Archive for Aprile, 2020

giovedì, Aprile 30th, 2020

 

Ho appena finito di vedere su Rai Play l’ottava e ultima puntata dei PROMESSI SPOSI, lo sceneggiato del 1967 diretto da Sandro Bolchi e tratto dal romanzo di Alessandro Manzoni. Inutile dire del rigore di tale trasposizione televisiva delle pagine del capolavoro manzoniano, in quell’epoca in cui davvero la Rai era in grado di diffondere cultura (tant’è che in molti ebbero a leggere il romanzo dopo aver seguito sullo schermo le vicende di Renzo e Lucia). Io avevo dodici anni, allora, e come avrei potuto godermi nei particolari l’alta qualità di una realizzazione televisiva che ho inteso oggi, credo, in tutta la sua preziosità? A partire dall’apporto di Riccardo Bacchelli per quanto concerne la sceneggiatura, senza dimenticare la voce recitante di Giancarlo Sbragia; ad introdurre e accompagnare i momenti cruciali di una narrazione televisiva orchestrata dal grande Sandro Bolchi e sorretta dall’apporto di attori di prim’ordine, due dei quali mi hanno colpito in particolare, nello sceneggiato. Mi riferisco innanzitutto a Fosco Giachetti nel ruolo del principe padre-padrone di Gertrude, la monaca di Monza: davvero perfetto nell’esprimere un’algida autorità nei confronti della sventurata figlia. Il secondo attore da me parecchio apprezzato è stato Cesare Polacco, nei panni del conte-zio che, imbeccato dal malizioso conte Attilio, si incontra col padre provinciale dei cappuccini allo scopo di allontanare da Pescarènico fra Cristoforo, troppo ingombrante in relazione agli scellerati propositi di Don Rodrigo suo nipote. Ebbene, il colloquio fra i due alti e canuti personaggi, il conte zio e il padre provinciale, mi è sembrato quasi prodigioso nell’esprimere una sottile schermaglia fitta di allusioni, soprattutto da parte del protettore dello scellerato signorotto. Mi è piaciuto soffermarmi un attimo su questi due attori a voler tacere naturalmente degli altri, tutti all’altezza della situazione; alludendo a Lea Massari (la monaca di Monza), Massimo Girotti (fra Cristoforo), Lilla Brignone (Agnese), Luigi Vannucchi (don Rodrigo), Salvo Randone (l’Innominato); senza trascurare  Paola Pitagora (Lucia) e  un ottimo Nino Castelnuovo (Renzo). Ma un cenno a parte intendo riservarlo in ultimo a Tino Carraro nelle vesti dell’immortale Don Abbondio. Consapevole di scoprire l’acqua calda per la scelta dell’aggettivo a proposito dell’antieroe manzoniano come non parlare, mi chiedo, del momento sommamente comico in cui il nostro povero curato inveisce contro la mula -colpevole di spingersi avventatamente sul ciglio del sentiero- mula che gli sta facendo attraversare una strada ancora minacciosa per la fin troppo fresca e incredibile conversione dell’Innominato (signore di quel castello che dall’alto incombe sulla testa di Don Abbondio)? Ebbene Tino Carraro l’ho trovato più che perfetto nell’esprimere la neghittosità del curato non certamente cuor di leone, il suo incessante brontolio che antepone la pelle a tutto il resto. Ma non potrei concludere questo mio breve scritto senza aver evidenziato quanto riferisce Pier Paolo Pasolini nel suo intervento del 26 agosto 1973 per rubrica di critica letteraria tenuta sul settimanale “Tempo” e ora leggibile in PASOLINI, DESCRIZIONI DI DESCRIZIONI, Garzanti.  Essendo stati interpellati (in quel tempo) -come riferisce il grande scrittore e regista- diversi parlamentari circa le loro preferenze a proposito dei personaggi del capolavoro manzoniano, ecco la riflessione pasoliniana in merito alla scelta di Andreotti: “La sincerità individuale con cui un bambino fa le sue scelte in un contesto insincero –in quanto ortodosso, conformista, moralistico- è il vero pericolo. Se veramente Andreotti credesse con meno sincerità alla santità del Borromeo, sarebbe, come uomo di potere, meno pericoloso e più abile di quel che voglia la sua fama. Purtroppo, il potere non è mai completamente cinico: esso è sempre contaminato da forme (sincere!) di fanatismo. Soprattutto, poi, il cosiddetto cinismo cattolico”. Sì, Pasolini dava veramente fastidio ai potenti, negli ultimi suoi anni in modo insopportabile, e almeno questo non è un mistero.

