maggio 11th, 2017

Con piacere do notizia del seguente evento, previsto a Roma per giovedì 11 maggio alle ore 20, 30 (“cliccare” per ingrandire…a/m):

maggio 10th, 2017

 

Il Balletto del Teatro dell’Opera di Roma porta La bella addormentata di Jean-Guillaume Bart al Teatro La Fenice di Venezia

 

di Manuela Minelli

 

Il Teatro dell’Opera di Roma sbarca in laguna. Il Balletto del Teatro dell’Opera di Roma, diretto da Eleonora Abbagnato, sarà in scena con La bella addormentata di Jean-Guillaume Bart al Teatro La Fenice di Venezia dal 10 al 14 maggio.

 

Il Sovrintendente Carlo Fuortes ha così accolto questa seconda tournée del Balletto del Teatro dell’Opera di Roma: “Dopo lo straordinario successo che il Balletto del Teatro dell’Opera di Roma ha ottenuto lo scorso gennaio a Parigi al Théâtre des Champs-Élysée con La Chauve-Souris di Roland Petit, ecco un altro appuntamento importante della nostra agenda fuori casa: Venezia e il prestigioso Teatro La Fenice. Portare la compagnia e in particolare questo balletto nel Teatro che è tra le eccellenze mondiali è per noi un onore e un impegno per la diffusione della cultura del balletto e non solo nel nostro Paese”.

 

La Direttrice del Corpo di Ballo ha aggiunto: “La bella addormentata di Jean-Guillaume Bart è una versione articolata e complessa, una prova importante per i nostri danzatori, grazie alla quale possono dimostrare tutte le loro capacità tecniche e interpretative. Poterla presentare al Teatro La Fenice è una grande opportunità che mi auguro si trasformerà in un nuovo successo”.

 

La bella addormentata è, per cronologia, il secondo dei tre balletti di Pëtr Il’ič Čajkovskij: debutta al Teatro Mariinsky di San Pietroburgo nel gennaio 1890, riceve una discreta accoglienza e diventa negli anni una pietra miliare del balletto classico.

 

Nel maggio 1888 Čajkovskij riceve dal direttore dei Teatri Imperiali di San Pietroburgo, Ivan Vsevolozskij, l’incarico di comporre un balletto ispirato alla favola di Charles Perrault La belle au bois dormant. La coreografia è affidata a Marius Petipa, co-autore del libretto insieme a Vsevolozskij. Tra il compositore e il coreografo nasce una stretta collaborazione in quanto il processo compositivo di Čajkovskij è accompagnato dalle dettagliate istruzioni musicali del coreografo che riguardano la durata, il ritmo e persino il mood. Vsevolozkij è anche l’autore dei bozzetti dei costumi e si avvale di ben cinque collaboratori per curare l’impianto scenografico. Gli interpreti principali della prima rappresentazione sono: Carlotta Brianza (Aurora), Pavel Gerdt (Principe Désiré), Enrico Cecchetti (Fata Carabosse) e Marie Petipa (Fata dei Lillà). In Italia è messo in scena per la prima volta l’11 marzo 1896 al Teatro alla Scala di Milano, con l’allestimento del coreografo Giorgio Saracco e con Carlotta Brianza nel ruolo di Aurora. Al Teatro dell’Opera di Roma va in scena per la prima volta nell’aprile del 1954 con la coreografia di Boris Romanoff da Marius Petipa.

 

Jean-Guillaume Bart, per la prima volta al Teatro dell’Opera di Roma in qualità di coreografo ospite – nominato étoile all’Opéra di Parigi nel 2000 proprio nel ruolo del Principe Désiré, durante una pausa in sala – parla del suo lavoro su La bella addormentata: “Il mio intervento è più legato alla coerenza drammatica. In questo ho cercato di ascoltare la musica di Čajkovskij con un orecchio nuovo. Marius Petipa è intervenuto spesso in maniera radicale sulla musica, cosa che non intendo fare. Recuperando la partitura nella sua omogeneità e interezza me ne servo per dare unità teatrale al lavoro, un senso drammatico, vero. Voglio ritornare a una pantomima più fluida e leggera, molto sulla musica, che renda scorrevole il racconto. Nella mia versione, il corpo di ballo non è uno sfondo decorativo, quasi neutro, è parte attiva che deve apportare una dinamica all’intera azione. Questa mia bella addormentata è completamente diversa da quella che ho presentato nel 2016 allo Yacobson Ballet: ho lavorato molto a partire dalle qualità tecnico-espressive dei ballerini. Amo lavorare in questa direzione, partendo dal rapporto umano e dalle peculiarità di ognuno di loro”.

 

Jean-Guillaume Bart ha lavorato per questa versione a stretto contatto con Patricia Ruanne, qui coreografa assistente, il maestro e assistente alla Direzione del Ballo Benjamin Pech, il primo maître Frédéric Jahn e con la stessa Direttrice del Ballo Eleonora Abbagnato. A impreziosire questa messa in scena de La bella addormentata la prima ballerina Rebecca Bianchi in alternanza nel ruolo della principessa Aurora con la solista Susanna Salvi, il primo ballerino Claudio Cocino e il solista Michele Satriano in quello del principe Désiré. La solista Marianna Suriano sarà la fata dei lillà e Annalisa Cianci danzerà il ruolo della malvagia Carabosse. Il maestro David Coleman dirigerà l’Orchestra del Teatro La Fenice.

