Gennaio 16th, 2019

In foto il pianoforte di Beethoven all’interno della Pasqualatihaus -da me visitata nel 2007- a Vienna, abitata dal grande musicista in alcuni periodi fra il 1804 e il 1815 e dove ebbe a comporre la Quarta, Quinta e Settima sinfonia. Ma il nome di questa casa è legato anche a un Canto elegiaco per quattro voci solistiche ed archi (Elegischer Gesang op.118) dedicato dal genio di Bonn nel 1814 alla memoria di Eleonora Pasqualati, la defunta moglie del barone Johann Baptiste, padrone di casa, amico e consigliere del Maestro. La cantata in oggetto, concentrata e toccante, risulta davvero una delle partiture più belle di Beethoven a livello vocale…ascoltare per credere!

 

Andrea Mariotti

 

 

Gennaio 14th, 2019

Il Laboratorio Leopardi

augura a tutti buon anno nuovo

ed è lieto di annunciare la costituzione del

 Centro studi sulla natura, l’umano e l’unità del pensiero

presso

l’Accademia Vivarium Novum

di Frascati

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In collaborazione con il Laboratorio Leopardi il Centro organizzerà, come prima attività, un

Laboratorio di filosofia della natura e studi umanistici

MAGNUM MIRACULUM HOMO

dal 3 al 10 febbraio 2019

presso Villa Falconieri (Frascati)

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Professori:

Ignacio Armella Chávez (Accademia Vivarium novum); Novella Bellucci (Università di Roma “La Sapienza”); Remo Bodei (Scuola normale superiore di Pisa, Accademia dei Lincei e Università della California di Los Angeles); Luciano Boi (École des hautes études en sciences sociales di Parigi); Mauro Carfora (Università di Pavia); Giulio Maria Chiodi (Istituto universitario “Suor Orsola Benincasa” di Napoli); Franco D’Intino (Università di Roma “La Sapienza”); Paolo Ercolani (Università d’Urbino “Carlo Bo”); Giulio Ferroni (Università di Roma “La Sapienza”); Françoise Graziani Giacobbi (Università di Corsica “Pasquale Paoli” e Fédération de recherche environnement et société); Flavio Keller (Università Campus bio-medico di Roma); Paolo Maddalena (già Vicepresidente della Corte costituzionale); Lamberto Maffei (Scuola normale superiore di Pisa e Accademia dei Lincei); Sebastiano Maffettone (LUISS, Roma); Luigi Miraglia (Accademia Vivarium novum); Giuseppe Mussardo (Scuola internazionale superiore di studi avanzati, Trieste); Giorgio Parisi (Università di Roma “La Sapienza” e Accademia dei Lincei); Tiziana Provvidera (University college London e Istituto italiano per gli studi filosofici); Antonio Rostagno (Università di Roma “La Sapienza”); Marcelo Sánchez Sorondo (Pontificia Accademia delle scienze sociali).

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Ingresso libero con prenotazione obbligatoria scrivendo a: convegni@vivariumnovum.net. Il programma dettagliato sarà pubblicato a breve sul sito www.vivariumnovum.net. Le lezioni saranno tenute in lingua italiana; nei dibattiti potrà essere adoperate anche le principali lingue europee.

L’Accademia Vivarium novum mette a disposizione per la partecipazione al laboratorio 40 borse di formazione che coprono i costi delle lezioni, dei seminari, delle attività culturali connesse e le spese di vitto e alloggio presso le strutture del Campus.

Le borse sono riservate ai giovani degli ultimi due anni dei licei, studenti universitari, laureati e docenti d’ogni ordine e grado. Le domande di partecipazione, corredate dal modulo compilato (https://vivariumnovum.net/en/events/congresses/magnum-miraculum-homo/general-regulations%202019.pdf; su https://vivariumnovum.net/it/events/congresses/magnum-miraculum-homo#magnum-miraculum%C2%A0homo è disponibile l’application form), lettera di motivazioni, da una copia della carta d’identità, da una fotografia recente e da un dettagliato curriculum degli studi, dovranno pervenire in formato digitale al seguente indirizzo: candidati@vivariumnovum.net entro e non oltre il 20 gennaio 2019. Domande tardive potranno essere prese in considerazione fino al 26 gennaio solo se il ritardo sia giustificato da gravi motivi.

La borsa prevede l’obbligo di residenza e di frequenza almeno per la metà del corso e la presentazione d’una relazione finale (max 25.000 battute) da consegnare entro il 25 ottobre 2019. All’atto del ricevimento della relazione verrà rilasciato un attestato di partecipazione.

Si richiede che l’arrivo avvenga il pomeriggio del 3 febbraio, e la partenza la sera del 10 febbraio.

 

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Ulteriori informazioni:

https://vivariumnovum.net/it/events/congresses/magnum-miraculum-homo#magnum-miraculum%C2%A0homo

 

Bando in inglese:

https://vivariumnovum.net/en/events/congresses/magnum-miraculum-homo#magnum-miraculum%C2%A0homo

 

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La Redazione del Laboratorio Leopardi


 

Centro studi sulla natura, l’umano e l’unità del pensiero

Accademia Vivarium Novum

Villa Falconieri, Frascati (Roma)

“Tanto è possibile che l’uomo viva staccato dalla natura, dalla quale sempre più ci andiamo allontanando, quanto che un albero tagliato dalla radice fiorisca e fruttifichi. Sogni e visioni. A riparlarci da qui a cent’anni. Non abbiamo ancora esempio nelle passate età di un incivilimento smisurato, e di uno snaturamento senza limiti. Ma se non torneranno indietro, i nostri discendenti lasceranno questo esempio ai nostri posteri, se avranno posteri.” (Giacomo Leopardi, Zibaldone 217, 1820)

“L’ultimo passo della ragione è riconoscere che vi sono cose che la superano.” (Blaise Pascal, Pensieri, 1670)

“Se il senso della realtà esiste, e nessuno metterà in dubbio il suo diritto all’esistenza, allora deve esistere anche qualcosa che si può chiamare senso della possibilità […] definibile come la capacità di pensare a tutto ciò che potrebbe essere e di non ritenere ciò che è più importante di ciò che non è.” (Robert Musil, L’uomo senza qualità, 1937)

“Non dobbiamo più considerare lo spazio e il tempo in termini di produzione, di rendimento. Essere liberi significa vivere intimamente e poeticamente gli spazi ed essere abitati da loro nella mente e nell’anima, e anche poter vedere e sentire gli esseri più umili e piccoli, incontrarsi spontaneamente per condividere un bicchiere di vino e un pasto, riposarsi su una vecchia sedia per contemplare e narrare il tramonto, passeggiare in silenzio per scambiarsi le proprie interrogazioni sull’universo e sulla vita.” (Ernesto Sabato, La resistencia, 2000)

 

 

Preludio

È ormai divenuto imprescindibile coltivare le culture, le scienze e le arti in tutte le loro forme come un valore in sé, come l’espressione umile e nobile nello stesso tempo della libertà di pensiero e del civismo di una comunità.

