della Repubblica Romana”, a cura di Cinzia Dal Maso.

17.30  Paola Sarcina. direttore artistico del festival internazionale Cerealia, leggerà un brano tratto da “La Italia. Storia di due anni 1848 – 49” di Candido Augusto Vecchi, testimone oculare della morte di Colomba.

17.45 Torna il pane di Colomba: un ringraziamento al panificio Panella che ha realizzato per Cerealia un pane in omaggio a Colomba Antonietti, figlia di un rinomato fornaio di Foligno.

Anche quest’anno, infatti, l’Omaggio a Colomba è inserito in Cerealia, il festival ispirato ai riti delle Vestali e ai Ludi di Cerere ed esteso a tutti i paesi del bacino del Mediterraneo.

18.00  Assegnazione del Premio Colomba Antonietti.

Specchioromano.it, rivista telematica di cultura,  ha stabilito di conferire ogni anno un riconoscimento a due donne che si siano distinte per il loro impegno nello studio e nella diffusione della storia e degli ideali risorgimentali.

In questa edizione, le targhe saranno consegnate a Mara Minasi, responsabile del Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina e a Maria Antonietta Grima Serra, presidente dell’Associazione Nazionale Garibaldina.

La nota stilista romana Vanessa Foglia, ideatrice del marchio Abitart, da anni impegnata nel sociale e nella valorizzazione culturale, ha creato un foulard dedicato a Colomba Antonietti, per offrirlo alle premiate come simbolo della femminilità combattente dell’eroina.

18,15  Deposizione di un mazzo di rose ai piedi del busto di Colomba.