 

 

La bella addormentata

 

Musica di Pëtr Il’ič Čajkovskij

Balletto in un prologo e tre atti

 

Direttore David Coleman

Coreografia Jean-Guillaume Bart

Coreografa assistente Patricia Ruanne

Scene e Costumi Aldo Buti

 

 

Interpreti principali

 

Aurora Rebecca Bianchi 10 maggio (19.00), 11 maggio (19.00), 13 maggio (15.30); Susanna Salvi 12 maggio (19.00), 14 maggio (15.30)

Principe Désiré Claudio Cocino 10 maggio (19.00), 11 maggio (19.00), 13 maggio (15.30); Michele Satriano 12 maggio (19.00), 14 maggio (15.30)

 

 

Orchestra del Teatro La Fenice

 

Primi Ballerini, Solisti e Corpo di Ballo del Teatro dell’Opera di Roma

Allestimento del Teatro dell’Opera di Roma

 

 

Teatro La Fenice di Venezia

 

maggio 9th, 2017

 L’Associazione Archivi Ventrone

 

con il Patrocinio della Città di Firenze

Presenta il libro

 

Rotolina

 

di Pinella Gambino (Armando Editore)

 

Saranno presenti:

Pinella Gambino, autrice del libro

 

Andrea Mariotti,poeta e studioso

prefatore e curatore della presentazione

 

Stefano Donati, pittore

e autore delle illustrazioni

 

MIRANDA GIBILISCO, FOTOGRAFA

E  PRESIDENTE DELLA ASSOCIAZIONE

 

 

Sabato 20 Maggio 2017

Ore 17.30

Caffè Letterario “Giubbe Rosse”

Piazza della Repubblica – Firenze


 

Prefazione al libro ROTOLINA

 

 

IL PRIMO FONTE DELLA FELICITA’ UMANA NELLE STORIE DI PINELLA GAMBINO

 

Un nuovo tuffo nella fantasia è senz’altro questa storia di Pinella Gambino successiva a quella di Martino (il cavalluccio marino che credeva di essere un bambino). Una soffusa poeticità intride infatti la vicenda di Rotolina, staccata dalla “madre” per “piccole fratture”, “erosioni del vento e della neve” in montagna e precipitata in un fondovalle focalizzato sulla vita scolastica di ragazzi avvelenati dal bullismo. Come dire un freudiano scontro (dominato dalla scrittrice siciliana) fra il principio di piacere – “nell’ascoltare racconti…poiché porgendo l’orecchio a cose gustose svaporano gli affanni” (dal Racconto dei racconti di Giambattista Basile)- e il principio di realtà, in quanto agli occhi della piccola roccia consapevole si dischiude un mondo fatto di soprusi, incomprensioni e finanche angosce degli umani. La presente prefazione non intende negare al lettore il piacere di scoprire nei particolari l’intreccio della storia di Rotolina; più importante mi sembra chiedersi se il testo in oggetto, da ascrivere alla “letteratura per ragazzi” – testo nel quale Pinella Gambino trasfonde davvero il suo talento antico, in qualche modo prelogico– non vada bene anche per gli adulti. Ebbene, la risposta non potrà che essere positiva; nel senso che, in chiave antropologica, nelle storie della Gambino l’odierna e arrogante cultura delle immagini che ci tiranneggia -così efficacemente analizzata da Vittorino Andreoli in suo profetico saggio del 2007 dal titolo La vita digitale– viene felicemente contrastata dal flusso potente dell’immaginazione. Ascoltiamo in merito Giacomo Leopardi: “L’immaginazione come ho detto è il primo fonte della felicità umana. Quanto più questa regnerà nell’uomo, tanto più l’uomo sarà felice. Lo vediamo nei fanciulli…” (Zibaldone, 168; luglio 1820). Nella storia di Rotolina quasi irresistibile si rivela -a partire dalla minuscola pietra, frutto d’intuizione creaturale della Gambino- la forza di personificazione capace di far parlare torrenti, aquile, castori e gufi; in quell’ambiente di montagna governato da un principio d’armonia e improvvisamente inquieto per le vicissitudini cui è andata incontro la piccola, pietrosa sorellina. Chi scrive è stato particolarmente colpìto da quanto succede nel capitolo settimo all’aquila Grisilde una volta che si è alzata in volo in soccorso di Rotolina: “ Iniziò a volare a bassa quota, seguendo le curve del torrente. Perbaccolina alata -si disse- quante meraviglie possiede la terra! E si abbassò fin quasi a sfiorare le cime degli alberi, mentre la panoramica si allargava sugli animali al pascolo. E quei colori…quel verde, giallo e marrone che sfumando si mischiavano, davano origine ad un tappeto di velluto, dove nessun colore primeggiava, ma tutti insieme allargavano il cuore. Era il respiro della vita…e per un attimo Grisilde si scordò di cosa era venuta a fare, e del compito che le era stato appena affidato”. Ecco, nell’improvviso “vuoto di memoria” di Grisilde, aquila leggermente svampita, si può forse cogliere l’acme di quella soffusa poeticità vibrante nelle pagine della Gambino; senza superficiale approccio circa la vicenda di Tino (il ragazzo vittima di bullismo): vicenda debitamente integrata in un testo di fantasia comunque orientato a far riflettere sul mondo reale. Non è difficile in conclusione prevedere sviluppi sempre più interessanti dell’arte narrativa di Pinella Gambino, che ringraziamo per questo suo dono frutto di autentica ispirazione.

 

 

Andrea Mariotti (dicembre 2016)

 

 

maggio 8th, 2017

 

Digital humanities. Il caso del progetto Zibaldone di Princeton

 

che si terrà venerdì 12 maggio, ore 17:00-19:00

Aula Partenone (Sapienza, Facoltà di Lettere e Filosofia, piano interrato).

Il seminario fa parte del ciclo di lezioni del Dottorato di Italianistica, con la collaborazione del Laboratorio Leopardi.

https://web.uniroma1.it/lableopardi/archivionotizie/digital-humanities-zibaldone

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È fresco di stampa un volume di grande interesse per gli studiosi di Leopardi e del primo Ottocento:

 

Mario Pieri, “Memorie (1811-1818)”  a cura di Claudio Chiancone Ariccia, Aracne Editrice, 2017, 520 p.