Le scuole, i conservatori e i giardini botanici devono ridiventare luoghi vitali dove coltivare il dubbio, lo stupore e la sapienza. Non esistono confini fissi o barriere convenzionali che possono impedire ai vari saperi scientifici e umanistici d’interagire e ispirarsi reciprocamente, ma solo frontiere mobili, membrane fluide attraverso le quali essi s’intrecciano e tessono trame di percezioni, intuizioni e idee che si muovono da un campo all’altro e danno luogo a nuove conoscenze e pratiche materiali e di vita.

Ciò che ha impedito a queste diverse forme di conoscenza e di culture materiali di crescere insieme son le barriere erette dall’ideologia della specializzazione e separazione disciplinari, dai paradigmi epistemologici del meccanicismo e del riduzionismo, da modelli socioeconomici angusti e ingiusti, nonché da ambizioni cieche, estranee alle vere pulsioni che animano il nostro più profondo e ineffabile desiderio di capire e agire. Affinché gli individui e le nostre società, intese come comunità di esseri umani liberi, possano continuare a esistere, è necessario ricreare quegli spazi che favoriscono lo scambio e il dialogo fra tutte le forme di conoscenza, siano esse astratte, letterarie o materiali. Una nuova visione del mondo e delle singole società deve mettere in luce come sia inutile conoscere la natura e interagire con essa se ciò non è subordinato a valori etici, a domande metafisiche, all’assunzione di responsabilità rispetto al pianeta su cui viviamo, al genere umano e a tutti i viventi.

Queste considerazioni ci spingono a dare corpo e forma a un Centro studi che faccia dello sviluppo teorico e pratico di questi temi la sua principale vocazione.

 

Progetto

Il Centro si propone di creare occasioni per coltivare vere e beate virtù – lo studio, il dialogo, l’ascolto, il silenzio, la dignità e nobiltà umane-, e per realizzare progetti originali – un lavoro, un’opera, un’esperienza, una ricerca -, tutti rivolti a uno stesso scopo: conoscere, capire, migliorare e rispettare il mondo in cui viviamo, noi stessi e gli altri. Si vuole far tesoro delle migliori qualità ed energie dell’uomo per non renderlo schiavo della macchina, strumento dell’egoismo e individualismo mercantili, succube dell’imbarbarimento culturale e civile; e per esaltare, invece, la sua capacità d’esprimere e d’operare per l’autonomia di giudizio, la coscienza critica, la creatività e lo spirito di condivisione.

Il Centro nasce con la volontà di promuovere lo studio facendo leva sullo stupore, l’immaginazione, l’intelligenza e la sensibilità di ciascuno, senza l’uso di tecnologie digitali alienanti e spersonalizzanti, prima di tutto per il piacere di conoscere e di comprendere, e anche per mettere la conoscenza al servizio dell’uomo e dei suoi valori più alti, d’una nuova poetica ed etica della natura e della persona, d’una società giusta e d’un mondo migliore.

In alternativa alla devastazione della natura e alla mercificazione, invitiamo a lavorare per un’altra possibilità: riscoprire e considerare la natura e l’essere umano come valori e non come oggetti, mostrare che sviluppo scientifico e il progresso tecnologico non solo non son sinonimi, ma che entrambi non sono né ineluttabili, né sempre e ovunque necessari. Esistono delle tecnologie distruttrici della natura, dell’intelligenza e della persona, che vanno rifiutate.

La critica dell’Homo œconomicus e dell’Homo machinalis rappresenta una nobile e necessaria ragione per impegnarsi in una battaglia di civiltà rivolta a preservare gli ecosistemi naturali e antropici, le culture, le lingue, l’intelligenza e sensibilità umane, il gusto, la grazia. Un’economia rispettosa della natura, della giustizia sociale e della libertà di tutti gli esseri umani non può fondarsi sull’ideologia produttivistica, cioè sul saccheggio della natura, sulla depredazione delle risorse, sull’accumulo dei profitti, sul progresso ad ogni costo: questo genere di progresso spesso genera morte, malattia e infelicità.

L’equazione che identifica la massima produttività con la prosperità economica e con il benessere sociale non ha nessun fondamento oggettivo e nessuna validità assoluta: dipende, infatti, da come, che cosa e perché si produce. Il benessere sociale, culturale e materiale non è legato alla quantità di merci che si possiedono, ma alla qualità dei beni materiali e soprattutto spirituali con i quali si vive in armonia.

Una rivoluzione del pensiero e delle pratiche di vita è necessaria: l’economia e il mercato non devono più essere il parametro fondamentale al quale subordinare tutti gli altri, cioè ambiente, cultura, ricerca, assetto del territorio, paesaggio, patrimonio artistico, ma devono invece diventare una variabile dipendente da essi. Ci proponiamo di contribuire allo sviluppo d’una razionalità allargata e qualitativamente nuova, al contempo libera ed esigente, rigorosa e inventiva, e per la quale ragione e sensibilità, precisione e immaginazione, percezione e azione, diritti e doveri sono inscindibili.

Vogliamo lavorare a costruire un nuovo dialogo con la natura e con il mondo vivente. Vogliamo costruire una nuova alleanza fra conoscenza, cultura e società civile.

Se ci sta a cuore che il mondo continui ad albeggiare, dobbiamo esigere che siano rispettati i suoi cicli e che si tenga conto dei suoi limiti. Se vogliamo che la nostra civiltà si conservi, dobbiamo non solo cambiare profondamente il sistema formativo attuale ma cominciare a crearne uno nuovo il cui scopo prioritario sia quello d’infondere il desiderio di conoscere e d’educare alla sapienza, alla temperanza e alla vita beata.