 

Andrea Mariotti

 

 

lunedì, Aprile 20th, 2020

Straordinario spettacolo d’arte quello che ci ha regalato ieri sera su Rai Uno Roberto Bolle, etoile del Teatro alla Scala di Milano. Egli ha saputo esprimere con rara sensibilità e perfezione tecnica ciò che la danza rappresenta e cioè ricerca della libertà emotiva attraverso la libertà del corpo che si muove nel “suo” spazio divenendo mezzo per comunicare “nel linguaggio nascosto dell’anima” (Martha Graham) sensazioni e stati d’animo. Possono essere accostate dunque queste due forme d’arte? Io ritengo che  tra loro vi sia uno stretto rapporto e, a conforto di questa mia constatazione, mi piace citare due celebri frasi: “La danza e’ una poesia muta; la poesia è una danza parlata” (Simonide); “Danza è poesia”(D.Diderot).

 

Fiorella D’Ambrosio

 

 

domenica, Aprile 19th, 2020

Gentile sindaca Raggi, le racconterò in breve un sogno a occhi aperti da me fatto di recente. Procedendo verso il supermercato più vicino alla mia abitazione (come mi accade una volta alla settimana di questi tempi), ecco che mercoledì scorso ho osservato alcuni operai occupati in lavori stradali, debitamente distanziati l’uno dall’altro. E qui è cominciata la mia fantasticheria. Mi sono detto: di sicuro, dopo aver rimproverato in prima persona i romani indisciplinati nei parchi (all’inizio dei provvedimenti restrittivi causati dal corona virus), la nostra sindaca per ottimi motivi adesso tace. Sì, tace in quanto, approfittando delle vie e delle piazze completamente deserte della Capitale (tali da farci ripensare, com’è stato osservato, a quelle, memorabili, dipinte da Giorgio De Chirico), la nostra prima cittadina starà ora sistemando le disastrate strade di Roma da tempo simili all’emmental, incoraggiata peraltro da questa primavera a tutt’oggi siccitosa; senza trascurare caditoie e alberi spesso pericolosi per la sicurezza dei romani. Comprendo, gentile Raggi, il suo avere avuto la morte nel cuore per il mancato appuntamento, in aprile, della Formula E all’Eur (causa di qualche problemino di traffico a Roma negli anni passati, e forse non in cima alla scala delle priorità in merito alle urgenze urbane); ma, ripeto, il suo attuale silenzio la dice lunga su quanto sta facendo per il bene della città. E’ vero che è così? Mi dica che non sbaglio, che sognando a occhi aperti talvolta può capitare di aver immaginato il giusto!…

 

Andrea Mariotti

 

 

venerdì, Aprile 17th, 2020

 

Nel libro di Fausta Genziana le Piane A colloquio con… (youcanprint, 2020), figura, fra le altre, una mia intervista di cui offro alla lettura le prime due domande e risposte…A/M:

 

1) Leopardi oggi: quale fascino può esercitare sui giovani?

2) Quale sua poesia preferisci e perché?

 

 