Caso rarissimo di letterato che, per mezzo secolo, annota quotidianamente pensieri, letture, incontri e frequentazioni, i diari del Pieri ci offrono una cronaca originale della società colta di primo Ottocento.  Per caso o per scelta, Pieri si trova ogni volta al posto giusto al momento giusto, e leggendo il suo diario abbiamo l’impressione di essere gli ospiti d’onore. A Milano conversa col Foscolo e ci accompagna col Monti alla redazione del “Poligrafo”. A Padova ci fa assistere alle lezioni del Cesarotti. A Verona ci porta in carrozza col Pindemonte, lasciandoci chiacchierare di letteratura col traduttore dell’Odissea.  Da questo palco privilegiato assistiamo alla storia come ad uno spettacolo: le invasioni napoleoniche ed austriache, la caduta del Regno Italico, l’affermarsi della Restaurazione, gli albori del Risorgimento.  In mezzo a tanti eventi, Pieri ci mostra da vicino la vita culturale del suo tempo e i luoghi che l’hanno caratterizzata: i teatri, gli artisti, le botteghe dei librai milanesi, tra un Pellico e un Borsieri, nel pieno fervore della polemica classico-romantica; il salotto veneziano della Teotochi Albrizzi, proprio al momento dell’arrivo di Lord Byron; il Gabinetto Vieusseux e la redazione fiorentina dell’“Antologia”, accanto a Leopardi, Stendhal, Giordani, alla serata d’onore per Manzoni. 

http://www.aracneeditrice.it/aracneweb/index.php/pubblicazione.html?item=9788854894976

 

La Redazione del Laboratorio Leopardi (Sapienza di Roma)

 

 

maggio 7th, 2017

MINUSCOLO NOTTURNO

 

Nei prossimi giorni ci diranno dell’amianto (a seguito del brutto incendio di ieri mattina a Pomezia): speriamo davvero di fare a meno di tale temuta notizia. Per intanto con l’orecchio buono (l’altro in via di guarigione per un’otite) ci godiamo il canto notturno dell’usignolo di città e non e’ poco, considerando l’immondo gracchiare delle cornacchie in pieno giorno. Notte bella quindi, dispensatrice di pace a quest’ora: quasi un abbraccio da Vergine di Misericordia a proteggere i mortali sotto il proprio manto… (6/5/17)

 

Andrea Mariotti

 

P.S. la breve riflessione in oggetto, postata su Facebook in un primo momento senza la foto del sublime capolavoro di Piero della Francesca, risale alla notte fra il 5 e il 6 maggio. Nel corso della giornata di ieri mi sono accorto dell’andamento diciamo così liturgico delle mie parole (dall’iniziale “amianto” al finale “manto”; giacché il dettato linguistico -con la caduta dei suoni- rivela il farsi d’una preghiera, l’apparizione della speranza connaturata all’uomo). Di conseguenza, ecco la succitata foto su Facebook ed anche nel presente blog, non senza aver rammentato che il bellissimo enunciato “Vergine di Misericordia” è longhiano (riferendomi ovviamente alla indimenticabile monografia -1927- sul sommo Piero  del prestigioso critico)…7/5/17, a/m

 

maggio 6th, 2017

 

Note letterarie: Alceo e Saffo (da una casuale rilettura dei frammenti poetici di Saffo e Alceo tratti dal volume di Carlo Gallavotti “La lirica eolica”- collana Studi Greci)

 

Nei Carmi di Saffo e di Alceo si sente fiorire -forse per la prima volta nel mondo greco- la poesia lirica nella sua forma più pura. Fonte inesauribile d’ispirazione per Alceo è’ il variopinto, mobile spettacolo della natura; in Saffo le emozioni provengono dall’intimo turbamento dello spirito, anche se non le sono estranei il mondo delle erbe e dei fiori, il cielo e l’etere, le pitture lunari, come nel frammento: “Or, fra le donne lidie risplende/ come Selene, dita/ di rose, poi che in mare Elio discende… “. Le poesie di Alceo e di Saffo sono insieme linea, colore, musica: un perfetto accordo nel quale armonizzano mille visioni e vibrazioni intime, tra cui la vena malinconica che pervade i loro versi: di intonazione più severa nei Canti di Alceo, più incline alla nostalgia e al pianto nella poesia di Saffo. Nel quadro generale della grecità e nello sviluppo spirituale e morale della civiltà’ ellenica, i due poeti d’Eolia rappresentano un unico momento ed esprimono lo stesso impulso verso la realizzazione di un’arte nitida e lineare nel disegno e nelle immagini; verso la costruzione dell’uomo superiore nell’equilibrio dello spirito e nella chiarezza intellettiva.

 

Fiorella D’Ambrosio

 

 

maggio 5th, 2017

 

Paolo Narducci

Un eroe della Repubblica Romana

 

Ricordo emozionale di un giovane combattente

 

Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina

sabato 6 maggio 2017 ore 16.00

 

La battaglia del 30 aprile 1849 vide la vittoria dei difensori della Repubblica Romana sulle truppe francesi, disciplinate, ben addestrate e senz’altro meglio armate. A quel successo contribuì con il suo intuito, il suo coraggio e la sua tenacia un giovane studente universitario romano, Paolo Narducci, tenente d’artiglieria. Studiando il percorso da cui sarebbe giunto il nemico, individuò alcuni punti deboli delle mura e li fece rafforzare, poi si impegnò nella difesa di Porta Pertusa mostrando un’esperienza da vecchio soldato, nonostante avesse appena diciannove anni. Alla fine una palla di stutzen lo ferì al petto. Fu portato nel vicino ospedale di Santo Spirito, dove spirò alle due e mezza del 2 maggio. È considerato il primo martire per Roma repubblicana, a lungo ricordato dagli amici e soprattutto dai familiari.

 

La madre di Paolo, Teresa Maciucchi, fu poi a sua volta al centro di un singolare episodio avvenuto nella chiesa di Sant’Ignazio: il 12 novembre 1849, durante una cerimonia di suffragio per i caduti papalini durante l’assedio, una voce femminile – senza dubbio quella di Teresa – aveva invocato la pace anche per i caduti repubblicani, mentre mani ignote gettavano dei fiori e molti dei presenti pronunciavano la parola “pace”. Un episodio innocente che non rimase senza conseguenze: nella notte tra il 14 e il 15 novembre ci furono più di ottanta arresti tra i “compromessi”. Teresa, insieme con le sorelle Augusta, Francesca ed Elisa Castellani, fu rinchiusa in una stanza di palazzo Madama come una delinquente comune. Le quattro donne poterono uscire solo il giorno 17, rimanendo agli arresti domiciliari per quattro mesi.