Per contrastare il declino culturale e spituale attuale, l’imbarbarimento sempre più diffuso delle idee e dei costumi, non bastano piccoli aggiustamenti o cambiamenti di facciata, ma sono necessarie una profonda trasformazione culturale dei nostri fondamenti sociali e una vera rinascita dei valori educativi e civili.

 

Scopi

Proporre un insegnamento che sia trasversale e collegiale, aperto quindi allo sviluppo di una pluralità di approcci, metodi e interpretazioni.

Offrire un insegnamento che abbia come principale scopo quello di approfondire la conoscenza di teorie, temi e argomenti originali e che sia foriero di nuove idee filosofiche, scientifiche e culturali.

Sviluppare un insegnamento che sia imperniato su un dialogo costante tra pensiero classico e pensiero contemporaneo, tra pensiero filosofico, scientifico e letterario, tra diverse concezioni del mondo, tra approfondimenti teorici e prassi di vita.

Fare in modo che lo studio si svolga attorno alla lettura dei testi e si sviluppi attraverso l’argomentazione e la discussione, nel rispetto del dialogo e con l’intento di valorizzare le capacità di ognuno. Riflessione, attenzione e curiosità ne saranno alla base.

Fornire un insegnamento e una formazione che mirino all’approfondimento della conoscenza e comprensione di teorie e temi fondamentali della ricerca in diversi campi del sapere, e all’acquisizione di capacità critiche di analisi e si sintesi. Più che la quantità d’informazione, si coltiveranno le capacità riflessive e interpretative, poiché un’intelligenza ben formata è molto più importante di un cervello troppo pieno.

 

 

Campi tematici:

– Natura, relazioni tra uomo e natura, ambiente, paesaggio

– Una nuova concezione ecodinamica della natura, del paesaggio e dell’abitare

– Il vivente non è una macchina: dalla biologia alle arti

– Critica dei modelli filosofici e scientifici della modernità e del post-umano

– Le conseguenze neuro-cognitive, culturali e sociali dell’atomizzazione dell’umano

– Leopardi e la complessità: poetica, filosofia e sapienza

– La letteratura, le arti e la filosofia della natura

– Il senso della possibilità nella scienza, nella filosofia e nella letteratura

– Significati e contenuti di una scienza qualitativa e d’un pensiero complesso

– Ripensare il rapporto tra conoscenza, tecnica e forme di vita, a partire da una critica

degli effetti devastanti di determinate nuove tecnologie sulle sfere cogntiva e affettiva

– Una cultura del limite: contingenza/necessità, diritti/doveri, libertà/responsabilità

 

 

– Il valore umano dello studio, del dialogo, del silenzio e della lentezza

 

Attività:

Ricerca, Insegnamento, Pubblicazioni

Si prevedono: alcuni incontri di studio e di ricerca in forma preferibilmente seminariale; un convegno annuale aperto al pubblico soprattutto dei docenti e degli studenti di scuole superiori e università; l’istituzione di una scuola estiva e di un laboratorio di Filosofia della natura e studi umanistici; la pubblicazione di una rivista annuale dal titolo Endiadi.

 

LABORATORIO DI FILOSOFIA DELLA NATURA E STUDI UMANISTICI

CONOSCERE PER IL PIACERE DI CONOSCERE E PER COMPRENDRE, DAL PENSIERO CLASSICO A QUELLO CONTEMPORANEO

(una settimana, 4 – 10 febbraio 2019)

Ciclo di lezioni e seminari aperto a studenti dell’ultimo anno delle superiori, dell’università e agli insegnanti.

TEMA:

Il concetto di natura: esplorazioni scientifiche, filosofiche e letterarie

Il concetto di natura, da Platone, Aristotele, Lucrezio e Bruno alla scienza contemporanea

Il concetto di natura in letteratura: poetica, filosofia e pensiero complesso

Il concrescere delle forme naturali e delle virtù umane: biologia, matematica, cosmologia, arti e architettura

 

SCUOLA ESTIVA versus (PROGETTO DI MASTER)

(una settimana, 9 – 15 settembre 2019)

Ciclo di lezioni e seminari aperto a studenti dell’ultimo anno delle superiori, dell’università e agli insegnanti dei licei.

TEMA per il 2019:

Il vivente e l’uomo non sono una macchina – critica dell’ideologia transumana e post-umana.

Si studieranno i fenomeni e comportamenti del vivente e degli esseri umani dai punti di vista biologico, neuro-psico-percettivo, filosofico, letterario e artistico, e secondo una pluralità d’approcci, metodi e linguaggi

 

ISCRIZIONE:

– fino a 40 studenti

– 400 euro a persona per il laboratorio e 400 euro per la scuola estiva

– con vitto e alloggio

– e attività culturali (concerti, visite artistiche, passeggiate paesaggistiche)

 

Collegio dei docenti (perlopiù scelti fra i membri del comitato scientifico)

– Almeno due o più docenti per corso/seminario (uno del campo scientifico e l’altro del campo umanistico)

– Lingua: italiano – le domande e risposte potranno essere almeno in tre lingue (da scegliere tra le seguenti: italiano, francese, inglese, tedesco, spagnolo)

 

Patrocini e sostegni:

Accademia Nazionale dei Lincei

Istituto Italiano di Studi Filosofici

Scuola Normale Superiore di Pisa

Laboratorio Leopardi, SASS, Università di Roma La Sapienza,

Università degli Studi di Macerata

 

Regione Lazio e altre Istituzioni locali

Ministeri della Cultura, della Pubblica Istruzione e Ricerca, dell’Ambiente

Fondi/Bandi europei

Commissioni Parlamento Europeo Cultura e Istruzione ed Energia, Ricerca, Ambiente

Fondazioni private e Fondazioni bancarie

Mecenati

 

Comitato onorario:

Francesco Adornato (Rettore Università di Macerata)

Lorenzo Fioramonti (Vice-Ministro alla Pubblica Istruzione e Ricerca)

Eugenio Gaudio (Rettore La Sapienza, Università di Roma)

Massimo Inguscio, Presidente del CNR

Massimiliano Marotta (Presidente Istituto Italiano di Studi Filosofici)

Lamberto Maffei (Accademia dei Lincei e SNS Pisa)

Giorgio Parisi (Presidente Accademia dei Lincei e Università Roma “La Sapienza”)

Renzo Piano (Architetto, Senatore della Repubblica)

Amartya Sen (Nobel Economia, Università di Harvard)