  • 1) Riguardo a Leopardi, non mi soffermerei troppo sullo stereotipo (comunque motivato) del Recanatese compagno di strada degli adolescenti malinconici e inquieti, ripensando a poesie come Alla luna, La sera del dì di festa, Le ricordanze, Il passero solitario tanto per fare qualche esempio…no, la faccenda è più complessa, sotterranea, direi: c’è, nella grande lirica leopardiana, una durevole freschezza immediatamente fruibile dai giovani meno attratti, per capirci, dal fitto nozionismo sotteso a un testo come il dannunziano Alcione (che pure rimane alla base del nostro Novecento poetico). Detta freschezza leopardiana, cultura che si è fatta sangue e respiro, e quindi non più esibita bensì piena di forza creaturale, risulta poi irrobustita da quello che un grande studioso come Walter Binni ha chiamato “pessimismo energetico” del nostro poeta-pensatore; pessimismo via via sempre più potente fino all’approdo altissimo della Ginestra. E del resto già De Sanctis aveva osservato bene il miracolo di una poesia che nel momento in cui ci pone di fronte ad uno scomodo “Vero”, simultaneamente ci fa amare di più la vita. Leopardi a mio avviso andrebbe sentito vicino a Stendhal, per quella “gioventù del cor” evocata dal Recanatese nei suoi versi del 1826 e comune a entrambi (uniti peraltro a livello di pensiero dalla condivisione del materialismo filosofico di matrice illuministica). Da rammentare a questo proposito come Paolina Leopardi, sorella e confidente del poeta di Recanati, fosse una appassionata lettrice dello scrittore francese, che Giacomo incontrò a Firenze nel 1827 nonché nel 1832 presso il Gabinetto Vieusseux.
  • 2) Il canto leopardiano da me maggiormente amato e considerato è senz’altro La ginestra (1836); e questo perché in tale canto si può cogliere al massimo grado una compiuta fusione tra pensiero e poesia. Per capirci meglio: non dobbiamo dimenticare che l’Infinito (di cui in questo 2019 si festeggia il bicentenario) rimane un portentoso miracolo d’intuizione poetica che spiazzò in qualche modo il nostro “giovane” poeta; talché egli l’anno dopo, nel luglio 1820, ritornò nello Zibaldone a riflettere da filosofo sui piaceri dell’immaginazione, nel vivo di quella sua teoria del piacere di materialistica matrice che non dovrebbe essere ignorata leggendo l’immortale idillio (al fine di non fraintenderlo in chiave spiritualistica). Ma, tornando alla Ginestra, ecco che qui ci troviamo al cospetto di un canto testamentario dal quale muove verso il lettore un messaggio di saggezza estrema; nei termini di un invito ad opporsi al bellum omnium contra omnes, condividendo tutti un destino di morte che uniti ci dovrebbe vedere nei fatti e consapevoli dinnanzi alla furia della Natura simboleggiata dallo sterminator Vesevo. Questo canto dalle strofe “tentacolari” (Binni), ci mostra tutta la sapienza artistica e la sprezzatura di un poeta che, vicino alla morte, ormai non distingue più fra lirismo e discorsività, fra pietas e sarcasmo; donde uno stile poetico di plastica consistenza, potente e magmatico, incandescente come la lava del Vesuvio e prepotentemente moderno, distante cioè da quel classico decoro cui Leopardi si era in precedenza attenuto. Non per niente sono diversi anni che offro al pubblico la lettura interiore, ossia a memoria, della Ginestra, cercando di comunicare a chi mi ascolta il suo umanistico fuoco che molto fa riflettere e commuovere nel senso più alto del termine (Andrea Mariotti).

 

 

 

domenica, Aprile 12th, 2020

 

Il Cristo Risorto affrescato da Piero della Francesca  -pittore da me amato come nessun altro- a Borgo San Sepolcro e davvero di sovrumana bellezza, ben si addice agli auguri di Pasqua che intendo fare. Nonostante tutto. Nonostante il seguente passo assolutamente tagliente di un romanzo che in molti, credo, abbiamo letto o riletto di questi tempi, ossia LA PESTE di Albert Camus (Bompiani, 2017; tr.it.di Yasmina Mélaouah): “A questo riguardo, i nostri concittadini erano come tutti gli altri, erano presi da se stessi, in altre parole erano umanisti: non credevano ai flagelli. Dal momento che il flagello non è a misura dell’uomo, pensiamo che sia irreale, soltanto un brutto sogno che passerà. Invece non sempre il flagello passa e, di brutto sogno in brutto sogno, sono gli uomini a passare, e in primo luogo gli umanisti che non hanno preso alcuna precauzione”. Può bastare. Per esprimere la consapevolezza della tragedia che stiamo attraversando e che a lungo durerà, coi suoi diversificati e moltiplicati effetti su scala globale, trattandosi per l’appunto di una pandemia; come dire il frutto più avvelenato della globalizzazione. Ma sperare è lecito, oltre che doveroso in quanto esseri umani, prima ancora che umanisti. Nel rispetto delle regole restrittive prescritte a chi si trova nelle retrovie, laddove in prima linea si soffre e si muore, in Italia e nel mondo intero. E dunque auguri, facendosi inondare l’animo, oggi, dalla plastica e monumentale bellezza del Cristo di Piero della Francesca.

 

Andrea Mariotti

 

domenica, Aprile 5th, 2020

“La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, com’è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia…” è l’incipit del XXXI capitolo de “I promessi sposi” di A. Manzoni. A quattro secoli di distanza ci troviamo ad affrontare un’epidemia che sta dilagando nel mondo mietendo numerosissime vittime. L’accostamento della peste del 1630 che colpì l’Italia settentrionale al Coronavirus di oggi (tornando più’ indietro potremmo anche ricordare il II libro delle Storie o Guerra del Peloponneso-V secolo a.C.-di Tucidide ) ci porta a riflettere sull’imporsi dei cicli  storici di cui parla G.B. Vico nella sua “Scienza nuova”. Cosa fare? “Non abbassare la guardia e convivere con il virus fino al vaccino” è il messaggio degli scienziati e della Protezione civile. Accogliamo l’appello con spirito di solidarietà e nell’interesse comune.

 

Fiorella D’Ambrosio