 

Dei due personaggi sono recentemente pervenuti al Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina alcuni pregevoli ricordi, donati dall’Associazione Garibaldini per l’Italia che li avevano ricevuti in custodia dagli eredi: in prossimità dunque della data di morte del giovane artigliere, l’evento – promosso da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturaleSovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali – intende rendere omaggio al giovanissimo patriota, primo ufficiale caduto nella difesa di Roma del 1849, presentando nel contempo al pubblico le nuove acquisizioni.

 

Nel corso del pomeriggio interverranno:

Mara Minasi: L’ufficiale di artiglieria Paolo Narducci e la recente donazione dei suoi cimeli;

Cinzia Dal Maso: Profilo storico del giovane studente, artista, combattente;

Arnaldo Marini, poeta romanesco, Ode a Paolo Narducci;

 

Graziella Antonucci (voce solista) e Marco Quintiliani (chitarra) riprodurranno per l’occasione Atmosfere musicali evocative di quegli anni rivoluzionari (1848-1849).

 

Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina

Largo di Porta San Pancrazio

Ingresso libero sino a esaurimento posti

 

 

maggio 4th, 2017

 

PATATE E FIELE

 

La Caporetto nefasta e idealista

del Sottotenente Carlo Emilio Gadda…

 

 

 

 

Le melanconiche e tragiche gesta della disfatta di Caporetto sono fin troppo note, e quegli antichi dispacci e quelle atroci cronache di guerra – che oggi hanno cento anni – cercano semmai un’eco ben diversa e più nobile (a suo modo anche più misteriosa e sorprendente), proprio dalle vicissitudini creative della poesia e dagli incunaboli del romanzo, che non dalle pedisseque relazioni, o dai verbali impettiti e avulsi delle maiuscole, anche inette, omertose Istituzioni politiche e militari…

All’alba del 24 ottobre 1917, il Generale in capo Luigi Cadorna, nella sede del Comando Supremo di Udine, venne informato del pesante bombardamento sulla linea Plezzo-Tolmino… Fedele alle sue convinzioni, il generale la ritenne una simulazione per distogliere l’attenzione dal fronte carsico…    Contemporaneamente, sul monte Krasij a nord di Caporetto, si trovava la terza linea difensiva formata da alcuni battaglioni alpini, tra cui quello comandato dal Sottotenente Carlo Emilio Gadda, già dal 1915 fervido volontario interventista. Lui e i suoi uomini furono svegliati alle due del mattino dai bombardamenti massicci che proseguirono fino all’alba. Non subendo però alcun attacco e non ricevendo alcun ordine, rimasero nelle loro posizioni, isolati e completamente avvolti nella nebbia.

Verso le 12 videro alcuni soldati italiani inseguiti da quelli austro-germanici e, alle 15, udirono le esplosioni dei ponti sull’Isonzo. Capirono quindi di essere bloccati ed attesero con rassegnazione l’attacco nemico.

 

Vari anni dopo, nel ’32, il grande poeta dialettale milanese Delio Tessa evocherà quell’atmosfera nefasta nel suo aspro, denso poemetto “L’è el dì di Mort, alegher” (“È il giorno dei Morti, allegri!”): in cui si parte dal parallelo della celebrazione laica e un po’ edonistica della ricorrenza dei Morti (con le “scampagnate” al cimitero e i dolcetti), con la disfatta di Caporetto del ’17, durante la Grande Guerra – e l’emblema della Morte come inevitabile sconfitta sull’esistenza – per arrivare alla consapevolezza della caducità e della sostanziale insipienza della vita…

Un “Peso” ineludibile e certo invincibile, che già l’Ungaretti de L’Allegria aveva risolto con la pietas e la laica fede in una poesia non più aulica – per fortuna – ma creaturale:

 

Quel contadino

si affida alla medaglia

di Sant’Antonio

e va leggero

 

Ma ben sola e ben nuda

senza miraggio

porto la mia anima

 

(Mariano il 29 giugno 1916)

 

 

Vicenda tra le più enigmatiche e anche significative di quei durissimi anni di guerra, e forse di tutta l’ancor giovane storia dell’Italia Unita (che aveva da poco superato il suo primo mezzo secolo, organizzando nel 1911, a Roma, nell’incanto di Valle Giulia, una pomposa Esposizione Artistica Universale – fra il Liberty e il déco – nonché assalendo e conquistando baldanzosamente la Libia, il posto al sole, lo scatolone di sabbia, nella perfetta, magnanima retorica ufficiale – pascoliana, ahilui – de “La grande proletaria si è mossa”…), la ritirata tragica di Caporetto sino al riposizionamento – questo sì, eroico – sulla nuova, quasi sacra linea del Piave, dètta ad alcuni scrittori italiani fieri della loro divisa pagine non facilmente dimenticabili, e l’occasione di una profonda analisi insieme pubblica e privata.

Penso a certi libri giovanili di Mario Puccini, dello stesso Malaparte, e soprattutto al Giornale di guerra e di prigionia di Carlo Emilio Gadda, ivi compreso quel “Diario di Caporetto” (Garzanti, Gli Elefanti, Milano, 2002) che ci racconta le meditazioni tristissime del Ten. “Gaddus” – così amava firmarsi –  reboante e pignolo come sempre, anzi come non mai, spaventato dalla Storia e refrattario quant’altri mai alla penosa e susseguente prigionia, in mano agli austriaci, tronfî e quasi sempre impietosi, vendicativi…

 

Caporetto – “Note sulla ritirata di un fante della III Armata” (Editrice Goriziana, 1987: ristampa a cura di Francesco De Nicola della prima edizione, uscita a Firenze, da Bemporad, nel 1918, di “Dal Carso al Piave”), è un libro fervido ed umile di Mario Puccini, in chiara, gloriosa e limpida area “vociana”, cioè a dire fiore e frutto di una poetica dolce, immediata, candidamente populista (un po’ alla Jahier e alla Slataper)… Non dimentichiamo anche che Giuseppe Ungaretti, soldato semplice e uomo di pena, proprio in quegli stessi anni, ed in trincea sul Carso (Il porto sepolto uscì nel 1916), stava cambiando le sorti, i modi e gli esiti della grande e schietta nuova poesia italiana: “Di che reggimento siete / fratelli?”…

Leggiamone solo un brano, della prosa fervida e dolente di Puccini; memorabile come un breve racconto tolstojano, l’agonia del povero soldato meridionale, orgoglioso e patriota usque ad mortem:

 

“… Uno dei feriti, che abbiamo raccolto al bivio di Gonar, è moribondo.