Frank Wilczek (Nobel per la Fisica, Cambridge, MA)

Gao Xingijan (Nobel Letteratura, Parigi)

 

Comitato scientifico:

Sergio Albeverio (Università di Bonn)

Augustin Berque (Ehess, Parigi)

Marco Bersanelli (Università Statale Milano)

Piero Bevilacqua (La Sapienza, Università di Roma)

Giovanni Biggio (Università di Cagliari)

Remo Bodei (Università di Pisa e UCLA Los Angeles)

Mauro Carfora (Università degli Studi di Pavia)

Maria Cerezo (Università di Murcia, Spagna)

Mauro Ceruti (Università IULM, Milano)

Umberto Curi (Università di Padova)

George Ellis (Università di Città del Capo)

Roberto Esposito (Scuola Normale Pisa)

Giulio Ferroni (La Sapienza, Università di Roma)

Alberto Folin (Università di Napoli)

Saverio Forestiero (Università di Tor Vergata, Roma)

Giuseppe Gembillo (Università di Messina)

Miguel Angel Granada (Università di Barcellona)

Robert Harrison (Università di Stanford)

Vittorio Hösle (Notre Dame University)

Tim Ingold (Università di Aberdeen)

Flavio Keller (Università Campus Bio-Medico, Roma)

Ignazio Licata (Institute for Scientific Methodology, Palermo)

Paolo Maroscia (La Sapienza, Università di Roma)

Filippo Minglini (Università di Macerata)

Giuseppe Mussardo (SISSA, Trieste)

Alberto Oliverio (La Sapienza, Università Roma e CNR)

Andras Paldi (Ecole Pratique des Hautes Etudes, Parigi)

Olga Pombo (Università di Lisbona)

Antonio Rostagno (La Sapienza, Università di Roma)

Maurizio Torrini (Università di Firenze)

Salvatore Settis (Scuola Normale Pisa)

Carlo Vecce (Università L’Orientale di Napoli)

Direttivo:

Luigi Miraglia

Novella Bellucci

Franco D’Intino

Luciano Boi

 

Consiglio esecutivo:

Luigi Miraglia

Novella Bellucci

Franco D’Intino

Luciano Boi

Tiziana Provvidera

Pier Luigi Rocca

Ignazio Armella

 

 

 

Gennaio 8th, 2019

Venerdì 11 gennaio 2019 alle ore 17,30

all’Aleph in trastevere – Vicolo del Bologna,  72 Roma

presenteremo

 

Di cenere innamorata e tua potente bellezza

(2F editore – Marsciano Perugia)

di Giacomo Calascione

 

“Un diario di chiaroscuri, limpidi ricordi, ombre funeste, per metabolizzare l’esperienza più cruda in una prosa poetica di straziante efficacia; intorno ad un altare di memoria vengono convocati filosofi, scienziati, i commenti dei rabbini e dei teologi, i versi dei poeti, la stessa Bibbia e come un Giobbe redivivo, Giacomo Calascione, padre schiantato dalla morte del figlio, chiama in causa Dio stesso.

Tuttavia raggi di luce e di pensiero filtrano nella sua notte oscura. Con il linguaggio della poesia e la quasi ossessiva problematizzazione filosofica del motivo della perdita c’è il possibile recupero di un fil rouge per il labirinto di chi sembra aver perduto ogni coordinata, Con le note di un linguaggio fiammeggiante, ossimoricamente sospeso sul gelido abisso della sua perdizione, come per esorcizzare una condanna e evocare una edenica bellezza, l’autore cerca di armonizzare le cacofonie del dolore, di ricompattare i frammenti mnesici, ridisegnare sul suo stesso volto di padre il volto a lui più caro in una metonimica dislocazione e condensazione dell’assenza” (Luigi Celi)

 

Ne parleranno con l’Autore

Sabino Caronia e Luigi Celi

 

Vorremmo condividere con Voi questa magnifica serata di letteratura e di pensiero

 

Gennaio 5th, 2019

 

SU TRE POESIE DELLA SILLOGE OSTAGGIO DELLA VALLATA DI FAUSTA GENZIANA LE PIANE (CURA DI PLINIO PERILLI); EDIZIONI TRACCE, PESCARA, 2014

 

 

 

 

Nella seconda sezione (IL BISOGNO DI TE) di questa silloge dalla notevole apertura tematica, è inclusa la seguente poesia:

 

 

GIOCHI A PALLA

 

Giochi a palla col mio cuore

che rotola da una parola all’altra

soffre per i colpi che gli dai

cerca l’equilibrio

con altri giocatori.

Lo spingi dove vuoi

con la forza che sai,

lo insegui nella corsa

e poi lo lasci andare

finché persa l’energia

non si ferma

per lasciarsi morire

 

 

non poco incisivo risulta nei versi in oggetto quello incipitario, un ottonario che va subito al sodo, in medias res per eccellenza, animato com’è dal verbo iniziale (“Giochi”) da cui dipende sostanzialmente il forte dinamismo di tutta la poesia (una poesia nella quale i sussulti del cuore non vengono descritti, piuttosto avvengono dinanzi agli occhi del lettore). Un riscontro testuale di quanto appena osservato viene offerto dai verbi in uscita dal terzo e dal settimo verso di essa (“dai-sai”), in rima lontana e davvero corollari semantico-strutturali del suddetto impulso iniziale. Il tormento di chi ama sentendosi usata risulta pertanto al riparo dal melodramma in questa lirica struggente ma asciutta, che mi ha fatto ripensare ad un celebre passo stendhaliano (in DE L’AMOUR, Libro Primo, XXII; “Sull’esaltazione”): “Ma, un bel giorno, ci si stanca di fare tutte le spese, si scopre che l’oggetto adorato non rimanda la palla”.