La colonna si arresta, tutti si scoprono. Questa morte, a mezzo la ritirata, e mentre si ignora la sorte di quelli che difendono il grosso dell’Armata, è quanto mai tragica.

Non s’ode un colpo di cannone. Sul cielo, ormai quasi terso, non un rombo d’aeroplano, che dica: siete guardati e protetti, avanti, con ordine e con fede.

Il soldato che muore, ha la barba incolta, i baffi spioventi. Non ha numero sul berretto, le sue scarpe sono senza stringhe, la giacca è scucita.

È un meridionale.

Poco prima di morire (un cappellano gli umetta le labbra col cognac e gli suggerisce le ultime preghiere) egli apre le labbra e mormora:

‘Non seppellitemi qui. Non mi lasciate agli austriaci!’.  …”

 

Ben altra forza polemica e provocazione avrà, nel 1919, La rivolta dei santi maledetti, primo libro del giovin “pratese” Kart Erich Suckert, classe 1898, che solo dal ’25 inizierà a farsi chiamare Curzio Malaparte, e che affida a questo pamphlet una virulenza epocale di rara, allarmante bellezza… Certo, come scriverà nel ’55 in Due anni di battibecco, che tutte o quasi…

 

“… le vicende della vita italiana negli ultimi quarant’anni nascono dalla dolorosa esperienza di quella guerra: e soprattutto dalla scoperta che v’erano e vi sono, due Italie. L’Italia dei codini, dei bigotti, degli sbirri, dei ladri, degli Alti Comandi (e per Alti Comandi non intendo solo quelli militari), di tutti coloro che disprezzano il popolo italiano, lo sfruttano, l’opprimono, l’umiliano, l’ingannano, lo tradiscono, quella ignobile Italia che la mia generazione, e tutte le generazioni del Carso e del Piave, hanno rifiutato e rifiutano. E l’Italia della fanteria, l’Italia della povera gente, l’Italia generosa, leale, onesta, coraggiosa, nemica d’ogni prepotenza, d’ogni sopruso, d’ogni privilegio, nella quale abbiamo creduto e crediamo. “…

 

 

E qui, dobbiamo dirlo, il cambio di prospettiva è abbastanza netto: e non c’è spazio per accondiscendenze creaturali o cerimonie consolatorie, o peggio melanconici, effusi riti encomiastici – in uno scrittore che fin da giovane inseguiva lo scandalo, l’effettismo straripante e la controretorica sommuovente come aggressiva, impulsiva dichiarazione di poetica e unica unità di misura, più esplosiva degli shrapnels degli austriaci…

 

“… La retorica celebrazione della ritirata di Caporetto come ‘fenomeno schiettamente sociale’ e clamorosamente eversivo,” – annota Gianni Grana nella sua agile monografia su Malaparte – “non viene solo a proporre uno stravagante capovolgimento dei giudizi correnti su uno dei drammi più oscuri della nostra guerra, ma tenta anche una apertura di orizzonti, una comprensione meno superficiale della storia civile del nostro Paese, delle virtù e dei vizi storici del nostro popolo. Colpisce, fino a un certo punto, nel Suckert la prospettiva ‘democratica’ e lo schema classista, si direbbe gramsciano, applicato allo sfortunato episodio militare. (…)

Caporetto è la rivolta di questo proletariato in guerra, dopo le delusioni per le carenze degli ordinamenti e le colpe dei capi, il disgusto di una nazione ‘matrigna’ che ‘continua a vivere la sua grassa vita’ lontana dalle trincee e perciò ancorata sempre alla ‘vecchia concezione della bella morte e dell’atto eroico‘… Caporetto è l’espressione di questo abisso morale, scavato poco a poco dal disinganno e dal malcontento, dalla stanchezza e dall’insofferenza, da una ‘profonda indignazione sociale’, tra il popolo sacrificato e la nazione declamante al riparo delle ‘comodissime città dell’interno’; è il frutto di una insorta coscienza e mentalità ‘antiborghese e antiretorica’.”…

 

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Ma il fulcro più ghiotto e certo anche più intenso (misterico?) della nostra analisi, oggi torna su quel Diario gaddiano, alla ricerca forse di un unico destino, insieme creativo e caratteriale… Non era ancora uno scrittore di ruolo, Carlo Emilio Gadda (Milano, 1893 – Roma, 1973) – grandissimo come presto diventerà – e neanche si poteva ancora fregiare del titolo e della laurea d’Ingegnere… (cosa che accadde precisamente nel 1920).

Figlio, lo sappiamo, di un piccolo industriale della seta assai dissestato, e di una insegnante di Belle Lettere, come si diceva allora, si iscrisse al Politecnico, ma presto poi, nel ’15, partì volontario per il fronte; dove peraltro conobbe due figure abbastanza rilevanti del nostro primo mezzo secolo: Bonaventura Tecchi, viterbese ma romano d’adozione, romanziere e germanista, ed Ugo Betti, maceratese, futuro giudice e presto anche grande drammaturgo, con cui condivise i mesi tristi, freddi e laceri della prigionia…

Beh, non stupisce che la prima vera prova letteraria di Gadda sarebbe poi in effetti stata, nel ’27, una sorta di dissertazione filosofico-letteraria, l’Apologia manzoniana (Solaria”, II, 1: erano gli anni in cui realmente “Il Gran Lombardo” esercitava e lavorava come Ingegnere, in giro per mezzo mondo, Argentina compresa)… L’incipit infatti del “Giornale di Campagna”, datato Edolo di Valle Camonica, 24 agosto 1915, è già sinuosa prova o prosa manzoniana, dove anche la Natura sembra avere un suo preciso ruolo o sfondo etico…

 

” Le note che prendo a redigere sono stese addirittura in buona copia, come vien viene, con quei mezzi lessigrafici e grammaticali e stilistici che mi avanzeranno dopo la sveglia antelucana, le istruzioni, le marce, i pasti copiosi, il vino e il caffè. Scrivo sul tavolino incomodo della mia stanza, all’albergo Derna, verso le una e mezza pomeridiana. Le imposte chiuse e i vetri aperti mi lasciano entrare l’aria fresca e quasi fredda della montagna, i rumori dei trasporti e le voci della gente: mi impediscono la veduta di un muro, che si trova a due o tre metri in faccia e in cui non figurano che finestre chiuse, e delle rocce del Baitone. – ”

 

Oh, l’aria fresca e quasi fredda della montagna, registrata ed evocata in quei giorni, con empito pressoché turistico, dal bell’albergo azzimato di ufficialetto borghese (che infatti vi risiedeva comodamente), doveva nel giro di un paio d’anni – A.D. 1917 – tramutarsi nella terribile cronaca di quell’Ottobre nefasto, in cui il nome appunto di Caporetto giungerà a dilaniare ogni ottimismo guerresco, patriottico, e conclamare semmai il senso della disfatta più totale, e della ritirata vorremmo dire cosmica, assoluta: CAPORETTO.

Ecco gli appunti straziati di quell’ennesima battaglia dell’Isonzo (la dodicesima), e questa volta in un ottuso, inebetito equilibrio tra volizione retorica e realtà cupa, sorte rapace e ineludibile…

 

” Cap. 27. Mandai Sassella a prendere il 2° sacco a pelo, che m’aveva portato giù la sera con la corvée del rancio e che aveva lasciato in caverna di Cola. – Poco dopo egli tornò con un altro, recandomi l’ordine di ritirarmi dalla posizione, il più presto possibile. – Quest’ordine mi fulminò, mi stordì: ricordo che la mia mente fu come percossa da un’idea come una scena e riempita da un lampo: ‘Lasciare il Monte Nero!’; questa mitica rupe, costata tanto, e presso lei il Wrata, il Vrsic; lasciare, ritirarsi; dopo due anni di sangue.

Attraversai un momento di stupore demenziale, di accoramento che m’annientò. Ma Sassella incalzava: ‘ Signor tenente bisogna far presto, ha detto il tenente Cola di far presto’, e incitò poi per conto suo gli altri soldati. Mi riscossi: credo non esser stato dissimile dai cadaveri che la notte sola copriva. Diedi l’ordine a Remondino, il vecchio alpino piemontese (cl. 90 o 91) che rimase pure percosso, addolorato ‘Ma qui c’è qualche tradimento’ esclamò, ‘ma non è possibile’. Poi andai nell’altra caverna e pur là diedi l’ordine. – “…

 

Uno scrittore è tale, o presto lo diventa, per la scelta ardua e nobile delle immagini, delle “sequenze” fermate e raccontate (quasi girate, come provvido, lievitante materiale cinematografico)…Gadda ci dona a questo punto una pagina – al di là dell’inettitudine in uniforme dell’Esercito – una vera, prosaica  innologia sui poveri muli, così cari agli alpini, e utili, anzi indispensabili, che sembra presa da una divagazione, umbratile e pastosa, del romanziere che sarà:

 

“… La colonna dei muli, preziosi e insostituibili strumenti nella nostra guerra da montagna, quasi cari compagni di pericoli e disagi per l’artigl. da montagna e le compagnie mitragliatrici alpine, fu un nuovo doloroso colpo per me. Pensavo che nella notte fossero in gran parte salvi, invece no: valutando a più di cinque km.la strada fittamente occupata dalla loro colonna, e m. 2,5 il posto d’ogni quadrupede, calcolai che duemila animali e più fossero gli abbandonati: la nera fila spiccava lungo il parapetto della strada. Ricorderò sempre anche questo particolare che si aggiunse al mio dolore.

E avanti, avanti, già stanchi, sperando ancora, ma fra la crescente preoccupazione. Così venimmo nei prati che, a destra del detto torrente, dove esso sbocca stanno tra l’Isonzo e le colline antistanti al Krasji. – Qui soldati a frotte, che andavano e venivano: chi si dirigeva a Ternova, chi ne tornava o pareva tornarne. Muli liberi e accompagnati che girovagavano; qualche fucile, delle selle. – (La ricerca affannosa e la realtà senza scampo).”…

 

Ma non finisce qui. Torniamo sul senso insieme fatale e terribile della Natura (essendo lui anche un filosofo, vorremmo aggiungere, chiosare: Natura naturans e naturata)… Con quell’Isonzo mugghiante e adirato come una divinità omerica (il fiume Xanto, che poteva assumere forma umana, e pregò Achille di non gettar più cadaveri nelle sue acque!), anzi addirittura ancestrale…

 

“… Così mi apparve la 2ª volta il bellissimo ponte che, ammirando, valicai pochi giorni prima con un soddisfacimento estetico e sentimentale intensissimo. L’Isonzo mugghiava sotto, nel letto profondo. – Poco avanti v’erano sparse sulla strada delle cassette di ufficiali, dei viveri, delle botti, preda ormai dei tedeschi. – Al bivio, dove un ramo va a Caporetto, un altro prosegue a sinistra, costeggiando il fiume, ci fermammo un momento. Un soldato nostro ubriaco spillava vino da una botte aperta e il cui contenuto era in parte uscito ad arrossare il polverone della strada. Soldati nostri si chiamavano al festino; non ostante gli urli e le minacce delle sentinelle tedesche; dei tedeschi era ormai tutta quella roba. Perciò pregai Sassella di riempirmi di vino la borraccia e ne bevvi avidamente alcuni sorsi. “…

 