In terza sezione (NELL’INCAVO CALDO) della silloge di Fausta Genziana Le Piane, altrettanto significativa è questa poesia:

 

RONDINE, RONDINE

 

Rondine, rondine

eroicamente accovacciata

su una pallina di grandine:

sfrecci,

colpendomi

come proiettile

al cuore stanco

 

 

la qualità di essa è data a parer mio dall’andamento in apparenza descrittivo e in realtà dominato da un ritmo serrato, già galoppante nel primo verso in forma d’apostrofe iterata, a segnalare al lettore un percorso amaramente introspettivo che si posa sul “cuore stanco” della poetessa (elegante quinario di chiusa in una poesia arricchita dalla falsa rima lontana (“rondine…grandine”); rima in cui peraltro la consonante nasale-dentale reiterata stringe per così dire al massimo le maglie di questi felicissimi versi (dei quali Plinio Perilli ha sottolineato la natura “cinetica”). La poetica incalzante e visionaria di Fausta Genziana Le Piane si manifesta in sostanza appieno nella lirica in oggetto: con la “palla” della poesia precedente qui divenuta “pallina” per il disinganno amoroso, si potrebbe osservare en passant. Prima di parlare della terza poesia inclusa nell’OSTAGGIO DELLA VALLATA, mi preme qui sottolineare la bellezza dei due versi iniziali di una lirica della raccolta dal titolo Non ho più corpo (all’interno della sezione RESUSCITA LAZZARO): “Non ho più corpo/ ma anima lucente”; felice riformulazione dell’immenso ungarettiano assimilato in profondità dalla poetessa e riproposto al lettore non enfaticamente (non a caso il curatore del libro Plinio Perilli osserva al riguardo: “il distico d’apertura meriterebbe quasi vita autonoma”). Ma veniamo alla suddetta terza poesia della silloge sulla quale si è fermata la mia attenzione (in quinta sezione, intitolata FERMASOGNI):

 

 

LA TUA VOCE

 

 

La tua voce

gioca a fare il funambolo

sul filo del telefono

 

 

perché qui “il filo del telefono” davvero si offre al lettore nella concretezza visiva di quello dell’acrobata, per il piccolo miracolo del secondo e terzo verso con uscita sdrucciola e quindi stilisticamente inarcati (le movenze dell’equilibrista per l’appunto, ossia l’oggetto amoroso che sfugge a chi ama non riamata, ripensando al già citato Stendhal). Sempre felicemente Perilli parla di “guizzo alessandrino” a proposito della terzina in oggetto; laddove a mio avviso la grazia dell’haiku evocata in merito ad alcune liriche dell’OSTAGGIO DELLA VALLATA non riguarda in conclusione più di tanto il senso di una poetica autonoma e incisiva nei suoi scatti ex abundantia cordis.

 

 

Andrea Mariotti

 

 

P.s. link sui quali è apparso a tutt’oggi il presente scritto critico (17/1/19)…a/m

 

http://www.associazioneitalianadellibro.it/site/2019/01/16/su-tre-poesie-della-silloge-ostaggio-della-vallata-di-fausta-genziana-le-piane/

http://www.noidonne.org/libri/index.php

http://www.wandamontanelli.it/cdd/artecr/2019/amrec.pdf

 

 

Gennaio 3rd, 2019

Una purissima efflorescenza d’arte è la chiesa di Santa Bibiana a Roma, nascosta dal bianco sporco delle ultime propaggini della stazione Termini e i palazzi umbertini d’una pesantezza unica. Ma la chiesa, di antica fondazione (sec.IV-V) e trasformata da Gian Lorenzo Bernini (1624-26, nel tempo del debutto architettonico del grande artista) merita davvero una visita attenta, per quanto di bello e prezioso custodisce al suo interno (vedi la statua della santa,  una delle tante creazioni del precoce genio berniniano).

Andrea Mariotti

 

 

 

Dicembre 31st, 2018

 

L’ INFINITO

 

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,

e questa siepe, che da tanta parte

dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati

spazi di là da quella, e sovrumani

silenzi, e profondissima quiete

io nel pensier mi fingo;  ove per poco

il cor non si spaura. E come il vento

odo stormir tra queste piante, io quello

infinito silenzio a questa voce

vo comparando: e mi sovvien l’eterno,

e le morte stagioni, e la presente

e viva, e il suon di lei. Così tra questa

immensità s’annega il pensier mio:

e il naufragar m’è dolce in questo mare.

 

 

GIACOMO  LEOPARDI

 

 

p.s. auguri di un sereno Anno Nuovo a tutti i visitatori del blog, un Anno Nuovo in cui cadrà il bicentenario della composizione del sublime idillio leopardiano (a/m)

 

 

Dicembre 28th, 2018

 

IL LAGO DEI CIGNI – QUESTA SERA LA PRIMA AL TEATRO DELL’OPERA DI ROMA

La versione di Benjamin Pech inaugura la stagione di Balletto

 

di Manuela Minelli

 

“Il lago dei cigni” di Benjamin Pech, da Marius Petipa e Lev Ivanov, grande classico del repertorio, inaugura questa sera la stagione di balletto 2018-19 del Teatro dell’Opera di Roma e resterà in scena da fino a domenica 6 gennaio 2019, con le étoile, i primi ballerini, i solisti e il corpo di ballo diretto da Eleonora Abbagnato.

 

Benjamin Pech, già étoile dell’Opéra di Parigi e Assistente alla Direzione del Ballo del Teatro dell’Opera di Roma, dopo aver creato diverse coreografie si confronta con il riallestimento coreografico del balletto icona della tradizione classica.

Questa sera, ma anche il 29 e il 31 dicembre, ospiti d’eccezione saranno Anna Nikulina e Semyon Chudin, entrambi principal dancer del Teatro Bol’šoj di Mosca, mentre il 4 e il 6 gennaio Germain Louvet, magnifica étoile de l’Opéra di Parigi, danzerà con la prima ballerina Susanna Salvi. L’étoile del Teatro dell’Opera di Roma Alessandra Amato ballerà con il primo ballerino Claudio Cocino, mentre la recita pomeridiana del 5 gennaio è affidata ai solisti Marianna Suriano e Michele Satriano. Nella versione di Benjamin Pech un ruolo determinante è affidato al personaggio di Benno, amico del Principe Siegfried, interpretato dal primo ballerino Alessio Rezza, quindi dal solista Giacomo Castellana, e dai ballerini Walter Maimone e Loïck Pireaux.

Apriamo la nuova stagione di balletto del Teatro dell’Opera di Roma con un grande classico e lo facciamo affidandone la coreografia a Benjamin Pech, già étoile dell’Opéra di Parigi e assistente alla Direzione del Ballo qui a Roma – aveva dichiarato il Sovrintendente Carlo Fuortese durante la conferenza stampa – proprio per farne una nuova versione sull’allestimento del maestro Aldo Buti. Le note sono invece affidate al Direttore Nir Kabaretti per una rilettura molto speciale”.