Annotazione che sarebbe fredda e in qualche modo burocratica se poi non liberasse aneddoti estrosi, bislacchi o perfino famelici… Ad esempio, raccontando lo scenario sconvolto di Caporetto paese, quello sulle due prostitute da campo (cocottes – le chiama Gaddus, con squisitezza insieme gozzaniana e “crepuscolare” in fieri)…

 

“… All’entrata del paese, e anche nelle case, muli morti e cadaveri (uno d’un ufficiale in una casa) asfissiati gli uni e gli altri: qualcuno in atto di estrarre la maschera. Nei prati pozze di granate (ricordo una da 305), ma in complesso non come a Magnaboschi, e tanto meno sul Faiti. Gli è che quelle granate arrivarono addosso a gente non avvezza (chauffeurs, borghesi, comandi) e cariche di gas asfissianti, producendo più panico che danno. Due cocottes piene di sifilide e di sguaiato servilismo pregarono De Candido di raccomandarle a ufficiali tedeschi. Cola e lui chiesero quale fosse la loro sorte e si fermarono a chiacchierare: io impaziente feci loro premura e proseguimmo. Ricordo le sfacciate parole della più piccola delle due svergognate: ‘Per noi italiani o tedeschi fanno lo stesso!’, dette con allegria. “…

 

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La prigionia acerrima del Sottotenente Carlo Emilio Gadda trascorre così, insieme eroica e maldestra, appassionata e futile, dramatica e ridicola, da perfetto alter ego di Se Stesso, cioè a dire: umbratile, trasparente protagonista della propria stessa, incipiente romanzerìa… La Caporetto, immaginiamola visionariamente così, di un Don Gonzalo Pirobutirro d’Eltino (parliamo del futuro, ma già immanente protagonista, hidalgo-ingegnere, de La cognizione del dolore)…

La fameFAME, le “cartoline da casa” (meglio ancora i pacchi e pacchetti, che arrivavano, grazie alla Croce Rossa, mesi dopo), i suoi continui elenchi, elenchetti, addirittura gli schizzi, i disegni, gli appunti visivi ed esistenziali da pantagruelico ma anche disperato (affamato) Ufficiale di cucina, che chiama e segna “la forza” – fa continuamente l’appello, ideale o nominale, anche fra le povere, disastrate camerate (ci si passi la rima baciata) di un campaccio di prigionia:

 

“… Rastatt; Friedrichsfeste; 16 gennaio 1918. ore 11. – Sono dunque ufficiale di cucina. Lavoro enorme; sonno insufficiente (da mezzanotte alle cinque oggi) ma la fame è saziata. A ogni distribuzione di sbobba è una battaglia che bisogna impegnare coi rappresentanti delle varie camerate. – Disturbi intestinali, provocati dal freddo, dalla mancanza di calze, dall’aver sempre le scarpe rotte e i piedi bagnati. “…

 

Patate e fiele, ecco la formula infausta, l’imprecazione, la deriva e la maledizione quotidiana (così come sbobba è forse la parola più frequente e più usata, biascicata, di tutto questo diario – anche più della categoria luttuosa, e vorremmo dire biblica, della condanna al Dolore)…

Insomma una Caporetto – quella del Sottotenente Carlo Emilio Gadda – nefasta e idealista, lancinantemente epocale e tragicomica, un po’ nevrastenica e controretorica…

 

” Rastatt, 24 febbraio 1918. –

Nessuna lettera, nessun pacco in questi giorni. Giorni di tetraggine e talora di disperazione. La fame è sempre saziata, ma a qual prezzo! A prezzo di noie continue, di lavoro, di rabbia: tra un dolore e l’altro. Si può dire che mangio patate e fiele. Mi sento orribilmente solo nella orribile folla dei compagni: non compagni, ma quasi nemici. E la visione della miseria futura mi spaventa. – Anche fisicamente non sto molto bene: un po’ di debolezza cardiaca, provocata dalla vita continuamente umida, tra il vapore e il caldo delle marmitte. – ”

 

Il grande scrittore in nuce, ripetiamo, qui annida e si prepara nelle annotazioni e negli aneddoti più eclatanti, espressionisti, madornali, chicche e guizzi alla Rabelais… Che in qualche modo profetizzano, in poche righe, interi squarci di futuri racconti, di romanzi insieme deliziosi e orrifici, ineludibili e allo stesso modo improbabili…

Quello sul Natale di Roma, a pochi mesi da Caporetto, nel Celle-Lager, Offiziergefangenenlager di Hannover, ci sembra già pagina degna insieme del futuro autore sia del Pasticciaccio che de La Cognizione del Dolore (certo il suo vertice assoluto: perfetta – e non finita – elaborazione, pulsione romanzesca dopo la morte della Madre, figura per lui doppiamente essenziale).

 

“… Celle-Lager, 22 aprile 1918. –

Ieri Natale di Roma, ricordato con una adunanza tra i prigionieri romani e laziali del Blocco A nel pomeriggio; discorso (criticato da Tecchi) e bicchierata. Io non ero presente, perché non romano, ma vi partecipai col cuore, mandando il saluto del figlio senza scarpe alla Madre lontana ed augusta ed eterna. – La sera, anche al nostro blocco, un commosso discorso del capitano Casella. – Poi suono di inni patriottici, fra gli ufficiali plaudenti all’impiedi, a capo scoperto. Si gridò ‘viva l’Italia’ e io gridai commosso. – Poi piccolo trattenimento musicale, con qualche macchietta si distingue come discreto macchiettista il tenente Lorigiola. “…

 

Ma in tutto questo diario di guerra e poi di prigionia, la Madre era in fondo l’Italia, e Italia la sorella (Clara), Italia anche il fratello Enrico – l’aviatore, morto da eroe, e immensamente rimpianto: in un’Italia oltretutto che gli eroi li dimentica, li sommerge, mentre poi orribilmente osa salvare i beceri, gli inetti, i paria, i furbi d’ogni Caporetto – ma attenzione: non quelli clamorosamente ribelli, i disertori, i “santi maledetti” che furono fucilati e decimati a iosa…