Il lago dei cigni è forse il titolo dei titoli del repertorio classico e d è un balletto fondamentale per me e Pech, educati alla versione Nureyev – spiega la Direttrice Eleonora Abbagnato – Quasi tutti i ruoli li abbiamo danzati insieme, Il lago dei cigni è musica e Benjamin Pech ha fatto nascere questa versione ascoltandola e vivendola intensamente, la musica e la storia hanno qui un legame indissolubile. Nella difficoltà tecnica, gli interpreti sono chiamati a lavorare sul loro lato interpretativo, ed ecco allora che la musica e la narrazione concorrono a farci sognare, facendo emergere il loro essere artisti. Voglio ringraziare i ballerini tutti, i guest eccezionali, Alessandra Amato che venne nominata étoile proprio in questo doppio ruolo di Odette-Odile, l’étoile Rebecca Bianchi, appena rientrata, nella danza russa e la prima ballerina Susanna Salvi che ha già ballato la versione di Wheeldon. E un grazie speciale va anche al Sovrintendente con il quale lavoriamo intensamente per far crescere questo corpo di ballo e la sua produzione.”

 

Il lago dei cigni è uno dei titoli più famosi e amati, una fiaba romantica percorsa dall’eterno conflitto tra Bene e Male che ancora oggi, con il suo intenso simbolismo, continua ad affascinare gli spettatori di tutto il mondo. La lunga genesi del balletto iniziò nel 1868, quando Pëtr Il’ič Čajkovskij durante un viaggio sul Reno in compagnia Vladimir Petrovic Begičev – Sovrintendente dei Teatri Imperiali di Mosca nonché futuro librettista de Il lago dei cigni – maturò l’idea di un soggetto ispirato ai miti della donna-cigno. Nel 1875 poi il Teatro Bol’šoj di Mosca commissionò al compositore russo la partitura per un grande balletto di fantasia, così Il lago dei cigni andò in scena per la prima volta il 20 febbraio 1877 con la coreografia di Julius Wenzel Reisinger, senza tuttavia ottenere successo. Il balletto venne poi ripreso negli anni Ottanta, prima di approdare nelle mani di Marius Petipa, che già aveva collaborato con Čajkovskij per La bella addormentata (1890).

Il grande coreografo definì uno schema generale e ne affidò la realizzazione al suo assistente Lev Ivanovič Ivanov, che firmò la coreografia del secondo atto messo in scena il 17 febbraio 1894, poco dopo la scomparsa del compositore nel novembre 1893. Si giunse quindi alla decisione di rappresentare il balletto per intero: Petipa riesaminò il soggetto e realizzò la coreografia del primo e di quasi tutto il terzo atto, mentre il resto venne lasciato a Ivanov. La versione del balletto definitiva di Petipa e Ivanov, quella a cui attingono la maggior parte degli allestimenti successivi, trionfò il 27 gennaio 1895 al Teatro Mariinskij di San Pietroburgo, con l’italiana Pierina Legnani nel ruolo della protagonista.

Al Teatro dell’Opera di Roma Il lago dei cigni fa la sua prima apparizione nel 1937 con la coreografia di Boris Romanov e, a partire da questo momento, scaturì una fitta serie di rappresentazioni, sino all’originale versione del coreografo inglese Christopher Wheeldon proposta nel 2016.

Rimanendo in gran parte fedele al libretto immaginato da Petipa, Benjamin Pech rielabora la drammaturgia dando vita alla sua versione: “Il mago Von Rothbart che trasforma la principessa in cigno, non c’è nella mia versione. È Benno, l’insospettabile amico del Principe Siegfried, a incarnare questo ruolo malefico. Benno, geloso e avido di potere, cela le sue reali intenzioni, dissimula e finge bene. Manipola il Principe per tutto il balletto e solo alla fine del terzo atto rivela la sua vera natura, quando l’inganno è ormai compiuto. Siegfried credendo di ritrovare Odette nei panni dell’ingannevole Odile, le promette amore eterno. Il tradimento diventa il tema centrale di questa mia versione: si compie ad opera di Benno nei confronti del Principe, e del Principe nei confronti di Odette pur senza volerlo, ma alla fine il potere dell’amicizia prevale su tutto”.

Il lavoro di Pech – coadiuvato da Madame Patricia Ruanne e dal Maître de Ballet Frédéric Jahn nelle vesti di assistenti al coreografo – si innesta in un allestimento magico fatto di scene raffinate e preziosi decori dello scenografo Aldo Buti e con le luci di Vinicio Cheli. Le note di Pëtr Il’ič Čajkovskij sono affidate alla bacchetta del Direttore Nir Kabaretti che dirige l’Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma.

 

 

Il Lago dei Cigni – Balletto in quattro atti

 

Musica di Pëtr Il’ič Čajkovskij

Direttore Nir Kabaretti

Coreografia Benjamin Pech

da Marius Petipa e Lev Ivanov

 

Scene e Costumi Aldo Buti – Luci Vinicio Cheli – Orchestra, Étoile, Primi Ballerini, Solisti e Corpo di Ballo del Teatro dell’Opera di Roma – Allestimento del Teatro dell’Opera di Roma

 

Interpreti principali

Odette/Odile Anna Nikulina (28, 29, 31 dicembre 2018) / Alessandra Amato (30 dicembre 2018, 3 e 5 gennaio 2019 ore 20.00) / Susanna Salvi (4 e 6 gennaio 2019) / Marianna Suriano (5 gennaio 2019 ore 15.00)

Principe Semyon Chudin (28, 29, 31 dicembre 2018) / Claudio Cocino (30 dicembre 2018, 3 e 5 gennaio 2019 ore 20.00) / Germain Louvet (4 e 6 gennaio 2019) / Michele Satriano (5 gennaio 2019 ore 15.00)

 

Repliche sabato 29 dicembre ore 18.00; domenica 30 dicembre ore 16.30; lunedì 31 dicembre ore 18.00; giovedì 3 gennaio 2019 ore 20.00; venerdì 4 gennaio ore 20.00; sabato 5 gennaio ore 15.00 – ore 20.00; domenica 6 gennaio ore 16.30.

 

 

Dicembre 21st, 2018

 

NATALE  DI  GUERRA

 

Avvolto nel silenzio

intatto della notte

un angolo smarrito

di mondo attendeva…

l’aria gelida aveva

l’acre profumo dei campi.