Altro buco nero che l’Italia fece, fa sempre presto a rimuovere… così come le colpe degli Infelici Tanti, e forse anche i meriti dei Felici Pochi (che poi erano e furono – in realtà – infelicissimi allo stesso modo)…In un film da fare, tra tanti anche girati, gigioneggiati nella falsariga d’una fatale, infausta commedia (La Grande Guerra di Monicelli) o restituiti all’historico dramma (Uomini contro di Francesco Rosi, da Un anno sul’altipiano di Emilio Lussu)… E dove ci sarebbe stato posto anche per la macchietta, il macchiettismo italico, la scherzosa amaritudine (questa sì, gaddiana ante litteram) del Tenente Lorigiola… E in verità tutta la pantomima patriottarda del festeggiamento del “Natale di Roma” del 1918 (41 anni prima di Un maledetto imbroglio, tra humour e tragedia, che Germi trasse da Quer pasticciaccio brutto de via Merulana)…

Una scenetta più carducciana, diciamolo, che dannunziana (l’Imaginifico, nonché oramai Orbo Veggente – dopo il noto incidente aviatorio che gli costò un occhio, e nei mesi di dura, accecata convalescenza, gl’ispirò la splendida prosa lirica e i cartigli del Notturno – dal 1 novembre 1917 al 12 maggio 1918 pronunciò una serie di discorsi poi raccolti sotto il titolo La Riscossa)…

 

“… E davvero adesso gl’imboscati fanno da eroi reduci, e gli eroi sono morti: e io sono così atrocemente solo, perché il mio fratello più forte e bravo ed intelligente di me, il solo che poteva assistermi un po’ nella vita, non è più con me. –

Noterò dunque qualche cosa alla meglio, raggruppando per argomenti e preponendo volta per volta la data del giorno in cui scriverò. Molte cose non potrò esprimere con l’intensità che vorrei, perché il dolore prostra, vuota, abbrutisce, distrugge, come dell’acido solforico versato sull’anima. Non resta più niente, se non la faccia della morte, che vorrei prossima e liberatrice. ” – Milano, 20-3-1919

 

Il gaddiano Giornale di guerra e di prigionia termina così – con una pace più dura e umiliante e abbrutente, a tratti, della Guerra; e una Caporetto che imperscrutabilmente continua, anche dopo che la retorica della Vittoria non riparò né i danni né la ferite, cicatrizzate a suon di versi da ogni uomo di pena, dai fratelli di ogni reggimento a baluardo o in fuga, sulla sacra, insanguinata linea del Piave e nei moti o nelle extrasistoli, aritmìe del Cuore, per tutti “i fiumi”, secchi o fluenti, metaforici o avverati in cui sempre – come fece Giuseppe Ungaretti – noi possiamo e dobbiamo farci un’urna d’acqua, per riposarvi come una reliquia

Eccola, questa bara ancora troppo ufficiale, povera o scura, moganata elegante o grezza, intagliata di noce, equivocata ma ardimentosa di Caporetto (che fu insieme, per l’Italia tutta, ardimento e fuga, eroismo e diserzione, martirio e decimazioni in fretta, penose e obbrobriose, giusto dietro le linee…).

 

Di che reggimento siete

fratelli?

 

Parola tremante

nella notte

 

Foglia appena nata

 

Un infausto sepolcro di retorica sostituito e giubilato, redento, sasso dopo sasso, in fango di trincea, dal cristallo di luce della nuda poesia. Pietra e immenso cippo e totem o mammozzo autobiografico, macigno antropomorfico, condanna e mito di Sisifo, che solo parole d’anima possono scolpire, autoritrarre in rito di perdizione, e insieme drammatica, esemplare agnizione sensibile dentro e oltre la realtà senza scampo:

 

Come questa pietra

del S. Michele

così fredda

così dura

così prosciugata

così refrattaria

 

Plinio Perilli

 

 

maggio 3rd, 2017

 

GIANICOLO

 

dalla chiesa di Sant’Onofrio lungi

il Velino sembrava un drago candido

adagiato nell’ozio…quella luce

inattesa e irreale di domenica

scorsa a blandire Roma ridestata!

 

i nostri occhi posati sul sepolcro

del Tasso nell’interno della chiesa:

l’umile marmo che solo parlò

al cuore di Leopardi raggelato.

Poi di nuovo all’aperto tu ed io, intrisi

di quella luce adamantina e scevri

di colpe, in festa, a galleggiare uniti

 

 

Andrea Mariotti

 

P.S. poesia inedita del 25 febbraio 2017; dedicata a… e in memoria di Lucio Felici, studioso di rara levatura scomparso di recente; il quale ebbe a leggerla, tale mia lirica, assieme alla signora Franca sua moglie in quello stesso sabato di  febbraio scorso (a/m)

 

maggio 2nd, 2017

 

Con piacere ricevo dalla Redazione del Laboratorio Leopardi (Sapienza di Roma) la seguente comunicazione:

 

Cari amici e collaboratori,

siamo lieti di ricordare un appuntamento assai gradito: la manifestazione La Forza della Poesia, che si terrà a Frascati dal 3 al 12 maggio e quest’anno sarà dedicata a Shakespeare.

Giunta alla settima edizione, la manifestazione La Forza della poesia (che nella sua edizione iniziale fu dedicata a Leopardi e dette vita alla prima approfondita riflessione sul Lessico leopardiano) continua a impegnare scuole e cittadinanza per la durata dell’intero anno scolastico, culminando nelle molteplici e variegate iniziative della seconda settimana di maggio che si svolgono a Frascati, presso le Scuderie Aldobrandini. In collaborazione con La Sapienza Università di Roma, Università di Tor Vergata, ADI Sd ed altri partner occasionali, la manifestazione, fondata su un diffuso volontariato, ospita studiosi insigni, personalità del teatro, del cinema, musicisti, artisti. Ma soprattutto coinvolge centinaia  e centinaia di studenti di ogni ordine (dalle materne alle università) uniti dall’obiettivo comune di difendere la grande parola dei classici di ogni tempo e di attualizzarne il senso e il valore.

 Un caro saluto,

 

 La Redazione

 

P.S. su Facebook ampie notizie sulla manifestazione (a/m)