Sul nero cristallo del cielo

le stelle sfavillavano

come i globi di vetro

sospesi tra i rami

di un umile pino,

ai riflessi della luce

mutevole del fuoco

nella grande cucina

spoglia, spartana

della mia casa natia.

Era la notte santa

di un Natale di guerra.

 

 

Fiorella D’Ambrosio (dalla silloge Come un dipinto, Gabrieli International Editor, Roma 2008)

 

 

Dicembre 18th, 2018

 

NATALE

 

Natale. Guardo il presepe scolpito,

dove sono i pastori appena giunti

alla povera stalla di Betlemme.

Anche i Re Magi nelle lunghe vesti

salutano il potente Re del mondo.

Pace nella finzione e nel silenzio

delle figure di legno: ecco i vecchi

del villaggio e la stella che risplende,

e l’asinello di colore azzurro.

Pace nel cuore di Cristo in eterno;

ma non v’è pace nel cuore dell’uomo.

Anche con Cristo e sono venti secoli

il fratello si scaglia sul fratello.

Ma c’è chi ascolta il pianto del bambino

che morirà poi in croce fra due ladri?

 

SALVATORE  QUASIMODO

 

 

p.s. i miei auguri per le prossime festività ai visitatori del blog…A/M

 

 

Dicembre 14th, 2018

INTORNO AD ALCUNE POESIE DELLA SILLOGE “NEL FINITO…MAI FINITO”, DI IOLE CHESSA OLIVARES (PREFAZIONE E CURA DI PLINIO PERILLI) EDIZIONI NEMAPRESS, 2015

 

Giustamente nella sua Postfazione Neria De Giovanni richiama l’attenzione del lettore sulla poesia incipitaria della raccolta in oggetto, cogliendo in essa, sintetizzata, l’ispirazione di Iole Chessa Olivares nei termini di un “io poetico palesato, un passato e un presente che vanno verso un mai finito, il gioco ossimorico di effetti sensoriali che trasportano verso concetti esistenziali fin dal titolo che unisce con fulminea sinestesia la concretezza del cancello con l’astrattezza del tempo”. Peraltro Plinio Perilli nella sua Prefazione alla silloge felicemente parla di “alacrità stilistica” a proposito dei versi della nostra poetessa: quanto basta, ritengo, per sottolineare l’importanza della suddetta poesia incipitaria intitolata Sul cancello del tempo (non a caso in corsivo nel libro) della quale sarà sufficiente, dal mio punto di vista, riportare i primi tre versi:

Sul cancello del tempo
ancora cerco
ciò che inebria e tramonta

alla nostra attenzione non potrà in effetti sfuggire la reiterazione della palatale “e” (cancello, tempo, cerco) di pronuncia semiaperta nel primo e nel secondo rintocco, semichiusa nel terzo; giacché la poetessa, sul piano fonematico del suo eloquio, ha già iniziato in modo folgorante il cammino dal significato al senso: cammino in cui nulla evidentemente è dato per acquisito. Va comunque precisato che tutta la poesia esprime una forza metaforica rilevante, al punto di avermi fatto ripensare al celebre Balcone montaliano in apertura delle OCCASIONI: “Pareva facile giuoco/ mutare in nulla lo spazio/ che m’era aperto…”.
All’interno della prima sezione, nella silloge della Olivares, colpisce una poesia come Nel sonno e nella veglia, per via dell’incipit peraltro anaforato nella terza strofe (“Si va per terre estreme…si va, si va magari”); non potendo non pensare in questo caso ad una venerabile terzina (INFERNO, III, 1-3). E citando un verso della lirica incluso nella seconda strofe, davvero “il vigore di questo andare” della poetessa si fa incalzante ai nostri occhi in quanto fluido e multiforme nel contempo, capace di alludere -per la mia sensibilità musicale- nella terza e ultima strofe al capolavoro liederistico di Schubert WINTERREISE (“o su un fiocco di neve vagabondo/ a tratti, nel gelo,/ fatalità oscura”) per poi donarci, in chiusa, una fulgurazione degna di Ungaretti (“al rosso ardito delle fragole”). Così dicendo, ovviamente, nulla si vuole togliere ad una voce poetica “personalissima, con un timbro ben definito e con molte cose da dire al lettore”, secondo quanto osservato da Rocco Salerno; ben consapevoli da parte nostra della qualità di una poesia che nel suo pronunciamento genuino si mostra in ogni caso generosa di rimandi (atti a ribadire il valore della cosiddetta memoria involontaria attiva nei poeti degni di questo nome).
La prima sezione di NEL FINITO…MAI FINITO  è suggellata da una delle poesie a parer mio più agguerrite dell’intera raccolta per resa stilistica, dal titolo Sempre la nebbia (di seguito riportata nella sua interezza):

Sempre la nebbia
porta via qualcosa.
A fumi della prima fonte
terra e cielo talvolta
parlano in sordina

e viene meno l’assillo
di un esilio desolato
s’apre il tempo
per un gioco d’aria fresca

per un buon ricamo:
ogni trina una memoria
o un’attesa
remando nel velo
unico padrone

ora, partendo dalla felice paronomasia all’inizio della seconda strofe (“l’assillo/ di un esilio”) -figura retorica più che mai funzionale in questa poesia nel suggerire al lettore la presenza della nebbia- occorre dire del nostro sentirci indotti ad una pronuncia fortemente spezzata di versi “giusti” nel creare con il loro ritmo il senso di una vera e propria sospensione del reale per effetto guarda caso della nebbia; volendo alludere al plusvalore di essa come significante nella poesia in oggetto. Ben lontana dall’ozioso squarcio paesaggistico, Iole Chessa Olivares si dimostra qui capace di oltrepassare in economia di spazio il dato fisico per scrutare gli abissi dell’anima con stile egregio.
Una potente, quasi bellicosa personificazione della notte emerge poi dai versi del Singhiozzo della mente, una delle poesie più significative del libro (eponima, nella seconda sezione di esso): “Con molte lame vaga la notte/ a cadenza di schianti, bisbigli”. Una poesia capace di trovare a parer mio la sua acme nel verbo che la chiude in quarta e ultima strofe:

Qui consumata d’innocenza
una prigione di fantasmi
arranca alla gogna nell’aria
e contro il buio soltanto suo
come può cospira
per un cielo in più
ogni volta…naufragando

difficile non pensare qui alla rilevante mutazione dell’infinito sostantivato e apocopato del sublime idillio leopardiano in un gerundio, “naufragando“, in posizione a dir poco forte del verso con inevitabile corto circuito semantico e mirabile effetto plastico, che la dice lunga sulla ampiezza dei registri espressivi di una poetessa capace di sorprenderci di pagina in pagina. La lirica successiva, Nulla è come sembra, ribadisce già a partire dal titolo la problematicità di una poetica direi severamente ispirata all’occorrenza, e quindi tutt’altro che evasiva nella sua bellezza: la splendida giuntura “lampi d’epilogo” in prima strofe, ci conferma la ragion d’essere di uno STILE ALCHEMICO nel congiungere campi semantici eterogenei; e veramente ci si chiede dove finisca l’istinto e inizi il labor limae della poetessa, riferendoci ai seguenti versi della lirica in questione (seconda e ultima strofe di essa): “di accudire magone e vento/ per la lontana cruna dell’ago”, in quanto la parola magone contiene l’ago del verso successivo in posizione forte e direi più che mai pungente per il lettore alle prese con il verso finale, ossia “ la risacca del dubbio”.
Ma veniamo adesso alla terza sezione della raccolta di Iole Chessa Olivares. Tale sezione significativamente si intitola Il richiamo all’altro, e fra le notevoli poesie in essa racchiuse, ci imbattiamo in Una casa in orbita (pensando a SAMANTHA CRISTOFORETTI, prima astronauta italiana-vissuta 200 giorni nello spazio). Ebbene la poetessa, nel suo evocare la vastità delle distanze interstellari dove “si galleggia con purezza/ si insegue l’essenziale” ecco offrire al lettore un canto civile di estrema purezza, come dimostrano i versi successivi a quelli citati: “Ogni spina/ cade all’istante/ mancano le occasioni moleste/ il contagio della discordia”…tutto torna, si potrebbe dire. Non dimenticando L’Ars oraziana, la Olivares rimane a conti fatti in questo caso con i piedi ben piantati per terra, specificando l’urgenza della sua passione civile a fronte dell’infittirsi del bellum omnium contra omnes tipico del vivere incattivito d’oggigiorno. La poesia in oggetto pertanto, nel suo amor d’utopia “L’IO al guinzaglio/ di un nuovo PANELUCE/ un vero sollievo!” costituisce un dono di commovente e trasparente saggezza offerto al lettore, ben distante da un intento evasivamente celebrativo (come dire che, con i versi dedicati alla Cristoforetti, siamo nel cuore di una poesia ricca di umanissime vibrazioni). Sempre in questa stessa sezione, qualche pagina avanti ecco la poesia eponima, “Il richiamo all’altro“, dove la poetessa si interroga sul “mistero di chi siamo/ l’uno per l’altro” con intonazione appassionata ma lucida e rivolta verso l’alto (per quell’insopprimibile senso della verticalità spesso vibrante nella poetica della Olivares). Tutto ciò senza tacere dello spessore letterario di questa poesia: dal latinismo soavemente nascosto in prima strofe (“quasi strappo alle corde/ il richiamo all’altro”) al calco leopardiano della terza (“Il cuore sangue-fango”) mutuato dal canto A se stesso del Recanatese e ulteriore riscontro della succitata memoria involontaria in dote ai veri poeti.
Nella quarta sezione della silloge, dal titolo In sillabe Regina, il lettore sente la forte suggestione della poesia eponima, laddove si avverte quasi il travaglio di una partoriente in attesa della “parola intima” della Poesia. Convinti come siamo dei segni sicuri della presenza di quest’ultima a partire dal piano fonematico (piano in cui il suono promuove l’emissione di senso), come non trovare mirabile in prima strofe della lirica la massa sonora delle palatali chiuse (“bisbigli, graffi minimi/accumuli/propizi alla memoria”) a suggerire il tormentoso nascere della parola poetica, capace poi di “radicarsi/ luminosa/ in sillabe regina”?
L’ultima poesia sulla quale si soffermerà il presente scritto chiude la quinta sezione del libro della Olivares: intitolata A Maria Regina, è una commovente e non concitata apostrofe alla Madonna “uno dei soggetti più difficili, a ritrarsi, proprio per la difficoltà (e insieme la devozione) della sua resa artistica”, come ricorda Plinio Perilli. Varrà pertanto la pena di proporla alla lettura nella sua interezza:

Ogni istante
lasci il tuo trono
con noi cammini
fianco a fianco nella polvere
tra pietre lacrime oscure rovine
e “nel più della tua gloria”
l’eco di un soffio
semini
nel nostro deserto
per un verticale crescendo
aperto al “noi” dell’amore
accordo nascosto
dono improvviso
della tua grazia

“Iole ci affascina il cuore, immaginando la Vergine lasciare ogni istante il suo trono, per giungerci vicino”, chiosa Plinio Perilli di fronte all’incanto di questa poetica gemma. Da parte mia due considerazioni. Intanto il pieno manifestarsi di un insopprimibile senso della verticalità (già da me osservato in precedenza) è un dato di fatto nei versi in oggetto in virtù dello slancio dalla terra al cielo, in scintillio d’assonanza: ”nel nostro deserto/ per un verticale crescendo”. La seconda considerazione vuol essere in realtà un moto mio di riconoscenza nei confronti di Iole Chessa Olivares. Grazie ai suddetti suoi versi, infatti, ho riascoltato in una nuova luce il Graduale Sancta Maria, mater Dei di W.A. Mozart, scritto nel 1777 dal compositore ventunenne alla vigilia di un significativo viaggio che lo avrebbe portato a Mannheim e Parigi. Non c’è commento migliore a questo punto di quello di Massimo Mila: “Un capolavoro… degno di reggere il confronto con l’immortale Ave verum del 1791: non opera di commissione ma preghiera individuale, vero grido dell’anima che si raccomanda alla Vergine in questo momento della vita”. Con tali parole del grande musicologo si conclude il mio scritto dedicato alla poetessa di NEL FINITO…MAI FINITO, un libro destinato a radicarsi nell’animo di molti lettori.

 

 

 

Andrea Mariotti

 

P.s. il presente scritto critico è apparso sul seguente link…a/m

 

http://www.portaleletterario.net/rubriche/la-poesia-i-poeti-di-redazione/1249/nel-finito-mai-finito-nemapress-di-iole-chessa-olivares-letto-da-andrea-mariotti